IL SOCIALISMO È MORTO, VIVA IL SOCIALISMO. Intervista a Carlo Formenti

IL SOCIALISMO È MORTO, VIVA IL SOCIALISMO. Intervista a Carlo Formenti

Carlo Formenti è una delle menti più lucide e preparate che quella sinistra che non ha voluto piegarsi ai diktat del liberismo, ha al suo interno. La sua preparazione è sotto agli occhi di tutti: nel suo impegno politico ma soprattutto nel suo lavoro.
Infatti, tante sono le sue pubblicazioni e tutte hanno precorso i tempi, dando modo di aprire una profonda riflessione che ha provocato la necessaria reazione al dominio neoliberista anche nel nostro paese, la stessa reazione che oggi vede diversi soggetti iniziare ad aggregarsi per costruire un campo e una prospettiva marcatamente socialista e sovranista, antimperialista, antiliberista e anticapitalista.

In occasione dell’uscita del suo ultimo libro “Il socialismo è morto, viva il socialismo“, edito da Meltemi, abbiamo chiesto ad Enea Boria di Rinascita!, di intervistare per noi Carlo Formenti sul suo libro.
Ne è scaturita una conversazione interessantissima, assolutamente da non perdere.
Eccola qui di seguito.

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Enea Boria: Leggendo il tuo ultimo libro la prima sensazione che si prova è uno strappo doloroso. Non tanto per quello che riguarda un divorzio dalla sinistra ampiamente consumato, quanto per il lapidario giudizio sul ‘900 e quindi sull’esperienza storica e culturale dalla quale proveniamo, che per te sono da considerare definitivamente finiti. Questo però non lascia spazio al pessimismo. Abbiamo perso la guerra più che una battaglia, scrivi, ma poi aggiungi che la storia non è finita e che occorre ricostruire identità e capacità di mobilitazione intorno a un progetto che sia altro dal capitalismo. Per questo sostieni che bisogna cambiare prospettiva: non basta più limitarsi a ripetere, con Gramsci, che “il vecchio muore ma il nuovo non può nascere”, bisogna iniziare ad agire nel segno di un nuovo che “deve nascere”.
Mi sembra che nella prima parte del libro, sintetizzata nelle dodici tesi del primo capitolo, si evidenzi una continuità con due opere precedenti, “Utopie letali” e “La variante populista”, i cui contenuti vengono qui riproposti e sintetizzati in una necessaria pars destruens. Sgombrato il tavolo degli attrezzi consunti e ormai inservibili, nella seconda parte del libro, inaugurata da altre ventidue tesi, attrezzi il banco di lavoro con nuovi strumenti e abbozzi alcune istruzioni su come utilizzarli. In questo senso si potrebbe dire che Il socialismo è morto, viva il socialismo comincia esattamente là dove “La variante populista” concludeva. Era questo il tuo intento programmatico?

Carlo Formenti: Hai colto perfettamente lo spirito di questo mio nuovo lavoro. Nella prima parte – che tu giustamente definisci pars destruens – sono riproposti argomenti già ampiamente affrontati nei due libri precedenti, ma con una differenza sostanziale: qui il giudizio sul destino storico delle sinistre – tutte, non solo le socialdemocrazie ma anche le sedicenti sinistre radicali – è assai più netto, oserei dire liquidatorio. Non siamo più nell’ordine della crisi, ancorché radicale, di un discorso, parliamo della sua morte, una morte che non si riferisce solo ai partiti e alle loro ideologie, ma anche ai movimenti sociali che rappresentavano: a morire è il movimento operaio novecentesco con tutto il suo corredo di culture, esperienze, principi e valori. Queste forze non sono state solo sconfitte, sono state inglobate e omologate al sistema contro cui avevano combattuto fin dal XIX secolo, si sono arrese senza condizioni al neoliberismo, sposandone integralmente principi e obiettivi e facendosi portabandiera di strati sociali medioalti alleati e/o asserviti alle élite finanziarie globali.

Ed è vero anche ciò che dici della seconda parte. Per anni, di fronte alla crisi e allo smarrimento che essa suscitava nelle coscienze più consapevoli del disastro e al tempo stesso meno disposte ad adagiarsi sull’esistente, abbiamo recitato come un mantra il detto di Gramsci “il vecchio muore ma il nuovo non può (ancora) nascere”, con una sorta di passiva rassegnazione alla Eduardo De Filippo (a da passà a nuttata). Già nella parte conclusiva de “La variante populista” accennavo alla necessità di cambiare registro, prendendo atto che il nuovo non nasce da solo, che se l’ostetrica non interviene ad agevolare un parto difficile rischiano di morire sia il bambino che la madre. Fuor di metafora, ciò vuol dire che il capitalismo non muore da solo, che le sue crisi sempre più acute e ravvicinate rischiano piuttosto di far morire la civiltà umana e addirittura di cancellare la vita stessa da questo pianeta. Ecco perché il socialismo, estinto nelle sue forme storiche, si riaffaccia come unica, ineludibile alternativa al caos e alla barbarie. Quindi come lascia intendere il titolo di questo nuovo libro, bisogna cominciare a raccogliere le energie e le forze sociali, culturali e politiche per riprendere una lotta contro il capitalismo che assume oggi la natura di vera e propria lotta per la sopravvivenza della civiltà e del genere umano.

Enea Boria: Riparto dalle prime dodici tesi. Uno dei temi che le attraversa è quello del rapporto, tanto della sinistra quanto degli spezzoni ancora esistenti del movimento operaio di riconoscibile impronta marxista, tanto con il progresso – sia tecnologico che dei costumi – quanto con il progressismo, cioè col paradigma ideologico del progresso. Da questo punto di vista la tua critica è molto severa e aspra nei confronti di quell’ingenuo ottimismo – che presenti come residuo anacronistico del positivismo ottocentesco – che tende a stabilire un rapporto automatico fra il progresso lo scorrere del tempo.
L’idea che lo sviluppo delle forze produttive generi inevitabilmente un terreno di lotta più favorevole agli interessi delle classi subalterne, e l’idea che i cosiddetti lavoratori della conoscenza siano portatori di una carica e di una volontà rivoluzionarie, sono a tuo parere pregiudizi che i fatti storici si sono incaricati di falsificare. L’evoluzione della società che abbiamo di fronte, ci suggerisce l’esatto contrario: il progresso, che è oggi esclusivamente progresso capitalistico, non solo non è portatore di istanze di emancipazione in favore di sfruttati e oppressi ma è intrinsecamente associato a forme ancora più opprimenti di sfruttamento.
Ecco perché sostieni che quel socialismo rinnovato all’altezza delle sfide contemporanee che bisogna far nascere, non potrà essere pregiudizialmente progressista e, al contrario, almeno sotto alcuni aspetti, potrà e dovrà essere conservatore. Si tratta di costruire un nuovo paradigma di pensiero su questo tema, un compito molto complesso. Da quali idee possiamo partire per affrontarlo?

