CATALOGNA, UN TEMA SEMPRE PIÙ CALDO

CATALOGNA, UN TEMA SEMPRE PIÙ CALDO

 

di Franco DE IACOBIS – Coordinatore Nazionale MovES

Catalogna, il tema è caldo (forse anche un po’ strumentalmente, mentre si prepara l’ennesima stangata continentale ai danni degli appartenenti alla UE con le prossime leggi di stabilità), ma va analizzato con un po’ di freddezza: io non mi entusiasmerei troppo per un coacervo di diversi elementi troppo eterogenei per essere credibili alla lunga.

Che poi molti siano dei compagni va bene, ma non ci sono solo loro: ci sono all’interno anche anime secessioniste di stampo fascistoide e nazionalista, o comunque veri e propri provocatori che hanno il compito di alzare semplicemente il livello dello scontro, come sempre accade in questi casi.

Il governo centrale però è il vero problema: ha risposto come peggio non avrebbe potuto, reprimendo alla stregua di un Erdogan qualsiasi, i movimenti.

E tutto ciò accade in qualunque Paese sia legato all’Euro: qualunque seppur minima destabilizzazione viene letteralmente soffocata. Portella della Ginestra è probabilmente il loro riferimento storico.

A questo proposito propongo la lettura di uno stralcio dallo status scritto da Francesco Cartolini sul suo profilo Facebook, che condivido e che riporta anche una dichiarazione di Frans Timmermans, Primo vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali dal 1º novembre 2014, nell’ambito della Commissione Juncker, come riporta Wikipedia nel suo curriculum:

Il rispetto dello Stato di diritto non è un optional“. Con queste parole il vicepresidente della Commissione Europea, Frans Timmermans, bollava in negativo, pochi giorni fa, il referendum catalano del 1° ottobre, precisando che “non era legale” ed auspicando dialogo e soluzione di una questione, quella catalana, che Bruxelles ritiene “interna spagnola“.

Si tratta dell’ennesima presa di posizione di un alto rappresentante unionista europeo che conferma come la UE non stia affatto soffiando sul fuoco dell’indipendentismo e come invece stia montando realmente la sua preoccupazione.
Il precipitare della situazione con la dichiarazione d’indipendenza annunciata per domani dal presidente catalano Puigdemont e le conseguenze che ne deriverebbero in termini di stretta repressiva da parte di Madrid (l’art. 155 della Costituzione del 1978 permette di sospendere e commissariare il governo e il parlamento di una Comunità Autonoma; l’art. 116 permette la sospensione delle libertà costituzionali con la proclamazione dello stato d’emergenza e dello stato d’assedio) obbligherebbero Bruxelles a posizionarsi più chiaramente e l’aura della Grande Narrazione di una UE nata per assicurare uno scenario di pace e sviluppo sul continente ne uscirebbe intaccata e in prospettiva, per tutta una serie di possibili reazioni e conseguenze a catena, forse pesantemente compromessa. (…)”

A fronte di quanto appena citato e della repressione brutale però, non vorrei dunque cadere nell’errore di legittimare movimenti poco chiari e di dubbia estrazione.

In buona sostanza, ho la sensazione che un errore storico come può essere un’errata concezione dell’indipendentismo, legittimi poi un altro errore marchiano ed odioso come la repressione poliziesca.

A Bruxelles non saranno così contenti, dunque, magari sperano in quattro bruscolini in regalo ai catalani pensando che finirà tutto lì, ma intanto il processo continua e persegue la sua rotta.
Indubbio che il sistema UE, non possa permetterselo.

Vorremmo mai che altri seguano il loro esempio capendo che al sistema si possa dire di no, vero?

VOLONTÀ INDIPENDENTISTA CATALANA E REPRESSIONE MADRILENA

VOLONTÀ INDIPENDENTISTA CATALANA E REPRESSIONE MADRILENA

 

dal Coordinamento Nazionale del MovES

 
NON ENTRIAMO NEL MERITO DELLA VOLONTÀ INDIPENDENTISTA CATALANA.
Ci preoccupa invece il clima fortemente repressivo che si sta generando.
 
Dalle violenze di domenica scorsa, all’intervento dell’esercito in Catalogna in appoggio alla Guardia Civil annunciato per i prossimi giorni.
 
Di male in peggio e se si tiene conto che un intervento militare non sarà gradito ai paesi del nord della Spagna, da sempre avversi al centralismo del governo madrileno, si può ben immaginare quali rischi possano esserci di innescare una guerra civile.
 
Se poi si aggiungono gli squilibri economici che sta generando il governo Rajoy col ricatto verso banche e attività produttive, il quadro si delinea solo in senso peggiorativo e non è da escludersi che anche tra gli indipendentisti ci potrebbero essere cedimenti, a fronte di tali squilibri.
 
Intanto però il pericolo di una forte repressione è reale e concreto, tanto che il governo potrebbe applicare l’art.116 che sovrintende lo stato d’assedio unitamente alla Legge per la sicurezza nazionale con pesanti limitazioni della libertà e la Ministra della Difesa ha comunque ricordato che la Costituzione spagnola riconosce alle Forze Armate il ruolo di difendere la stessa Costituzione.
 
Tutti segnali che comunque continuano a confermare quanto il franchismo sia ancora vivo in Spagna.
 
E se questa la chiamiamo Europa Unita, c’è da chiedersi ogni giorno di più su che basi.
Se poi si parla di diritti umani, anche peggio, visto che a quanto pare nulla ormai osta più alla possibilità di spargere altro sangue nella civile ed evoluta Europa.

