Irma Bandiera partigiana

di Manuel CIARLEGLIO

Estratto dal libro Fangén. Epika edizioni, 2013.

… Seguii le indicazioni aprossimative della bibliotecaria, e così, senza chiedere altre informazioni, mi ritrovai davanti alla targa: “via Irma Bandiera”. Niente più. L’iscrizione non riportava la minima informazione sulla vita di Irma Bandiera.

Rimasi lì davanti, un po’ imbambolato, con gli occhi sul nome stampato, senza sapere che fare, pensando che forse era il caso di lasciar perdere quella ricerca.

-Ma tu, ragazzino, lo sai chi era Irma Bandiera?- La voce rauca di una anziano mi riportò alla realtà. Gli rivolsi lo sguardo sorpreso, e lo salutai con un semplice sorriso.

-Ti ho visto osservare l’iscrizione con tanto interesse che mi sono sorpreso. E mi sono detto che deve esserci un motivo…

-Certo che c’è un motivo –lo interruppi-. È il nome della mia scuola, Irma Bandiera, e volevo sapere chi fosse.

-Davvero non lo sai? Nessun professore ti ha mai detto perché la tua scuola si chiama così?

-Mi hanno spiegato solo che è stata una partigiana. Ma di partigiani ce ne sono stati tanti; Irma Bandiera deve aver fatto qualcosa di speciale, se le hanno intitolato una strada e una scuola.

-È così, infatti. Irma è stata speciale, molto speciale.
L’anziano parlava con voce dimessa, mi ispirava fiducia, e capii che dietro i suoi occhi azzurri e malinconici c’erano tante risposte.

-Lei l’ha conosciuta?

L’anziano dapprima fece solo un gesto affermativo col capo, poi respirò profondamente prima di rispondermi.

-Avevamo la tua età; eravamo compagni di scuola, tutt’e due del ’15. Già da bambina aveva quel carattere deciso, ma era dolcissima. Poi, crescendo, è anche diventata una donna bellissima. Ma questo non importa. Davvero vuoi sapere perché le hanno intitolato una via e una scuola? Non è una storia per bambini…

-Non sono un bambino, ho dodici anni. –fu la mia risposta.

Il vecchio abbozzò un sorriso mentre si passava il fazzoletto sul volto

-Sai che hai ragione? Io, alla tua età ne avevo viste di tutti i colori. E non me le raccontarono, le ho viste io, con i miei occhi. Ma non mi dare del lei, per favore, che mi fai sentire più vecchio di quello che sono. Puoi darmi del tu e chiamarmi Guerrino, che è il mio nome.

-Va bene, come vuoi -gli risposi, con un sorriso-. Però me la racconti la storia di Irma Bandiera?

-Sì, stai tranquillo, adesso te la racconto.

Guerrino mi invitò a sedermi su una panchina all’angolo con via de Coubertin; eravamo a pochi passi dall’arco del Meloncello, la strada era tranquilla e l’ombra degli alberi ci proteggeva dal sole già forte di metà giugno. E proprio lì, sulla stessa via che porta il suo nome, quell’anziano signore dagli occhi azzurri e tristi cominciò a raccontarmi la storia di Irma Bandiera, anzi, la sua storia di Irma Badiera. La storia di un amore frustrato.

-Io e Irma Bandiera -mi disse- ci conoscevamo sin da quando eravamo bambini, più giovani di te. Già allora si capiva che era una persona speciale: aveva quegli occhioni grandi, brillanti, che mettevano soggezione. Erano gli anni venti, noi bambini cantavamo orgogliosi canzoni fasciste. In quegli anni una gran parte dell’Italia ci credeva davvero nel fascismo; era una rivoluzione italiana, diceva Mussolini, e noi bambini eravamo educati nel culto alla nuova Italia fascista. Ma la Mimma, già allora, era diversa.

-La Mimma?

-Sì, Irma Bandiera: in famiglia la chiamavano affettuosamente così, Mimma. Non so perché.

