NUOVE ARMI: I ROBOT PROGRAMMATI PER UCCIDERE

NUOVE ARMI: I ROBOT PROGRAMMATI PER UCCIDERE

di Nia GUAITA

Nuove armi: i robot programmati per uccidere. La scorsa settimana, più di 100 esperti di tecnologia hanno scritto una lettera aperta alle Nazioni Unite, chiedendo di vietare le armi capaci di uccidere in modo autonomo.

Tra i 116 firmatari ci sono:
Mustafa Suleyman, cofondatore e capo di AI (Intelligenza Artificiale) applicata presso il DeepMind Technologies di Google (UK);
Elon Musk, fondatore di Space X e OpenAI (USA);
Toby Walsh, scienziato e docente di intelligenza artificiale presso l’Università del Nuovo Galles del Sud (Australia);
Esben Ostergaard, fondatore e CTO di Universal Robotics (Danimarca);
Yoshua Bengio, fondatore dell’AI (Canada);
Jerome Monceaux, fondatore di Aldebaran Robotics, creatori di robot Nao e Pepper (Svizzera).

Nella lettera scrivono:

“Le armi autonome letali minacciano di rivoluzionare la guerra. Una volta sviluppate, consentiranno ai conflitti armati di essere combattuti su una scala più ampia che mai e più veloce di quanto l’uomo possa comprendere…….
Queste possono diventare armi del terrore, le armi che i despoti e i terroristi potranno utilizzare contro popolazioni innocenti…… Una volta aperto questo vaso di Pandora, sarà difficile chiuderlo”.

La lettera è stata presentata da Toby Walch, all’apertura della Conferenza Internazionale sull’Intelligenza Artificiale a Melbourne ed è la prima volta che gli esperti di intelligenza artificiale e le aziende di robotica hanno preso una posizione comune su questo tema.

Nel dicembre del 2016, le Nazioni Unite hanno votato per iniziare colloqui formali sul futuro di queste armi. Finora, solo 19 dei 123 Stati membri hanno votato per un divieto totale.

 

PIETRO CALAMANDREI: IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA

PIETRO CALAMANDREI: IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA

Piero Calamandrei

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?

Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali.

C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.

Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito.

Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.

Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.

Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.

L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato.

Lasciare che vadano in malora.

Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.

Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private.

Non controllarne la serietà.

Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare.

Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto.

Dare alle scuole private denaro pubblico.

(Discorso di Piero Calamandrei, III congr. dell’Ass.ne Difesa Scuola Nazionale, Roma 11/2/1950)

OLIVETTI: UN’UTOPIA CHE VOLEVA DIVENTARE REALTA’

OLIVETTI: UN’UTOPIA CHE VOLEVA DIVENTARE REALTA’

Olivetti, negozio

da Pandorarivista.it

Il 4 agosto 1932 Adriano Olivetti trasforma la “Ing. C. Olivetti & C.” di Ivrea, nella società Olivetti di cui diviene prima direttore generale e poi presidente.

L’azienda, prima fabbrica italiana di macchine per scrivere, era stata fondata nel 1908 dal padre Camillo, imprenditore di idee socialiste ed oppositore del fascismo (Nel ’26 era stato, insieme a Ferruccio Parri, Carlo Rosselli e al giovane Adriano, tra gli organizzatori dell’espatrio clandestino di Turati).

Durante la direzione di Adriano, la Olivetti divenne una delle più importanti eccellenze del capitalismo italiano, arrivando a produrre il primo calcolatore completamente a transistor, l’Elea 9003, nonché il primo calcolatore personale, progenitore dei personal computer.

Ma la Olivetti fu anche un luogo in cui venivano sperimentate filosofie di gestione aziendale nuove e innovative per l’epoca, nel tentativo di coniugare profitto, benessere dei lavoratori e utilità sociale dell’impresa.

I dipendenti ricevevano salari più alti della media e godevano di servizi ulteriori. L’azienda assumeva anche artisti, filosofi, scrittori, disegnatori e poeti e prestò sempre grande attenzione alle discipline architettoniche, urbanistiche e sociologiche, divenendo anche un importante centro di elaborazione intellettuale.

Vennero sperimentate nuove forme di contrattazione aziendale.

Fra le imprese private (l’unico altro caso è quello delle partecipate statali) fu infatti solo l’Olivetti che si interessò alle funzioni specifiche per ciascun dipendente e ai problemi posti dai rappresentanti dei lavoratori, nei cui confronti vigeva, da parte dei dirigenti, un profondo rispetto, poiché questi vedevano nella conflittualità un elemento fisiologico.