Infatti risulta ormai chiaro come, in un sistema come la UE, si tolleri una simile situazione e questo fa comunque pensare anche il fatto che tutto sommato non ci sia una ferma condanna con relative sanzioni.

Per noi, davanti alla lesione dei diritti e della dignità umana, ogni cavillo tecnico e istituto Giuridico, invece perdono inopinatamente ogni legittimità e ragion d’essere.

I Diritti umani, sono la più alta espressione del Diritto stesso, il resto rappresentanza di un nobile e prezioso corollario.

 
REPRESSIONE E POTERE, CATALOGNA CHIAMA ITALIA

REPRESSIONE E POTERE, CATALOGNA CHIAMA ITALIA

Un ragazzino malmenato domenica a Barcellona

 

 

Da una notizia dell’ANSA:

Abbiamo dimostrato che se il popolo vuole esprimersi, può farlo contro tutto e tutti”, dice Mercedes, che avrà appena l’età per depositare la scheda nell’urna.

Ecco cosa dichiara, invece una giovane donna che ha partecipato al voto in Catalogna domenica, ecco la vera ragione della repressione del governo spagnolo, sgherro della UE.

 

di Franco DE IACOBIS – Coordinatore Nazionale del MovES

La violenta repressione della Guardia Civil ci dovrebbe far ben comprendere qual è davvero la situazione in Europa: QUALUNQUE CAMBIAMENTO VIENE BRUTALMENTE REPRESSO, sia essa l’opposizione alla Tav come le ultime vicende spagnole, che trovano uguali solo nei terribili precedenti della Diaz.

Anche allora, ricordiamolo, era in corso un G8. Quando i potenti si riuniscono non vogliono che nessuno disturbi i manovratori.

Chi ci sia al governo in quel momento è completamente ininfluente: non è dai governi nazionali che arriva l’ordine. “Ce lo chiede l’Europa, l’Europa e le borse chiedono STABILITÀ!”

Ed in nome di questo mito si perpetra qualunque violazione e deroga a diritti e costituzione. Si vive, come sentenziò il tribunale dell’Aia, in un momento di “legalità sospesa”, che è un simpatico eufemismo per definire un’esplicita dittatura.

A proposito dell’Italia, la non repressione delle “forze dell’ordine” im occasione delle carnevalate grilline dà il peso e la misura della loro completa complicità e simmetria col potere.

Viceversa, i recenti sgomberi di Roma hanno le stesse caratteristiche della repressione in Spagna: giù mazzate agli ultimi della classe, i primi sono in salvo da un pezzo.

 

 

Ancora dalla notizia dell’ANSA:

“…Molti di loro aspettavano questo giorno dai tempi del franchismo e così sono stati ‘i vecchi’ tra i maggiori protagonisti della resistenza pacifica all’intervento forse più clamoroso dello Stato spagnolo dopo la fine della dittatura, quattro decenni fa. Le immagini dell’anziana ferita alla testa dalla polizia nazionale durante lo sgombero di un seggio a Barcellona è diventata subito un simbolo del referendum per l’indipendenza della Catalogna. (…)

 

 

 

CETA, SIAMO AL PUNTO DI NON RITORNO. MA COS’È IL CETA?

CETA, SIAMO AL PUNTO DI NON RITORNO. MA COS’È IL CETA?

da STOP TTIP PUGLIA

 

Da ieri il CETA prende il via in maniera provvisoria in attesa che i paesi UE approvino questo trattato capestro per i poli europei e che darà il colpo di grazia a quello che definiamo Stato con conseguenze mostruose.

Così è stato deciso da Jean-Claude Juncker e dal premier canadese Justin Trudeau.

MA COS’È IL CETA? Questo video lo spiega in maniera immediata, diretta e comprensibile a tutti.

 

 

Fonte: STOP TTIP PUGLIA

EPA: COME LA UE CLONA SE STESSA IN AFRICA OCCIDENTALE PER SACCHEGGIARE

EPA: COME LA UE CLONA SE STESSA IN AFRICA OCCIDENTALE PER SACCHEGGIARE

 

Quello che si può dire con certezza dell’EPA – l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Africa Occidentale – è che è straordinariamente poco conosciuto. I mass media non si preoccupano di spiegare che un gruppo di stati tra i più poveri del mondo sono stati – volenti o nolenti – inclusi in un accordo commerciale con l’Unione europea che li costringe a condizioni svantaggiose, riproducendo – in un contesto di povertà ben più drammatico – regole fiscali assurde sul tipo di quelle imposte agli Stati membri dell’Eurozona. L’economista Bill Mitchell espone sul suo blog i risultati dell’analisi dell’EPA realizzata dall’organizzazione indipendente svedese CONCORD: questo trattato non è coerente con gli obiettivi di sviluppo dell’Africa Occidentale, e ha conseguenze addirittura opposte, intrappolando un gruppo di nazioni per la maggior parte già poverissime in una crescita bassa e discontinua e perpetuando le condizioni misere delle popolazioni.

 

di Bill Mitchell, 10 luglio 2017

In un post recente – Se l’Africa è ricca – perché è così povera? – ho preso in esame la questione del perché le risorse che rendono ricca l’Africa non siano state impiegate per il benessere della popolazione indigena che vive sul posto. Abbiamo visto che la povertà in Africa dilaga, benché sia evidente a chiunque che il continente è abbondantemente ricco di risorse.

