LE NUOVE TECNOLOGIE: TRA SEMPLIFICAZIONE COMUNICATIVA E “FASCISMO” ANTROPOLOGICO

LE NUOVE TECNOLOGIE: TRA SEMPLIFICAZIONE COMUNICATIVA E “FASCISMO” ANTROPOLOGICO

Schaivi dello smartphone

di Jean DE MILLE

È ormai opinione diffusa che la recente rivoluzione digitale abbia prodotto una tale massa di informazioni, ed insieme ad essa un correlato flusso comunicativo, che fino a pochi decenni fa sembravano addirittura impensabili.

Appare invece molto meno scontata la consapevolezza che, insieme a questo enorme sviluppo quantitativo, l’ultima veste indossata dalla tecnologia del capitale abbia generato nuovi e stringenti imperativi: primi tra tutti l’obbligo alla sintesi ed alla semplificazione, che i nuovi media inglobano nella loro struttura costitutiva, sotto l’apparente neutralità della tecnica.

“Il medium è il messaggio” scriveva McLuhan oltre mezzo secolo fa. Intendendo significare, con questo, che non risultano affatto fondamentali i contenuti trasmessi da uno strumento mediatico, quanto piuttosto la logica con cui il medium organizza la comunicazione, e le inevitabili ricadute di questa forma relazionale/cognitiva su tutto l’immaginario collettivo.

La tv ha plasmato due o tre generazioni di occidentali, ora è la volta dei media digitali.

I social media – questo è il punto che mi interessa ribadire e sottolineare – stanno cambiando alla radice le modalità della comunicazione, con riflessi evidenti sull’intera società e sulla stessa forma del pensiero.

La rapidità e la sintesi sono caratteristiche strutturali dei nuovi media, come possiamo constatare quotidianamente.

Chiunque si sottragga a questi imperativi rischia di vedere il suo messaggio ridotto all’insignificanza, il suo spazio comunicativo completamente azzerato.

Rapidità e sintesi, naturalmente, non passano senza determinare conseguenze: una semplificazione estrema delle modalità relazionali, l’incapacità di argomentare e di svolgere un confronto su basi logico-razionali, di incontrarsi dialetticamente sul terreno delle idee e delle mediazioni, sostituite tutte quante dalla logica binaria del mi-piace/non-mi-piace.

Se allarghiamo il nostro angolo visuale, possiamo vedere come l’effetto di questa rivoluzione comunicativa tenda inevitabilmente a generalizzarsi.

L’istanza semplificatrice indotta dalle nuove tecnologie travalica il loro ambito più o meno ristretto, ed influenza l’intera dinamica socioculturale.

Anche nel settore formativo proliferano modalità interattive basate su scelte rapide e non discorsive: è il caso dei famigerati quiz a risposta multipla, ad esempio, sempre più presenti all’interno delle istituzioni scolastiche.

Il circolo vizioso procede senza cesure, e prepara i suoi mostri.

Ed i mostri sono infatti tra noi, si manifestano nella pratica diffusa dei social e della più ampia comunicazione politica, attraverso forme sempre più radicate di autoreferenzialità, di chiusura, di incomunicabilità strutturale, di irrazionalismo, di intolleranza, di fanatismo, di violenza verbale.

Fino a sfociare in una rottura aperta del nostro paradigma discorsivo ed ermeneutico fondato sulla ragione illuminista.

Questa semplificazione indotta dalle tecnologie del capitale, questo impoverimento cognitivo e linguistico che impedisce la realtà autentica della com-partecipazione e del dialogo, approda infine a modelli culturali di stampo totalitario.

Diciamolo chiaramente: la semplificazione genera “fascismo”.

Un fascismo non ancora declinato politicamente e storicamente, ma che assume in modo sempre più netto dominanza antropologica.

Cosa c’è di più semplice ed irriflesso del fascismo, infatti? Il fascismo, e quei modelli politico-culturali che ad esso si richiamano, non conosce complessità o necessità di confronto.

Esiste la parola del Capo.

Verbo incarnato che non abbisogna di spiegazioni, ma che diventa immediatamente articolo di fede.

Esiste la furia orgiastica del branco, luogo in cui gli individui si sommano senza incontrarsi, al contempo isolati e omologati nell’apoteosi di una guerra rituale che esige e crea i suoi nemici, bersaglio di ogni frustrazione e ricettacolo di tutte le colpe.

