BAVAGLIO ALLA RETE? FORSE, MA NON ALLA RIBELLIONE!

BAVAGLIO ALLA RETE? FORSE, MA NON ALLA RIBELLIONE!

 

 
di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile – MovES
Il caro Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, da tanti ritenuto inconsistente, è pronto a mettere il bavaglio all’informazione in rete.
La notizia è passata MOLTO in sordina, attutita e addirittura nascosta da chiacchiere ininfluenti con cui il sistema induce molti a parlare per distrarli, vedasi le dichiarazioni di Boschi sulla retribuzione delle calciatrici et similia.
Anche mentre scrivo (poco oltre le 2.30 del mattino), dopo aver cercato riscontri in rete anche presso le agenzie, la notizia di quanto possa esser accaduto ieri, non appare.
 
Infatti, giusto ieri in Senato, il nostro amato Gentiloni, ha tentato di far approvare il disegno di legge che introduce livelli di censura alle informazioni circolanti su Internet e sui social ma anche che tenta di ufficializzare (legittimare) la schedatura di massa sul web.
Come sopra esposto, non so come sia andata ma posso intuire comunque alcune cose.
 
Per esempio LOGICO pensare che questo tipo di proposta sarà gradita ad un ampio schieramento di forze.
Credo sia superfluo che ne elenchi le ragioni.
 
Chiunque detenga il potere, chiunque lo ambisca e chiunque viva nel suo cono d’ombra, se proprio non spera in questa legge, comunque non si dispiacerà poi molto se verrà approvata.
Di fatto essere sempre sotto ai riflettori e quindi soggetti a critica, di sicuro non è il meglio che si addica a qualunque forma politica non proprio coerente o cristallina nel pensiero e nell’agire che così sa di essere esposta perchè è sempre solo questione di tempo e di opportunità che qualcuno ci faccia sapere cosa si vuole nascondere.
 
Mai come oggi sappiamo quanto il potere, in sè e da sempre, usi sistemi comunicativi per acquisire CONSENSO.
Le voci critiche che, pur con grande fatica, riescono a destare dal torpore qualche coscienza, sono un grosso fastidio e fino a che ne rimarrà anche solo una, nessuno può sentirsi in salvo tra chi muove le file del sistema.
 
Dopo aver drogato l’informazione forse come solo Goebbels aveva fatto prima d’ora, dopo aver messo la maggioranza dei giornalisti in posizione prona con le labbra sulle scarpe del padrone del vapore, non contenti del fatto che neanche le fake-news, neanche i troll, neanche la creduloneria di molti, neanche gli haters hanno fermato l’informazione, ecco che siamo alle misure repressive.
 
Non siamo degli illusi, sappiamo che basta usare la rete, basta comprare su Amazon, basta usare Google Maps per essere tracciati e individuati, quindi niente di nuovo sotto al sole in questo senso, ma la novità vera è che adesso il nostro governo ha l’ardire di dichiararlo all’universomondo che ci imbavagliano e tracciano.
Se da un lato la situazione è tutt’altro che rosea, dall’altro però viene da pensare che se arrivano al bavaglio, è perchè cominciano a temere qualcosa e per questo, mi sento anche di dire, SMETTIAMOLA di dare più potere di quanto ne abbia chi sta sulle nostre teste come il giogo sopra al collo dei buoi: HANNO PAURA.
È dimostrato dai FATTI che, in politica, quando una particolare azione o un modo per comunicare non rappresentano un fastidio al sistema, questi se ne infischi bellamente e lasci fare.
 
Ma se si arriva alla repressione, allora vuol dire che il giro di vite è contestuale ad un pericolo che senza tanto andare a scavare è molto probabile sia legato alla perdita di CONSENSO e quindi il potere avverte l’insicurezza di tale passaggio.
 
Giusta pertanto la nostra preoccupazione ma al tempo stesso, sursum corda, popolo italiano che navighi nel web!
Il sistema ci sta dicendo cosa teme e, dunque, ci fornisce un’arma con cui colpirlo.
 