A tale riguardo si può ricordare come l’azienda difese i posti di lavoro nel 1964, applicando una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, in modo da non perdere nessun dipendente, accompagnata da un’integrazione tramite la Cassa Integrazione Guadagni ordinaria.

Purtroppo con la prematura morte di Adriano Olivetti, avvenuta nel 1960 e seguita un anno dopo da quella di Mario Tchou, geniale ingegnere alla guida della pionieristica Divisione Elettronica, emersero le difficoltà dell’azienda, soprattutto per via di un capitalismo privato non in grado di poter gestire un colosso che si collocava sulla frontiera dell’innovazione, cosa che implicava tutta una serie di rischi.

Poco dopo la morte di Olivetti, infatti, entrarono nel capitale dell’azienda nuovi soci, Fiat, banca IMI, Centrale, Mediobanca e Pirelli, che non credevano nella nuova scommessa.

Come ebbe a dire Vittorio Valletta “ Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”, ad indicare gli enormi limiti del capitalismo privato italiano ad assumersi i rischi dell’innovazione.

Anche da parte del pubblico mancò sempre la consapevolezza di quanto i nuovi settori fossero strategici e dunque della necessità di sostenerne lo sviluppo con ingenti commesse pubbliche, come avveniva negli Stati Uniti e in altri paesi. Nel 1964 la Divisione Elettronica sarà venduta a General Electric.

Con la morte di Adriano Olivetti cessa la “fase eroica” di Olivetti, che cercherà di reinserirsi successivamente nel settore informatico e si dedicherà in seguito anche alla telefonia mobile.

Attualmente fa parte del gruppo Telecom Italia.

Resta però la memoria di un periodo incredibilmente innovativo, da cui bisognerebbe recuperare diverse lezioni e innumerevoli intuizioni su un modo innovativo di guardare ai rapporti tra impresa, lavoratori, territorio e società.

FINE VITA: L’IMPEGNO DELLE COMUNITÀ CRISTIANE MINORI PER IL DIRITTO A MORIRE CON DIGNITÀ

FINE VITA: L’IMPEGNO DELLE COMUNITÀ CRISTIANE MINORI PER IL DIRITTO A MORIRE CON DIGNITÀ

Cura medico

di Valentina ERASMO (MicroMega online 23.3.2017)

1. Introduzione

Alcune comunità cristiane minori, come quella valdese e quella protestante francese, sono impegnate da anni nella promozione della cultura laica. In particolare, sono le questioni bioetiche di fine vita ad aver destato grande interesse tra queste comunità che hanno assunto posizioni spesso contrastanti con quelle della Chiesa cattolica in difesa della cultura laica.
Il gruppo di lavoro per le questioni poste dalla scienza della Tavola Valdese si è pronunciato già nel 1998 sulle questioni di fine vita per sostenere il diritto del paziente a poter morire con dignità. Come i cattolici, i valdesi ritengono che la vita umana sia sacra, in quanto conferita da Dio ma, al contempo, il paziente ha il diritto di poter morire liberamente qualora ritenga che le sue sofferenze abbiano compromesso la sua dignità.

A differenza delle piante e degli animali, l’esistenza umana non ha una dimensione esclusivamente biologica: questa si caratterizza anche come biografica, data da quella trama di relazioni sociali che un individuo può stabilire e dai progetti che può pianificare. E’ l’esistenza biografica, non quella biologica, a conferire dignità ad una vita ed è quella che rischia di venir meno in malati terminali o pazienti affetti da morbo di Alzheimer o che potrebbe non appartenere più a pazienti in stato comatoso. Come tra i valdesi, la dignità è centrale nella difesa del diritto a poter morire liberamente nella riflessione dell’ÉPUdF (Église Protestante Unite de France) nella sua duplice accezione universale e particolare. Si vedranno meglio questi aspetti connessi alla dignità dell’esistenza umana di seguito.

L’obiettivo di questo articolo è quello di mostrare le principali argomentazioni con le quali alcune comunità cristiane minori difendono il diritto del paziente a poter morire dignitosamente, in nome di quel valore superiore alle argomentazioni pastorali che si può definire come ‘umana laicità’.

Metodologicamente, si è scelta una prospettiva cristiana ‘eterodossa’, perché la difesa della laicità nelle questioni di fine vita non vede impegnati i soli atei ed agnostici: il diritto di poter morire dignitosamente è laico, quindi si colloca al di sopra delle questioni confessionali.
In maniera distinta e complementare a questa preminenza della laicità, si vuole sottolineare come il diritto a poter morire liberamente non sia incompatibile con una prospettiva di fede cristiana, contrariamente a quanto si crede.