Carlo Formenti: Nel libro aggredisco il tema da diversi punti di vista. In primo luogo, credo che occorra prendere atto che nessuna delle rivoluzioni socialiste è avvenuta in un Paese industrialmente avanzato. Contrariamente alle previsioni di Marx le rivoluzioni russa, cinese e cubana (per citare solo queste tre) sono state effettuate da classi operaie in formazione alleate con larghe masse contadine e piccolo borghesi. Un blocco sociale che lottava per rovesciare vecchi regimi politici e sociali autoritari ma non per “modernizzare” i rapporti di produzione, come si è sostenuto da parte dei marxisti ortodossi. Al contrario: come già riconosceva Walter Benjamin, queste masse volevano piuttosto “tirare il freno a mano” del treno della storia, si opponevano cioè alla subordinazione dell’intera società al dominio dei rapporti capitalistici di produzione, volevano democrazia e libertà e non “sviluppo” capitalistico. I partiti che hanno imboccato la via della modernizzazione, sposando l’idea liberal borghese di progresso e illudendosi di poter competere con il capitalismo sul suo stesso terreno, hanno consegnato al fallimento l’esperimento del socialismo reale. Altra considerazione: tutte le grandi rivoluzioni industriali associate alle grandi rivoluzioni tecnologiche (vapore, elettricità, digitale) non hanno provocato un miglioramento dei rapporti di forza delle classi lavoratrici bensì un loro drastico peggioramento, favorendo un’intensificazione dello sfruttamento capitalistico e una riduzione delle capacità di associazione e contrattazione della forza lavoro nei confronti del capitale. Il pensiero marxista ortodosso non è mai riuscito a liberarsi dell’eredità positivista ed evoluzionista del XIX secolo che attribuisce all’avanzamento scientifico e tecnologico un carattere intrinsecamente progressivo, ignorando che la direzione di tale avanzamento è sovradeterminata dai rapporti di forza fra le classi sociali. Senza un ripensamento critico del dogma marxista che vede nello sviluppo delle forze produttive il presupposto indispensabile per la transizione da una civiltà capitalista a una civiltà socialista, non saremo mai in grado di costruire un socialismo del XXI secolo.

Enea Boria: Nella tua opera compi una lunga analisi sulle tesi di David Harvey, soffermandoti in particolare sulle modalità di aggressione del capitalismo nei confronti di tutte quelle forme di vita e di relazione sociale che sono esterne alla relazione mercantile.
Harvey definisce questa aggressione nei confronti di tutto ciò che non è mercato accumulazione per espropriazione. In uno dei suoi ultimi saggi, “Marx e la follia del capitale“, Harvey dedica l’intero sesto capitolo ad una accurata esegesi dei testi di Marx a proposito della tecnologia e del suo sviluppo. Secondo Harvey la sinistra ha trasformato lo sviluppo della tecnologia in un feticcio, dimenticando che mentre lo sviluppo tecnologico risolve certi problemi tecnici e operativi, ne crea contestualmente altri, per esempio alimentando bisogni non necessari che ci rendono schiavi. Harvey ritiene che Marx ne fosse già ampiamente consapevole per cui dovremmo limitarci a recuperarne il pensiero liberandolo dalle incrostazioni successive, una conclusione che mi è parsa sbrigativa.
Torno su questo tema perché negli incontri pubblici capita spesso di sentire molte persone che parlano della necessità di rivendicare reddito sganciato dall’attività lavorativa perché presto, per via dell’automazione, non ci sarà più lavoro. Da un lato, credo che questa sia una scappatoia ipocrita da parte d’una sinistra in via di estinzione, nel senso che dare il lavoro per morto la esime dal dover riorganizzare il conflitto nel e per il lavoro; dall’altro lato credo che anche l’analisi di fondo sia errata: laddove la robotizzazione è più avanzata il numero degli impiegati e degli addetti non necessariamente è diminuito, ma ha cambiato forma, per esempio da operai a sistemisti.
In ogni caso perché piangere, e lo dico dopo 15 anni di officina meccanica, se in futuro l’essere umano non dovrà più avvitare bulloni? Si apre un mondo di lavori dedicati al servizio alle persone o alla cura del territorio, lavori necessari e non automatizzabili, che però rinviano alla necessità di reinventarsi e rafforzare il ruolo economico dello Stato, in quanto si tratta di servizi pubblici che bisogna cercare di trascinare fuori dal mercato.
La sinistra si sottrae all’argomento e invoca l’elemosina, pur di non chiarire il proprio rapporto nei confronti dello Stato, della sua sovranità e delle sue prerogative. Come dobbiamo rispondere alle persone il cui lavoro è a rischio, che hanno paura del domani?

Carlo Formenti: Sul concetto di accumulazione per espropriazione mi riservo si tornare più avanti, in quanto chiama in causa la questione della costruzione di un nuovo blocco sociale anticapitalista che affronterò rispondendo alle tue osservazioni sulla seconda parte del libro. Condivido invece la considerazione critica in merito al modo in cui Harvey riparte da Marx nell’affrontare la questione dell’innovazione tecnologica: il problema non si risolve “depurando” il discorso marxiano dalle successive incrostazioni scolastiche. Il punto è che lo stesso Marx era influenzato dai pregiudizi ottocenteschi sul carattere intrinsecamente positivo dell’avanzamento tecnologico, per cui ribadisco quanto detto in precedenza: senza liberarci del paradigma che vede nello sviluppo delle forze produttive la condizione essenziale per il superamento del capitalismo non faremo sostanziali passi avanti.