Lei era diversa, ti dicevo, davvero. I suoi genitori, Angelo e l’Argentina Manferrari, erano liberali, una famiglia benestante, gente perbene e molto istruita. Siccome suo papà non aveva simpatia per il fascio, e frequentava ambienti socialisti e liberali, a Irma le avevano insegnato a stare attenta, a non dire mai una parola di troppo.

Io, invece, ero di una famiglia più modesta: mio padre era bottegaio, poi, con la guerra, dovette chiudere il negozio, e ci rimase solo la casa. Insomma, venivamo da due mondi diversi io e la Mimma, ma eravamo vicini. E avevamo fatto la scuola assieme. Dalla mia casa alla sua erano cinque minuti a piedi.

-E tu, eri fascista? –interruppi l’anziano, con tutta la mancanza di tatto di cui può essere capace un bambino.

Guerrino mi fece segno con la mano di non interromperlo.

-Se mai lo sono stato, mi è passata presto la voglia di essere fascista. Ero appena più grande di te quando cominciai a vedere con i miei occhi gli squadristi in azione. Qui, in via Saragozza, ho visto gente pestata a sangue solo perché si era negata a cantare con loro o a fare il saluto romano.
A quindici anni le canzoni fasciste non le cantavo più. E quando sentivo i loro slogan sbraitati a gran voce cambiavo strada senza pensarci su nemmeno un secondo.

Irma Bandiera la incontravo abbastanza spesso sulla strada di casa, e ogni volta che la vedevo mi sembrava più bella. La salutavo, le sorridevo; lei mi rispondeva appena, educatamente, e tirava diritto per la sua strada. Non sono mai riuscito a riavvicinarmici, dopo la scuola. Mi sarebbe piaciuto, ma ero timido e squattrinato, mentre lei era una signorina educata ed elegante. Cosa avrei potuto offrirle, io?
Qualche anno più tardi fui chiamato per andare in guerra, come tanti.
Mi toccò l’Albania, il fronte greco. Ci rimasi un paio d’anni, poi ho ricevuto una bella scheggia di mortaio nella gamba destra. Ogni tanto mi fa ancora male, soprattutto quando piove; ma le voglio bene a questa ferita, perché probabilmente mi ha salvato la vita.

Quando tornai a casa, nel gennaio del ’43, la ferita alla gamba mi fece anche un bel regalo: dopo due mesi fra casa e ospedale cominciai a camminare con l’aiuto delle stampelle; passeggiavo qua attorno per fare esercizio, e così, un bel giorno, me la ritrovai davanti: la signorina Irma Bandiera, elegantissima come sempre e più bella che mai. Mi guarda e mi dice: “Guerrino, che bella sorpresa, sei tornato a casa. Mi fa piacere. Che contenti devono essere tua madre e tuo padre.” Mi sorrideva, era davvero felice di vedermi. A me era sempre piaciuta, e timido come ero, non sapevo cosa dirle. Le risposi che speravo finisse presto la guerra, e che tutti i ragazzi del quartiere tornassero a casa sani e salvi. Poi, non sapendo come sostenere la conversazione, mi lamentai della mia ferita alla gamba. “Non sembra grave” disse lei, “vedrai che fra qualche mese salterai come uno stambecco.” Proprio così mi disse, mi ricordo come se fosse stato ieri. Scoppiai a ridere: “Ma chi l’ha mai visto uno stambecco a Bologna? Se ne vedi uno, poi mi spieghi come salta”.

Si mise a ridere anche lei, e ti giuro che vederla ridere in quel modo, divertendosi con me, è stato il regalo più bello che m’abbia fatto la vita.

Mi diede una carezza: “Auguri per la gamba. Vedrai che starai bene, stambecco.” Ridemmo di nuovo, poi se ne andò verso casa. Prima di chiudersi il portone alle spalle si voltò e mi regalò un ultimo sorriso. Mi fece tanto bene, quel sorriso. Tanto bene che una settimana dopo comincia a dare i primi passi senza stampelle. Nel giro di pochi mesi ricominciai a camminare; lento e zoppo, ma camminavo. E nella primavera del ’44 i fascisti, per compensarmi della ferita alla gamba, mi diedero un lavoro. Guadagnavo una miseria ma, durante la guerra, anche quella miseria era un lusso. E dovetti ringraziare, pensa te, dovetti ringraziare. Ero vivo per fortuna, quasi ci rimetto una gamba per salvare la pelle, e appena ricomincio a camminare, quelli mi mettono a lavorare con uno stipendio da miseria. E dovevo ringraziare.

