GENOVA, IL NOSTRO DOLORE, LA NOSTRA RABBIA

GENOVA, IL NOSTRO DOLORE, LA NOSTRA RABBIA

genova

 

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra [MovES]

 

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Una giornata prefestiva di una settimana ferragostana che è stata torrida. Molte fabbriche e aziende chiuse. Altre continuano a lavorare. Le ultime partenze per il Ferragosto. E finalmente piove. Piove su tutto il nord e piove a Genova.
Genova. La A10 e il lavoro. E quegli ultimi chilometri verso gli imbarchi, verso il Ponente, verso la Francia.
Genova. D’improvviso, un soffio cruento che interrompe il flusso di tante vite, di spensieratezza, di agognato riposo, di lavoratori che si muovono nell’andirivieni dei veicoli.
Genova. D’improvviso il crollo. Le morti. L’orrore.

 

La notizia attraversa i media e in poco raggiunge tutti gli italiani. Nessuno vuole credere sia potuto succedere.
Un intero ponte crollato, è il tratto di viadotto che attraversa l’abitato. Il pensiero corre alle altezze, al precipitare, ad un gigante che incolpevole si è seduto con la sua massa di cemento, ferro e detriti sulle vite di tanti, sulle loro case, sulle loro speranze, sul loro futuro.

Si resta inebetiti, attoniti, sgomenti…
Il primo pensiero che ti sale alla mente: “…impossibile, non può essere successo davvero...” ma le immagini che scorrono, mentre il gigante si sbriciola, sono lì, sono sotto agli occhi di tutti. Lì e davanti agli occhi terrorizzati di altri esseri umani che ha chiuso per sempre.

In un lampo capisci cos’è successo. Capisci il perchè, le ragioni, le cause.
Aspetti, ti dici che non sarà così mentre dentro SAI perchè è accaduto ma speri di sbagliarti perchè un simile orrore lo rifiuti, perchè malgrado sai che chi ha causato quella strage sia capace di tutto, continui a non volerlo credere. È troppo anche per te.

Speculazione, degrado e incuria, prima, mancata manutenzione e intensificazione del traffico, dopo, per fare ancora più soldi, tanti soldi, montagne di soldi. No no no no, impossibile, pensi-speri ancora di sbagliarti.
Le ore passano e il pensiero continua a correre a quelle mani che scavano frenetiche, addolorate per ciò che trovano, agli occhi che non vogliono trovare solo morti, ai cani che fiutano, che guaiscono per raggiungere chi è sepolto sotto montagne di ferro e cemento sbriciolato. E ti manca il respiro, quasi ci fossi anche tu, là, sotto a tutto quel peso. Altre ore e ancora le stesse sensazioni.
Infine la conferma.

Ti assale una commistione di dolore profondo e sordo, di rabbia, di orrore senza soluzione di continuità. Genova ce l’hai nella mente, negli occhi, nei brividi che ti attraversano pensando agli ultimi istanti di chi precipitava, di chi si è salvato per un soffio davanti al baratro che si apriva dinnanzi alle ruote del suo veicolo, di chi è ferito ma non sa come, non sa quanto. E soprattutto non sa il perchè. Non lo sa ancora.

Ma tu, invece, lo sai. E sai già che quell’orrore è avvenuto a Genova come poteva avvenire ovunque in Italia, in Europa, in ogni parte di questo disgraziato spaccato di mondo ormai devastato e distrutto da un potere profondamente criminale che impiega un istante a spazzarti via dalla faccia della Terra solo per ingoiare, ingurgitare, incorporare patologicamente palate di denaro che non potrà spendere in tutta la sua esistenza e in quella delle sue discendenze. Solo per arricchirsi e per sentirsi onnipotente sapendo di poter decidere chi vive e chi muore.

Un gioco perverso quello che si è materializzato ieri a Genova. Genova, Italia. Genova, Europa.
Dopo ore ed ore, siamo ancora tutti a Genova, davanti a quelle immagini. Storditi, straniati, atterriti, spersi…
In giro c’è silenzio. Non solo perchè Ferragosto è alle porte. Un silenzio surreale.
Si parla di Genova, ci si guarda in faccia l’un l’altro e lo smarrimento è come pietra.
Chi non è mai passato di lì, specie vivendo al nord?