Per quanto riguarda invece i discorsi delle sinistre (ricordo che il riferimento vale soprattutto per le tesi post operaiste di Negri e allievi) sulla “fine del lavoro”. Intanto è il caso di chiarire che quella della fine del lavoro industriale (quello che chiami stringere i bulloni) è una colossale idiozia: oggi ci sono molti più operai di prima, solo che stanno in Cina, India e altri Paesi in via di sviluppo, per cui il discorso sulla terziarizzazione riguarda solo noi occidentali. Ciò detto il problema è quale terziarizzazione. Quella generata dal neoliberismo consiste nel far proliferare i settori della comunicazione, del software, dell’industria culturale, della finanza, del commercio, ecc.. Quella che dovrebbe realizzare il socialismo del XXI secolo si riferisce invece, come dici tu, ai lavori socialmente utili. Ma qui è importante differenziarci dalle sinistre “benecomuniste”: per costoro queste attività dovrebbero essere “né pubbliche né private”, ma questa visione è perfettamente compatibile con il liberismo, vuol dire abbracciare la filosofia della “sussidiarietà”, dello smantellamento del welfare, inseguire l’illusione di un’alternativa che nasce “dal basso” convivendo pacificamente con il mercato e le istituzioni di uno Stato borghese che si vuole “minimo”, mentre centralizza le funzioni che garantiscono la riproducibilità dei rapporti di potere politici ed economici esistenti. Quindi la risposta che dobbiamo dare agli strati sociali che vengono massacrati dalla globalizzazione dei mercati, dalla perdita dei posti di lavoro, dalla riduzione dei salari, dalla gentrificazione dei centri urbani ecc. è, al di là delle singole rivendicazioni che si possono avanzare, che occorre lottare per ricostruire uno Stato forte (e democratico!) in grado di controllare il mercato e ridistribuire equamente le opportunità di accesso a un lavoro dignitoso e giustamente retribuito.

Enea Boria: Nella prima parte del libro citi i lavori di Thomas Piketty, il quale offre prove incontestabili dell’enorme aumento delle diseguaglianze nell’epoca che viviamo. Ho letto tempo fa una recensione de “Il capitale del XXI secolo” scritta da Heiner Flassbeck, economista all’università di Amburgo nonché collaboratore e consigliere di Oskar Lafontaine. Flassbeck sostiene che la forza e la debolezza dell’opera di Piketty stanno nel presentare un’analisi interna al paradigma economico dominante. È vero che gli economisti marginalisti e liberisti faticano a contestare il disastro sociale che Piketty denuncia, ma lo stesso Piketty è incapace di indicare una via di sviluppo alternativa, che affronti la questione della proprietà e non solo quella della redistribuzione, foriera di uguaglianza e giustizia. Piketty denuncia i problemi creati dal fatto che gli interessi sul patrimonio tendono a crescere più velocemente dei profitti industriali e dei redditi da lavoro per cui il capitalismo distrugge la società cristallizzandosi in rendita, ma poi li affronta solo sul terreno della redistribuzione, proponendo una drastica tassazione patrimoniale. Tuttavia, ricorda Flassbeck, una società nella quale l’aliquota marginale più alta del fisco sfiorava il 90% del reddito e le tasse di successione erano altissime è già esistita: sono gli Stati Uniti nel corso del cosiddetto trentennio glorioso, che certo non possono essere considerati un esempio di socialismo.
Si aggiunga che Piketty non dice niente in merito alla necessità che lo Stato sia attivamente partecipe dell’economia, promuova l’innovazione e si impegni a realizzare il pieno impiego; né ci dice niente in merito alla necessità di controllare il commercio internazionale per impedire che, attraverso trattati come il TTIP o sistemi monetari come l’euro, si producano polarizzazioni estreme della ricchezza e nascano relazioni di natura neocoloniale tra Stati. “Il Capitale del XXI secolo” conterrebbe quindi una critica dell’odierno capitalismo difficilmente contestabile, ma non fornirebbe strumenti per prospettare un’altra società. Cosa pensi di questa critica?

Carlo Formenti: Su questo non ho molto da dire. In effetti non ho mai sostenuto che Piketty ci possa offrire strumenti per andare al di là del sistema capitalista. Il suo contributo, tutt’altro che trascurabile, come confermano le rabbiose reazioni che ha suscitato da parte degli economisti di corte al servizio del regime liberista, è consistito nel dimostrare in modo inoppugnabile che questo sistema genera – né potrà evitare di continuare a generare – spaventose disuguaglianze. Ma occorre riconoscergli altri meriti: per esempio, nei suoi lavori spiega come l’egemonia politica delle élite si fondi sull’alleanza fra le esigue minoranze dei super ricchi e un non trascurabile blocco sociale (pari al 30% circa di americani ed europei) di strati medi emergenti (soprattutto nuove professioni, quadri delle imprese, ecc.) i quali, avendo avuto accesso a beni mobili e immobili sufficienti a garantire anche a loro rendite significative, hanno tutto l’interesse a conservare il sistema esistente. Inoltre ha dimostrato, in ricerche più recenti rispetto a “Il Capitale del XXI secolo“, che la base elettorale delle sinistre è sempre più costituita dagli aderenti a tale blocco sociale in tutti i Paesi occidentali, mentre i voti delle classi subalterne migrano verso le formazioni populiste di destra e sinistra. Ciò detto è chiaro che Piketty non è interessato a definire una strategia di fuoruscita rivoluzionaria dal sistema capitalista, e che le sue ricette politiche non vanno al di là di un generico neo-keynesismo.

Enea Boria: Nelle ventidue tesi che inaugurano la seconda parte del libro affronti, fra le altre, la questione del populismo. In particolare sostieni che non si tratta di un paradigma teorico, di un’ideologia politica in senso stretto, e che il popolo non va considerato come una entità naturale ma dev’essere costruito intorno a un’idea di cittadinanza; inoltre discuti il ruolo del leader nei movimenti populisti. Provo a sintetizzare il tuo punto di vista, a partire dalle analisi che proponi sul pensiero di alcuni autori.
Mi pare che negli anni il tuo giudizio su Laclau si sia evoluto. In “Utopie letali” suggerivi la possibilità che il suo pensiero potesse fornirci interessanti strumenti di lavoro ma ne osservavi l’opera con un certo distacco, trattandola sommariamente e segnalandone i limiti: criticavi la cancellazione delle differenze tra le categorie marxiste di classe in sé e classe per sé, la tesi secondo cui Gramsci non si sarebbe limitato a riequilibrare i rapporti fra struttura socioeconomica e sovrastruttura culturale – tradizionalmente sbilanciata in favore della prima nel pensiero marxista – ma li avesse addirittura rovesciati, e infine il punto di vista secondo cui la classe sarebbe sempre e solo figlia di una costruzione discorsiva. Oggi mi sembra che valuti molto più positivamente il potenziale di trasformazione radicale della società che le idee di Laclau possono avere. Invece prendi le distanze da certe sue interpretazioni postume, per esempio da chi – come Chantal Mouffe – ne ha edulcorato le tesi, consegnandocene una versione tanto “debole” da renderla compatibile con le idee della vecchia sinistra.