Difatti, se i cattolici vedono nel dolore un modo per accostarsi alle sofferenze patite dal Cristo, non tutti i cristiani si riconoscono in questo assunto.

232 è il numero delle richieste rivolte all’Associazione Luca Coscioni per ottenere l’eutanasia all’estero nel 2015: nello specifico, sono in media 50 gli italiani che richiedono e molti di essi riescono ad ottenere il suicidio assistito in Svizzera. Dalla somministrazione del Pento Barbital di Sodio, sono sufficienti solo dieci-minuti per porre fine alle sofferenze del malato, con un costo complessivo per l’assistenza medico-sanitaria di 10mila euro nelle cliniche svizzere [i].

L’auspicio è quello di una celere quanto necessaria riforma per la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito in tutte le nazioni europee, seguendo gli esempi di Svizzera, Olanda, Belgio e Lussemburgo: i pazienti hanno diritto a morire dignitosamente nella propria nazione e uno Stato laico, attento al benessere dei propri cittadini, dovrebbe fornire tali servizi medico-assistenziali con la piena collaborazione del personale sanitario per adempiere all’ultima volontà del paziente.

2. L’eutanasia e il suicidio assistito, il documento del gruppo di lavoro per le questioni poste dalle scienza per il diritto del paziente a poter morire con dignità

L’innovativo documento L’eutanasia e il suicidio assistito voluto dalla Tavola Valdese vede la sua pubblicazione nel 1998: documento non è approvato, ma diventa un punto di partenza per l’apertura del dibattito all’interno delle comunità valdesi e metodiste. Si riportano i suoi principali contenuti al fine di mostrare la portata di questo documento.

Nella premessa si evidenzia il crescente interesse, sia dell’opinione pubblica che degli specialisti che operano nel settore, rispetto alla cura e all’assistenza di malati inguaribili, nonché alle prospettive dell’eutanasia e del suicidio assistito. Le due argomentazioni principali del gruppo di lavoro a sostegno di queste pratiche sono il rispetto per l’autonomia del paziente (definita nei punti 2.8 e 5.6 del Documento) e la necessità di prestare aiuto a chi rivendica il diritto a morire con dignità ( presente nei punti 4.3 e 5.4).

Sin da queste due argomentazioni è chiara l’apertura della comunità valdese rispetto ad eutanasia e suicidio assistito, appellandosi ad un diritto e ad un dovere: il diritto del paziente a potersi avvalere del principio di autodeterminazione- che ha sostituito l’approccio medico di stampo paternalistico-, e il dovere del personale medico-sanitario di assistere terapeuticamente e psicologicamente il paziente nella sua volontà di poter morire liberamente.

Il primo numero del Documento è dedicato alle Definizioni fondamentali del lavoro, tra cui spicca quella dell’eutanasia che consiste nel:

“porre termine a una situazione di sofferenza tanto fisica quanto psichica che il malato, o coloro ai quali viene riconosciuto il diritto di rappresentarne gli interessi, ritengono non più tollerabile, senza possibilità che un atto medico possa, anche temporaneamente, offrire sollievo”[ii].

Dunque, questa è una forma di sollievo dalle sofferenze subìte dal paziente, che può essere richiesta dallo stesso o dai suoi cari, laddove egli non sia più in grado di farne richiesta. Leggendo attentamente la definizione fornita, l’eutanasia è anche constatazione dei limiti della scienza di fronte a determinati quadri clinici nel fornire un rimedio, quantomeno temporaneo, alle sofferenze del paziente.

Occorre precisare che i valdesi si riferiscono all’eutanasia passiva nei termini di ‘astensione terapeutica’, cioè quella praticata con la sospensione di mezzi terapeutici ordinari e straordinari, lasciando il termine ‘eutanasia’ a quella attiva che viene praticata con la somministrazione di farmaci letali, il più diffuso, il cloruro di potassio.

Quanto alla medicina palliativa, questa non comporta responsabilità penali o etiche da parte del personale medico coinvolto nella somministrazione di questi farmaci: difatti, la morfina non causa la morte immediata del paziente, poiché il decesso sopravviene come effetto collaterale dell’uso prolungato del farmaco.

Nel numero 2 del Documento, l’attenzione è rivolta al crescente interesse rivolto al suicidio assistito, testimoniato dalle 296 citazioni in materia in riviste oncologiche specializzate dal 1991 al 1996, contro le sole 21 del decennio precedente. Questi dati esprimono il maggior interesse rivolto alla qualità della fase terminale della vita.

