scuola di Barbiana

Inizia così, Lettera una professoressa, un testo, scritto da don Lorenzo MIlani e otto ragazzi della scuola di Barbiana che una testimonianza di amore per la scuola, l’insegnamento e gli studenti che avrà enormi influenze, spesso non comprendendo la natura del testo, sullo stesso Movimento del 1968.

Questa testimonianza, affidata ai genitori (ricordiamolo) dopo cinquanta anni dalla sua pubblicazione è ancora attuale, e lo è forse ancora di più vista la deriva autoritaria e neoliberista che sta avendo la scuola pubblica. Pensando di don Milani quello che Alberto Arbasino scriveva su Pier Paolo Pasolini in un articolo pubblicato su Il Giorno nel 1964: “Una larga sezione della nostra cultura gli ha deferito questo incarico, di rischiare a nome di tutti: perché è vero che chi scandalizza i puri di cuore va sacrificato a nome della collettività (che è rimasta a casa a godere a soffrire)”.

don Lorenzo MILANI

Cara signora, lei di me non si ricorderà nemmeno il nome: ne ha bocciati tanti!

Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che respingete.

Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.

la timidezza

Due anni fa, in prima magistrale, lei mi intimidiva.

Del resto la timidezza ha accompagnato tutta la mia vita. Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra.

Strisciavo alle pareti per non esser visto. Sul principio pensavo che fosse una malattia mia o al massimo della mia famiglia. La mamma è di quelle che si intimidiscono davanti a un modulo di telegramma.

Il babbo osserva e ascolta, ma non parla. Più tardi ho creduto che la timidezza fosse il male dei montanari.

I contadini del piano mi parevano sicuri di sé. Gli operai poi non se ne parla.

Ora ho visto che gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in parlamento.

Dunque son come noi. E la timidezza dei poveri è un mistero più antico. Non glielo so spiegare io che ci son dentro. Forse non è né viltà né eroismo. E’ solo mancanza di prepotenza.