Carlo Formenti: Che il populismo non sia un’ideologia ma, semmai, una mentalità e una tecnica di comunicazione politica – che oggi viene utilizzata praticamente da tutte le forze politiche compresi i tradizionali partiti di destra e di sinistra – non sono il solo a dirlo: è un concetto espresso dalla maggioranza dei più accreditati politologi. Ciò detto, ammetto che hai descritto correttamente l’evoluzione del mio punto di vista sul contributo teorico di Laclau. Le critiche che gli rivolgevo qualche anno fa risentivano ancora di un approccio “operaista” (anche se non nel senso negriano del termine), mi sembrava difficile rinunciare alla centralità operaia in qualsiasi progetto di trasformazione rivoluzionaria dell’esistente. L’esperienza storica recente ha tuttavia dimostrato che il soggetto di una possibile sovversione assume sempre più il carattere di un blocco sociale di cui fanno parte strati assai diversi, che tradizionalmente eravamo abituati a considerare contrapposti se non reciprocamente avversi. Questo avviene perché la crisi del capitalismo globalizzato e finanziarizzato ha provocato un drastico peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita di ampi strati intermedi, mentre ha disarticolato il corpo della classe operaia riducendolo a sommatoria di atomi individuali. Per inciso: è qui che ci viene in soccorso l’analisi di un Harvey (ma anche di Nancy Fraser delle cui tesi discuto ampiamente nel libro) e la sua categoria di accumulazione per espropriazione: oggi il capitalismo genera profitti non solo attraverso lo sfruttamento della forza lavoro industriale ma “succhiando” risorse, energie vitali, conoscenze dai territori e dalla grande maggioranza degli esseri viventi che vi abitano. A suo modo anche Laclau descrive bene questi fenomeni, ma soprattutto descrive bene le condizioni che consentono a questo blocco eterogeneo e composito di trasformarsi in “popolo”, una realtà frutto di costruzione politica e priva di qualsiasi identità predeterminata da appartenenze etniche o di altro genere (i legami di suolo e sangue cari alle destre storiche). Ciò detto preferisco ancora descrivere questo processo di aggregazione politica attraverso la categoria gramsciana di egemonia, che anche Laclau pone a fondamento del suo pensiero, sia pure depotenziandone il significato originario. Il punto è che resto convinto che il riequilibrio delle relazioni fra struttura e sovrastruttura – per usare una terminologia obsoleta – non possa né debba spingersi fino a rovesciarne i termini a favore della seconda. Resto cioè un marxista, ancorché eretico, e non un costruttivista puro come Laclau. O come la Mouffe, che non mi piace perché espunge dalla visione di Laclau il concetto di antagonismo (per Laclau il popolo si costituisce a partire dall’erezione di un confine amico/nemico nei confronti delle élite dominanti), sostituendolo con quello di agonismo, per cui la sua visione è del tutto compatibile con le regole del sistema liberal democratico e con i principi della democrazia rappresentativa che il populismo sovversivo di Laclau mette invece radicalmente in questione: io credo che non ci debba interessare una lotta che abbia come unico fine un cambio di governo, ma che si debba lottare per un cambio radicale di sistema e di civiltà.

Enea Boria: Veniamo al tema del leader. Nei Quaderni Gramsci svolge un ragionamento che tu citi e che io condivido: pone una distinzione tra grandi ambizioni e piccole ambizioni, nel quale non nega che il capo debba esistere e che abbia un ruolo importante, ma aggiunge che egli ha il compito di elevare i quadri al proprio stesso livello rendendosi sostituibile (<<se il capo è di origine «carismatica», deve rinnegare la sua origine e lavorare a rendere organica la funzione della direzione>>).
Il rapporto col Leader mi sembra il limite più grande dei movimenti populisti e dei socialismi sudamericani. Grandi Leader si sono sistematicamente dimostrati incapaci di preparare e far crescere successori alla propria altezza e di capire quando fosse il momento di passar mano, destabilizzando così le loro stesse conquiste. Penso che a tale proposito avesse ragione Thomas Sankara, allorché in un’intervista ha affermato che un capo forte fa un Paese debole mentre un Paese forte non ha bisogno di un capo forte. Siamo sicuri che non si possa immaginare un populismo democratico che non dipenda dalla figura del capo, che non sia in grado di sopravvivergli?

Carlo Formenti: Il populismo non può fare a meno della figura del leader perché, come spiega Laclau, questa figura serve a “incarnare” l’unità di un movimento che, ove privato di questo riferimento simbolico, tende immediatamente a dissolversi nelle componenti eterogenee di cui è originariamente composto. Il punto è un altro: io ritengo che il populismo, come ho sostenuto ne “La variante populista”, sia la forma che la lotta di classe assume in questa fase storica, una forma che è necessario attraversare per poter approdare a un progetto di trasformazione socialista che assumerà forme politiche diverse. Ciò detto la battuta di Sankara è a mio parere una boutade ideologica. Non ho mai condiviso l’ideologia “orizzontalista” che caratterizza i nuovi movimenti nati dalla dissoluzione della sinistra. Senza un momento di centralizzazione politica non si va da nessuna parte e solo dopo avere realizzato l’obiettivo di un cambiamento di civiltà si potrà (forse) fare a meno dei capi. Ma attenzione, questo non vuol dire che io creda che in una società post capitalista non vi saranno più conflitti. Questa è una stupidaggine religiosa (verrà il Paradiso in terra e lupi e agnelli vivranno pacificamente insieme). I conflitti sociali esisteranno sempre e quindi esisterà sempre un potere politico incaricato di mediarli. Quindi mi attengo alla lezione di Gramsci, il quale era consapevole della necessità di avere un leader (o un gruppo dirigente) forte e ambizioso, a condizione che tale ambizione resti al servizio del collettivo e sia sempre limitabile e controllabile.

Enea Boria: Altre parti del testo riguardano la critica alla globalizzazione, la rivendicazione della sovranità nazionale, tutti temi che a sinistra continuano a suscitare reazioni isteriche e spesso ridicole. Tu assumi un punto di vista esplicitamente sovranista ed antieuropeista e in questo mi associo. Appartengo a una generazione che ha provato solo una volta ad alzare la testa, ma ci hanno annegati in una pozzanghera di sangue a Genova e non ci siamo più rialzati.