Ed esiste, ancora, il sogno millenarista della palingenesi, della redenzione, della purezza ritrovata.

Esiste il mito fondativo della stirpe: un mito di sangue e terra, semplice, viscerale, in certa misura pre-umano, in quanto nelle sue forme irriflesse presente anche nella territorialità degli animali, e precedente alla cultura ed alla coscienza.

Esiste – ancora – l’impermeabilità ad ogni obiezione logica.

Esiste il feticcio di un pensiero che nega il pensiero in quanto tale: quello critico, relazionale, fondato sul dubbio e sulla ragione.

Esiste, per finire, una necessità storica: quella di interrogarsi sulla forma produttiva che ha generato le nuove tecnologie, e con esse i germi di un rinnovato fascismo.

IL SENSO DELLA SCUOLA

IL SENSO DELLA SCUOLA

Scuola azienda

di Giuseppe FIRINU

Se siamo dei bravi insegnanti, dobbiamo sempre porci mille domande, e di conseguenza darci mille risposte.

Quando la nostra carriera scolastica volge al termine, poi, è quasi inevitabile che si inizi anche a fare un bilancio, e per farlo ci si deve guardare indietro.

Credo che nessun insegnante possa mai dimenticare le sue prime lezioni, quando una volta chiusa la porta alle spalle, bisognava guardare in faccia la classe, tutti quegli occhi che ti osservavano, aspettando cosa avresti detto.

E tu dovevi parlare, perché eravate solo tu e la classe.

Ecco, in fondo la scuola è questo.

Se devo essere onesto, e ripenso ai tanti Ministri dell’Istruzione, non mi sono mai accorto che uno solo di loro abbia mai pensato alla Scuola in questi termini, e abbia mai capito cosa significhi insegnare.

Ho sempre badato ad insegnare, e prima ancora, forse, ad educare i miei studenti.

Non ho mai cercato di sostituirmi ai loro genitori, beninteso, anche se quando insegnavo alle Medie Inferiori mi capitava che mi chiamassero papà, o addirittura mamma.

Ho sempre pensato che il compito mio e dei colleghi sia di costruire cultura, passo dopo passo, giorno dopo giorno, anno dopo anno, e confesso che durante le mie lezioni non ho mai pensato di costruire qualcosa che fosse utile per i loro lavori futuri, ma solo dotarli di cultura, cercando di sollecitare in loro il gusto del sapere.

Sapevo, naturalmente, che un giorno quei ragazzi e quelle ragazze sarebbero diventati adulti, e avrebbero lavorato, ma ho sempre pensato che la Scuola dovesse essere Scuola, e il lavoro sarebbe stato lavoro.

La Scuola deve dare Cultura, quella cultura che fa di noi esseri pensanti, che ci permette di vivere in libertà e ci dà tutto il necessario per spendere una vita piena e soddisfacente.

Ho avuto migliaia di studenti, e non ho mai pensato neanche ad uno di loro come un futuro lavoratore da istruire per svolgere bene il suo lavoro.

Ho sempre visto i miei studenti come persone in fase di crescita, tutto qui: persone alle quali dedicare il mio impegno per contribuire a costruire delle belle personalità, con dei valori veri che li potessero aiutare nel loro cammino di vita.

Confesso che non ho mai apprezzato nessuna riforma scolastica, perché in esse non vedevo niente che potesse essere importante nel processo didattico-educativo.

Persino l’ingresso dei genitori a scuola, che in teoria potrebbe essere un fatto positivo, beh, a conti fatti ha ingenerato spesso confusione nel processo didattico, e a volte i Consigli di Classe diventano persino delle aule di tribunale, col malcapitato docente di turno messo impietosamente sul banco degli accusati.

Nel tempo si è stravolto il ruolo della Scuola, impoverendola, e rendendola sempre più al servizio del mondo del lavoro e della collettività locale.

Quando si iniziò a parlare di autonomia scolastica storsi subito il naso, perché io, per contro, ho sempre ritenuto che la Scuola debba rappresentare, più di ogni altro Istituto, l’Unità Nazionale, e assicurare quella continuità culturale che distingue un popolo dagli altri.