Un amico dice: “Ci sono passato ieri!”. Poteva capitare a lui, poteva capitare a tutti.
Ed ecco il mostro affacciarsi alla mente: SIAMO TUTTI IN PERICOLO.
Mai come oggi, in questa immensa roulette russa a cui il potere neoliberalista ci obbliga,  NESSUNO è salvo.
Ci hanno ridotti ad essere un gregge di agnelli sacrificali da immolare senza nessuna esitazione, retropensiero, dubbio e scrupolo, in nome del capitalismo più feroce e predatorio mai visto nella storia dell’Italia repubblicana.

Questo è un paese che troppo spesso è stato attraversato da disastri annunciati e voluti, costati vite umane. Stragi.
Da ieri piangiamo altri nostri morti innocenti sacrificati senza ragione e spaventa perchè ci ricorda che siamo esposti ad un pericolo che incombe sulle teste di tutti in qualunque momento, in qualunque contesto.

Un profitto massimizzato cui non importa per nulla della conta dei morti.
Un ponte instabile sin dalla sua realizzazione, a quanto pare, che ha mostrato i segni della sua incapacità da sempre. (I primi scricchiolii…)
Negli anni, però, il traffico era tale da essere tollerabile dalla statica del ponte.
Poi, con la privatizzazione del 2002, i carichi sono aumentati esponenzialmente. (Un altro sinistro scricchiolio…)
In Parlamento un senatore presenta un’interrogazione per il Viadotto Morandi denunciandone la pericolosità. Nessuna risposta. (Un altro scricchiolio ancora…)
Un esponente di Confindustria ligure, denuncia e predige il crollo. (E ancora uno…)
Tecnici qualificati insistono nel dire che si debba intervenire in fretta e radicalmente. Silenzio… (Gli scricchiolii continuano uno dopo l’altro…)
Il governo PD di ieri, col suo silenzio carico di colpe e responsabilità, coi suoi tanti Delrio che si sono lavati mani e piedi nel sangue dei morti di oggi, sono gli ultimi carichi destabilizzanti del Viadotto Polcevera e del ponte Morandi.
La Gronda che poteva sgravare i pesi in transito, non si è fatta perchè “Autostrade per l’Italia ha garantito che il ponte starà su per almento 100 anni”. Solo tre mesi fa l’ok ai lavori.
Poi il dissesto idrogeologico di cui la Liguria è uno degli emblemi più dolorosi in Italia, per le ferite inferte sistematicamente al suo territorio. Ma intanto i governi parlano di TAV, di TAP, di grandi opere, sulla scorta di una simile orrenda prospettiva regolata solo dal profitto.
Ieri l’ultimo, definitivo scricchiolio. E Genova è ferita mortalmente.
Ferita nei morti che giacciono sui tavoli degli obitori dei suoi ospedali. Ferita per il dolore dei famigliari delle vittime.
Ferita per l’orrore che resterà negli occhi di chi si sarà salvato e di chi porterà i segni fisici per sempre.
Ferita nei tetti su cui il gigante si è seduto spazzando via le case a 440 persone che sono dovute sfollare.
Ferita nelle attività produttive e portuali, nel turismo, nelle vie di comunicazione spezzate in due. E non si sa chi ringraziare che la catastrofe sia avvenuta in una settimana in cui la maggioranza delle aziende chiudono. Diversamente, come sarebbe stata la conta dei morti?

Questo è un capitalismo che mette sul piatto costi e benefici come in una grande scommessa.

 

È agghiacciate solo a pensarlo, peggio ancora a dirlo ad alta voce: Genova è la conferma definitiva per tutti che per questo capitalismo meglio rischiare i morti al fare interventi risolutivi.

COSTA MENO dover risarcire, a tragedia avvenuta, i danni collaterali (così definiscono le vite che spezzano) del mettere in sicurezza in qualunque modo, per evitare catastrofi.

 

Un capitalismo che conta sulla complicità dello Stato coi suoi tempi della giustizia che giustizia non è mai.
Genova sarà un’altra pagina nera di quella giustizia. Una peggio di tante accadute in precedenza.

Il profitto di un capitalismo che gioca sporco e senza freni e manda a schiantarsi al suolo poveri e ignari innocenti, perseguendo la volontà criminale di un arricchimento sfrenato che lacera le carni vive del paese.
Ma i rincari delle Autostrade ogni 1° gennaio sono immancabili e Atlantia – la S.p.A. che gestisce questo tratto di rete autostradale di cui la famiglia Benetton è il maggiore azionista – ha incassato 1 miliardo e 100 milioni di utili che non sono andati in interventi strutturali ma in dividendi per gli azionisti.

