NAZIONALIZZERANNO O NON NAZIONALIZZERANNO I 5 STELLE?

NAZIONALIZZERANNO O NON NAZIONALIZZERANNO I 5 STELLE?

nazionalizzeranno

 

 

 

di Mauro GEMMA  [MARX XXI]

 

Nazionalizzeranno o non nazionalizzeranno i 5 Stelle? “Ai posteri l’ardua sentenza”.

Io sono di quelli che preferirebbero che i comunisti insistessero con tutte le loro forze perché ciò avvenga, senza dare per scontato nulla. Se i 5 Stelle non lo faranno e si limiteranno a proclami, si assumeranno le loro responsabilità e ne renderanno conto a chi li ha votati.

Quello che però è certo è il fatto che a nazionalizzare non sarà mai una “sinistra radicale” tanto presente con le “dichiarazioni di principio” (che, paradossalmente, aiutano anch’esse una Lega recalcitrante, se non ostile, sull’argomento a costringere il governo a marce indietro), quanto assente dalla scena politica ed elettorale del nostro paese.

I proclami a questa “sinistra” che sembra aver dimenticato che fino al 28 maggio 2018 al governo per molti anni c’è stato il centro-sinistra (anticipato da Monti nel 2011, con il colpo di Stato del presidente piddino Giorgio Napolitano) non costano nulla.

Per questo, alcuni di costoro se la prendono con il “popolo bue” che non capisce quanto sono bravi e decisi nel mettere in pratica i loro proclami. Mai un’autocritica da parte di questa “sinistra”, perché la colpa è sempre degli altri, anche del popolo che, come scrisse sarcasticamente Brecht, siccome non ha capito, “andrebbe abolito“.

E a proposito di coerenza tra il dire e il fare, perché non sentiamo mai una parola critica, anche blanda, nei confronti di quello Tsipras, a cui hanno intitolato anche una lista elettorale?

 

Con lui si che la Grecia è tutta “nazionalizzata”. Dalla miseria, dalle banche tedesche e dal 2,8% del bilancio destinato alle spese militari per assecondare l’alleato statunitense.
Ma guai a chi lo tocca: il semidio greco non sbaglia mai.
C’ERA UNA VOLTA UN PAESE BELLO…

C’ERA UNA VOLTA UN PAESE BELLO…

paese

 

 

di Daniele PERGAMO

 

 

C’era una volta un paese bello e pieno di grandi opportunità ma oppresso dallo statalismo, dai monopoli fiscali, dalla tirannia dei boiardi di stato, seppellito dalle inefficienze.

La popolazione era ormai esasperata, tutti si sentivano soffocati e senza speranza e tiravano a campare a stento chiusi nella rigida gabbia del posto fisso spesso statale. Questo triste paese non era il Venezuela o la Korea del nord, era l’italia.

Ebbene si, c’è stato un tempo in cui tutto o quasi, dai supermercati alla compagnia dei telefoni, era statale. Non c’era scelta, non c’era libero mercato, non si poteva nemmeno licenziare.

Poi arrivò il blairismo e tutto cambiò: di colpo potevi “scegliere”, comparvero mille operatori di qualsiasi cosa, le banche divennero private e finalmente potevano pure fare finanza, tutti potevano risparmiare grazie alla “concorrenza” e tutti potevano sperare, anzi avere la certezza, di diventare ricchi.

Fu una stagione breve ma fantastica: gli abitanti di questo fortunato paese erano come bambini che scoprivano per la prima volta le gioie del libero mercato. Lo Stato diventava sempre meno invasivo, dismetteva, e una nuova generazione di politici “liberalsocialisti” e poi solo “liberal” ci raccontava che i privati avrebbero “investito”, “ammodernato”, fatto le cose che lo Stato non sa o non vuole fare e tutto questo ci avrebbe fatto anche spendere meno.

E tutti bensavano “Bene! Avrò più soldi da investire in Borsa“.
Erano i primi anni ’90, l’età dell’oro del libero mercato in italia. Guardavamo Blair e dicevamo “quanto è fico“, poi guardavamo D’Alema e dicevamo “Beh, accontentamose“.

Poi cominciarono ad arrivare le fregature a sangue.