La risposta a questo paradosso è che la rete di aiuti per lo sviluppo nonché la supervisione messe in atto dalle nazioni più ricche e mediate da enti come FMI e Banca Mondiale possono essere viste più come un gigantesco aspiratore, ideato per risucchiare risorse e ricchezza finanziaria dalle nazioni più povere, con sistemi legali o illegali, a seconda di quali generino i flussi maggiori.

Così benché l’Africa sia ricca, la sua interazione con il sistema monetario e di commercio mondiale lascia milioni dei suoi abitanti in condizioni di povertà estrema – non in grado di procurarsi neppure il cibo per vivere.

L’accordo di libero scambio (EPA) tra l’UE e gli stati dell’Africa Occidentale è una di queste istituzioni-aspiratore. Gli stati dell’Africa Occidentale, infatti, sono ancora impantanati in una dipendenza di stampo post-coloniale non perché siano privi delle risorse necessarie ad attuare il loro cammino di sviluppo, ma piuttosto a causa delle istituzioni post coloniali, create per mantenere il controllo su queste risorse da parte degli ex colonialisti. Non paga di avere distrutto la prosperità nell’eurozona, l’Unione europea sta esercitando pressioni su alcune delle nazioni più povere del mondo perché adottino lo stesso tipo di accordo monetario e fiscale fallimentare e perché vadano oltre, firmando accordi di “libero scambio” con reciproca apertura dei mercati. Le altre nazioni dell’Africa occidentale dovrebbero seguire l’esempio della Nigeria e abbandonare questi accordi.

Dodici dei 16 Paesi dell’Africa occidentale sono considerati Paesi in via di sviluppo (Least Developed Countries – LDC), o in parole più semplici paesi poveri. I 12 Paesi LDC sono Benin, Burkina Faso, Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Mauritania, Niger, Senegal, Sierra Leone, Togo; mentre i quattro non considerati LDC sono Capo Verde, Costa d’Avorio, Ghana e Nigeria.

Questa è una mappa dell’Africa Occidentale (fonte).

 

La pubblico per i lettori statunitensi, ricordando la vecchia battuta “La guerra è il sistema con cui Dio insegna la geografia agli americani”. A proposito delle conoscenze geografiche degli americani, potete vedere questo sketch dell’umorista statunitense Paul Rodriguez al Comic Relief del 1987. E se volete farvi un’altra risata, potete guardare questo video famoso.

Durante la cosiddetta “corsa all’Africa” del 19° secolo, l’Africa Occidentale fu spartita tra le potenze coloniali, per la maggior parte europee.

Queste erano le relazioni coloniali:

Benin – Francia
Burkina Faso – Francia
Gambia – Gran Bretagna
Guinea – Gran Bretagna
Guinea-Bissau – Portogallo
Liberia – Usa
Mali – Francia
Mauritania – Francia
Niger – Francia
Senegal – Francia
Sierra Leone – Gran Bretagna
Togo – Francia
Capo Verde – Portogallo
Costa d’Avorio – Francia
Ghana – Gran Bretagna
Nigeria – Gran Bretagna

Ho letto un rapporto del 2015 – L’EPA tra UE e Africa Occidentale: chi ne trae vantaggio? – pubblicato nella serie dei loro Spotlight Report Policy Paper dall’organizzazione Concord Europe, con sede in Svezia.

CONCORD è la confederazione europea delle ONG di aiuto e sostegno allo sviluppo.

La pagina di informazioni sull’Africa Occidentale della Commissione europea sostiene che l’accordo di “libero scambio” (The Economic Partnership Agreement – EPA) tra Europa e Africa Occidentale ha apportato benefici.

Un altro documento dell’UE (18 settembre, 2015) – Economic Partnership Agreement with West Africa-Facts and figures – fa ulteriore promozione.

Nel marzo 2016, la Direzione generale per il Commercio della Commissione europea ha pubblicato L’impatto economico dell’accordo di collaborazione economica tra Africa Occidentale e UE.

Ma l’analisi di CONCORD è in disaccordo con la linea ufficiale “libero mercato”.

L’ho già sottolineato altre volte, ma dovremmo tenerlo sempre in mente: le nazioni avanzate, oggi, non avrebbero potuto diventare ricche, se avessero seguito le strategie che ora stanno imponendo alle nazioni povere.

Per capire questo punto, raccomando la lettura del Report del 2008 di Dieter Frisch – La politica di sviluppo dell’Unione europea – pubblicato come rapporto ECDPM il 15 marzo 2008 (il documento è in francese).

L’ECDPM è il Centro europeo per la gestione delle strategie di sviluppo (European Centre for Development Policy Management) e Dieter Frisch è stato direttore generale per lo Sviluppo alla Commissione europea.

Frisch è un veterano delle strategie di sviluppo. Ecco cosa scrive (p.38):

En effet, on ne connaît historiquement aucun cas où un pays au stade précoce de son évolution économique se serait développé via son ouverture à la concurrence internationale. Le développement s’est toujours amorcé au gré d’une certaine protection qu’on a pu diminuer au fur et à mesure que l’économie s’était suffisamment fortifiée pour affronter la concurrence extérieure. Mais un tel processus s’étend sur de longues années …

Il che significa che non si conosce nella storia alcun caso in cui un Paese in uno stadio precoce della sua evoluzione economica si sia sviluppato attraverso l’apertura alla concorrenza internazionale. Lo sviluppo si è sempre innescato grazie a un certo grado di protezionismo, che si è potuto ridurre gradualmente mano a mano che l’economia si irrobustiva a sufficienza per affrontare la concorrenza esterna. Ma questo processo si estende per molti anni…

Si potrebbe anche aggiungere che le nazioni non si sono sviluppate costringendo i governi a mantenere il bilancio pubblico in pareggio, se non addirittura generare un surplus.