Un profitto che distrugge tutto senza conoscere mai pietà, che non bada al sangue delle vittime e alle famiglie che devasta e consegna alla disperazione totale, che si nutre della giustizia non giustizia.

Il viadotto Morandi di Genova che si è seduto col suo peso mostruoso sulle vite di tanti innocenti asfissiandole, schiacciandole e stritolandole fino a distruggerle, è la piena rappresentazione di come quel capitalismo – attraverso la sanguinaria massimizzazione del profitto che attua – sta asfissiando, schiacciando e stritolando le vite di tutta una umanità colpevole solo di non appartenere a quell’1% di popolazione mondiale che accresce la sua onnipotenza giorno dopo giorno mediante l’annientamento di intere popolazioni.

 

Un profitto che da ieri a Genova, ci lascia una volta di più sgomenti e rabbiosi.
Che spacca il cuore e lo affoga in un dolore sordo che dal profondo urla un disperato e determinato: BASTA!

 

IL DITO E LA TRAVE (ce lo chiede il mercato!)

IL DITO E LA TRAVE (ce lo chiede il mercato!)

trave

 

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile [MovES]

 

Leggo che a Brescia, comune che si è recentemente riconfermato piddista e in una provincia profondamente cattolica, leghista, sostanzialmente piccolo-borghese, hanno trovato il cadavere di un anziano – che viveva solo – dopo giorni.
Lo stesso è avvenuto a Roncadelle, comune in cintura a Brescia, dove una donna anziana, morta da sola, ha subito la stessa sorte: anche lei trovata dopo giorni.

Insomma, tanto fanfaronare di entrambe le forze politiche ma nessuna delle due, ovviamente, ha mai attivato anche su questi ancora abbastanza ricchi territori (lo sono anche oggi malgrado la stagnazione economica in cui è l’Italia) un sistema di servizi sociali che monitorino soprattutto gli anziani soli e le persone in difficoltà.

L’assenza di stato sociale è OVUNQUE in Italia, non solo in quest’area, ma a Brescia e provincia fa due volte più senso per il comportamento sociale ipocritamente cattolico e falsamente moralista, oltre che ridondante di slogan e propaganda sulla famiglia, sulla tradizione o sui buoni valori della solidarietà targata con il sigillo papale o le magliette rosse.

Già me li immagino i discorsi delle persone comuni delle zone interessate da questi ultimi fatti: contrizione, partecipazione formale, riprovazione stile “il mondo va a rotoli e non esiste più l’umanità”.
Ma poi, basta che un Erik Gandini qualunque – regista bergamasco che vive in Svezia – racconti che là si muore soli (anche se non è comunque la norma benchè sia stata fatta sembrare tale), ed ecco che praticamente tutti si sentono rassicurati, perchè se accade dove il welfare funziona, sono subito pronti a sentirsi leggitimati a dire il solito “figuriamoci in Italia”.
Et voilà, è così che tutto resta ciò che è e diventa rassegnazione in luoghi come questi.

È proprio dinnanzi a simili contesti che la consapevolezza del dover rompere la gabbia dell’euro e con i trattati europei, diventa una certezza granitica.
Altresì ci si rende sempre più coscienti che solo la nascita di un fronte socialista, anticapitalista e antiliberista, non è più rimandabile.
Il mantra della sinistra imperiale non dà tregua e la massa preferisce credere perchè dopo anni di condizionamento, rifugge come la peste il solo pensiero di una rottura con questo sistema, vagheggiando tragedie su una possibile uscita che invece sono già una concretezza nel quotidiano di ciascuno.

Il fatto è che si continua a raccontarsela ma la realtà non mente.
Le ragioni di un simile abbandono di ogni essere umano a se stesso sul proprio territorio, infatti, a volerle vedere sono ormai note, dato che i comuni non hanno risorse da investire a causa del patto di stabilità imposto dalla UE, la quale spinge inoltre alla privatizzazione dei servizi al cittadino, in maniera parossistica.