Banca 121 che vendeva carta straccia ai pensionati dicendo che erano BTP, l’IRI decimo gruppo industriale al mondo spacchettato e venduto a prezzi da ferrovecchio, Tronchetti Provera che compra la SIP con soldi non suoi, la spoglia di tutto e poi la rivende dopo aver cacciato metà del personale, Autostrade regalate in cambio di niente, Cragnotti che comprava Centrali del Latte come fossero noccioline coi soldi di Banca di Roma e un giorno lo arrestano e va a puttane tutto, Tanzi che fa lo stesso con le merendine e finisce uguale.
L’ultima grande epica fu come i privati avrebbero rifatto gli acquedotti aggratis, e furono calci in culo pure lì.

Il resto è storia di oggi: Europa, Troika, euro, Jobs Act, ponti che crollano e cervelli all’ammasso.
PRIVATIZZAZIONI? ORA BASTA

PRIVATIZZAZIONI? ORA BASTA

privatizzazioni

 

 

 

di Jean DE MILLE

 

 

La cronaca di oggi mostra come la vicenda delle concessioni autostradali stia già scivolando, da tema su cui misurare il rapporto tra lo Stato e le aziende private, a puro fatto di gossip, sul quale scatenare le tifoserie.

Per cui si discute di un selfie come di un affare di importanza capitale, a cui rispondere magari ricordando un altro selfie (quello di Renzi ai funerali di Tina Anselmi). E ci si rimpallano le responsabilità fino a trasformarle in un groviglio inestricabile fatto di finanziamenti, di voti parlamentari, di clausole approvate dall’una o dall’altra maggioranza.

Tutto prevedibile, tutto orribilmente normale. Non si tratta di chissà quale complotto, ma di ordinaria manipolazione comunicativa, che ha la funzione di coprire sotto una cappa di fumo e di rumore lo snodo cruciale focalizzato in questi giorni: quello del ruolo dello Stato in economia, delle sue prerogative, della sua funzione di indirizzo politico e di controllo.

A me personalmente ed a noi profughi della sinistra sociale non importa, se non in via del tutto subordinata, di conoscere in dettaglio l’iter della concessione ad Autostrade per l’Italia.
Sappiamo benissimo quanto centrodestra e centrosinistra abbiano gareggiato nella corsa alle privatizzazioni, sorretti da un’idea del rapporto tra Stato e mercato sostanzialmente sovrapponibile, e contrassegnata dalla subordinazione del primo al secondo.

 

L’aspetto nuovo emerso in questa fase è quello di un ripensamento del processo di privatizzazione, che per la prima volta dopo trent’anni viene osservato in maniera critica da una parte cospicua della popolazione.

 

Di fronte a questo scenario la nostra posizione dovrebbe essere limpida: rigettare qualsiasi collaborazione “repubblicana” col Pd che, apertamente e smaccatamente, si pone a difesa delle lobby imprenditoriali; e dall’altro lato inchiodare il governo pentaleghista alle sue impossibili promesse.

IL DIRITTO A PROPRIO USO E CONSUMO

IL DIRITTO A PROPRIO USO E CONSUMO

diritto

 

 

di Beppe SERRELLI  (avvocato)

 

Sembra ovvio che nessuno è colpevole, finché i giudici non lo stabiliscano (stiamo freschi, risponderebbe il senso comune…).
Ma noi, nel tetragono rispetto della tripartizione dei poteri, restiamo abbarbicati a questo principio, costi quel che costi (non fa nulla che Marx e molti altri, prima e dopo, ci abbiano spiegato come il diritto rifletta i rapporti di forza tra le classi sociali…).

 

Tuttavia, pur fermi sui fondamentali, basta leggere le norme che attengono alla responsabilità contrattuale per ‘intuire’ quante cose non quadrino nel garantismo sbandierato contro la minacciata risoluzione del contratto stipulato tra lo Stato e i Benetton.

Nei contratti con prestazioni corrispettive, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni, l’altro puo’ a sua scelta chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno.”
È un principio basilare, già ben chiaro ai Romani, che da noi è fissato al I° comma dell’art.1453 C.C..

Bene: si suppone che un contratto che si rispetti sia a prestazioni corrispettive (ahimè) e che uno dei contraenti possa recedere con eventuale obbligo al risarcimento.
Un dipendente sospettato di una grave infrazione disciplinare, ad esempio, viene immediatamente sospeso dal servizio, in attesa delle sue giustificazioni. Quindi, se ritenute insufficienti le giustificazioni, viene licenziato ‘in tronco’. Poi si vede cosa diranno i giudici. Per i tre gradi passano 10 anni.