Tutte le nazioni avanzate hanno beneficiato di importanti spese pubbliche per infrastrutture: strade, trasporti, sanità, istruzione, porti, energia, comunicazioni e tutto il resto.

Inoltre, hanno goduto di importanti investimenti pubblici volti allo sviluppo di competenze.

Quindi, il contesto in cui è stato negoziato questo “accordo di libero commercio” è fin dal principio distorto in modo da ostacolare lo sviluppo.

Cercare di svilupparsi mantenendo costantemente il bilancio statale in surplus avrebbe impedito a qualsiasi nazione avanzata di fare alcun progresso.

Gli stati membri della Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale (West African Economic and Monetary Union – UEMOA) sono Benin, Guinea-Bissau, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo; questi stati condividono una moneta comune (franco CFA), agganciata all’euro.

Questo accordo riflette il controllo “post” coloniale da parte dei Francesi, che durante il processo di decolonizzazione tra il 1954 e il 1962 hanno limitato le sovranità nazionali, creando diversi protocolli che prevedevano che gli Stati francofoni dell’Africa Occidentale dal punto di vista finanziario dovessero rispondere in molti modi al Tesoro francese.

Lo scopo di questa restrizione era costringere le nazioni dell’Africa Occidentale appartenenti all’area monetaria a rispettare quella che i Francesi chiamavano “una rigorosa disciplina monetaria”. Per esempio, la Banca centrale dell’Africa Occidentale (BCEAO) resta sotto il controllo dei francesi, tanto che non può svalutare il franco CFA senza l’approvazione di questi ultimi.

I primi accordi, in ogni caso, sono falliti.

Arrivando velocemente al 1994, vediamo che allo stesso modo in cui gli europei stessi sono passati dal fallimento del serpente monetario nel tunnel, al fallimento del serpente fuori dal tunnel, al fallimentare SME nel 1978, fino all’addirittura peggiore Unione Monetaria ed Economica (eurozona), così gli Stati francofoni dell’Africa Occidentale sono transitati attraverso una serie di accordi economici e monetari sotto la guida dei francesi, fino che non hanno clonato la UEM nella forma della Unione economica e monetarie dell’Africa Occidentale (WAEMU).

Otto degli Stati membri sono paesi in via di sviluppo (esclusa la Costa d’Avorio).

Così come lo SME si era trovato di fronte a costanti tensioni a causa delle disuguaglianze nella capacità commerciale dei suoi Stati Membri, il che alla fine lo trasformò in una zona del marco e lo trascinò verso recessione e stagnazione, così gli accordi dell’Africa Occidentale si trovarono sottoposti a pressioni simili.

E proprio come l’Eurozona è stata azzoppata dal Patto per la stabilità e la crescita (SGP) e dalle sue più recenti varianti (“Two Pack”, “Six Pack”, “Fiscal Compact”), così la WAEMU ha introdotto nel 1999 un “Patto regionale di convergenza, stabilità, crescita e solidarietà”.

Sia nel linguaggio sia negli intenti questo è clonato dal Patto per la stabilità e la crescita europeo. Così come il SGP impone una camicia di forza fiscale agli Stati membri dell’Eurozona, che spinge le economie alla recessione, così il patto della WAEMU obbliga gli Stati membri ad avere bilanci in pareggio o in surplus.

Se un Paese non rispetta questa regola viene sanzionato (esattamente come avviene per la procedura prevista in eurozona in caso di sforamento del deficit) e può non avere più l’accesso a fondi o la possibilità di effettuare spese.

Ci sono poi altre severe regole che riguardano l’inflazione, il debito pubblico, gli impegni verso i pagamenti esteri, la proporzione tra spesa per salari pubblici e tasse, che pongono ulteriori limiti alla sovranità nazionale.

La WAEMU ha un “Consiglio dei Ministri”, che bullizza gli Stati Membri che non riescono a rispettare le regole.

E, esattamente come avviene per l’eurozona, per le nazioni che fanno parte della WAEMU risulta virtualmente impossibile sottomettersi alle regole, visto che i cicli economici impattano sul bilancio pubblico e sulla povertà dilagante che persiste.

Queste nazioni, che vivono soprattutto di esportazione di materie prime ed importano prodotti industriali, devono fronteggiare enormi sbalzi nelle entrate nazionali, legati alla variabilità del clima e alla instabilità delle condizioni commerciali sui mercati internazionali.

Il FMI e la Banca Mondiale fanno pressioni fortissime perché esportino quanto più possibile, ma questo significa che inondano i mercati internazionali dei loro beni, facendone calare i prezzi.

Il guadagno mancato li mette sotto pressione per quanto riguarda il loro debito estero (che in parte non piccola è stato contratto con il FMI) e quindi rende frequenti ulteriori richieste di tagli di bilancio.

Questa strategia di sviluppo incastra le nazioni in una crescita bassa e discontinua e in una povertà persistente.