 

Però, ok, se vi piace così, andiamo avanti a raccontarci frottole e la vita ci sorriderà.
Come l’effetto del dito nel culo di cui parlavano gli Squallor nella loro canzone degli anni ’70.
Solo che con questo sistema di potere, il dito è diventato una trave.
TURCHIA: POSSIBILITÀ, EFFETTI ED ESITI DELLA CRISI

TURCHIA: POSSIBILITÀ, EFFETTI ED ESITI DELLA CRISI

turchia

 

 

di Giuseppe MASALA

 

Questi (nel grafico, ndr)  sono i sistemi finanziari maggiormente esposti con la Turchia. Ad occhio e croce complessivamente il sistema finanziario dell’area euro è esposto per buoni 200 miliardi di dollari. Quanto basta per terremotare tutto.

Ora il punto è semplice ed è una regola aurea eterna: quando il debito è grosso il problema non è del debitore ma del creditore. Dunque l’Europa si trova a dovrer inventarsi qualcosa perché la cosa non precipiti.

Le possibilità sono tre:

1) Salvare la Turchia con una linea di credito probabilmente della BCE. Ma è politicamente praticabile che la UE intervenga anche per salvare la Turchia? Sarebbe benzina sul fuoco del populismo;

2) Lasciar affondare la Turchia e salvare le banche europee impelagate nelle sabbie mobili anatoliche. Ma anche questo è politicamente costosissimo;

3) Andare a Washington e strisciare ai piedi di Trump implorando pietà. Solo i fessi non capiscono che il repentino crollo della lira turca è figlio dell’utilizzo di armi finanziarie della Full Spectrum Dominance USA. Utilizzo dovuto a questioni di ordine politico e militare. Detto questo, anche questa scelta non è priva di costo per gli europei: Trump chiederà un contraccambio molto alto.

L’intervento del FMI (a parte il fatto che Erdogan non lo chiederà mai) mi pare un’ipotesi difficile davvero: ma voi ce lo vedete il Sultano della Sublime Porta a prendere ordini da un Cottarelli? Possibile invece un intervento della Cina (e della Russia) se richiesto dai turchi. Di fatto significherebbe l’uscita di Istambul dall’orbita Nato e occidentale. Con le conseguenze politiche facilmente immaginabili.

Tutto il resto sono chiacchiere.

Ci sarebbe invece da domandarsi su cosa sia l’Euro e se esso sia davvero utile.
A me pare che i costi siano ormai più alti dei benefici.
Poi bisognerebbe domandarsi anche che cosa faccia la vigilanza della BCE se non ha messo uno stop ai prestiti nei confronti di un sistema-paese esterno all’area euro.

 

Se poi tutti dicono che era evidente il deterioramento degli indici macro della Turchia perché la BCE non si è accorta di nulla? Mah.
POPULISMO, DEMOCRAZIA E IL RUOLO DEGLI INTELLETTUALI

POPULISMO, DEMOCRAZIA E IL RUOLO DEGLI INTELLETTUALI

intellettuali

 

 

di Andrea ZHOK

 

Ho appena letto un interessante articolo di Paolo Ercolani (“Vaccini: l’ignoranza è più popolare della conoscenza”) che mi ha fatto riflettere. Mi ha fatto riflettere in particolare perché avevo appena dialogato con alcune persone, culturalmente formate e ben informate, che però nell’articolo di cui sopra, in quanto scettici verso le autorità, ricadrebbero nell’ambito dei “sudditi ideali”.

Nell’articolo, con un certo involontario senso del paradosso, questi cittadini, definiti “scienziati improvvisati e tuttologi dilettanti” sarebbero “sudditi ideali” perché NON obbediscono all’autorità, ma cercano di farsi attivamente una propria opinione. In sostanza, dopo che per una vita ci hanno insegnato che pensare con la propria testa è il sale di una cittadinanza consapevole, ora chi non accetta acriticamente l’autorità sarebbe addirittura carne da “totalitarismo”.

 

A scanso di equivoci, l’autorità di cui si parla non è mai una pura e semplice autorità scientifica, ma un’autorità scientifica cui ricorre ad hoc un’autorità politica.

 

Ora, in questo pezzo, come in molte altre riflessioni dello stesso tenore, vi è a mio avviso un fraintendimento di fondo del fenomeno generale cui stiamo assistendo, fraintendimento che va ben al di là della questione dei vaccini, di cui qui mi disinteresserò.