Quindi, invece di farci intimidire, usiamola contro di lui, appropriamoci dei suoi sistemi e colpiamo anche noi che siamo TANTI più di chi ci sta strangolando, difendiamo il nostro diritto di informazione!
 
E soprattutto, smettiamo di fare sempre lo stesso errore, di attuare le sempre le stesse dinamiche, di strutturare sempre la stessa sottovalutazione dell’avversario perchè forse è ora che cominciamo a guardare il nemico da un’altra angolazione, anzi, è ora che lo guardiamo bene in faccia!
 
Gentiloni non è innocuo solo perchè lo percepiamo come tale a causa di quella sua scriminatura che unitamente all’espressione dello sguardo, ne fa apparentemente un seminarista mancato e sempre pronto a dire solo sì. NON lo è, almeno quanto Renzi non è uno stupido e incapace.
Dal loro punto di vista sono stati capacissimi, visto che cos’hanno imposto al popolo italiano.
 
I veri incapaci siamo stati noi (almeno chi non ha usato il proprio pensiero critico per andare oltre la narrazione creata ad arte) che ci siamo accaniti sui personaggi da teatro dei burattini senza mai voler andare a vedere chi fosse il burattinaio su quel fondale nero.
 
Ma adesso abbiamo un’opportunità in più: SFRUTTARE gli strumenti che usa il sistema CONTRO di noi come diverranno sempre di più i social media, per far circolare quanto più possibile e quanto più velocemente, NON solo le informazioni ma anche le parole d’ordine: LOTTARE, RESISTERE, CAMBIARE, VINCERE!
E aggregare…e organizzarsi…e AGIRE!
 
E sì, perchè come ogni sistema, anche questo si può sconfiggere, checchè ne dicano i disillusi, i delusi e i rassegnati o quelli che passano la vita a dissertare di complotti.
TUTTO si può FARE.
Serve solo avere un buon progetto insieme a determinazione e volontà di CAMBIARE.
 
Cambiare, però, NON arredarsi la cella seguendo il solco dei vari partitucoli e schieramenti usciti dalla costola del PD che, per propri scopi di tipo elettoralistico e personalistico, ancora inseguono una politica che, MORTA e DECOMPOSTA, vaga in cerca di interpreti.
 
Cambiare, laddove residui un brandello di coraggio del sollevare la testa e dire NO!
Ma un fermo NO! anche a chi favorirà questa legge bavaglio per convenienze mentre se ne dice contrario, a chi parla ma non agisce, a chi, in pratica, fa da imbonitore di una larga fascia di persone – mistificando su nomi, definizioni, proclami e mancate azioni – ad un sistema di potere di cui ha comunque bisogno per poter esistere come entità politica che si autoperpetua.
E anche qualora dovessero riuscire ad imbavagliarci qui sulla rete, nessuna paura di quello che avverrà con questo provvedimento.
Gentiloni potrà anche imbavagliarci su Internet ma se quel lembo di coraggio residua ancora in tanti di noi, se sapremo metterlo a frutto, a nulla servirà il bavaglio, perchè noi abbiamo le strade, abbiamo le case, abbiamo i luoghi di lavoro dove andare a portare le nostre azioni e le nostre voci.
Anzi, LÀ, già siamo e saremo!
E, se vorranno fermarci, dovranno venire a prenderci.
Dovranno dichiarare al mondo che siamo sotto dittatura.
 
Noi li aspettiamo in quelle strade ma sappiano però, che non saremo soli ad attenderli e saremo tantissimi.
Allora sì, allora vedremo chi è realmente più forte, perchè potranno chiuderci la bocca ma, le nostre idee, davvero non moriranno mai.

Oggi, ancora più di ieri.

UNA NOTTE AL MUSEO CON FRANCESCHINI E I SUOI FANTASMI

UNA NOTTE AL MUSEO CON FRANCESCHINI E I SUOI FANTASMI

 

di Antonio CAPUANO – Coordinatore Nazionale del MovES

Una notte al Museo: Franceschini, i Direttori e i fantasmi di una Pubblica Amministrazione allo sbando.