Ho trascorso i miei vent’anni con addosso una maglietta nera con lo stellone rosso dell’EZLN e leggevo Marcos. Cito da “La quarta guerra mondiale è cominciata”: <<L’Unione europea, una delle megalopoli prodotte dal neoliberismo, è un risultato della IV Guerra Mondiale in corso. Qui, la globalizzazione ha ottenuto di cancellare le frontiere tra Stati rivali, nemici tra loro da molto tempo, e li ha obbligati a convergere e a progettare l’unione politica. Dagli Stati Nazionali alla federazione europea, il cammino economicista della guerra neoliberista nel cosiddetto Vecchio Continente sarà disseminato di distruzione e di rovine, e una di esse sarà la civilizzazione europea.>>

Ancora: <<Distrutta la loro base materiale, annullate le loro possibilità di sovranità e indipendenza, svanite le loro classi politiche, gli Stati Nazionali si convertono, in modo più o meno rapido, in un mero apparato di “sicurezza” delle mega imprese che il neoliberismo va erigendo con lo svilupparsi della IV Guerra Mondiale>>.
Ho sempre creduto che gli stati smettono di essere democratici e si trasformano in strumenti di oppressione al servizio delle mega imprese, quando perdono la propria sovranità nazionale. Ci credevo e non ho smesso di crederci.
Come è possibile che ora ci dipingano come dei rinnegati “rossobrunisti”, quando è evidente che non abbiamo fatto altro che evolverci, rimanendo però coerenti con noi stessi? E’ un mero fatto numerico? Si diventa rinnegati e si viene ostracizzati solo perché si è minoritari in mezzo a una maggioranza di veri traditori? Ammesso e non concesso che il tradimento possa essere considerato una categoria della politica e non soltanto una categoria moralistica.

Carlo Formenti: La seconda che hai detto: il tradimento è una categoria moralistica e non politica. La sinistra non ha “tradito” le classi subalterne, semplicemente ha ceduto alla poderosa pressione ambientale delle mutazioni sociali, politiche e culturali indotte dalla crisi e dalla ristrutturazione capitalistica, e quindi si è adattata alla nuova realtà, cambiando il proprio referente sociale. Per legittimare la propria esistenza è dunque costretta rimuovere le proprie radici culturali, a dimenticare quel patriottismo rivoluzionario che fino agli anni Settanta del Novecento era patrimonio comune di tutti i partiti e movimenti comunisti, non meno di quanto lo sia ancora oggi dei movimenti e degli autori che hai appena citato. Per mantenere l’egemonia non le basta tuttavia essere maggioranza, deve ostracizzare le minoranze che evocano lo spettro del suo rimosso. Il meccanismo è quello descritto da una sociologa tedesca che lo ha chiamato “la spirale del silenzio”: chi esprime opinioni eretiche deve essere tacitato dalla paura di subire sanzioni da parte delle maggioranze che condividono l’opinione prevalente. Questo è il compito del linguaggio politicamente corretto: è una vera e propria polizia linguistica che reprime i devianti. Come se ne esce? Continuando a professare le verità vietate e cercando di far crescere il numero di chi le condivide fino a legittimarne il diritto di parola. Sulla questione del necessario rapporto fra sovranità popolare e sovranità nazionale rinvio a quanto scritto nel libro perché il tema è troppo complesso per esaurirlo in poche battute.

Enea Boria: Nell’ultima delle ventidue tesi della seconda parte, sollevi la questione di come evitare i rischi di degenerazione autoritaria insiti in ogni processo rivoluzionario.
In pratica, mi sembra, che tu ti chieda come si possa, nel corso del processo di trasformazione rivoluzionaria dello Stato, evitare di indulgere alla statolatria senza cedere al contrario alle suggestioni della statofobia delle sinistre movimentiste.

Carlo Formenti: Sì me lo chiedo ma non ho soluzioni miracolistiche da proporre. Il discorso di fondo è quello della riforma dello Stato. L’antistatalismo delle cosiddette sinistre radicali e antagoniste è la migliore conferma della loro sostanziale – ancorché involontaria e inconsapevole – complicità con l’ideologia liberale. Quanto a quella che tu chiami statolatria si combatte evitando l’errore commesso da tutti i regimi del socialismo reale, vale a dire quella compenetrazione fra Stato e società che ha portato a una drastica limitazione dell’autonomia e della libertà della seconda (paradossalmente si ottengono gli stessi risultati mirando al riassorbimento dello Stato nella società). Stato e società civile al contrario vanno rigorosamente separati, concedendo alla seconda la facoltà di creare le proprie istituzioni democratiche, diverse ed autonome da quelle statali, le quali devono avere il potere – costituzionalmente sancito – di discutere le – ed eventualmente opporsi alle – decisioni pubbliche.

Enea Boria: Sicuramente non sono riuscito a sintetizzare tutte le suggestioni che il tuo ultimo libro propone. Mi limito a ricordare, fra le altre, le tue riflessioni sul lavoro di Wolfgang Streeck sulla decennale lotta delle oligarchie contro la democrazia. Ho anche trovato molto interessante la tua riflessione in merito a cosa debba essere buttato e cosa debba essere salvato nell’evoluzione contemporanea del femminismo; in effetti anche in questo caso la tua critica è aspra anche se si capisce che hai grande stima del pensiero di un’autrice come Nancy Fraser, per cui non mi pare che tu rigetti in toto il contributo del pensiero femminista.

Carlo Formenti: Rispondo brevemente solo alla domanda sul femminismo. Il pensiero di Nancy Fraser occupa un posto di rilievo nel mio lavoro perché penso che non sia solo una teorica femminista ma anche una delle migliori menti del marxismo contemporaneo. La sua analisi del ruolo del lavoro riproduttivo nei meccanismi dell’attuale crisi capitalistica, rilancia il ruolo che il femminismo aveva avuto negli anni Settanta, cioè la capacità di mettere in luce come l’accumulazione del capitale sia in larga misura debitrice di relazioni sociali esterne al mercato, e come tali relazioni siano un terreno strategico della lotta politica contro il sistema capitalistico. Al tempo stesso la sua spietata critica al femminismo che si limita a rivendicare pari opportunità di carriera, mobilità e status sociali alle donne senza mettere in questione l’egemonia del mercato, ha svelato la sostanziale connivenza fra liberismo e femminismo “emancipazionista”, un’alleanza cementata dall’ideologia del “politicamente corretto”.

formenti

 

 

 

 

 

 

 

A Reggio Emilia, attacco alla Resistenza

A Reggio Emilia, attacco alla Resistenza

reggio

 

di Michele Josie Wales Becchi e Alessandro Fontanesi

 

Accade sottotraccia, in sordina, accade nella nostra città, Reggio Emilia (ndr), presso l’Hotel Le Notarie, non nuovo a eventi del genere: il 10 novembre prossimo è in programma la presentazione di un libro dal titolo “Compagno Mitra, saggio storico sulle atrocità partigiane”.

