SCUOLA PUBBLICA: INCOLPARLA DI TUTTO SOLO PER NON VEDERNE I COLPEVOLI

SCUOLA PUBBLICA: INCOLPARLA DI TUTTO SOLO PER NON VEDERNE I COLPEVOLI


di Claudia PEPE

Secondo uno studio curato dalla Polizia Postale e dall’Università La Sapienza di Roma, con la collaborazione del dipartimento della Giustizia minorile, che ha coinvolto 1874 ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, il 28,2% di scuola media e il 71,8% delle superiori, di 20 province italiane, oltre un terzo dei ragazzi è convinto che i contenuti postati sui social siano visibili esclusivamente dai destinatari. Questo è quanto che ha pubblicato “La Tecnica della Scuola” e, naturalmente uno psichiatra, scrittore e sociologo italiano, ospite frequente di varie trasmissione televisive, ha voluto assolutamente dire la sua su noi docenti e soprattutto sulla Scuola che secondo lui non “insegna”.

Mi riferisco a Paolo Crepet che nella sua ultima esternazione ha detto: ”Colpa della scuola, i docenti ignorano il fenomeno”…Io non capisco perché non se ne parli nelle scuole. Non è mica il diavolo”. “Mi meraviglio molto che la scuola non se ne occupi”, dichiara Crepet, che giudica ormai “finito” il mondo dell’istruzione.
In aula non si fa più nulla. Sono dei luoghi finti. Anche le materie classiche vengono insegnate in modo superficiale. Per non parlare delle lingue: nessun ragazzo alla fine del liceo conosce l’inglese, se non in modo maccheronico”.
E lo stesso, sostiene Crepet, vale per i social network: “Gli insegnanti stessi non sanno come funzionano. Come possono insegnare ciò che ignorano?

Ora prima di discutere temi che forse a Crepet sfuggono, vorrei elencare, le colpe di cui noi insegnanti siamo investiti ogni giorno per ogni giorno, per ogni anno della nostra vita.
Se cadi e vai in bicicletta senza mani a 10 anni è colpa della scuola; problemi intestinali degli alunni colpa della scuola.
Oggi piove? In effetti direi che anche questo è colpa degli insegnanti; oggi mia mamma ha mal di testa: è colpa della Scuola; i terremoti, le inondazioni, la siccità, i colpi di sole, le allergie ai ricci, è sempre colpa della Scuola; la guerra tra Corea e USA è colpa della scuola; Lucifero e Poppea, Consip e Jack lo Squartatore, il mostro di Firenze, Hannibal the Cannibal, Erode, colpa della Scuola.

La fame nel mondo? La colpa è dei docenti; Gianluca Vacchi e Fedez, il riscaldamento globale, l’inquinamento acustico, il calo delle nascite e magari anche per il fallimento Alitalia, la sparizione delle mezze stagioni e le bombe d’acqua, sono tutte colpe di noi docenti. ma insomma non era tutta colpa di Virginia Raggi?

Tornando a parlare seriamente, probabilmente il Dott. Crepet non conosce bene il mondo della Scuola.
La Scuola da diversi anni organizza insieme alla Polizia Postale corsi e progetti per tutelare i nostri allievi su questi argomenti. Ma a mio avviso, un ruolo importante e da non sottovalutare, è il ruolo della famiglia.

Quante volte ho visto bambini di 5 anni con il telefonino adibito a baby-sitter, bambini delle elementari che come regalo da Babbo Natale ricevono il cellulare.
Chi non ha mai visto nelle pizzerie, nei ristoranti o nei bar genitori e figli che guardano Facebook senza intrattenere una semplice conversazione? E poi chi sorveglia l’uso e l’abuso di questi metodi di comunicazioni, che vedendo gli ultimi sviluppi, sarebbero da delegare a ragazzi consapevoli di avere tra le mani una minaccia per loro stessi e per la loro vita?

Noi insegnanti abbiamo un regolamento: lo smartphone in classe deve essere chiuso, e si può ricorrere all’uso, solo per urgenze gravi. Questo non solo per gli studenti ma anche per gli insegnanti. Siamo autorizzati a sequestrarlo se ci si dovesse accorgere che malauguratamente l’apparecchio da segni di vita.