Rispetto al suicidio assistito, i valdesi hanno posto attenzione sulla liceità o meno che il medico assista il paziente nel suicidio, ponendo così la questione più sul ruolo del personale medico-sanitario che su quella malato. Il Documento riconosce due ostacoli alla depenalizzazione del suicidio assistito: da un lato, la giurisprudenza di molte nazioni europee che inquadrano questa pratica nei reati di omicidio; dall’altro lato, i paradigmi etici che difendono la sacralità del vita, sia cattolici che a-confessionali.

Anche su questo punto, la Commissione valdese ha individuato un’argomentazione forte favorevole a quei medici che aiutano i pazienti nel suicidio assistito: se la medicina non ha più strumenti per guarire o alleviare le sofferenze del paziente, il dovere del medico diventa quello di assistere il paziente per aiutarlo a morire con la minore sofferenza possibile.

Nel punto 3 del Documento è contenuta un’analisi dettagliata delle situazioni cliniche in cui vengono maggiormente richieste l’eutanasia e il suicidio assistito: questi corrispondono ai malati terminali affetti da cancro, ai malati di Aids o ai pazienti affetti da morbo di Alzheimer. Il fatto che la richiesta di porre fine alla propria esistenza sia maggiormente diffusa tra questi malati è dovuta al fatto che sono patologie degenerative rispetto alle quali non ci sono speranze di guarigione.

Quanto al punto 4 del Documento, questo è dedicato alla necessità di individuare nuovi orientamenti nel tentativo di trovare una risposta univoca e condivisibile sulle questioni di fine vita. Indubbiamente, l’eutanasia e il suicidio assistito risultano essere le tematiche più scottanti: per i valdesi, i medici devono limitarsi a rispettare la libera decisione presa dal paziente ma, se questo è incosciente, si potrebbe non essere a conoscenza della volontà del paziente. Nel punto 4 è presente la significativa distinzione tra vita biologica e vita biografica:

“quando la vita biografica cessa, come nel caso di uno stato vegetativo permanente, oppure divenga intollerabile, come nelle malattie terminali, deve essere presa in considerazione l’eventualità di porre termine alla vita biologica.” [iii]

Per interrompere trattamenti in un paziente in stato comatoso, al quale è rimasta la sola vita biologica permessa dai trattamenti medico-sanitari, è necessario conoscere la sua volontà in merito. Dunque, il testamento biologico è strumento indispensabile per conoscere le disposizioni anticipate di trattamento, sollevando così i congiunti dall’assumere una decisione così importante in materia di fine vita.

Il gruppo di lavoro valdese si è misurato con una delle argomentazioni classiche contro l’eutanasia e il suicidio, quale il cosiddetto ‘pendìo scivoloso’, ossia il rischio dell’attuazione generalizzata ed indiscriminata di queste pratiche, conducendo persino alla legittimità dell’uccisione di anziani, diversamente abili o disadattati. Rispetto a questo argomento, la Commissione vuole precisare che le questioni di fine vita non vanno associate alle pratiche ‘eugenetiche’ compiute negli anni del nazismo, pertanto risulta inopportuno un accostamento simile.

Certamente, i valdesi ritengono che il riconoscimento del diritto a poter morire con dignità debba procedere di pari passo con la reale volontà del paziente e all’interno di regole specifiche e controlli validi per evitare il verificarsi di casi di eutanasia non richiesta, come accade di frequente nei Paesi Bassi.

Per evitare questi episodi, il punto 4.14 del Documento ritiene necessaria una completa ed adeguata informazione del paziente rispetto alle sue prospettive di vita e di morte da parte del medico, ad eccezione che il malato non desideri esserne informato.

Passando al punto 5 del Documento, in questo sono contenuti ulteriori chiarimenti al fine di distinguere la ‘sospensione terapeutica’ dall’eutanasia. La prima è come se lasciasse che la morte sopraggiunga senza cercarla di ritardarla con terapie e strumenti medici, mentre l’eutanasia causa immediatamente e direttamente la morte del paziente.

A questo punto, occorre interrogarsi sul perché una comunità cristiana, come quella valdese, si stia battendo a difesa del diritto del paziente a poter morire dignitosamente. Si presentano due risposte: una di carattere ideologico, l’altra teologico. Quella ideologica consiste nella difesa della laicità, la quale può essere ragionevolmente sostenuta da un cristiano; quella teologica riguarda l’insensatezza della sofferenza ai fini dell’autoredenzione, diversamente dai cattolici.

Le comunità valdesi differiscono con le loro argomentazioni dal paradigma cattolico (e non) che difende la sacralità, quindi l’indisponibilità, della vita umana proprio per aver anteposte la sofferenza e la dignità del malato alle normative della pastorale o a presunti codici etico – morali. Il dolore sofferto dal malato deve diventare misura per accogliere la sua richiesta di poter morire.