Aveva fatto scalpore qualche mese fa la vicenda delle nomine dei Direttori di alcuni dei maggiori Musei nazionali, con l’incarico affidato a soggetti stranieri e l’impugnazione del verdetto presso il Tar del Lazio, da parte di uno dei soggetti esclusi con conseguente annullamento delle nomine stesse.

Adesso in vista della sentenza del Consiglio di Stato in merito attesa per il prossimo 26 ottobre e della polemica scoppiata in merito ai concorsi universitari pilotati, il tema della inefficienza della Pubblica Amministrazione torna più che mai d’attualità.

Quello che deve essere chiaro è che urge con forza una netta inversione del paradigma dato che la corruzione non è la causa dell’inefficienza del sistema, ma ne è l’effetto e finchè non si comprenderà questo, continuando genericamente a fare campagna elettorale sulla lotta alla corruzione, allora nel concreto non cambierà mai nulla,

Infatti se ci si limita a dire di voler combattere una generica corruzione, senza però intervenire strutturalmente riformando un settore pubblico che la facilita in tutte le sue infinite declinazioni, allora resta la mera propaganda elettoralistica e nel concreto non si aiutano i Cittadini schiacciati tra un fisco opprimente, i ricchi che evadono le tasse e uno Stato che non funziona.

Per cambiare un sistema e tutte le degenerazioni che esso crea, come appunto la corruzione, bisogna conoscerlo a fondo in tutti i suoi aspetti e non limitarsi ad una narrazione strumentale e meramente politica dei fatti, come avvenuto ad esempio appunto nella vicenda dei Musei.

Una Pubblica Amministrazione efficiente e funzionale poggia su 5 punti cardine: Efficacia, Economicità, Pubblicità, Trasparenza e un impianto normativo solido, se manca anche uno solo di questi si presta il fianco a corruzione, incompetenza e pericoli di varia natura e pansate cosa accade se, come nel nostro sistema, queste voci mancano praticamente tutte.

Accade che un Ministro dei beni culturali faccia confusione, ponendo in nullità nomine apicali e paralizzando un settore strategico chiave come il turismo e che il nostro sistema universitario lasci scappare le sue eccellenze all’estero riducendosi ad una mera rete clientelare fondata sul fitto scambio di favori, sul paternalismo e su un’incompetenza di comodo che si riflette drammaticamente sul livello della classe dirigente di questo Paese.

La soluzione non può semplicisticamente risiedere nelle privatizzazioni selvagge ovviamente, perché lavarsene le mani e cedere ai privati settori chiave per la qualità della vita dei cittadini quali Sanità, Cultura, Istruzione etc. abbandonando così al proprio destino le classi più disagiate e deboli, sarebbe l’ultimo grande favore alle destre e il vero punto di non ritorno per una Sinistra che sia sostanzialmente tale e non usi invece una certa nomenclatura classica solo per ragioni di comodo.

Un Paese civile e un Popolo felice, non possono prescindere da una macchina Statale che coinvolga il cittadino, lo supporti e lo tuteli a tutti i livelli in modo efficiente e trasparente, va da sè che un cittadino che senta lo Stato come un fedele alleato e non come un nemico pronto a pugnalarlo alle spalle, sarà anche più propenso ad adeguarsi al sistema, anziché eluderlo in maniera poco lecita.

Lavorare sulla causa, è l’unico modo per prevenire davvero l’effetto, soprattutto in un momento storico in cui la gente ha bisogno di risposte concrete ai problemi e non scappa più via appena sente gridare al lupo,

La linea sottile tra uno Stato efficiente e uno Stato allo sbando, passa dalla considerazione del proprio interlocutore di riferimento, dato che il cittadino se rispettato collabora, mentre il suddito prima o poi, inevitabilmente si ribella.

 

LE DICHIARAZIONI DI GUERRA SI FANNO SU TWITTER

LE DICHIARAZIONI DI GUERRA SI FANNO SU TWITTER

Max Cavallari ph.

 

di Luigi BRANCATO

La macchina della guerra abbraccia sapientemente i nuovi mezzi di comunicazione perché a lei perfettamente funzionali.
E mette a nudo ancora una volta la sua malata antidemocratica retorica.