Ma ora, sembra che la Ministra Fedeli lo faccia entrare sul red carpet in classe, come metodo di studio, come maniera alternativa di ricerca, di studio e di analisi.
E se tornassimo alla buona e vecchia didattica, con temi, riassunti, sintesi, analisi grammaticali e logiche, invece di interrogare internet, rivolgersi a quei libri splendidi che hanno formato intere generazioni?

Abbiamo passato un anno, noi docenti, a illustrare, spiegare, documentare i nostri ragazzi sul pericolo di Blu Whale, sul cyberbullismo, sul pericolo di mettere foto in rete, sulla cattiveria anonima, sulle frustrazioni che senza volto si possono abbattere sulle loro giovani personalità e distruggerle fino a carpirle nell’animo.

Al Dott. Crepet, ultimamente, piace dare la colpa alla Scuola di tutto l’immaginabile, ma è evidente che proprio chi giudica, non ha mai messo piede in una classe, in una Scuola, in un Istituto scolastico. Prima di esprimere qualsiasi sentenza, bisogna conoscere. E nella Scuola non si finisce mai di imparare e di insorgere.

Perché tutte queste selvagge legislature, hanno spazzata via una Scuola meravigliosa, che nonostante tutto, è capace di formare e costruire identità. Noi insegnanti siamo stanchi di leggere falsità da chi appare in televisione per una chiara appartenenza politica.

La politica a Scuola non si fa, anche se è la professione più politica che ci sia.
Noi la politica, la intendiamo come la intendeva Don Lorenzo Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.

Dott. Crepet, incominci a frequentare le Scuole, e allora, capirà finalmente, cos’è la politica e soprattutto cos’è la “Scuola”.

DONNA-NERA-INCINTA. E L’ODIO DI UNA CULTURA DI MORTE CHE INSULTA LA VITA

DONNA-NERA-INCINTA. E L’ODIO DI UNA CULTURA DI MORTE CHE INSULTA LA VITA

di Claudia PEPE

Donna, negra e incinta. Tre parole per scatenare l’odio, il razzismo più becero, la cattiveria frutto di una mala-educazione.

Due ragazzi, 19 e 22 anni a Rimini, hanno rapinato, insultato e aggredito una donna incinta al 6 mese di gravidanza.
“Negra di merda, lurida bastarda, torna a casa tua”, queste sono le parole che hanno accompagnato una scena che ogni giorno si fa più frequente.

In questi giorni in cui si parla di terrorismo fisico e psicologico, in cui tutti siamo pronti a denunciare, a riempire le nostre pagine di bandiere, di commenti, di verità, per questi episodi che rappresentano la nostra realtà, non pronunciamo molte parole. Anche questo è una forma di terrorismo generato da sciacalli che abbiamo al potere che inneggiano, incitano e sorridono di fronte ai maltrattamenti di nostri fratelli.

Sembra che il colore sia un deterrente per comprendere e tollerare. Includere e integrare.
Donna-nera-incinta. “Negri di merda, ti facciamo abortire” questo è il linguaggio per ignoranti a cui la ragione non è stata prevista nel loro DNA.
La tolleranza è il biglietto da visita con cui gli stati occidentali si presentano agli importanti incontri internazionali per discutere non si capisce mai di cosa. Come docente, mi chiedo se sto insegnando il pensiero non di una “razza”, ma di un’umanità che non tenta di opprimere un’altra.

Puntare il dito contro neri, gay e donne è razzismo, prendersela con il compagno di classe secchione e mingherlino è bullismo, ricorrere a improbabili teorie scientifiche che provano la superiorità genetica del maschio bianco caucasico è stupidità.

Ma quella donna stesa a terra con suo figlio nel grembo è la rappresentazione di un antico pregiudizio che non finirà mai di accompagnarci. E non finirà finché ci saranno parti del potere che pur di spalleggiarsi qualche voto in più, non riescono a vergognarsi di quello che dicono. Per un voto in più, o per una copia in più di giornale, non vogliono vedere che stiamo precipitando in un odio di classe.

Fino a un certo punto è stato inconscio per tante persone, ma ora, da quando tutti gli uomini del mondo hanno acquisito consapevolezza, l’odio è chiarissimo e decifrabile.

Quel figlio che deve ancora nascere ha già subito un mandato di morte.
Calci nei suoi occhi, sulle sue mani, sul suo futuro che dovrà conoscere la notte per potersi sentire uguali a tutti gli altri.