Per questo non c’è da sorprendersi che la Commissione europea, con i suoi artigli ben piantati nelle nazioni povere dell’Africa Occidentale, abbia deciso di consolidare questa posizione di vantaggio andando oltre, con un “accordo di libero scambio” conosciuto come l’Economic Partnership Agreement (EPA).

La ricerca di CONCORD ha verificato l’attendibilità di diverse affermazioni fatte dalla Commissione Europea che ripete il mantra “il commercio è sviluppo”.

Ma se questa è la domanda di partenza:

…l’EPA, accordo negoziato tra l’Africa Occidentale e l’UE, cioè tra una delle regioni più ricche e una delle regioni più povere del pianeta, è davvero coerente con gli obiettivi di sviluppo dell’Africa Occidentale?

La risposta è un no.

È importante notare che:

Fino al 2000… l’UE consentiva alle esportazioni provenienti dall’Africa Occidentale un accesso quasi completamente libero ai mercati europei… Queste concessioni commerciali unilaterali erano però contrarie alle regole della WTO, in vigore dal 1994. La WTO consente di creare zone di libero scambio, per esempio tra UE e Africa Occidentale, e l’UE decise di adottarne una al posto delle condizioni precedenti, anche se in queste zone le concessioni devono essere reciproche, il che significa che l’Africa Occidentale doveva consentire le stesse condizioni all’UE… L’UE avrebbe potuto chiedere alla WTO un’esenzione, come ha fatto per la Moldavia… (ma) …ha rifiutato di concedere lo stesso trattamento all’Africa Occidentale.

E oltre:

Durante le trattative, la UE è andata anche molto oltre le richieste della WTO in tema di liberalizzazioni, includendo servizi, investimenti e acquisizioni oltre ai beni. L’Africa Occidentale si opponeva, dichiarando di voler mantenere la possibilità di proteggere questi settori dalla concorrenza con l’UE.

Nel 2007, l’UE non riuscì a concludere gli accordi con le nazioni dell’Africa Occidentale, in parte perché

…l’Unione Europea garantisce ai Paesi in via di sviluppo concessioni commerciali unilaterali nel quadro del regime “Tutto tranne armi”, che offre loro accesso libero ai mercati europei senza costringerli a restituire le medesime liberalizzazioni in cambio.

Cosa fa allora l’Unione europea? Ecco cosa fa:

…ha minacciato tutte le nazioni ACP non incluse tra i Paesi in via di sviluppo di togliere loro l’accesso libero al mercato europeo… (e)… ha stabilito una nuova deadline per il completamento degli accordi.

Vi ricorda qualcosa?

E qui non stiamo parlando della Grecia, che in termini di ricchezza è una nazione avanzata. Queste sono per la maggior parte nazioni poverissime, che lottano per sfamare la loro popolazione.

Il report di CONCORD spiega che molte nazioni dell’Africa Occidentale hanno ceduto di fronte alle minacce e “hanno deciso di firmare… il 30 giugno 2014”.

Ma il processo di ratificazione è lento e alla fine del 2016 è entrato provvisoriamente in vigore solo il cosiddetto “accordo base di partenza per la collaborazione economica” (Stepping Stone Economic Partnership Agreements) con la Costa d’Avorio e il Ghana.

Inoltre, mentre 13 Stati dell’Africa Occidentale hanno firmato, Nigeria, Gambia e Mauritania se ne tengono fuori.

In particolare, la Nigeria non vuole cedere la sua sovranità all’Unione europea e “vuole sviluppare la sua industria e le sue vendite nel resto dell’Africa Occidentale, riducendo nel contempo la sua dipendenza dall’esportazione di petrolio”.

Il report di CONCORD conclude che la Nigeria non sarebbe in grado di avere questa indipendenza strategica all’interno dell’EPA.

Per illustrare i motivi per cui l’EPA non è coerente con lo sviluppo dell’Africa Occidentale, il report di CONCORD passa al vaglio diverse affermazioni avanzate dall’UE a sostegno dell’EPA.

1- L’EPA offre libero accesso al mercato europeo ai prodotti dell’Africa Occidentale?

Sì, ma l’EPA non comporta per le nazioni dell’Africa Occidentale alcun vantaggio in più, mentre introduce evidenti svantaggi nella concorrenza.

Inoltre perché i Paesi in via di sviluppo “dovrebbero affrontare questi sacrifici”, quando “hanno diritto alle concessioni commerciali unilaterali legate al regime “‘tutto tranne le armi’”?

2 – L’EPA supporterà l’integrazione regionale dell’Africa Occidentale?

“Ampiamente falso”.

“Il livello di integrazione regionale in Africa Occidentale è molto debole” quindi sarebbe stato meglio avviare processi per diversificare il commercio all’interno dell’Africa occidentale.

3 – “I prodotti agricoli dell’Africa Occidentale sono esclusi dalla liberalizzazione”?

“Vero e falso”

“L’EPA… comporta un grosso rischio per l’agricoltura dell’Africa Occidentale…(che)… è un settore importante… e offre il 60% del lavoro e soddisfa l’80% delle esigenze alimentari della regione”.

L’EPA protegge solo “il 18% dei prodotti”, ma in linea generale liberalizza l’accesso a tutto il resto. Per esempio, il latte in polvere importato più economico danneggerà “la produzione locale di latte”.

È importante capire che in base alla Politica agricola comunitaria, l’UE può “vendere i prodotti della sua agricoltura a un prezzo inferiore al costo, praticando una concorrenza sleale nei confronti dell’agricoltura del’Africa Occidentale”.