Autore ne è quel Gianfranco Stella (che si autodefinisce “di area cattolica”) già condannato per diffamazione (nei confronti di Carlo Boldrini, figlio di Arrigo, medaglia d’Oro al Valor Militare e deputato della Repubblica, e nei confronti del reggiano Nemesio Crotti, ex comandante partigiano e scrittore), assolto in un caso e prescritto in altri. Il libro, si legge nel retrocopertina, si prefigge di descrivere (testuale) “le efferatezze SCOPERTE dall’autore”, gli “episodi di forte criminalità” commessi da partigiani, membri di “quella resistenza di cui si aveva vergogna già all’indomani della liberazione”.

Sia nella pagina Facebook dell’autore, che in quella dall’evocativo nome di “partigiani con le mani rosso sangue” vi sono diversi estratti del libro, in cui sono citati (con commenti vari, che vanno dal negativo al vero e proprio epiteto infamante) diversi esponenti della resistenza reggiana, come Reclus Malaguti, Armando Attolini, Fausto Pattacini, o come Didimo Ferrari “Eros”, definito “il Boia della provincia reggiana”.

Seguono poi commenti in cui l’Anpi in particolare e i resistenti in generale vengono definiti con epiteti quali “Assassini”, “Criminali”, ”Traditori della Patria”, o altri meno “intellettuali” tipo “merde rosse”, “zecche”, o con un generalistico “figli di puttana”…

Potrebbe essere INUTILE ricordare allo Stella e ai suoi fedeli estimatori, che questi episodi ormai DA ANNI sono stati riportati, sviscerati ed analizzati su numerose pubblicazioni, fra cui vorremmo ricordare quelle del reggiano Massimo Storchi “Combattere si può vincere bisogna” (sulla violenza fra guerra e dopoguerra), o “Il Sangue dei Vincitori” (sui crimini fascisti e relativi processi), e quelle di tanti altri autori scientificamente rigorosi. Niente altro che epiteti, odio e livore sembrano invece trasparire dal lavoro dello Stella e dai commenti dei suoi estimatori.

Uno di questi (…a proposito di verità, rigore scentifico e onestà intellettuale…) descrive la “ricerca” come effettuata “…sul campo, in casa del <nemico> magari sotto mentite spoglie come mi ha raccontato personalmente il dott. Stella”. INUTILE anche ricordargli il lavoro dei vari Istituti Storici della Resistenza, in quanto definiti in retrocopertina “squallide espressioni dell’egemonia culturale della Sinistra” capaci solo di generare “imponente pubblicistica settaria”, a cui però i numerosi epigoni di Pansa sembrano non disdegnare di attingere, almeno per quanto gli è comodo, disdegnando il resto.

L’intento delle pubblicazioni come questa è sempre il medesimo, equiparare i partigiani ai fascisti, l’antifascismo al fascismo, proprio per indulgere il fascismo stesso, derubricandone il devastante portato storico e polico non solo per il nostro Paese, ma per l’intera Europa e questo anche dopo la fine della guerra.

E’ sempre bene ricordare che, lasciando da parte le vittime e i soprusi accumulati in 20 anni di regime, lasciando da parte i caduti nelle guerre coloniali e nella Guerra Civile Spagnola, lasciando da parte i caduti nella guerra 1940-1945, lasciando da parte i caduti Partigiani (in quella Guerra di Liberazione che proprio A CAUSA dei Fascisti Repubblicani ebbe ANCHE carattere di guerra civile), è sempre bene ricordare che Reggio Emilia e la sua provincia subirono, nel solo periodo 1943-1945, la perdita di circa 1600 caduti CIVILI (fonte Albi della Memoria di Istoreco), vittime incolpevoli sia di operazioni nazifasciste, che di deportazioni verso la Germania, in cui i fascisti repubblicani ebbero parte attiva.

Di contro, è storicamente accertato che gli scomparsi in provincia di Reggio (che Stella attribuisce alla presunta “mattanza marxista”) sono circa 500, la cui morte, secondo le citate pubblicazioni, è in parte sì attribuibile a violenza politica di pochi e identificati elementi, ma anche a diffuso risentimento popolare (per i motivi sopra accennati), a vendette personali o di “semplice” criminalità, caratteristiche comuni a tutti i dopoguerra e frutto avvelenato che ogni guerra lascia come lunga e pesante eredità, come ampliamente illustrato nelle ricerche sopra citate. E bene anche ricordare che, a fronte di 259 condanne a morte pronunciate in Italia contro criminali fascisti, ben 168 NON vennero eseguite, che dei 5.594 condannati, ben 5.328 furono liberati, amnistiati o graziati, e che dei 1.200 criminali di guerra italiani presenti nelle liste delle Nazioni Unite, non uno venne consegnato o perseguito.

Al contrario, ad essere perseguiti e incarcerati nel periodo della Guerra Fredda, furono i partigiani di ogni colore, tuttavia con particolare predilezione per quelli comunisti, spesso con motivazioni pretestuose e artatamente costruite, come nel caso di Nicolini e di Baraldi, che solo dopo molti anni sono stati pienamente riabilitati e assolti da quelle che furono invece vere e proprie macchinazioni politico giudiziarie. Altro che il “conformismo culturale” evocato da Stella.

Questa forzatamente lunga introduzione è necessaria per esprimere, con le dovute motivazioni, (come cittadini reggiani e cittadini di questa Repubblica, di cui la Resistenza era e rimane uno degli ATTI FONDATIVI) il nostro sdegno per le frasi riportate, per il loro contenuto diffamatorio nei confronti del nostro territorio e dei suoi abitanti, e per l’insulto che il chiaro intento propagandistico dei contenuti visionati (lungi dal potersi chiamare saggio storico) comporta nei confronti delle istituzioni, di tutte le Associazioni Partigiane, dei familiari dei resistenti chiamati in causa, e di tutti i caduti di una guerra IMPOSTA, nel reiterato e puerile tentativo di ribaltare responsabilità storicamente accertate.

Per gli stessi motivi, esprimiamo anche il senso di INOPPORTUNITA’ che proprio a REGGIO EMILIA, città insignita di Medaglia d’Oro al Valore della Resistenza, vengano ospitati simili eventi.
Qualora si riterranno diffamati, i familiari dei resistenti citati e le Associazioni procederanno autonomamente nel muovere i passi necessari nel confronto dell’autore. Riteniamo però che sia necessaria, se non altro, almeno una presa di distanza da parte delle Istituzioni.

Lo scorso 25 aprile, nel corso delle celebrazioni a Reggio, il Presidente della Regione Bonaccini ha affermato: “Qualcuno dice che la storia la scrivono i vincitori: quello che è certo, è che è profondamente sbagliato non riconoscere che c’era chi combatteva dalla parte di fascisti e nazisti, contro ogni forma di democrazia, e c’era chi combatteva per la libertà e per la democrazia. E da loro, dalla loro scelta di campo e dal loro sacrificio, non da altro, è nata la Costituzione repubblicana, l’Italia libera e democratica”.