Il ragionamento del datore di lavoro è plausibile: posso tenermi un dipendente ladro, o infedele finché i giudici non decidano, in via definitiva, chi ha ragione e chi ha torto ? Evidentemente, no.

I Benetton godono di una convenzione, persino coperta da segreto di Stato, in alcune clausole, che è tutta a sfavore del concedente (lo Stato), che affida, tra l’altro, ai concessionari la ‘manutenzione’ delle strade, attraverso il corrispettivo dei pedaggi che i cittadini pagano direttamente al concessionario. Un sistema geniale (per i concessionari)…

Ma c’è un interesse vitale dello Stato. E lo Stato ha infiniti strumenti legittimi e legali per farsi rispettare, a cominciare dal potere legislativo, o semplicemente amministrativo – regolamentare. I giudici vengono dopo, molto dopo…

Crolla un ponte strategico, con decine di vittime e danni incalcolabili all’economia locale e nazionale, la sua manutenzione era affidata ad un concessionario privato ma: alt! I Benetton non si toccano. Si attendano le decisioni della magistratura! Non si tratta mica di un cameriere che si è fottuto una mancia!

P.S.: mi viene obiettato: ma ci sono le penali, (le clausole vessatorie che Delrio avrà sottoscritto una per una?). E sì, un privato cittadino che vuole impugnare al TAR un abuso di un Ente territoriale o dello Stato, non può farlo per i costi esorbitanti imposti.
A tutela di un superiore interesse pubblico. Si dice…
Quando cascano i ponti dove sta l’interesse pubblico e prevalente?
TERRORISMO UNITED COLORS

TERRORISMO UNITED COLORS

terrorismo

 

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra [ MovES ]

 

I giorni passano e il dolore per la strage di Genova non se ne va.
Anzi, aumenta.
Le notizie di cui veniamo in possesso non fanno che aumentarlo insieme alla rabbia. Dolore e rabbia sordi e impotenti di chi sapeva che prima o poi qualcosa di terribile sarebbe successo perchè, dove manca lo Stato a gestire quello che interessa il bene comune, e subentra chi deve fare cassa fino a sfondarla sulla pelle delle persone, è sicuro che sia solo questione di tempo che una mattanza prima o poi avvenga.
Una rabbia sorda e impotente perchè troppi (!) tra le persone comuni, non hanno voluto credere a quale sistema di potere aspirasse e fosse determinato a creare il PD e fin dove si sarebbe infiltrato come una delle peggiori e mortali metastasi della democrazia.

La strage di Genova (ci tengo a definirla una strage perchè lo è a tutti gli effetti) non è dissimile da quella della Stazione di Bologna.
Non solo per le modalità infami, non solo perchè i morti sono stati troppi laddove anche solo uno è già troppo.
Ma anche perchè questi eventi agghiaccianti sanciscono di fatto passaggi politici determinanti.

Bologna ci ha dimostrato come vari poteri si intersechino, come si crei tra loro sinergia e come agiscano in perfetto unisono per raggiungere i loro obiettivi.
Bologna fu la madre di tutte le stragi proprio per quanto successe dopo. Ma anche prima. L’omicidio del Giudice Mario Amato, ne è la riprova.

 

E Genova ricorda molto tutto questo.
Oggi il terrorismo non viene rappresentato con gli omicidi eccellenti o con le stragi al tritolo, ma da un sistema di potere che, per ragioni molto simili a quelle che muoveva lo stragismo italiano di un certo periodo storico, piega con la paura, l’oppressione e il ricatto milioni di persone o sacrifica decine di vite umane pur di mantenere controllo e dominio e di conseguenza, immensi patrimoni.

 

Quello che sta emergendo, quindi, dimostra che oggi come allora, NON SONO SOLO i Benetton il problema, ma lo è l’intreccio di poteri con la politica che, per scopi che a noi comuni mortali appaiono come mostruosi e complottisti, in realtà non fanno altro che garantire se stessi a qualunque costo e senza mai scomporsi.

Le elargizioni che sembra che i Benetton abbiano versato a tutti i partiti – tanto il centrodestra quanto il centrosinistra di un certo periodo – confermerebbero quanto collusa sia la politica che conosciamo con il grande capitale finanziario e non, e sarebbero in perfetto stile mafioso, visti gli immani scambi di favori che inevitabilmente si sono sempre innescati, come dimostra la storia di questo paese.