Oggi che piangiamo i morti di Barcellona piegati da un terrorismo che abbiamo costruito anche noi, cerchiamo di avere pietà.
Perché quella donna che a differenza nostra ha la pelle color del sole, le sia riservato una vita che non sia attraversata dalla nostra indifferenza. Quell’indifferenza che le ha riservato un selciato bagnato da lacrime. Lacrime che accarezzavano il suo grembo pieno di vita.

ABBANDONO SCOLASTICO: LA CASSAZIONE STABILISCE CHE NON È REATO PENALE ABBANDONARE LE SCUOLE MEDIE

ABBANDONO SCOLASTICO: LA CASSAZIONE STABILISCE CHE NON È REATO PENALE ABBANDONARE LE SCUOLE MEDIE

 

della Redazione di Orizzonte Scuola

L’art. 731 c.p. punisce con l’ammenda fino a 30 euro “chiunque, rivestito di autorità o incaricato della vigilanza sopra un minore, omette, senza giustificato motivo, di impartirgli l’istruzione elementare”.

Attualmente l’obbligo scolastico è esteso fino al conseguimento del diploma di licenza di scuola media (scuola secondaria di primo grado) o al compimento del quindicesimo anno di età se il minore dimostri di aver osservato per almeno otto anni le norme sull’obbligo scolastico (art. 8 della legge 31 dicembre 1962, n. 1859), ma il non mandare i figli a scuola dopo la licenza elementare non è più penalmente rilevante.

La Corte di Cassazione, Sezione Terza Penale, con la sentenza 31 gennaio 2017, n. 4520 ha puntualizzato infatti che non c’è reato in caso di abbandono scolastico durante le scuole secondarie di I grado.

In pratica l’abrogazione dell’art. 8 della legge n. 1859 del 1962 ad opera del D.Lgs. n. 212 del 2010 non consente più di estendere la previsione dell’art. 731 cod. pen. anche la violazione dell’obbligo di frequentare la scuola media inferiore, con conseguente esclusione della rilevanza penale. L’art. 731 cod. pen. punisce con l’ammenda fino a 30,00 Euro chiunque, rivestito di autorità o incaricato della vigilanza sopra un minore, omette, senza giustificato motivo, di impartirgli l’istruzione elementare.

Secondo quanto stabilito dall’art. 8 della legge 31 dicembre 1962, n. 1859, l’obbligo scolastico è stato esteso fino al conseguimento del diploma di licenza di scuola media (scuola secondaria di primo grado) o al compimento del quindicesimo anno di età se il minore dimostri di aver osservato per almeno otto anni le norme sull’obbligo scolastico (comma 2). Lo stesso art. 8 prevedeva al comma 3, che per i casi di inadempienza all’obbligo si applicano ‘le sanzioni previste dalle vigenti disposizioni per gli inadempimenti all’obbligo della istruzione elementare’.

Con l’entrata in vigore del decreto legislativo 13 dicembre 2010, n. 212 (intitolato ‘Abrogazione di disposizioni legislative statali, a norma dell’articolo 14, comma 14-quater, della legge 28 novembre 2005, n. 246’) e in particolare dell’allegato I, parte 52, l’art. 8 della legge n. 1859 del 1962 è stato definitivamente abrogato.

Ne consegue che è venuta meno la previsione che consentiva di estendere l’ambito applicativo dell’art. 731 cod. pen. anche alla violazione dell’obbligo scolastico della scuola media inferiore.

Oggi nessuna norma penale punisce l’inosservanza dell’obbligo scolastico della scuola media anche inferiore (così (Sez. 7, ord. n. 29439 del 22/11/2015, P.G. Potenza in proc. Sabatino, non massimata), perché non è previsto dalla legge come reato.

 

Fonte: Orizzonte Scuola

LA SOLIDARIETÀ SI INSEGNA

LA SOLIDARIETÀ SI INSEGNA

di Marcella RAIOLA

Che posti come Lloret de mar siano mostruosi templi eretti al conformismo consumistico compulsivo e convulsivo mascherato da trasgressione, “zone franche dell’eccesso” predisposte come trappole dal sistema capitalistico per disarticolare le forme politiche in cui potrebbe esprimersi il disagio dei giovani, è una cosa evidente.

Di questi tempi, è da registrarsi come conquista importante dell’intelletto e come prova di residua vitalità dello spirito critico collettivo il fatto che si arrivi a creare un rapporto di causa ed effetto tra le esigenze di neutralizzazione della reattività politica e culturale dei giovani e l’esistenza di posti devoluti al loro abbrutimento. Però dobbiamo arrivare alla stessa profondità analitica anche quando passiamo dai luoghi a quelli che li frequentano.