4 – “L’EPA promuoverà aiuti che permetteranno all’Africa Occidentale di trarre beneficio dall’EPA?”

“Vero e falso”

C’è in atto un programma per lo sviluppo dell’Africa Occidentale, che è una strategia del tipo FMI, basata sul taglio delle spese interne e sull’orientamento delle attività verso le esportazioni che portano liquidi.

Sia come sia, la proposta corrente non è garantita e i fondi sono “molto al di sotto i bisogni stimati” per far fronte ai costi dovuti al passaggio al nuovo acordo.

Inoltre, i governi dell’Africa Occidentale utilizzano i dazi per finanziare ospedali e tutto il resto. Ora, i sostenitori della Modern Monetary Theory (MMT) obietteranno subito che questi Stati potrebbero finanziare queste infrastrutture essenziali usando la propria capacità monetaria.

In parte è vero. Ma nel mondo reale della politica dell’Africa Occidentale e con la camicia di forza in cui si sono infilati questi governi sotto lo sguardo inquisitore di grandi bulli internazionali come l’UE e il FMI, le entrate legate ai dazi offrono un non piccolo aiuto per sottostare alle grottesche regole che costringono le loro scelte fiscali.

L’EPA quindi inciderà seriamente sulla loro situazione fiscale (all’interno delle attuali costrizioni) tanto che saranno costretti a tagliare drasticamente la spesa pubblica.

Come nota il report di CONCORD, questa spesa è:

“…indispensabile per consentire il finanziamento stabile degli edifici per scuole e ospedali, per supportare le famiglie di coltivatori e per altri servizi pubblici.”

L’EPA è quindi un altro strumento attraverso il quale viene impedito alle nazioni più povere di utilizzare le loro proprie capacità di spesa per migliorare le condizioni della loro popolazione.

5 – L’EPA rispetterà lo spazio politico dell’Africa Occidentale?

“In grande misura è falso”

“L’Africa Occidentale perderà lo spazio politico necessario a sviluppare la sua propria politica commerciale, al servizio delle esigenze dei suoi popoli, e perderà entrate fiscali che potrebbero aiutare a finanziare il suo sviluppo”.

Notando che quest’ultima conclusione si pone nel contesto delle costrizioni politiche e istituzionali che ho menzionato sopra.

Di conseguenza, il report di CONCORD conclude che:

“…l’EU, la maggiore zona economica del mondo, sta cercando di ottenere concessioni commerciali sproporzionate da una delle regioni più povere del mondo. Con l’EPA, l’Africa Occidentale avrà meno spazio politico per usare strumenti importanti per lo sviluppo di alcuni settori economici, al fine di migliorare le condizioni di vita dei suoi popoli. Allo stesso tempo l’UE non ha formalmente assunto alcun impegno per lo stanziamento a lungo termine di fondi aggiuntivi che sarebbero necessari per aiutare l’Africa Occidentale a reggere la concorrenza dei prodotti importati e compensare le entrate fiscali perdute. Come conseguenza, l’EPA non è coerente con lo sviluppo dell’Africa occidentale”.

E questo per oggi è abbastanza.

Fate girare…

 

fonte: VOCI DALL’ESTERO

FERMATE IL GASDOTTO TRANS-ADRIATICO! UNA LETTERA APERTA

FERMATE IL GASDOTTO TRANS-ADRIATICO! UNA LETTERA APERTA

Pubblichiamo e diffondiamo questo testo prelevato dal sito “www.https: 350.org/no-tap.letter.it” – affinchè TUTTI si attivino per raccogliere le firme ma anche e soprattutto per far comprendere a quante più persone possibili le ragioni per le quali il Gasdotto Trans-Adriatico denominato TAP non s’ha da fare!
Il Coordinamento Nazionale del Movimento Essere Sinistra – MovES

Il Gasdotto Trans-Adriatico fa parte del “Corridoio Meridionale del Gas” — una catena di enormi gasdotti di cui è stata proposta la costruzione, che trasporterebbero ogni anno miliardi di metri cubi di gas dall’Azerbaigian all’Europa.

Ora che Trump sta ritirando gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, è di fondamentale importanza che sia l’Europa a dare prova di autentica leadership climatica. Inoltre questo gasdotto distruggerebbe gli obiettivi climatici dell’Europa, sottraendo miliardi di euro in finanziamenti alle energie rinnovabili e incrementando la dipendenza da combustibili fossili nei confronti dell’Azerbaigian – un regime repressivo. Per non parlare degli impatti distruttivi e profondamente ingiusti sulle comunità che si trovano lungo il suo tracciato.

Ma senza il sostegno e gli investimenti europei, il progetto di questo gasdotto non può proseguire

 

Firma la lettera aperta cliccando qui!

indirizzata alla Commissione Europea e alle banche pubbliche europee (la BEI e la BERS):

“Noi sottoscritti chiediamo l’immediata sospensione di tutti i lavori relativi al TAP e al Corridoio sud del gas. Sollecitiamo la Commissione Europea a riconsiderare il proprio supporto al gasdotto, e facciamo appello alla BEI e alla BERS affinché non investano fondi pubblici in questo progetto superfluo, ingiusto e finanziariamente imprudente.”