A conferma, quindi, che non solo il sistema ripete sempre se stesso ma che in questo passaggio, a fronte degli effetti dell’attacco portato alla democrazia, l’evoluzione c’è stata ma prepotentemente verso la distruzione dello Stato e a favore di poteri che, nella loro somma attuale, diventano un’ulteriore entità politica. Tanto invisibile ai più, quanto per questo maggiormente potente.

Non è impossibile, pertanto, che nello svolgimento delle indagini sul crollo del ponte Morandi possano emergere ulteriori sconcertanti fatti e verità annesse e questo ci porta a pensare che altri insabbiamenti e depistaggi potrebbero verificarsi. Anche in questo Bologna insegna molto e dovremo vigilare, soprattutto adesso.

Colossi come quello del gruppo Benetton, possono tutto. Sono gli stessi Benetton che in Sud America per i loro profitti più sfrenati, sono coinvolti nella sanguinosa spoliazione dalle loro terre, il popolo Mapuche.

Non staremo a guardare, specie perchè Genova, con il suo enorme dolore per il tragico rosario di nomi delle vittime, con i danni impressionanti ai sopravvissuti del crollo, ai residenti della zona, al territorio e alla sua economia, sta cominciando a dirci qualcosa in più.

Un qualcosa che quell’applauso ai rappresentanti del governo durante la funzione per le vittime, continua a confermarsi sempre più chiaramente.

Un qualcosa che insiste a dirci che il sipario del dio mercato è strappato e che il cambiamento, se non sarà oggi con questo governo, comunque sarà!

Troppo facile e troppo comodo, perciò, rubricare anche le reazioni di oggi alla voce “il popolo è ignorante e razzista“. Un bell’alibi per non vedere le proprie individuali e collettive responsabilità.

Il popolo di quei funerali come quello del voto del 4 marzo, sta gridando il suo BASTA! e ha votato chi, dopo decenni, ha iniziato a parlare il suo linguaggio, disinteressandosi del fatto che fosse Di Maio o Salvini perchè quando la disperazione e l’oppressione diventano una marea che ti soffoca, non importa più nulla su chi sembra lanciarti un salvagente.

 

Di questo la sedicente sinistra che si straccia le vesti dovrebbe occuparsi.
NON di uno squallido selfie fatto durante un funerale di Stato e non dei fischi a Martina&Co., ma della sconfitta ormai acclarata e acclamata a gran voce, di tutta una parte politica vergognosamente serva di un sistema che ancora troppi hanno votato e troppi sostengono in tutte le sue forme e propaggini.
Una sconfitta che nemmeno il terrorismo United Colors potrà sanare.

 

ANCHE e SOPRATTUTTO perchè acclamata proprio durante i funerali di 43 morti assassinati dal terrorismo delle più orrende e mostruose speculazioni delle élite del capitalismo globalista finanziario di cui i Benetton sono solo la punta di un immenso iceberg e ancora troppo sommerso.

GENOVA, IL NOSTRO DOLORE, LA NOSTRA RABBIA

GENOVA, IL NOSTRO DOLORE, LA NOSTRA RABBIA

genova

 

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra [MovES]

 

.

Una giornata prefestiva di una settimana ferragostana che è stata torrida. Molte fabbriche e aziende chiuse. Altre continuano a lavorare. Le ultime partenze per il Ferragosto. E finalmente piove. Piove su tutto il nord e piove a Genova.
Genova. La A10 e il lavoro. E quegli ultimi chilometri verso gli imbarchi, verso il Ponente, verso la Francia.
Genova. D’improvviso, un soffio cruento che interrompe il flusso di tante vite, di spensieratezza, di agognato riposo, di lavoratori che si muovono nell’andirivieni dei veicoli.
Genova. D’improvviso il crollo. Le morti. L’orrore.

 

La notizia attraversa i media e in poco raggiunge tutti gli italiani. Nessuno vuole credere sia potuto succedere.
Un intero ponte crollato, è il tratto di viadotto che attraversa l’abitato. Il pensiero corre alle altezze, al precipitare, ad un gigante che incolpevole si è seduto con la sua massa di cemento, ferro e detriti sulle vite di tanti, sulle loro case, sulle loro speranze, sul loro futuro.