Presso i valdesi è forte l’elemento relazionale ed è proprio in virtù di quest’ultimo che è avvertito il dovere morale da parte di una comunità di assistere un proprio membro nei momenti più difficili della sua esistenza, anziché opporsi alla sua richiesta d’aiuto.

3. Gli sviluppi più recenti della battaglia delle comunità cristiane minori per la depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito

La breve analisi condotta sul Documento voluto dalla Tavola valdese ha mostrato come l’impegno di questa comunità per la depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito sia presente sin dagli anni Novanta. Secondo i valdesi, queste pratiche non vanno impedite né giuridicamente, perché non si trattano né di forme di omicidio, né con motivazioni legate alla pastorale, in quanto non sono né atti contrari a Dio, né il dolore può essere considerato una forma di autoredenzione.

Al 2007 risale il Sinodo delle comunità valdesi e metodiste in cui si sollecita l’approvazione di una legge per le dichiarazioni anticipate di trattamento da parte del Parlamento italiano, al fine di colmare almeno parzialmente il vuoto normativo in materia di fine vita della legge italiana.

Quando nel 2011 si approva in Parlamento una versione più restrittiva del disegno originario di legge del decreto Calabrò, la Commissione bioetica della Tavola valdese ha presto manifestato il suo dissenso a riguardo. Il coordinatore della Commissione bioetica, Luca Savarino, è contrario a questa approvazione parziale del decreto Calabrò, vedendolo così trasformato in un decreto legge contro l’eutanasia, piuttosto che sulle dichiarazioni anticipate di trattamento.

Il decreto approvato in Parlamento viene criticato da Savarino per le seguenti ragioni: il restringimento della libertà individuale e l’anticostituzionalità del decreto stesso, individuabile nel ricorso a principi confessionali, come quello dell’indisponibilità della vita umana (art.1), chiaramente contrari alla laicità dello Stato. Inoltre, sempre nel decreto Calabrò, si approva la non vincolabilità della volontà del paziente per il personale medico-sanitario e l’inaccettabilità della classificazione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiale come mezzi ordinari di trattamento.

Questo cosa implica? Seppur il testo approvato è basato sul decreto Calabrò, riconoscendo la possibilità del paziente a stilare le sue dichiarazioni anticipate di trattamento, il medico non è vincolato ad osservarle e l’eutanasia è ancora considerata una forma di omicidio in Italia. Quanto alla classificazione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiale come mezzi ordinari di trattamento fa sì che non si possa richiedere la loro sospensione nelle dichiarazioni anticipate di trattamento.

A fronte dei contenuti del testo approvato, nel quale si riconosce la possibilità di disporre solo di parziali dichiarazioni anticipate di trattamento, Savarino ritiene che il vuoto normativo sia preferibile ad un decreto anticostituzionale e limitante la libertà del paziente nel decidere sulla sua fine.

Nonostante il deludente testo approvato in Parlamento in materia di fine vita, i valdesi proseguono nella loro difesa del diritto del paziente a poter morire con dignità e porre fine alle proprie sofferenze: sono oltre seicento i testamenti biologici raccolti presso gli sportelli predisposti nella Chiesa valdese di Milano, come espressione di convivenza tra laicità e libertà con la fede cristiana, senza che queste si ostacolino vicendevolmente.

La Chiesa valdese si è distinta tra le comunità cristiane minori per l’impegno profuso in materia di fine vita, ma non è l’unica. Un altro caso estremamente interessante è quello dell’ ÉPUdF (Église Protestante Unie de France) che, in occasione del primo Sinodo tenutosi a Lione nell’aprile 2012, hanno scelto di discutere sulle questioni di fine vita come ordine del giorno. Altrettanto si è discusso tra le chiese evangeliche battiste e delle chiese evangeliche libere, entrambe di Francia.

La comune volontà di queste comunità cristiane minori è quella di partecipare attivamente e costruttivamente al dibattito pubblico sul fine vita.

Sin dal primo Sinodo comune della Chiesa luterana e riformata, si è avvertita l’esigenza di discutere su due tematiche fondamentali, quali la natura della dignità e della libertà dell’individuo.

Per affrontare queste tematiche, il Sinodo della chiesa protestante di Francia è ricorsa al paradigma universale – particolare: le questioni bioetiche sono universali poiché riguardano tutto il genere umano indiscriminatamente, mentre i casi dei singoli pazienti sono particolari poiché ogni caso è diverso dall’altro.