Parrebbe che il confronto attuale trovi da un lato autorità indiscusse, al di fuori di ogni tentazione e di ogni pressione, che essendo guidate dalla purezza del bene pubblico, si ritrovano per puro spirito di servizio a prendere iniziative politiche. E dall’altro lato ci sarebbe un popolo carogna, presuntuoso e diffidente che – vai a capire perché – non si fida a scatola chiusa oramai di nulla.

Ora, nelle moderne società complesse siamo tutti, senza eccezioni, degli ignoranti. Nessuno ha competenze all’altezza degli specialisti in nessun settore di pubblico interesse, salvo, per gli specialisti appunto, il proprio.
Ma al contempo tutti sono chiamati dalla forma stessa del governo democratico ad esprimere la propria volontà, NON su contenuti scientifici, ma, eventualmente, sulle conseguenze politiche di tali contenuti.

Da nessuna verità di fatto, anche concesso sia tale, discende mai per deduzione alcuno specifico dovere, alcuna specifica norma o imposizione. Tra la constatazione di un fatto e l’applicazione politica ci sono molte intermediazioni.

Quando verità, o presunte tali, si traducono in iniziative politiche tutti sappiamo che quelle verità devono essere entrate in una valutazione complessiva di costi e benefici, che ne ha reso la componente veritativa soltanto, nel migliore dei casi, un punto di partenza.
Nel caso, il più frequente, di pretese verità economiche la natura stessa della scienza economica fa spazio per un’ampia componente normativa, che esula dallo spazio delle mere ‘verità di fatto’.

In questo contesto la valutazione pubblica del ‘valore di verità’ delle decisioni politiche passa attraverso una serie di presupposti prospettici.

1) Non c’è bisogno di essere dei teorici del complotto per sapere che tutte le decisioni pubbliche sono sottoposte ordinariamente a pressioni e contropressioni da parte di agenti economici che pensano di poter trarne vantaggi o svantaggi. Solo piccola parte di tali pressioni e contropressioni avviene in forma pubblica.

2) Non c’è bisogno di immaginare alcun complotto di un grande fratello mediatico, per sapere che la gran parte delle iniziative politiche, da quando esistono i media, vengono prese sulla scorta di emergenze e allarmi mediaticamente amplificati. Le cosiddette ‘fake news’ sono esistite da sempre, ben prima che ci fosse niente di simile a internet, e molto spesso si è trattato di orchestrazioni rivolte ad ottenere specifici risultati politici (dalle fake news scioviniste sui giornali che preparavano alla Prima Guerra Mondiale alle fialette di presunte armi chimiche sventolate all’Onu, o, nel nostro piccolo, alle ‘piste anarchiche’ dello stragismo italiano, ecc. ecc.).

3) Tutti sappiamo che la capacità di pressione di organismi economici privati sulla politica non è mai stata così forte nella storia (e gli stati mai così deboli). Al tempo stesso, il principale movente che viene politicamente, e anche eticamente, legittimato ovunque è la ricerca del successo economico.

 

Date queste tre premesse, è sensato attendersi che l’infida plebe non nutra alcuna diffidenza rispetto ai proclami che tutto si fa nell’esclusivo e purissimo interesse del bene pubblico?

 

Quest’impasse, proprio per l’oggettiva difficoltà odierna di ciascun cittadino di farsi un’idea informata su temi complessi, non può essere affrontata, come invece accade, con la sufficienza e l’arroganza di chi sbotta sulla comoda e presuntuosa ignoranza della plebe.

Chi, sul piano politico, reputa che gli sia dovuta una qualche fiducia aprioristica non ha proprio capito in quali tempi viviamo. È non solo inevitabile, ma profondamente giusto che le persone cerchino di informarsi autonomamente, rispetto a quanto gli viene proposto dall’autorità politica protempore in carica. E il mezzo più potente per farlo oggi passa attraverso la rete. Naturalmente in rete si trova di tutto, dalle bufale agli articoli scientifici. Ma questo non è un buon motivo, una volta di più, per assumere toni sprezzanti rispetto ad informazioni derivate dalla rete, tanto più di fronte alla sempre minore autorevolezza e profondità delle fonti mediatiche ufficiali. Oggi qualunque ricercatore scientifico in qualsiasi disciplina trova in rete più o meno tutto ciò di cui si serve sul piano documentale. Naturalmente la sua expertise sta nel sapere come e dove cercare, e ciò è cruciale. Ma ogni atteggiamento di sufficienza verso il mezzo è pateticamente fuori luogo.