Sì, è vero quel che abbiamo detto e quel che Aldo Masullo ha egregiamente ribadito, cioè che la gioventù è afasica, che perciò predilige posti in cui non sia possibile parlare, in cui il buttafuori è il dio che stabilisce chi accede al presunto piacere e chi no, in cui c’è promiscuità ma non rispetto dell’alterità, in cui ci si stordisce con l’iterazione robotica e meccanizzante di un ritmo forsennato; però non abbiamo detto a sufficienza che questo ottundimento procede dal modello pedagogico che abbiamo adottato e perfino istituzionalizzato, che prevede individualismo spinto fino al mors tua vita mea, competizione, accettazione di ogni gerarchia possibile come un dato “naturale”, accaparramento di risorse, qualunquismo, trasformismo interessato, doppia morale e utilitarismo etico.

Se questo è l’insegnamento, implicito e indiretto o dichiarato e vantato, non ci deve stupire che nessuno sia intervenuto a fermare il massacro di Niccolò.
Non è stata la paura; non è stato il voyerismo crudele e abominevole di una generazione “decerebrata” o “disanimata”: è stata la disabitudine alla solidarietà, la non più esperita né raccomandata partecipazione al dolore e alla gioia altrui, l’incapacità di pensare il NOI in modo non strumentale e la parallela, malsana abitudine a pensare a quel che accade a ciascuno come a qualcosa di “meritato”, o come al prodotto di una serie di circostanze immodificabili da parte di chiunque.
La solidarietà si insegna. La ribellione alla prepotenza si insegna.

La preziosità della vita umana si insegna. L’immedesimazione nella sorte altrui si insegna. La prevalenza e l’anteriorità del bene collettivo rispetto al tornaconto personale si insegnano. La sensibilità e l’indignazione si insegnano: non sono istinti. Non ci sono attitudini, sentimenti o inclinazioni morali “naturali”.

L’umanità si insegna.
Ci vuole tempo. Ci vogliono esempi. Ci vuole retorica.
Ci vuole corrispondenza tra quel che si insegna e quel che si pratica.
Ci vuole amore, profuso senza risparmio da parte di chi insegna e profuso liberamente da parte di chi lo riceve e impari a sentirlo come un potenziamento del suo essere in senso assoluto, cioè sciolto da ogni calcolo.

Meravigliarsi del fatto che nessuno sia intervenuto, considerato il milieu “educativo” di gran parte dei nostri giovani e delle nostre giovani, è un po’ come meravigliarsi che Tarzan non sappia usare le posate.

LA RIFLESSIONE DI UN PRESIDE SUI LICEI BREVI

LA RIFLESSIONE DI UN PRESIDE SUI LICEI BREVI

di Raimondo Rosario GIUNTA

Da preside mai e poi mai chiederei la sperimentazione dei licei brevi; trovo tante cose brutte dentro questa proposta, che peraltro non riguarda tutti gli indirizzi delle secondarie, ma guarda caso quelle scuole in cui vanno molti pargoli, i cui genitori pensano di saperne di più degli insegnanti, che non vedono l’ora che termini la scuola per mandare i figli all’estero, che non stimano la scuola nel suo complesso e come mondo. Parola d’ordine: meno ci si sta e meglio è.

Mi sembra un cedimento ai gusti, alle pretese e ai giudizi di gente che per censo, possibilità e risorse potrebbe fare a meno di mandare i figli a scuola. Saprebbero come istruirli e sistemarli… Una versione penosa di condiscendenza sociale.

Chi conosce la scuola sa che va riqualificata, riassettata, stabilizzata, rasserenata, sostenuta e sa che gli alunni, tutti, hanno bisogno di tempi lunghi e non di didattiche brevi per maturare sul piano umano e intellettuale.

Questa storia dei quattro anni delle superiori o quella dell’età di uscita dalla scuola, di un anno in più rispetto alle scuole europee, è una miserabile scusa per ridurre le spese sull’istruzione. Insensata, anche perchè è più che nota l’ampiezza della disoccupazione giovanile e perchè noto dovrebbe essere che queste generazioni in pensione ci andranno a 70 anni.

E allora, cui prodest?