 

PER APPROFONDIRE:

Perché l’Europa deve chiudere il rubinetto del TAP

All’attenzione di Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione Europea e Commissario europeo per l’unione energetica. Werner Hoyer, Presidente della Banca europea per gli investimenti, e Suma Chakrabarti, Presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

Facciamo appello alla Commissione Europea affinché’ ritiri il proprio supporto al Trans Adriatic Pipeline (TAP), il mega-gasdotto che si estenderà per 878 km, e alle banche pubbliche europee affinché si rifiutino di finanziare il progetto.

Il TAP e’ la parte occidentale del prospettato sistema di gasdotti conosciuto come il Corridoio sud del gas. Secondo i piani, la rete di gasdotti sarebbe operativa dal 2020 e trasporterebbe 10 miliardi m³ di gas dall’Azerbaigian all’Europa, e 6 miliardi m³ di gas in Turchia all’anno. Questo gasdotto manderebbe a monte gli obiettivi climatici dell’Europa, aumenterebbe la nostra dipendenza energetica da regimi politici autoritari1, sottraendo miliardi in finanziamenti pubblici a soluzioni più democratiche basate su fonti rinnovabili, oltre ad avere un impatto intollerabile sulle comunità attraversate dal progetto.

Basta considerare il suo impatto sul clima  perché sia chiaro che il TAP non può’ andare avanti. Il progetto del gasdotto è’ stato delineato prima che fosse firmato l’accordo di Parigi. Invece di ridurre le emissioni al più presto, come previsto dall’accordo, il TAP rischia di imprigionare  l’Europa in un sistema energetico basato sui combustibili fossili per i prossimi decenni. Considerato che l’uso dei combustibili fossili attuale già supera2 il limite di consumo di carbonio fissato per evitare cambiamenti climatici irreversibili, non c’è alcuna ragione di costruire nuove infrastrutture per il trasporto e l’utilizzo di combustibili fossili, specialmente della portata del Corridoio sud del gas.

La stessa Commissione Europea ha ammesso3 che non e’ stata condotta nessuna valutazione dell’impatto climatico del gasdotto, dunque l’unica soluzione ragionevole sarebbe congelare immediatamente il supporto della Commissione Europea al Trans Adriatic Pipeline (TAP) e alle altre sezioni del Corridoio sud del gas. È ora che i funzionari pubblici onorino le loro promesse sul clima tramite iniziative giuste e appropriate in linea con l’accordo di Parigi.

Questo gasdotto non può essere costruito senza il supporto finanziario pubblico, per cui ci appelliamo anche alle banche finanziate con il denaro dei cittadini europei che stanno considerando di investire nel progetto – la Banca europea per gli investimenti (BEI) e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) – affinché non prendano parte a questo progetto. E’ chiaro che questo gasdotto  non serve per far fronte ai nostri bisogni  energetici, come emerge da un’analisi della stessa Commissione Europea che prevede un generale declino della domanda di gas nella regione4. Investire nel Corridoio sud del gas non solo va contro l’interesse pubblico, ma rischia di rivelarsi presto un inutile spreco di denaro in una risorsa inutilizzata che sarà solo fonte di debiti.

La BEI e la BERS sono inoltre partner ufficiali della ‘’Extractive Industries Transparency Initiative’’ (Iniziativa di trasparenza dell’Industria Estrattiva), fondata per promuovere trasparenza e buona governance nell’industria del petrolio, del gas e del carbone. A Marzo l’Azerbaigian ha abbandonato questa iniziativa di trasparenza dopo esserne stato sospeso a causa delle preoccupazioni in merito alle libertà garantite alla società civile e al rispetto dei diritti umani nel paese – un ulteriore motivo per cui finanziare questo progetto sarebbe inappropriato per la BEI e la BERS.

Il TAP comporterebbe infine un pesante impatto per le molte comunità’ attraversate dal progetto in Albania, Grecia e Italia, tra le altre. A Melendugno, il punto di approdo del gasdotto in Italia, il “Comitato No TAP” è convinto che questo sia un progetto non democratico, imposto dal governo nazionale, e che causerà vasti danni economici ed ambientali irreparabili nell’area. I cittadini temono giustamente l’impatto sul turismo, sulla qualità dell’acqua e sulle fonti di sostentamento legate all’industria agricola degli ulivi. Quando sono cominciati i lavori di sradicamento di centinaia di antichi ulivi per far spazio al gasdotto, un movimento popolare ha visto migliaia di persone organizzarsi in una protesta non violenta per bloccare i lavori, attirando l’attenzione dei media. La sola portata della protesta, insieme alle barricate erette per bloccare l’accesso al cantiere, sono riuscite a causare la sospensione dei lavori. Se i lavori di costruzione continueranno, è probabile che si verifichino di nuovo simili azioni di resistenza da parte delle comunità, poiché la gente difende i propri diritti, le fonti di sostentamento e il paesaggio locale.

Noi sottoscritti chiediamo l’immediata sospensione di tutti i lavori relativi al TAP e al Corridoio sud del gas. Sollecitiamo la Commissione Europea a riconsiderare il proprio supporto al gasdotto, e facciamo appello alla BEI e alla BERS affinché non investano fondi pubblici in questo progetto superfluo, ingiusto e finanziariamente imprudente.

 

Fatti principali

Impatti climatici

Basta considerare il suo impatto sul clima  perché sia chiaro che il TAP non può’ andare avanti. Il progetto del gasdotto è’ stato delineato prima che fosse firmato l’accordo di Parigi. Invece di ridurre le emissioni al più presto, come previsto dall’accordo, il TAP rischia di imprigionare  l’Europa in un sistema energetico basato sui combustibili fossili per i prossimi decenni. Considerato che l’uso dei combustibili fossili attuale già supera2 il limite di consumo di carbonio fissato per evitare cambiamenti climatici irreversibili, non c’è alcuna ragione di costruire nuove infrastrutture per il trasporto e l’utilizzo di combustibili fossili, specialmente della portata del Corridoio sud del gas.