La massa dei colleghi si è lasciata accompagnare per mano dai Sindacati in questo lungo processo che faceva diventare la Scuola tante scuole-azienda, sempre più in competizione tra di loro, fino a trasformare le informazioni da fornire agli studenti per scegliere il percorso scolastico più gradito e più confacente alle loro caratteristiche, in una indecorosa e irrispettosa campagna-acquisti, finalizzata alla formazione di un numero di classi sufficiente per non perdere la titolarità nella scuola.

Con l’avvento della mirabolante Buona Scuola, la precarizzazione della cattedra spingerà sempre di più i docenti a farsi questa guerra miserevole e indegna per non finire nei famigerati Ambiti Territoriali, che ancora adesso per molti colleghi sono una cosa che non li riguarda.

Questa Scuola sarà sempre più al servizio di imprenditori locali e nazionali, e il recente contratto tra il Miur e la McDonald’s, inoltre l’Istituto dell’Alternanza Scuola-lavoro ne sono una prova evidente, ovviamente evidente per chi ha un briciolo di capacità critica.

Se poi si pensa che Confindustria ha da sempre caldeggiato l’Autonomia Scolastica e tutte queste riforme che hanno completamente stravolto la Scuola, trasformandola sempre di più in Azienda, non bisogna essere poi dei geni per capire il senso di questo processo.

Nel mondo del lavoro un processo simile ha accompagnato quello scolastico, come due binari che corrono parallelamente.

Lo smantellamento dell’Art. 18, prima con la riforma Monti-Fornero, poi col Jobs Act, sono parenti stretti dell’aziendalizzazione della scuola e della 107.

La logica comune è la precarizzazione fino a tarda età, e la ricattabilità perenne ad opera dei dirigenti per lavorare senza protestare o avanzare pretese d’aumento o altro.

Dispiace realizzare che persino i docenti, per la gran parte, pur dotati di un elevato titolo di studio, non abbiano compreso la ratio di tutte queste riforme scolastiche, e non si siano resi conto che esse vanno in direzione opposta al senso che dovrebbe avere la Scuola.

Il giusto principio della collaborazione, tra colleghi e studenti, è stato soppiantato da quello della competizione, tra l’altro stupidamente, perché i Fondi d’Istituto e gli aumenti contrattuali sono stati ridotti all’osso per essere trasformati in miserevoli Bonus Premiali, briciole da spartirsi al costo dell’essere servizievoli e pronti a conseguire la realizzazione della 107.

Triste vedere interi Collegi Docenti votare i propri rappresentanti per il Comitato di Valutazione, e ancora più triste vederli approvare i Criteri che i Dirigenti Scolastici  scelgono per chiamare i malcapitati finiti negli Ambiti Territoriali.

Come si fa a farsi coinvolgere in tutto questo, mi chiedo, come si fa a non capire di essere usati, turlupinati, persino partecipando a votazioni che non hanno alcun valore?

Come si fa a farsi trascinare in un gioco in cui si è vittime, rendendosi persino complici della propria condanna?

Che senso ha questa Scuola che non ha più tempo di insegnare cultura, e si rende bastone di Confindustria per procedere con le regole del Neoliberismo, che ha smantellato lo Stato Sociale e crea ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri?

Ho sempre pensato che uno Stato saggio e lungimirante debba porre la Cultura al primo posto, come volano della società intera, e fa veramente tristezza vedere questa nostra Scuola umiliata sempre di più.

Che fine faranno questi nostri poveri studenti, sempre più sbandati in una Scuola che non sa più dare cultura, senza speranze per il futuro, in una società che promette solo una vita precaria per tutti?

ANNUS STERCORIS

ANNUS STERCORIS

Valeria Fedeli

di Giuseppe FIRINU

Se gli scorsi anni scolastici erano horribilis, beh, che dire di questo, se non che è stato di merda?

Lo schifo chiamato Buona Scuola, trascinatosi per un paio d’anni è finalmente giunto a compimento, come tutte le schifezze che ci sbrighiamo a gettare nella spazzatura, con la differenza che di questa non ci possiamo proprio disfare, e anzi ce la dobbiamo godere, come la pappa che ingoiavamo disgustati da piccolini.

I poveri gonzi che speravano in qualche ripensamento, un aggiustamento, ora potranno contemplare quest’opera d’arte in tutto il suo splendore.