Attraverso questo paradigma universale – particolare, la chiesa protestante di Francia tenta di rispondere alla questione sulla natura della dignità umana: essa è universale, poiché è intrinseca nell’uomo, quindi nessun evento o persona può lederla; la dignità è particolare nella misura in cui è espressione delle scelte compiute liberamente da un individuo (ad esempio, la scelta del paziente di voler morire per porre fine alle proprie sofferenze, come affermazione della propria dignità in senso particolare). Ed è in questa seconda accezione della dignità che si colloca la libertà individuale nella sua accezione decisionale.

Il Sinodo dell’ÉPUdF sostiene che la dignità universalmente intesa non può essere privata dalla malattia, quella particolare sì. Conformemente a questa distinzione, il paziente può ritenere opportuno morire come affermazione della sua dignità particolare, seppur quella universale non possa essere mai lesa perché è quella conferita da Dio: su questo aspetto, l’argomentazione adottata dall’ÉPUdF assume una chiara connotazione cristiana.

Analogamente alla comunità valdese, la chiesa protestante francese si è dichiarata favorevole alla medicina palliativa per alleviare le sofferenze del paziente, insieme ad una formazione specifica del personale medico-sanitario per consentire di assistere i malati psicologicamente ed emotivamente. In Francia, la legge che ha legittimato l’impiego della medicina palliativa è la ‘Legge Léonetti’ entrata in vigore nel 2005. Questa legge prevede il ricorso alla terapia del dolore, seppur questa possa accelerare il decorso di alcune patologie degenerative, sebbene l’eutanasia attiva resta vietata.

Tuttavia, la medicina palliativa spesso non è in grado di eliminare il dolore fisico o la sofferenza psichica patiti dal paziente, ragion per cui l’ ÉPUdF vede come necessaria l’introduzione di una legge che autorizzi ad accelerare il processo di morte nei casi più estremi.

Una legge simile dovrebbe, da un lato, non essere troppo rigida, in modo da comprendere un’ampia casistica a cui potrebbe essere applicata; dall’altro lato, non dovrebbe essere fin troppo permissiva per evitare casi di eutanasia non richiesta dal paziente, come è già accaduto nei Paesi Bassi.

L’appello conclusivo del primo Sinodo dell’ ÉPUdF è rivolto a tutte le comunità cristiane, esortandole non a proibire pratiche come l’eutanasia e il suicidio, bensì a limitarsi ad assistere spiritualmente i pazienti ed accompagnarli verso l’ultima ora non con il dissenso della pastorale, ma con il conforto della fede.

4. Conclusioni

Ciò che emerge dall’analisi delle argomentazioni proposte da alcune comunità cristiane minori in materia di fine vita è un’umana laicità che è troppo spesso assente nelle riflessioni di filosofi, medici o giuristi che difendono la sacralità della vita umana, cattolici e non.

La mancanza di questa genuina compassione fanno perdere di vista il paziente e la sua sofferenza, mentre il ricorso a principi come la sacralità/ indisponibilità della vita umana, impediscono di vedere nell’eutanasia e nel suicidio assistito una mano tesa verso il malato, stanco di soffrire.

A partire da questa umana laicità presente nelle riflessioni delle comunità valdesi e protestanti unite di Francia che il principio bioetico fondamentale diventa quello della dignità della vita umana. La dignità si presenta come un principio alternativo rispetto a quelli della sacralità dell’esistenza umana (di matrice cattolica e non) e della qualità della vita umana di matrice laica, permettendo così di collocare le riflessioni qui analizzate nel paradigma della ‘terza via’ che vanta esponenti come i filosofi Engelhardt Jr., Küng e Jonas.

La dignità è conferita dall’esistenza biografica, come nella riflessione valdese, quindi il venir meno di questa dovuta dalla malattia, potrebbe far ritenere al paziente che quella non è più un’esistenza degna di essere vissuta. Con argomentazioni diverse, i protestanti uniti di Francia sostengono che è vero che la dignità universalmente intesa è intrinseca nell’uomo e nulla può lederla, invece la sua dignità particolare può subire delle privazioni a causa della malattia.

Pertanto, se la malattia toglie dignità all’esistenza umana, solo la morte può restituirgliela, è quanto si può affermare sulla scia del teologo contemporaneo Hans Küng [iv]. Il compito delle istituzioni deve essere quello di colmare il vuoto normativo in materia di eutanasia e suicidio assistito in tutta Europa, affinché il paziente possa esercitare legittimamente nella propria nazione di appartenenza il diritto a poter morire dignitosamente e gli Stati confermino la loro laicità.