Si resta inebetiti, attoniti, sgomenti…
Il primo pensiero che ti sale alla mente: “…impossibile, non può essere successo davvero...” ma le immagini che scorrono, mentre il gigante si sbriciola, sono lì, sono sotto agli occhi di tutti. Lì e davanti agli occhi terrorizzati di altri esseri umani che ha chiuso per sempre.

In un lampo capisci cos’è successo. Capisci il perchè, le ragioni, le cause.
Aspetti, ti dici che non sarà così mentre dentro SAI perchè è accaduto ma speri di sbagliarti perchè un simile orrore lo rifiuti, perchè malgrado sai che chi ha causato quella strage sia capace di tutto, continui a non volerlo credere. È troppo anche per te.

Speculazione, degrado e incuria, prima, mancata manutenzione e intensificazione del traffico, dopo, per fare ancora più soldi, tanti soldi, montagne di soldi. No no no no, impossibile, pensi-speri ancora di sbagliarti.
Le ore passano e il pensiero continua a correre a quelle mani che scavano frenetiche, addolorate per ciò che trovano, agli occhi che non vogliono trovare solo morti, ai cani che fiutano, che guaiscono per raggiungere chi è sepolto sotto montagne di ferro e cemento sbriciolato. E ti manca il respiro, quasi ci fossi anche tu, là, sotto a tutto quel peso. Altre ore e ancora le stesse sensazioni.
Infine la conferma.

Ti assale una commistione di dolore profondo e sordo, di rabbia, di orrore senza soluzione di continuità. Genova ce l’hai nella mente, negli occhi, nei brividi che ti attraversano pensando agli ultimi istanti di chi precipitava, di chi si è salvato per un soffio davanti al baratro che si apriva dinnanzi alle ruote del suo veicolo, di chi è ferito ma non sa come, non sa quanto. E soprattutto non sa il perchè. Non lo sa ancora.

Ma tu, invece, lo sai. E sai già che quell’orrore è avvenuto a Genova come poteva avvenire ovunque in Italia, in Europa, in ogni parte di questo disgraziato spaccato di mondo ormai devastato e distrutto da un potere profondamente criminale che impiega un istante a spazzarti via dalla faccia della Terra solo per ingoiare, ingurgitare, incorporare patologicamente palate di denaro che non potrà spendere in tutta la sua esistenza e in quella delle sue discendenze. Solo per arricchirsi e per sentirsi onnipotente sapendo di poter decidere chi vive e chi muore.

Un gioco perverso quello che si è materializzato ieri a Genova. Genova, Italia. Genova, Europa.
Dopo ore ed ore, siamo ancora tutti a Genova, davanti a quelle immagini. Storditi, straniati, atterriti, spersi…
In giro c’è silenzio. Non solo perchè Ferragosto è alle porte. Un silenzio surreale.
Si parla di Genova, ci si guarda in faccia l’un l’altro e lo smarrimento è come pietra.
Chi non è mai passato di lì, specie vivendo al nord?

Un amico dice: “Ci sono passato ieri!”. Poteva capitare a lui, poteva capitare a tutti.
Ed ecco il mostro affacciarsi alla mente: SIAMO TUTTI IN PERICOLO.
Mai come oggi, in questa immensa roulette russa a cui il potere neoliberalista ci obbliga,  NESSUNO è salvo.
Ci hanno ridotti ad essere un gregge di agnelli sacrificali da immolare senza nessuna esitazione, retropensiero, dubbio e scrupolo, in nome del capitalismo più feroce e predatorio mai visto nella storia dell’Italia repubblicana.

Questo è un paese che troppo spesso è stato attraversato da disastri annunciati e voluti, costati vite umane. Stragi.
Da ieri piangiamo altri nostri morti innocenti sacrificati senza ragione e spaventa perchè ci ricorda che siamo esposti ad un pericolo che incombe sulle teste di tutti in qualunque momento, in qualunque contesto.