In questo quadro, che non è il frutto di occasionali complottismi o della presunzione della plebe, ma il frutto obbligato delle odierne dinamiche democratiche e politiche, l’atteggiamento più sbagliato che si possa concepire da parte degli intellettuali (giornalisti come accademici), è quello di arroccarsi in qualche forma di ‘ipse dixit’ fuori tempo massimo.

Non c’è mai stata un’epoca della storia in cui un ruolo pubblico degli intellettuali, nutrito dall’intento bicipite di cercare l’obiettività e di farsi capire, sia stato più necessario. Questo proprio perché anche persone che dedicano tutta la propria vita allo studio sono, di volta in volta necessariamente ignoranti su questo o quel tema, e nel momento in cui si tratti di temi che portano a decisioni normative (politiche) quelle stesse persone hanno l’esigenza, il diritto, e persino il dovere, di farsi un’opinione autonoma.

Sciaguratamente, invece di uno sforzo di ascolto e comunicazione, la reazione cui ci si trova di fronte sempre più spesso è o l’arroccamento dogmatico in molteplici ‘si sa’ (difetto prevalentemente accademico), oppure, peggio, a campagne mediatiche strumentali e a senso unico, che screditano ulteriormente l’autorevolezza di chi fa informazione.

Invece di una politica che alimenta la trasparenza dei processi decisionali e che supporta la capacità di formazione/informazione autonoma da parte di tutti, ci siamo ritrovati costantemente di fronte ad una politica intessuta di doppie verità (una edulcorata per la plebe, l’altra per gli addetti ai lavori), ad una politica capace di muovere leve mediatiche, e poi anche di agire sulla base di emergenze mediatiche, e infine ad una politica che di fronte al crescente distacco della gente replica con lo sprezzo verso gli ‘ignoranti’.

 

 

 

AUFSTEHEN: IN EUROPA SI STA ALZANDO UN VENTO NUOVO

AUFSTEHEN: IN EUROPA SI STA ALZANDO UN VENTO NUOVO

aufstehen

 

 

di Dario BIANZANI – [Coordinatore Nazionale MovES]

 

Europa: a sinistra e fuori dagli schemi di quel socialismo e di quelle socialdemocrazie ormai completamente distrutte dalla contaminazione neoliberista, sembra che qualcosa si muova, con un nuovo soggetto politico il cui nome sarà “Aufstehen“.

 

Infatti, Die Linke il partito tradizionale della sinistra tedesca, di quella pseudosinistra che ritiene l’Unione Europea modificabile dall’interno e che continua a ritenere Syriza, nonostante il disastro della situazione greca, un partito di sinistra, va verso una importante scissione.


Aufstehen (Alzarsi) è il nome del nuovo soggetto politico alla cui guida ci sarà la pasionaria tedesca Sahra Wagenknecht, ormai conosciutissima anche in Italia tra i più politicizzati, per i suoi interventi al parlamento tedesco in cui non ha esitato a fronteggiare e zittire la cancelliera Merkel.
La scelta politica di Aufstehen, invece, sarà lontana dai compromessi della sinistra tradizionale e molto vicina, invece, a France Insoumise di Melénchon.


Uno dei grossi nodi che hanno portato a questa divisione, è stata la denuncia dell’immigrazione incontrollata come ostacolo alla costruzione di uno stato più sociale con stipendi più alti e giusti e una politica estera autonoma.

Più in generale la nuova formazione si prefigge di puntare verso “uno Stato che difenda la gente dal capitalismo sfrenato, da una mondializzazione pilotata dalle multinazionali a da una concorrenza acuita dal dumping sociale: vogliamo uno stato che porti avanti una politica più attiva per la parte più svantaggiata della popolazione, un’Europa che riunisca democrazie sovrane e che si appresti alla crisi dell’euro ordoliberista con un nuovo sistema che permetta una svalutazione delle monete per offrire una maggiore flessibilità”.


Quella di Sahra Wagenknecht è una figura di rottura con la politica che, la sinistra liberal europea, ha portato avanti in tutti questi anni. Da tempo la posizione della Wagenknecht è critica verso la Linke.

Anche in Germania la condizione politica di chi appartiene al pensiero socialista e antiliberista, è identico a quello italiano: atomizzazione e dispersione, impossibilità di identificarsi in un soggetto politico. Non a caso sembra che Aufstehen in cinque giorni abbia già avuto 50 mila adesioni.