-Scusa, ma questa storia cosa c’entra con Irma Bandiera?
Guerrino sorrise. Aveva un sorriso triste, che spesso si perdeva in un sospiro. Si passò la mano fra i capelli bianchi e tossì un paio di volte.

-La sto prendendo un po’ alla larga, ma sai, a volte non è facile ricordare…

Si bloccò su queste parole. Anch’io rimasi in silenzio, lo osservavo e lo sentivo respirare forte, come se gli mancasse l’aria. Quando riprese a parlare, lo fece quasi sottovoce.

– Quella mattina mi alzai presto, molto presto, per andare a lavorare. Non riuscivo a dormire per via del caldo, così alle sei ero già in piedi, più mattiniero del sole. Salutai mia madre, che si era già alzata, e uscii. Camminavo verso via Saragozza, e lì, proprio lì, stesa sul selciato, me la trovai davanti. Era lei, Irma Bandiera. La Mimma. La riconobbi subito. Più magra che mai, sfigurata; con il volto, le mani e il petto pieni di lividi e bruciature, ma la riconobbi subito. La Mimma. L’avevano tirata per terra come un sacco di spazzatura. Portava un vestito scuro, elegante. Ma glielo avevano strappato addosso; si vedeva. Anche i fori delle pallottole si vedevano. E i rigagnoli di sangue. Gli occhi, poi, gli occhi…
E qui si ferma. Vedo sulle sue labbra che vuole parlare ancora, ma non ce la fa. Non piange, non ci sono più lacrime, chissà da quanto. C’è solo il vuoto, un silenzio secco. Allora provo a dire qualcosa sottovoce, una banalità penso.
-Erano stati i tedeschi…

-No, ragazzo -mi interrompe subito-, non erano stati i tedeschi. Quella è la cosa peggiore: non erano stati i tedeschi. Le mani che l’avevano torturata per una settimana, fino ad ucciderla, non erano state mani tedesche. I tedeschi non erano così carogne. I soldati tedeschi ti uccidevano guardandoti negli occhi. Erano soldati, nemici, invasori, nazisti, tutto quello che vuoi, ma ti uccidevano guardandoti negli occhi. Le più luride carogne erano quei fascisti italiani, bolognesi come noi, come Irma. Loro la uccisero.
Evidentemente, nessuno sapeva che Irma Bandiera fosse entrata nei partigiani, ma quella mattina, appena la vidi sul selciato, capii tutto. Conoscevo i fascisti e i loro metodi. Chi, come e dove, invece, sono particolari che ho saputo molto più tardi, quando la guerra era già finita.
-E non me li puoi raccontare?
-Quella è un’altra storia, sai; un’altra brutta storia… Quello che io non potevo sapere, allora, era che Irma era diventata staffetta della settima brigata Garibaldi.

Il giorno in cui la catturarono aveva portato armi alla sua base, a Castelmaggiore. Da lì uscì poi con dei documenti in codice, per consegnarli ai partigiani di Funo d’Argelato. Arrivata in paese si incontrò con un altro partigiano, ma improvvisamente si videro circondati da una pattuglia di S.S. e una decina di camice nere.

Quelli, le camice nere, erano i peggiori: erano tornati dal fronte dopo l’armistizio pensando di essere degli eroi; si sentivano come leoni. E invece erano solo dei burattini in mano a Hitler.

Cretini, oltre che carogne. Furono loro. Le mani che la torturarono furono mani italiane. Le mani che l’accecarono furono mani italiane. Perché anche quello le fecero. Le strapparono gli occhi. Davanti a casa sua.
-Ma perché?
-Per farla parlare. Volevano sapere dove si nascondevano gli altri partigiani.
-E lei ha parlato?
-Chi, la Mimma? Ma neanche per sogno. Zitta, lei. Muta.

Dopo una settimana di torture la portarono davanti a casa sua, più morta che viva.