Ora finalmente tutti capiranno cosa sono gli Ambiti Territoriali, i contratti a termine, la Chiamata Diretta, i requisiti per poter essere scelti, ma, badate bene, con l’assenso beffa dei colleghi minchioni, i campioni delle mani alzate ad oltranza, durante gli edificanti Collegi Docenti.

Gli appassionati dell’indolenza, i rassegnati cronici, ma anche i colleghi precisini, quelli abituati ad accettare tutto ringraziando con un bell’”ottimo ed abbondante Signor Ministro!”, potranno persino divertirsi a fare un bel raccoglitore dello sfacelo, aggiungendo la preziosa figurina della Scuola-Azienda, quella della campagna acquisti dei nostri clienti, o li chiamate ancora studenti?

Quella dell’ASL, accolta a braccia aperte dai colleghi che zelantemente hanno accompagnato i loro studenti ai cessi da pulire, o ai gloriosi McDonald’s, realizzati nel vederli distribuire gratis le patatine fritte.

Mi raccomando, cari Colleghi, non dimenticate niente: ce l’avete nel vostro prezioso albo il Bonus Premiale? E il Bonus per comprare il tablet, o pagare i bellissimi e utilissimi corsi obbligatori? E gli aumenti contrattuali di cui si parla?

Dai su, anche pochi euro al mese fanno sempre brodo, no? Ci potete ripagare i pennarelli che vi portate da casa, giusto?

Non scordatevi il 6 di media per l’ammissione agli Esami di Stato, i Potenziatori, i trasferimenti di mille chilometri, le assunzioni a scaglioni, il Concorso finto, le LIM, anche se si sono viste come le mosche bianche, la multimedialità, i Test Invalsi, e metteteci pure la bellissima lettera dei 600 Professori Universitari, profondi conoscitori di didattica, mica dispensatori di banalità da fruttivendoli, con la richiesta di verificare il nostro stato di salute mentale!

Metteteci anche la figurina del PTOF, vicino a quella del POF, a quella dei BES, dei DSA, dell’inclusione, eccetera eccetera.

Non stonerebbe neanche una bella foto del Ministro Fedeli, insieme al suo titolo di studio.

Caspita, ragazzi, a pensarci, ma quante belle novità quest’anno appena concluso!

E non vedo l’ora che inizi il nuovo anno, perché sicuramente ne arriveranno delle altre, magare un bel prolungamento delle ore d’insegnamento a costo zero, che so.

Ma tranquilli, perché la fantasia non manca di certo agli ideatori di questa Scuola diversa, questa bella azienda che insegnerà con quiz e crocette come diventare dei degnissimi sudditi.

Coraggio, Colleghi, godiamoci le vacanze, e ci rivedremo a settembre, per un nuovo anno.

E…tanta merda! Tanto ci siamo abituati, no?

IL SENSO TRADITO DELLA STORIA

IL SENSO TRADITO DELLA STORIA

Angelo D'Orsi

di Angelo d’ORSI

Angelo d’Orsi, storico e docente dell’Università di Torino, prende commiato dall’attività accademica con una lettera sconsolata: “Oggi, 7 giugno 2017, alle ore 18, circa, ho chiuso la mia attività didattica come professore ordinario di Storia delle dottrine politiche.

La denominazione del corso era Storia delle idee politiche e sociali ed era dedicato ad “Antonio Gramsci: vita opera pensiero”. L’ultima lezione ha avuto ben sette (7) studenti come pubblico.

Quasi un record; in altre lezioni il corpo discente è stato di 3-4 persone.

Un finale inglorioso di una ingloriosa carriera, forse.

Ma anche un segnale del precipizio in cui il sistema accademico italiano è finito, nella complicità dei molti, nell’acquiescenza dei più, in non pochi casi nella complicità di studenti e docenti, nell’indifferenza del mondo esterno.

Le “riforme” che si sono succedute nel corso dell’ultimo quarto di secolo hanno devastato l’università italiana, nel tentativo di renderla “adeguata” al mercato, di aziendalizzarla, di “modernizzarla”, di “internazionalizzarla”.

Il risultato è stato un generale scadimento del livello di discenti e docenti, uno spaventoso impoverimento culturale, la perdita di quella “funzione civile dell’insegnamento universitario” che il mio maestro Norberto Bobbio rivendicava come cifra peculiare del suo docente, il dimenticato (ingiustamente) Gioele Solari, di cui fu erede accademico.