Quanto al personale medico-sanitario, il suo dovere dovrebbe essere quello di assistere il paziente per alleviare le sue sofferenze fisiche e psichiche per accompagnarlo verso la sua ultima ora, senza effettuare pratiche contrarie alla volontà del paziente. Per queste ragioni, il testamento biologico risulta uno strumento prezioso per conoscere le volontà anticipate di trattamento del paziente, evitando così di sostituirsi a lui in questa decisione così delicata.

L’eutanasia e il suicidio non sono forme di omicidio, né dei reati nei confronti di Dio, ma degli atti di umana laicità volti a restituire al paziente la sua dignità nel morire liberamente e porre fine alle sue sofferenze.

 

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NOTE

[i] Cfr. Articolo di Redazione, “Eutanasia, sono 232 le richieste di dolce morte. Come funziona e dove “è applicata” nel mondo”, L’Huffington Post,
http://www.huffingtonpost.it/2017/02/27/eutanasia-nel-mondo_n_15038618.html, 27 febbraio 2017.

[ii] Cfr. Gruppo di lavoro della Tavola Valdese sui problemi posti dalla scienza, L’eutanasia e il suicidio assistito, §1.1,
http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/mater_studio/eutanasia.pdf, 1998.

[iii] Cfr. Gruppo di lavoro della Tavola Valdese sui problemi posti dalla scienza, L’eutanasia e il suicidio assistito,§4.4,
http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/mater_studio/eutanasia.pdf, 1998.

[iv] Cfr. H. Kṻng, Della dignità del morire. Una difesa della libera scelta ,trad.it A. Corsi, V. Rossi, BUR Rizzoli, Milano, 2010.

 

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Fonte: APOCALISSE LAICA

 

CON LA SCUSA DEL TERRORISMO, CI LEVERANNO DEMOCRAZIA E DIRITTI

CON LA SCUSA DEL TERRORISMO, CI LEVERANNO DEMOCRAZIA E DIRITTI

dal Coordinamento Nazionale del MovES

Queste parole le ha pronunciate Stefano Rodotà.

È avvenuto con l’11 settembre e continua ad avvenire.

Torino ne è l’ultimo esempio e senza nemmeno dover usare l’alibi del terrorismo.

Abbiamo pubblicato ieri, 22 giugno, un documento riguardante proprio questo argomento, per quanto di grave sta accadendo in Europa grazie all’intesa raggiunta sulla difesa europea.

Siamo, dunque, anche oltre a quanto prefigurava Rodotà e abbiamo il dovere di esserne consapevoli.

Qui sotto uno stralcio dell’intervista che Rodotà ha rilasciato subito dopo l’attentato al Charlie Hebdo.

Da rileggere e non smettere di riflettere.
Per organizzarsi e agire per difendere la DEMOCRAZIA.

“Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice ‘l’unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile.’
E questo è sempre avvenuto, è avvenuto in particolare dopo l’11 settembre, vicenda che ho vissuto in prima persona perché all’epoca presiedevo i garanti europei e ho avuto una serie di contatti continui con gli Stati Uniti che chiedevano un’infinità di informazioni da parte dell’Europa, cui abbiamo in parte resistito.

E sul pericolo della democrazia: “Questo momento rappresenta un passaggio istituzionale importante, vi è una prepotenza governativa, rispetto alla quale i parlamenti non se la sentono di resistere: tanto in Spagna quanto in Francia, in sostanza c’è una accettazione sia della maggioranza che dell’opposizione. In Francia addirittura l’iniziativa è di un governo socialista, anche se sappiamo chi è Manuel Valls e perché è stato scelto. Tutto questo sta spostando l’attenzione e le garanzie nella direzione degli organismi di controllo giurisdizionali, cioè gli organismi che vegliano sulla legittimità di queste leggi dal punto di vista del rispetto delle garanzie costituzionali.

Che sono le Corti Costituzionali in Europa e negli Stati Uniti le Corti Federali.

Non vorrei che si dicesse “Eh cari miei voi la privacy l’avete già perduta perché la tecnologia in ogni momento vi segue e vi controlla”, perché la verità è che l’attentato ai diritti fondamentali legati alle informazioni viene dalla politica e questo è il punto. Non è la tecnologia.”

LE NUOVE TECNOLOGIE: TRA SEMPLIFICAZIONE COMUNICATIVA E “FASCISMO” ANTROPOLOGICO

LE NUOVE TECNOLOGIE: TRA SEMPLIFICAZIONE COMUNICATIVA E “FASCISMO” ANTROPOLOGICO

Schaivi dello smartphone

di Jean DE MILLE

È ormai opinione diffusa che la recente rivoluzione digitale abbia prodotto una tale massa di informazioni, ed insieme ad essa un correlato flusso comunicativo, che fino a pochi decenni fa sembravano addirittura impensabili.