Ha proseguito il Sindaco Vecchi: “Oggi, nel commemorare quei fatti – contro ogni forma di revisionismo e di dimenticanza – abbiamo molti motivi per celebrare il 25 aprile con spirito attento e con coscienza vigile. E’ sufficiente non voltare lo sguardo colpevolmente davanti a episodi sempre più frequenti in Italia, ma anche in Europa, per dover constatare come i ‘sostenitori’ di nuove forme di discriminazione, razzismo e fascismo abbiano rialzato la testa e cerchino di imporsi nel dibattito pubblico. Contro tutti costoro Reggio Emilia, città Medaglia d’oro della Resistenza, non abbasserà mai gli occhi. Un impegno, il nostro, che si sostanzia tutto l’anno, attraverso i Viaggi della Memoria, il lavoro nelle scuole e nei luoghi di confronto politico e democratico, nell’attività quotidiana dell’istituzione pubblica”.

Oggi, se i discorsi del 25 aprile hanno davvero un valore e un peso, e non sono solo parte di un rito svuotato di ogni contenuto, chiediamo ai nostri amministratori di dare un seguito concreto a quelle parole stigmatizzando chiaramente l’evento, atto più che mai necessario nel momento politico che stiamo vivendo, e di fronte a una così esplicita provocazione antistorica e revisionista. Restiamo in attesa.

CONFUSIONE, DISTRAZIONE…RIBELLIONE!

CONFUSIONE, DISTRAZIONE…RIBELLIONE!

confusione

 

di Franco CAMERINI – Coordinatore Nazionale del Movimento Essere Sinistra [ MovES ]

 

C’è molta confusione, e c’è chi mediaticamente e scientificamente la alimenta, la sfrutta in modo strumentale per ripulirsi la coscienza da anni di politiche disastrose, antisociali, diametralmente opposte al messaggio che la presunta appartenenza ad una immaginaria sinistra moderna e progressista voleva trasmettere.

 

Sinistra è perseguire un sistema Socialista che punti alla redistribuzione della ricchezza e ad una società fatta di diritti paritari che possa difendersi dai danni della globalizzazione e del neoliberismo imperanti.

La povertà è cosa antica, la prevaricazione, il patriarcato, il razzismo, lo sfruttamento…sono concetti antichi, non serve una nuova sinistra per affrontare e risolvere concetti antichi che continuano ad essere attuali: serve La Sinistra. Quella che si oppone a questi concetti e si fa rappresentante delle istanze popolari.

Oggi abbiamo un Governo indubbiamente di destra che, tuttavia, giocoforza sta tentando i primi passi per iniziare a scardinare le narrazioni, quelle stesse che hanno consentito il consenso necessario al sistema di agire danni che il pensiero unico neoliberista degli ultimi decenni ha provocato: se vogliamo possiamo sfruttare questa fase politica, apprezzando serenamente quel poco o meno che arriverà dall’esecutivo in carica. Ma questo può avvenire solo se non ci si pone solo ideologicamente come invece continua ad accadere. E avviene se ci si pone senza pregiudiziali politiche ma solo dando forza alla politica e analizzando le questioni una ad una, valutandone i pro ed i contro specie quando vanno proprio a strappare la scenografia con cui il neoliberismo ci ha anestetizzati per 30 anni.
E senza alcun codismo, bensì, continuando ad opporci con forza alle scelte autoritarie, xenofobe e razziste che lo stesso Governo cercherá di far passare.

Se scegliamo, al contrario, di cantare nel coro dei responsabili della catastrofe che oggi sono sconfitti, se scegliamo di mondare le loro coscienze sporche con il nostro plauso, allora ci ritroveremo presto con altre Fornero, altri Renzi, Monti, Mari, Laghi, Poletti ecc. e la Troika al seguito.

 

P.S.: in ogni caso, l’arroganza dei leader PD, ex PD e sodali della sedicente sinistra, in questa fase, è addirittura sconcertante. Campano di confusione che generano di continuo e, data la miseria dilagante, vien solo da dire che non solo sono senza vergogna ma hanno veramente la tipica faccia di chi sta perdendo potere e controllo. A voi stabilire che faccia. Una a caso…

UTERO IN AFFITTO: NON C’È PROPRIO PIÙ RITEGNO

UTERO IN AFFITTO: NON C’È PROPRIO PIÙ RITEGNO

utero

 

di JEAN DE MILLE

 

Senza alcun ritegno. Qualche giorno fa (ndr), Vendola, ospite di Matrix, ha parlato della “assoluta felicità” con la quale una donna ridotta a incubatrice avrebbe portato nel grembo il bambino destinato all’adozione.

A differenza di Vendola mi chiedo quale manifestazione più eclatante di egoismo si possa immaginare rispetto alla mercificazione del corpo materno e del suo piccolo abitante, ridotti a oggetto di una transazione economica.

Attraverso questa pratica aberrante si noleggia una donna riducendola a mero strumento di riproduzione, a macchina-fattrice: si sfrutta la sua povertà, la sua condizione di bisogno, e la si priva del figlio.
Qualcuno potrà ribattere che la madre-utero è libera di scegliere, scordando però che la marginalizzazione socio-economica è un pessimo coadiuvante della libertà.

Utero e neonato vengono trattati al pari di un qualsiasi bene di consumo, portando alle estreme conseguenze il processo di mercificazione indotto dal capitalismo. Qualcuno ci sente odore di sinistra?!
A me sembra piuttosto la pratica del lavoro fordista, della catena di montaggio, in cui ora gli umani prendono il posto della macchine e ne diventano sostanzialmente omologhi.

L’affitto di un utero si inserisce nell’ambito di quelle pratiche mediche che recentemente sono state definite come “biolavoro”. Si tratta sostanzialmente di una colonizzazione dei corpi da parte dell’industria medica e farmaceutica, con la sua prassi compiutamente capitalistica basata sulla generalizzazione del profitto, e sulla sua estensione a tutti gli spazi vitali. Il corpo perde la sua qualità di soggetto-che-lavora, e si trasforma nel luogo stesso della produzione, o meglio in oggetto lavorato, pura appendice materica di un processo economico e monetizzante che lo ingloba ed al contempo lo scavalca.

E non si pensi che il biolavoro si fermi alla maternità surrogata: produzione di ovociti, di spermatozoi, di tessuti riproduttivi per le cellule staminali vanno a completare il quadro. Fino a giungere, in un crescendo di aberrazione, a quei corpi che (nei paesi poveri ma anche negli Usa) si prestano alla sperimentazione di farmaci, in cambio di denaro o delle cure stesse cui altrimenti non potrebbero accedere.