Mi sono collocato, indegnamente, in quel solco, ma preferendo la storia alla filosofia, anche se ho optato per una materia, la Storia delle idee, che in qualche modo è un ponte tra i due ambiti, quello della riflessione teorica e quello della ricostruzione storica.

Ho sempre cercato di dare un senso “politico” al mio lavoro, perché concepisco la figura docente come quella di un intellettuale, ossia di qualcuno che “abbraccia interamente la sua epoca” (Sartre), e che osserva il mondo, “grande terribile e terribilmente complicato” (Gramsci), provando a dare il suo contributo per cambiarlo, in meglio.

E oggi non è difficile accorgersi che il mondo in cui viviamo è orribile, e lo diviene sempre di più.

Chi studia per mestiere, chi è pagato per insegnare, per fare ricerca, non può disdegnare la società e i suoi problemi, non può chiudersi in quella che un tempo si chiamava torre d’avorio; ma d’altro canto non può neppure ridurre il proprio lavoro a tecnica.

Perciò Antonio Gramsci è diventato il “mio” autore.

Anche grazie al bagaglio gramsciano, ho cercato di trasmettere agli studenti nel corso dei tanti anni di insegnamento la mia passione (ricordando loro il significato della parola “studium”, passione, appunto), parlando di temi, autori, problemi, spaziando dall’antichità ai nostri giorni, anche se mi sono dedicato soprattutto all’età contemporanea.

I miei 7 studenti, che ringrazio, sono la prova che forse ho fallito.

Ma lascio anche con sollievo un mondo al quale ormai mi sento profondamente estraneo.

 

(Però non rallegratevi troppo, non smetterò di studiare, scrivere e tentare di suscitare cultura…)”

UNA DONNA, UNA SCIENZIATA STRAORDINARIA, CI PARLA DELLE DONNE

UNA DONNA, UNA SCIENZIATA STRAORDINARIA, CI PARLA DELLE DONNE

Per la componente femminile del genere umano è giunto il tempo di assumere un ruolo determinante nella gestione del pianeta.

La rotta imboccata dal genere umano sembra averci portato in un vicolo cieco di autodistruzione.

Le donne possono dare un forte contributo in questo momento critico.

Rita Levi-Montalcini

Scuola pubblica, I love you

Scuola pubblica, I love you

L'istruzione non è una merce

di Pietro MASSARI

Esausto per aver discusso una tesi nove mesi dopo averla portata a termine e pronto a compilare le carte infernali con le quali mi affido, di nuovo, alla macchina della burocrazia per passare dall’altra parte della cattedra.

En passant, riflettevo sul fatto che, se ho vinto un dottorato (in un’ottima università privata) questo è avvenuto – oltre che per una dose a dir poco faraonica di culo – grazie a tutto quello che ho imparato in quasi quindici anni di scuola pubblica.

La scuola pubblica grazie alla quale, nei decenni, in questo paese, nipoti e figli di chi aveva a malapena la licenza elementare si sono diplomati e laureati; la scuola pubblica grazie alla quale si è passati dai campi e dalle catene di montaggio agli uffici, alle scrivanie, ai laboratori, alle corsie di ospedale, alle edizioni critiche e ai manoscritti.

La scuola pubblica che nessun governo ha avuto a cuore e che degenera e degenererà sempre più nell’indifferenza di tutti.

Non pretendo che questo sia il primo pensiero di ognuno e io ne parlo perché fa parte, è pur vero, del mio orizzonte primario.

E non ho nulla contro il lavoro non qualificato, che però non può essere la scelta obbligata data dal censo, e che nessuno dei nostri nonni avrebbe voluto per noi, soprattutto.

Ma la scuola pubblica, come la sanità pubblica, fa parte di quello che è stato conquistato faticosamente e che non si può permettere ci venga tolto.

Quello che va difeso con fermezza e, se necessario, con la forza.

Forse è anche nostalgia per quegli anni, ma fa sorridere vedere come in tutt’altro clima il medesimo tema fosse oggetto della satira nazionale, proprio sulle reti di quel mostro trifauce che tutti attaccavano (e che mi guardo bene dal difendere), ma il cui governo è un’unghia paragonato agli ultimi.