Ovviamente i social network difendono la decisioni di non rimuovere il tweet di Donal Trump. I suo tweet, dicono, sono di interesse pubblico. Ovvimente posizioni contrastanti vengono prontamente rimosse in quanto ‘non conformi alle politiche del social network‘.

E così, come accadeva con le tv e le testate giornalistiche di regime, solo una verità traspare. Ma adesso senza la ‘supponenza’ di voler fare informazione, quindi in maniera ancora piú subdola.

E così durante la pausa caffè al lavoro, ci rendiamo conto che il parrucchino più amato in USA ha distrattamente dichiarato guerra alla Corea del Nord in meno di 25 parole.

Non serve dare motivazioni politiche articolate per raggiungere il popolo e convincerlo, a chi servono elogi della guerra? È sufficiente impressionare con frasi forti e violente.
Possibilmente in pochi caratteri, con un tweet. Perché diciamocelo, al giorno d’oggi chi ha tempo di leggere lunghi e complessi articoli di analisi politica. Chi ha voglia di informarsi per costruirsi un pò di senso critico?

Perché per fare politica non servono consapevolezza, coscienza e conoscenza. Coerenza e onestá sono sopravvalutate.
No, bisogna avere l’ X-Factor.

Ce ne accorgeremo però, che la vita non è un film.
Con le bombe ad idrogeno, con esplosioni degne dei migliori film di Hollywood, con sangue che schizzerá come fosse ketchup.

Ma non perderemo tempo a piangere.
Posteremo video dei nostri cari sotto le macerie, selfies con bambini macellati e donne stuprate. E ci indigneremo.

Su Facebook, però, con post incazzati e faccine arrabbiate. E poi condivideremo foto di gattini e 10 cose incredibili che non sapevi di poter fare con i tappi di sughero.
Amen.
NUOVE ARMI: I ROBOT PROGRAMMATI PER UCCIDERE

NUOVE ARMI: I ROBOT PROGRAMMATI PER UCCIDERE

di Nia GUAITA

Nuove armi: i robot programmati per uccidere. La scorsa settimana, più di 100 esperti di tecnologia hanno scritto una lettera aperta alle Nazioni Unite, chiedendo di vietare le armi capaci di uccidere in modo autonomo.

Tra i 116 firmatari ci sono:
Mustafa Suleyman, cofondatore e capo di AI (Intelligenza Artificiale) applicata presso il DeepMind Technologies di Google (UK);
Elon Musk, fondatore di Space X e OpenAI (USA);
Toby Walsh, scienziato e docente di intelligenza artificiale presso l’Università del Nuovo Galles del Sud (Australia);
Esben Ostergaard, fondatore e CTO di Universal Robotics (Danimarca);
Yoshua Bengio, fondatore dell’AI (Canada);
Jerome Monceaux, fondatore di Aldebaran Robotics, creatori di robot Nao e Pepper (Svizzera).

Nella lettera scrivono:

“Le armi autonome letali minacciano di rivoluzionare la guerra. Una volta sviluppate, consentiranno ai conflitti armati di essere combattuti su una scala più ampia che mai e più veloce di quanto l’uomo possa comprendere…….
Queste possono diventare armi del terrore, le armi che i despoti e i terroristi potranno utilizzare contro popolazioni innocenti…… Una volta aperto questo vaso di Pandora, sarà difficile chiuderlo”.

La lettera è stata presentata da Toby Walch, all’apertura della Conferenza Internazionale sull’Intelligenza Artificiale a Melbourne ed è la prima volta che gli esperti di intelligenza artificiale e le aziende di robotica hanno preso una posizione comune su questo tema.

Nel dicembre del 2016, le Nazioni Unite hanno votato per iniziare colloqui formali sul futuro di queste armi. Finora, solo 19 dei 123 Stati membri hanno votato per un divieto totale.

 

PIETRO CALAMANDREI: IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA

PIETRO CALAMANDREI: IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA

Piero Calamandrei

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?

Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali.

C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.

Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito.

Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.

Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.

Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.

L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato.

Lasciare che vadano in malora.

Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.

Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private.

Non controllarne la serietà.

Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare.

Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto.