Con tutto questo, la vulgata radicaldemocratica vorrebbe che non si esprimessero giudizi morali. Mi chiedo se la tacita liberalizzazione di queste pratiche debba essere festeggiata.

Ed ovviamente mi rispondo che la sola festa possibile è quella del capitale, che continua il suo trionfale processo di espansione, e di sussunzione di tutto ciò che è umano entro le sue logiche.

IL M5s E LE PROMESSE TRADITE SULLA TAP

IL M5s E LE PROMESSE TRADITE SULLA TAP

m5s

 

del Coordinamento Nazionale del Movimento Essere Sinistra [ MovES ]

 

L’On. Barbara Lezzi, Ministro per il Sud di questo governo, ha confermato di ritenere TAP non un’opera di importanza strategica ma anche affermato che il M5s ha dovuto cedere sulla volontà di fermarne i lavori, perchè la Lega vuole che proseguano.

L’abbiamo ascoltata qui, in un’intervista a Radio Capital.

In Salento questa posizione del M5s è stata presa malissimo (la stessa On. Lezzi solo pochi mesi fa è stata cacciata a male parole dalla popolazione salentina durante unb incontro pubblico sulla questione) e con ragione, perchè è stato uno dei capisaldi della campagna elettorale del M5s in Puglia, per le politiche.

Ci rendiamo conto che la Lega risponde ad altri interessi che sono propri di quel partito da sempre, ovvero far contenta una certa borghesia e perseguire la mera gestione del potere, ma quello che non capiamo è proprio  come il M5s possa aver tradito le promesse fatte a migliaia di elettori.
Fa anche una certa impressione che tra tutti i compromessi per raggiungere una coalizione di governo, sia evidentemente stata sacrificata proprio la questione TAP per un movimento come il M5s che ha fatto dell’ambiente uno dei suoi cavalli di battaglia di sempre.

Intanto in Salento la situazione è DRAMMATICA.
Ormai sono iniziati i lavori sulla costa davanti a San Foca e stanno per sfregiare per SEMPRE un paesaggio e un tratto di costa italiana tra i più belli.
In più, a dispetto delle narrazioni, la TAP è un’opera che porterà più danni che benefici e le relazioni tecniche lo comprovano.

Ora, è evidente che dal punto di vista del consenso, questo sarà un danno rilevante per il M5s, ma tant’è, è un problema che non ci riguarda.
Quello che ci interessa, invece, è capire quanto il M5s dovrà ancora cedere alla Lega perchè se questi sono i rapporti di forza, allora appare evidente che ci dobbiamo aspettare anche altre sorprese rispetto al mandato elettorale e al Contratto di Governo.

Inoltre viene anche il dubbio che simili dichiarazioni mirino più che altro a fare lo scaricabarile: stanti i fatti, sappiamo che in questo sistema politico, solitamente, è più semplice dire che la colpa è “dell’altro” al fine di contenere il danno rispetto al proprio consenso elettorale.

Dovrebbe invece stare attento a deresponsabilizzarsi, il M5s, se le dichiarazioni del Ministro Lezzi, vanno in questa direzione e considerare altrettanto attentamente le promesse fatte a migliaia di persone che vivono una condizione a dir poco devastante e sono abbandonate da TUTTE le forze politiche, perchè il gioco si è rotto da tempo e gli elettori non ci cascano più in queste trappole da politici consumati.

Specialmente dato il passaggio così delicato che il M5s affronta come forza di governo e per il quale muove passi così importanti sul piano economico: perdere la credibilità presso l’elettorato comporta un prezzo altissimo non solo a livello locale.

Senza contare, poi, che dall’altro lato il M5s si assume responsabilità gravissime relativamente all’impatto ambientale e alla salute umana con questa vicenda. In più in una regione martirizzata dalla sciagurata gestione politica dei governi centrali che si sono susseguiti dal dopoguerra ad oggi.
Danni inenarrabili a seguito dello sfruttamento indiscriminato e criminale dell’ambiente da parte del capitale.

Siamo spiacenti, Ministro Lezzi, ma non è questo il cambiamento che il M5s ha promesso e che l’Italia che vi ha votato si aspetta e ci chiediamo se si renda conto di quanto questa scelleratezza consegnerà ulteriormente l’elettorato alla disillusione sulla politica.

E non gli si può certo dare torto.

NAZIONALIZZERANNO O NON NAZIONALIZZERANNO I 5 STELLE?

NAZIONALIZZERANNO O NON NAZIONALIZZERANNO I 5 STELLE?

nazionalizzeranno

 

 

 

di Mauro GEMMA  [MARX XXI]

 

Nazionalizzeranno o non nazionalizzeranno i 5 Stelle? “Ai posteri l’ardua sentenza”.

Io sono di quelli che preferirebbero che i comunisti insistessero con tutte le loro forze perché ciò avvenga, senza dare per scontato nulla. Se i 5 Stelle non lo faranno e si limiteranno a proclami, si assumeranno le loro responsabilità e ne renderanno conto a chi li ha votati.

Quello che però è certo è il fatto che a nazionalizzare non sarà mai una “sinistra radicale” tanto presente con le “dichiarazioni di principio” (che, paradossalmente, aiutano anch’esse una Lega recalcitrante, se non ostile, sull’argomento a costringere il governo a marce indietro), quanto assente dalla scena politica ed elettorale del nostro paese.

I proclami a questa “sinistra” che sembra aver dimenticato che fino al 28 maggio 2018 al governo per molti anni c’è stato il centro-sinistra (anticipato da Monti nel 2011, con il colpo di Stato del presidente piddino Giorgio Napolitano) non costano nulla.

Per questo, alcuni di costoro se la prendono con il “popolo bue” che non capisce quanto sono bravi e decisi nel mettere in pratica i loro proclami. Mai un’autocritica da parte di questa “sinistra”, perché la colpa è sempre degli altri, anche del popolo che, come scrisse sarcasticamente Brecht, siccome non ha capito, “andrebbe abolito“.

E a proposito di coerenza tra il dire e il fare, perché non sentiamo mai una parola critica, anche blanda, nei confronti di quello Tsipras, a cui hanno intitolato anche una lista elettorale?

 

Con lui si che la Grecia è tutta “nazionalizzata”. Dalla miseria, dalle banche tedesche e dal 2,8% del bilancio destinato alle spese militari per assecondare l’alleato statunitense.
Ma guai a chi lo tocca: il semidio greco non sbaglia mai.
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