Da dietro le finestre i suoi vicini ascoltavano quelle carogne dei fascisti che imprecavano: “Dio boia, dicci almeno qualche nome e ti lasciamo entrare a casa; dietro a quella porta ci sono i tuoi, ti cureranno, potrai vivere.”

Ma lei, niente, muta come un pesce. Volevano farla parlare con quel ricatto indegno.
Ma nemmeno in quel modo le tirarono fuori una parola. Nemmeno accecandola.
Alla fine la portarono al Meloncello, le scaricarono addosso un mitra e la buttarono in mezzo alla strada.

Sembrerà incredibile, ma quando la vidi aveva il sorriso sulle labbra. Morì così, sorridendo ai suoi assassini. Chissà a cosa stesse pensando per non sentire il dolore delle torture.
Dopo aver parlato tanto, senza una pausa, Guerrino rimase improvvisamente in silenzio. Vedevo il suo viso stanco, allora mi avvicinai a lui sulla panchina e gli misi la mia mano di bambino sulla spalla. Guerrino respirò profondamente un paio di volte, poi, senza alzare lo sguardo, continuò.

-Quella mattina, puoi immaginarti, non sapevo dove andare. Avrei voluto raccogliere il suo corpo ancora tiepido e riportarla a casa sua, ma sapevo che dietro a quelle finestre c’era almeno una spia dei fascisti pronta a vendermi per due soldi o per un chilo di carne.

-Ma tu non eri partigiano.

-Non ancora. Ma dimostrare pietà per il cadavere di una partigiana era una colpa sufficiente per fare la stessa fine. Cominciai a camminare. Camminavo e camminavo senza sapere dove dirigermi. Non avevo più dove andare. Non me la sentivo di tornare a casa, vedere i miei genitori, raccontare quello che avevo visto. No, non potevo tornare a casa e uscire il giorno dopo come se tutto continuasse uguale a prima. Per momenti non ricordavo nemmeno il mio nome, pensavo di essere impazzito. Non ero più io, non mi riconoscevo, non ritrovavo dentro di me l’uomo che ero stato fino a quel giorno. Sapevo solo che quella mattina era cambiato tutto. A forza di camminare arrivai su a San Luca. Entrai in chiesa, e non so quante ore rimasi seduto lì dentro, davanti all’altare.
Quando uscii era già di pomeriggio; mi persi nei campi, poi nei boschi. Camminai tutta la notte cercando istintivamente la montagna. Passai Sasso Marconi e continuai a camminare, sino all’alba. Durante il giorno mi nascondevo in fienili e cascine abbandonate, e la notte camminavo fra gli alberi.

Tre giorni più tardi avevo un paio di stivali ai piedi, un fazzoletto rosso al collo e un mitra in mano.

I primi mesi rimasi con la brigata stella rossa, poi fummo annientati dai tedeschi sul monte Sole.

Io riuscii ad attraversare il fronte con quattro ragazzi di Modena.

Passai quell’inverno senza pensare al passato né al futuro, senza nemmeno chiedermi se la guerra sarebbe mai terminata. Ma l’immagine del cadavere di Irma sul selciato ritornava ogni notte. Ogni notte. Mi ero rotto dentro; tutto mi si era rotto dentro, anche la paura. Andavo in battaglia ridendo; la guerra, la vita e la morte avevano perso ormai qualsiasi senso per me.

A Bologna ci tornai il 21 aprile del ’45, partigiano della brigata Maiella. Quel giorno, mentre il resto della città festeggiava, sotto l’arco del Meloncello io piansi in silenzio le ultime lacrime che riuscii a trovare dentro di me.

Pianse in silenzio le ultime lacrime che trovò dentro di sé. Ci sono frasi che senti una volta nella vita, ma rimangono lì. Non sai perché ma non se ne vanno più. Come certi visi.

Come il viso del partigiano Guerrino, quel giorno di giugno del 1980, mentre si alza dalla panchina, mi saluta e si allontana in silenzio.

fonte: http://emanuelciarleglio.blogspot.it/2014/01/irma-bandiera-la-memoria-partigiana.html