11 GIORNI DI CARCERE PERCHÈ AMI E PROTEGGI LA TUA TERRA (E COLTIVI IL TUO ORTO)

11 GIORNI DI CARCERE PERCHÈ AMI E PROTEGGI LA TUA TERRA (E COLTIVI IL TUO ORTO)

All’Isola del Giglio, come racconta molto bene e chiaramente questo articolo di Slowine (prodotto di Slow Food) che alleghiamo qui sotto, è stata applicata rigidamente una legge molto mal scritta e quindi anche peggio applicata.

Un vignaiolo pulisce 100mq. di terreno di SUA proprietà e viene sanzionato con 8.000 euro di multa e 11 giorni di carcere.
Ma non solo. Sull’Isola non puoi nemmeno zappare il tuo orto.

Lasciare a se stesso un terreno significa consentire alle erbacce, ai rovi e alle sterpaglie, di prendere il sopravvento sulle colture il che comporta non solo un danno alle stesse ma anche aumentare SIGNIFICATIVAMENTE il pericolo di incendi.

Ma a quanto pare non importa a nessuno che si conservi il paesaggio, che si conservi il lavoro di realizzazione dei terrazzamenti (opere che sono protette dall’UNESCO in varie zone italiane) e che si permetta all’essere umano una vita sì, di rispetto delle regole, ma soprattutto che questo avvenga nel rispetto di una vita qualitativamente buona.

Leggetela quest’altra follia. Leggete come in questo paese si consumano le peggiori vergogne a danno dell’ambiente e del paesaggio, con la cementificazione selvaggia, con il consumo di suolo abnorme, con l’abusivismo edilizio senza soluzione di continuità e nel contempo si danneggiano i piccoli imprenditori agricoli a favore delle grandi proprietà e della grande distribuzione.

Tutto ciò è ancora un meccanismo che lavora contro l’identità e l’eccellenza italiana, processo tanto caro alla UE.

dal Coordinamento Nazionale del MovES

Ecco l’articolo di Slowine:

Francesco Carfagna è uno dei vignaioli a cui Slow Wine è più affezionato (Chiocciola sulla guida per alcuni anni e Vino Slow spesso e volentieri). Vignaiolo autodidatta, ha fatto la pazzia di creare un’azienda agricola sull’isola del Giglio, Parco Nazionale (Arcipelago Toscano), con terreni in fortissima pendenza e tutti terrazzati. Insomma, una fatica boia. Ha deciso di puntare tutto sul vitigno indigeno ansonica e di creare il suo Ansonaco. E gli viene anche particolarmente buono. Molti di voi lo conosceranno perché è presente con il suo banchino alle più importanti fiere naturali del nostro paese.

Bene, questa è la premessa, solo per dire che la lettera che leggerete sotto non è scritta da una persona qualsiasi ma da un vignaiolo che conosciamo benissimo, che ha la nostra piena fiducia e stima, perché nel corso della sua vita ha espresso sempre una grande serietà e attenzione per l’ambiente e l’isola che abita.

Cosa gli è accaduto? Un giorno ha deciso di pulire dalle sterpaglie 100 mq (foto a lato, vedasi giubbotto sulla destra per capire le dimensioni) di terreno (suo) e per aver fatto questo gli è stata recapitata una multa di 8.000 euro e 11 giorni di carcere (documento che potete visionare al fondo). Tra l’altro un suo vicino ha provato a zappare l’orto e se la passa ancora peggio (con sequestro penale del suo campo). Carfagna ammette di aver sbagliato perché prima di pulire il pezzo di terra non ha chiesto i dovuti permessi alle autorità, ma c’è pena e pena, la sua pare francamente esagerata.

In più bisognerebbe chiedersi (e Francesco nella sua lettera lo fa benissimo) come agevolare chi fa agricoltura in posti come il Giglio, che se non è coltivato si riempie di arbusti, rovi, ecc.. e così le terrazze franano, oltre a un rischio incendi elevato, e possibili smottamenti.

Si dovrebbe creare una legislazione speciale per questi luoghi che tuteli il paesaggio e aiuti chi lo difende…

Insomma leggete questa bellissima lettera, quasi un grido di dolore, condividetelo, fatelo girare, fate sentire la vostra vicinanza a Francesco, aiutiamolo in qualche modo (noi un’idea ce l’abbiamo)…

Segue QUI la lettera…

 

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Fonte: SLOWINE