Un profitto massimizzato cui non importa per nulla della conta dei morti.
Un ponte instabile sin dalla sua realizzazione, a quanto pare, che ha mostrato i segni della sua incapacità da sempre. (I primi scricchiolii…)
Negli anni, però, il traffico era tale da essere tollerabile dalla statica del ponte.
Poi, con la privatizzazione del 2002, i carichi sono aumentati esponenzialmente. (Un altro sinistro scricchiolio…)
In Parlamento un senatore presenta un’interrogazione per il Viadotto Morandi denunciandone la pericolosità. Nessuna risposta. (Un altro scricchiolio ancora…)
Un esponente di Confindustria ligure, denuncia e predige il crollo. (E ancora uno…)
Tecnici qualificati insistono nel dire che si debba intervenire in fretta e radicalmente. Silenzio… (Gli scricchiolii continuano uno dopo l’altro…)
Il governo PD di ieri, col suo silenzio carico di colpe e responsabilità, coi suoi tanti Delrio che si sono lavati mani e piedi nel sangue dei morti di oggi, sono gli ultimi carichi destabilizzanti del Viadotto Polcevera e del ponte Morandi.
La Gronda che poteva sgravare i pesi in transito, non si è fatta perchè “Autostrade per l’Italia ha garantito che il ponte starà su per almento 100 anni”. Solo tre mesi fa l’ok ai lavori.
Poi il dissesto idrogeologico di cui la Liguria è uno degli emblemi più dolorosi in Italia, per le ferite inferte sistematicamente al suo territorio. Ma intanto i governi parlano di TAV, di TAP, di grandi opere, sulla scorta di una simile orrenda prospettiva regolata solo dal profitto.
Ieri l’ultimo, definitivo scricchiolio. E Genova è ferita mortalmente.
Ferita nei morti che giacciono sui tavoli degli obitori dei suoi ospedali. Ferita per il dolore dei famigliari delle vittime.
Ferita per l’orrore che resterà negli occhi di chi si sarà salvato e di chi porterà i segni fisici per sempre.
Ferita nei tetti su cui il gigante si è seduto spazzando via le case a 440 persone che sono dovute sfollare.
Ferita nelle attività produttive e portuali, nel turismo, nelle vie di comunicazione spezzate in due. E non si sa chi ringraziare che la catastrofe sia avvenuta in una settimana in cui la maggioranza delle aziende chiudono. Diversamente, come sarebbe stata la conta dei morti?

Questo è un capitalismo che mette sul piatto costi e benefici come in una grande scommessa.

 

È agghiacciate solo a pensarlo, peggio ancora a dirlo ad alta voce: Genova è la conferma definitiva per tutti che per questo capitalismo meglio rischiare i morti al fare interventi risolutivi.

COSTA MENO dover risarcire, a tragedia avvenuta, i danni collaterali (così definiscono le vite che spezzano) del mettere in sicurezza in qualunque modo, per evitare catastrofi.

 

Un capitalismo che conta sulla complicità dello Stato coi suoi tempi della giustizia che giustizia non è mai.
Genova sarà un’altra pagina nera di quella giustizia. Una peggio di tante accadute in precedenza.

Il profitto di un capitalismo che gioca sporco e senza freni e manda a schiantarsi al suolo poveri e ignari innocenti, perseguendo la volontà criminale di un arricchimento sfrenato che lacera le carni vive del paese.
Ma i rincari delle Autostrade ogni 1° gennaio sono immancabili e Atlantia – la S.p.A. che gestisce questo tratto di rete autostradale di cui la famiglia Benetton è il maggiore azionista – ha incassato 1 miliardo e 100 milioni di utili che non sono andati in interventi strutturali ma in dividendi per gli azionisti.

Un profitto che distrugge tutto senza conoscere mai pietà, che non bada al sangue delle vittime e alle famiglie che devasta e consegna alla disperazione totale, che si nutre della giustizia non giustizia.

Il viadotto Morandi di Genova che si è seduto col suo peso mostruoso sulle vite di tanti innocenti asfissiandole, schiacciandole e stritolandole fino a distruggerle, è la piena rappresentazione di come quel capitalismo – attraverso la sanguinaria massimizzazione del profitto che attua – sta asfissiando, schiacciando e stritolando le vite di tutta una umanità colpevole solo di non appartenere a quell’1% di popolazione mondiale che accresce la sua onnipotenza giorno dopo giorno mediante l’annientamento di intere popolazioni.

 

Un profitto che da ieri a Genova, ci lascia una volta di più sgomenti e rabbiosi.
Che spacca il cuore e lo affoga in un dolore sordo che dal profondo urla un disperato e determinato: BASTA!

 

Dimensione carattere
Colors