La scissione non è ancora ufficialmente avvenuta ma, oltre al fatto che esiste già un possibile nome a questo movimento, di certo 2 anime così diverse non potranno convivere a lungo nello stesso partito.

La nascita di Aufstehen, dichiara in ogni caso che sta davvero soffiando un nuovo vento in Europa e che finalmente comincia a definirsi un nuovo orizzonte in cui le sinistra anticapitaliste e antiliberiste stanno tornando se stesse e di nuovo in grado di accogliere le istanze delle fasce deboli della società per una politica di cambiamento e di giustizia sociale.

Manchiamo solo noi italiani, ma ci stiamo lavorando.
Restate collegati…

ARGENTINA DI MACRÌ, PROVE DI REGIME?

ARGENTINA DI MACRÌ, PROVE DI REGIME?

Macrì

 

 

di Dario BIANZANI – Coordinatore Nazionale Movimento Essere Sinistra [MovES]

 

 

Argentina: Il Governo neoliberista di Macrì fa sempre più ricordare i tempi bui della dittatura. Prove di regime?

 

Dopo aver autorizzato l’utilizzo delle forze armate nella gestione dell’ordine pubblico, dopo che episodi inquietanti come la distruzione di un teatro da parte di non specificati uomini incappucciati senza nessun intervento della polizia e nello stesso teatro poco dopo doveva tenersi il ricordo a un anno dal fatto del primo desaparecido, Santiago Maldonado, del nuovo corso neoliberista argentino, dopo la repressione persino delle manifestazioni delle madri e delle nonne di “Plaza de Majo” contro l’oblio che si tenta di restaurare sulle vicende dei desaparecidos e delle giunte militari degli anni ’70 e ’80, con il recente blocco del traffico aereo per la segnalazione della presenza di ordigni, per ora non trovati, in tre aereoporti del paese viene spontaneo concludere che in Argentina si va nuovamente verso la strategia della tensione.

Ci permettiamo di ricordare e non solo agli argentini, con alcune note al seguito che sono la chiave di lettura del testo, una canzone di un cantautore argentino, Leon Gieco, dal titolo appunto “La Memoria” che recita così:

“I vecchi amori che non ci sono più
le illusioni di coloro che hanno perso
tutte le promesse che se ne vanno
e coloro che caddero in qualche guerra.

Tutto è conservato nella memoria
sogno della vita e della storia.

L’inganno e la complicità
dei genocidi che ora stanno assolti.
l’indulto come termine finale
alle bestie di quell’inferno.

Tutto è conservato nella memoria
sogno della vita e della storia.

La memoria si sveglia per ferire
i popoli addormentati
che non la lasciano vivere
libera come il vento.

I desaparecidos cercati
con il colore delle loro nascite
la fame e l’abbondanza che si uniscono
il malo modo col suo brutto ricordo.

Tutto è inchiodato nella memoria
spina della vita e della storia.

Mangerebbero in duemila per un anno
con quel che costa un minuto di militare
quanti non sarebbero più schiavi
con il prezzo di una bomba in mare.

Tutto resta inchiodato nella memoria
spina della vita e della storia.

La memoria punge fino a fare sanguinare
quei popoli che la tengono legata
e non la lasciano andare
libera come il vento.

Tutti i morti della A.M.I.A. (1)
e quelli dell’Ambasciata Israeliana
il potere segreto delle armi
la giustizia che guarda e non vede.

Tutto è nascosto nella memoria
rifugio della vita e della storia.

Fu quando tacquero le chiese
fu quando il futbòl si mangiò ogni cosa (2)
che i Padri Pallottini e Angelelli (3)
lasciarono il loro sangue nel fango.

Tutto è nascosto nella memoria
rifugio della vita e della storia.

La memoria scoppia fino a vincere
quei popoli che la schiacciano
e che non la lasciano essere
libera come il vento.

La pallottola a Chico Mendes in Brasile
150.000 guatemaltechi
i minatori che affrontano i fucili
repressione degli studenti in Messico.

Tutto è caricato nella memoria
arma della vita e della storia.

America con anime distrutte
i bambini uccisi dallo squadrone della morte
supplizio delle ragazzine nei quartieri
dignità di Rodolfo Walsh. (4)

Tutto è caricato nella memoria
arma della vita e della storia. (5)

La memoria punta fino a uccidere
i popoli che la mettono a tacere
e non la fanno volare
libera come il vento”.