Appare invece molto meno scontata la consapevolezza che, insieme a questo enorme sviluppo quantitativo, l’ultima veste indossata dalla tecnologia del capitale abbia generato nuovi e stringenti imperativi: primi tra tutti l’obbligo alla sintesi ed alla semplificazione, che i nuovi media inglobano nella loro struttura costitutiva, sotto l’apparente neutralità della tecnica.

“Il medium è il messaggio” scriveva McLuhan oltre mezzo secolo fa. Intendendo significare, con questo, che non risultano affatto fondamentali i contenuti trasmessi da uno strumento mediatico, quanto piuttosto la logica con cui il medium organizza la comunicazione, e le inevitabili ricadute di questa forma relazionale/cognitiva su tutto l’immaginario collettivo.

La tv ha plasmato due o tre generazioni di occidentali, ora è la volta dei media digitali.

I social media – questo è il punto che mi interessa ribadire e sottolineare – stanno cambiando alla radice le modalità della comunicazione, con riflessi evidenti sull’intera società e sulla stessa forma del pensiero.

La rapidità e la sintesi sono caratteristiche strutturali dei nuovi media, come possiamo constatare quotidianamente.

Chiunque si sottragga a questi imperativi rischia di vedere il suo messaggio ridotto all’insignificanza, il suo spazio comunicativo completamente azzerato.

Rapidità e sintesi, naturalmente, non passano senza determinare conseguenze: una semplificazione estrema delle modalità relazionali, l’incapacità di argomentare e di svolgere un confronto su basi logico-razionali, di incontrarsi dialetticamente sul terreno delle idee e delle mediazioni, sostituite tutte quante dalla logica binaria del mi-piace/non-mi-piace.

Se allarghiamo il nostro angolo visuale, possiamo vedere come l’effetto di questa rivoluzione comunicativa tenda inevitabilmente a generalizzarsi.

L’istanza semplificatrice indotta dalle nuove tecnologie travalica il loro ambito più o meno ristretto, ed influenza l’intera dinamica socioculturale.

Anche nel settore formativo proliferano modalità interattive basate su scelte rapide e non discorsive: è il caso dei famigerati quiz a risposta multipla, ad esempio, sempre più presenti all’interno delle istituzioni scolastiche.

Il circolo vizioso procede senza cesure, e prepara i suoi mostri.

Ed i mostri sono infatti tra noi, si manifestano nella pratica diffusa dei social e della più ampia comunicazione politica, attraverso forme sempre più radicate di autoreferenzialità, di chiusura, di incomunicabilità strutturale, di irrazionalismo, di intolleranza, di fanatismo, di violenza verbale.

Fino a sfociare in una rottura aperta del nostro paradigma discorsivo ed ermeneutico fondato sulla ragione illuminista.

Questa semplificazione indotta dalle tecnologie del capitale, questo impoverimento cognitivo e linguistico che impedisce la realtà autentica della com-partecipazione e del dialogo, approda infine a modelli culturali di stampo totalitario.

Diciamolo chiaramente: la semplificazione genera “fascismo”.

Un fascismo non ancora declinato politicamente e storicamente, ma che assume in modo sempre più netto dominanza antropologica.

Cosa c’è di più semplice ed irriflesso del fascismo, infatti? Il fascismo, e quei modelli politico-culturali che ad esso si richiamano, non conosce complessità o necessità di confronto.

Esiste la parola del Capo.

Verbo incarnato che non abbisogna di spiegazioni, ma che diventa immediatamente articolo di fede.

Esiste la furia orgiastica del branco, luogo in cui gli individui si sommano senza incontrarsi, al contempo isolati e omologati nell’apoteosi di una guerra rituale che esige e crea i suoi nemici, bersaglio di ogni frustrazione e ricettacolo di tutte le colpe.

Ed esiste, ancora, il sogno millenarista della palingenesi, della redenzione, della purezza ritrovata.

Esiste il mito fondativo della stirpe: un mito di sangue e terra, semplice, viscerale, in certa misura pre-umano, in quanto nelle sue forme irriflesse presente anche nella territorialità degli animali, e precedente alla cultura ed alla coscienza.

Esiste – ancora – l’impermeabilità ad ogni obiezione logica.

Esiste il feticcio di un pensiero che nega il pensiero in quanto tale: quello critico, relazionale, fondato sul dubbio e sulla ragione.

Esiste, per finire, una necessità storica: quella di interrogarsi sulla forma produttiva che ha generato le nuove tecnologie, e con esse i germi di un rinnovato fascismo.

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