Dare alle scuole private denaro pubblico.

(Discorso di Piero Calamandrei, III congr. dell’Ass.ne Difesa Scuola Nazionale, Roma 11/2/1950)

OLIVETTI: UN’UTOPIA CHE VOLEVA DIVENTARE REALTA’

OLIVETTI: UN’UTOPIA CHE VOLEVA DIVENTARE REALTA’

Olivetti, negozio

da Pandorarivista.it

Il 4 agosto 1932 Adriano Olivetti trasforma la “Ing. C. Olivetti & C.” di Ivrea, nella società Olivetti di cui diviene prima direttore generale e poi presidente.

L’azienda, prima fabbrica italiana di macchine per scrivere, era stata fondata nel 1908 dal padre Camillo, imprenditore di idee socialiste ed oppositore del fascismo (Nel ’26 era stato, insieme a Ferruccio Parri, Carlo Rosselli e al giovane Adriano, tra gli organizzatori dell’espatrio clandestino di Turati).

Durante la direzione di Adriano, la Olivetti divenne una delle più importanti eccellenze del capitalismo italiano, arrivando a produrre il primo calcolatore completamente a transistor, l’Elea 9003, nonché il primo calcolatore personale, progenitore dei personal computer.

Ma la Olivetti fu anche un luogo in cui venivano sperimentate filosofie di gestione aziendale nuove e innovative per l’epoca, nel tentativo di coniugare profitto, benessere dei lavoratori e utilità sociale dell’impresa.

I dipendenti ricevevano salari più alti della media e godevano di servizi ulteriori. L’azienda assumeva anche artisti, filosofi, scrittori, disegnatori e poeti e prestò sempre grande attenzione alle discipline architettoniche, urbanistiche e sociologiche, divenendo anche un importante centro di elaborazione intellettuale.

Vennero sperimentate nuove forme di contrattazione aziendale.

Fra le imprese private (l’unico altro caso è quello delle partecipate statali) fu infatti solo l’Olivetti che si interessò alle funzioni specifiche per ciascun dipendente e ai problemi posti dai rappresentanti dei lavoratori, nei cui confronti vigeva, da parte dei dirigenti, un profondo rispetto, poiché questi vedevano nella conflittualità un elemento fisiologico.

A tale riguardo si può ricordare come l’azienda difese i posti di lavoro nel 1964, applicando una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, in modo da non perdere nessun dipendente, accompagnata da un’integrazione tramite la Cassa Integrazione Guadagni ordinaria.

Purtroppo con la prematura morte di Adriano Olivetti, avvenuta nel 1960 e seguita un anno dopo da quella di Mario Tchou, geniale ingegnere alla guida della pionieristica Divisione Elettronica, emersero le difficoltà dell’azienda, soprattutto per via di un capitalismo privato non in grado di poter gestire un colosso che si collocava sulla frontiera dell’innovazione, cosa che implicava tutta una serie di rischi.

Poco dopo la morte di Olivetti, infatti, entrarono nel capitale dell’azienda nuovi soci, Fiat, banca IMI, Centrale, Mediobanca e Pirelli, che non credevano nella nuova scommessa.

Come ebbe a dire Vittorio Valletta “ Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”, ad indicare gli enormi limiti del capitalismo privato italiano ad assumersi i rischi dell’innovazione.

Anche da parte del pubblico mancò sempre la consapevolezza di quanto i nuovi settori fossero strategici e dunque della necessità di sostenerne lo sviluppo con ingenti commesse pubbliche, come avveniva negli Stati Uniti e in altri paesi. Nel 1964 la Divisione Elettronica sarà venduta a General Electric.

Con la morte di Adriano Olivetti cessa la “fase eroica” di Olivetti, che cercherà di reinserirsi successivamente nel settore informatico e si dedicherà in seguito anche alla telefonia mobile.

Attualmente fa parte del gruppo Telecom Italia.

Resta però la memoria di un periodo incredibilmente innovativo, da cui bisognerebbe recuperare diverse lezioni e innumerevoli intuizioni su un modo innovativo di guardare ai rapporti tra impresa, lavoratori, territorio e società.

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