La stessa Commissione Europea ha ammesso che non è stata condotta nessuna valutazione dell’impatto climatico del gasdotto, dunque l’unica soluzione ragionevole sarebbe congelare immediatamente il supporto della Commissione Europea al Trans Adriatic Pipeline (TAP) e alle altre sezioni del Corridoio sud del gas. È ora che i funzionari pubblici onorino le loro promesse sul clima tramite iniziative giuste e appropriate in linea con l’accordo di Parigi.

Impatti locali

Il TAP comporterebbe infine un pesante impatto per le molte comunità attraversate dal progetto in Albania, Grecia e Italia, tra le altre. A Melendugno, il punto di approdo del gasdotto in Italia, il “Comitato No TAP” è convinto che questo sia un progetto non democratico, imposto dal governo nazionale, e che causerà vasti danni economici ed ambientali irreparabili nell’area. I cittadini temono giustamente l’impatto sul turismo, sulla qualità dell’acqua e sulle fonti di sostentamento legate all’industria agricola degli ulivi.

Quando sono cominciati i lavori di sradicamento di centinaia di antichi ulivi per far spazio al gasdotto, un movimento popolare ha visto migliaia di persone organizzarsi in una protesta non violenta per bloccare i lavori, attirando l’attenzione dei media. La sola portata della protesta, insieme alle barricate erette per bloccare l’accesso al cantiere, sono riuscite a causare la sospensione dei lavori. Se i lavori di costruzione continueranno, è probabile che si verifichino di nuovo simili azioni di resistenza da parte delle comunità, poiché la gente difende i propri diritti, le fonti di sostentamento e il paesaggio locale.

Intere comunità in Grecia e in Albania stanno già subendo l’impatto negativo della costruzione del gasdotto. In Grecia, i subappaltatori del gasdotto sono stati accusati di avere effettuato l’accesso ad aree municipali o private per installare segmenti del gasdotto senza aver ottenuto alcuna autorizzazione o aver dato alcun preavviso. In Albania, famiglie che si sono sostentate sull’agricoltura per intere generazioni stanno perdendo la propria terra e venendo compensate con cifre irrisorie.

 

Un investimento superfluo e rischioso

Questo gasdotto non può essere costruito senza il supporto finanziario pubblico, per cui ci appelliamo anche alle banche finanziate con il denaro dei cittadini europei che stanno considerando di investire nel progetto – la Banca europea per gli investimenti (BEI) e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) – affinché non prendano parte a questo progetto. E’ chiaro che questo gasdotto  non serve per far fronte ai nostri bisogni  energetici, come emerge da un’analisi della stessa Commissione Europea che prevede un generale declino della domanda di gas nella regione4. Investire nel Corridoio sud del gas non solo va contro l’interesse pubblico, ma rischia di rivelarsi presto un inutile spreco di denaro in una risorsa inutilizzata che sarà solo fonte di debiti.

 

Dipendenza energetica dall’Azerbaigian

La BEI e la BERS sono inoltre partner ufficiali della ‘’Extractive Industries Transparency Initiative’’ (Iniziativa di trasparenza dell’Industria Estrattiva), fondata per promuovere trasparenza e buona governance nell’industria del petrolio, del gas e del carbone. A Marzo l’Azerbaigian ha abbandonato questa iniziativa di trasparenza dopo esserne stato sospeso a causa delle preoccupazioni in merito alle libertà garantite alla società civile e al rispetto dei diritti umani nel paese – un ulteriore motivo per cui finanziare questo progetto sarebbe inappropriato per la BEI e la BERS.

 

Resistenza comunitaria in Salento

I paesi di Melendugno e San Foca in Salento, il “tacco” meridionale d’Italia, sono in prima linea nella battaglia per fermare il Gasdotto Trans-Adriatico (TAP).

Questa primavera, a Meledugno, centinaia di persone hanno manifestato pacificamente per impedire che boschi interi di antichi ulivi venissero sradicati per far posto al gasdotto. Gli alberi hanno centinaia (c’è chi dice migliaia) di anni e sono le fondamenta della cultura e dell’economia locale. Quando il governo nazionale ha schierato centinaia di poliziotti per costringere la folla a retrocedere, la gente ha costruito sbarramenti stradali nel corso della notte. Questi sbarramenti hanno bloccato la rimozione degli ulivi fino alle due del mattino, quando macchinari pesanti e un’ imponente scorta di polizia sono state impiegate per disfare i blocchi.

Ci sono state adunanze a cadenza regolare anche nel vicino paese marittimo di San Foca, dove la gente è preoccupata che la costruzione inquini le acque pure e azzurre del loro mare, e danneggi il passaggio e l’industria del turismo.

E’ previsto che la costruzione del gasdotto riprenda il prossimo autunno. Le comunità locali si sentono tradite dal proprio governo, che sta imponendo questo progetto contro la loro volontà, e stanno continuando ad organizzarsi.

Il loro messaggio è:

“No alla TAP, né qui né altrove”.

Photos by Alessandra Tommasi
 

Puoi seguire il comitato locale NoTAP su facebook e twitter, e usare l’hashtag #NoTAP