Note:

(1) A.M.I.A.: “Asociaciòn Mutual Israelita Argentina” fu bersaglio di un attentato nei primi anni ’80, qualche anno dopo di un analogo attentato all’Ambasciata di Israele a Buenos Aires. Poco attendibili le rivendicazioni da parte della Jihad islamica, Il periodo è quello del pieno clima di destabilizzazione e terrorismo sociale e sul regime militare cresce l’ostilità internazionale, ormai si sa dei desaparecidos, il regime capisce che non durerà a lungo e tenta gli ultimi colpi di coda.

(2) Il Futbòl: il riferimento è chiaramente ai mondiali di calcio in Argentina del 1978, in piena dittatura militare. Vinse 3 a 1 l’Argentina di Mario Kempes contro l’Olanda priva del suo asso, Johan Cruijff, che si rifiutò di giocare in un paese in mano ai fascisti. Kempes si rifiutò di stringere la mano ai rappresentanti del governo.

(3) Padri Pallottini: sono i 5 preti cattolici che furono assassinati per il loro sostegno all’opposizione al regime militale argentino nella metà degli anni ’70, Monsignor Enrique Angelelli, vescovo cattolico fu assassinato per lo stesso motivo. Cercarono di attribuire questi assassinii, che coincidenze, a gruppi guerriglieri, definiti “terroristi”, di opposizione al regime militare, ma, ovviamente, senza credibilità, tutti sapevano, anche il Vaticano, chi e perché fece uccidere questi preti. La Chiesa argentina, schierata al 80% col regime, tacque, e avallò la tesi dell’assassinio da parte di terroristi.

(4) Rodolfo Walsh: inizialmente un autore di libri gialli. Intercettò e decodificò un telex della CIA sull’invasione della Baia dei Porci a Cuba. Grazie alle sue informazioni, l’esercito cubano si preparò a difendersi dall’invasione. A Cuba Walsh aveva fondato, insieme a Gabriel Garcia Marquez, l’agenzia giornalistica Prensa Latina tuttora attiva e molto importante. Scrisse il libro Operación Masacre per testimoniare un brutale e singolare episodio del periodo che vide il tentativo da parte dei peronisti di prendere di nuovo il potere: un gruppo di giovani che stavano seguendo la radiocronaca di un incontro di boxe fu trascinato via e fucilato in un immondezzaio; il fatto è singolare perchè in quel evento sette dei dodici sopravvissero persino ai colpi di grazia. L’episodio colpì profondamente il giornalista, che scrisse il suo libro capolavoro.
Si unì al movimento armato dei Montoneros come esperto di intelligence, quando il peronismo fu bandito. Lo scrittore combatté in prima linea la feroce dittatura dei generali, durante la quale perse la vita in uno scontro a fuoco anche la figlia ventiseienne Vicki. Divenne un super ricercato, cambiò identità, andò a vivere con la compagna Lilia Ferrerya in un piccolo villaggio fuori Buenos Aires.
Nel marzo del ’77 scrisse una lettera aperta al generale Videla e alla sua giunta (la Carta Abierta de un Escritor a la Junta Militar), lettera in cui denunciava e chiedeva conto dei crimini perpetrati: compilò liste di morti e desaparecidos, risalenti alle fosse comuni e ai centri di tortura; non tacque della depravazione in cui il paese era caduto, descrivendo l’uso estremo della tortura e il coinvolgimento della CIA nell’addestramento della polizia argentina; non ultimo, denunciò la fallimentare politica economica simile a quella attuale, che avrebbe portato povertà e condizioni di lavoro prossime allo schiavismo. Venne catturato in un’imboscata a Buenos Aires mentre diffondeva la sua lettera, spedendone alcune copie per posta alle redazioni dei giornali argentini e a corrispondenti stranieri. Fu ucciso lo stesso giorno della sua cattura e il corpo bruciato e buttato in un fiume. Nessuno, all’epoca, pubblicò il suo scritto. Oggi viene ripubblicato Operazione Massacro, che contiene a chiusura il testo che costò infine la vita a Rodolfo Walsh.

(5) Nell’originale “Todo està cargado en la memoria, arma de la vida y de la historia” il termine ‘caricato’ ha un’evidente allusione all’immagine di caricare un’arma, come poi evidenzia il testo “la memoria arma della vita e della storia” è un implicito consenso del cantautore alla resistenza armata alla dittatura militare.

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