PIAZZA FONTANA, FASCISMO DI IERI E DI OGGI

PIAZZA FONTANA, FASCISMO DI IERI E DI OGGI

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di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

Oggi è l’anniversario della strage di Piazza Fontana.
Oggi, ancora una volta, è un anniversario di tristezza ma anche di rabbia.
La rabbia per una strage che non ha MAI conosciuto la parola GIUSTIZIA.
La rabbia della volontà di uno Stato corrotto dal potere fascista in ogni epoca.
La rabbia di una Resistenza continuata per oltre 30 anni contro l’aggressione fascista poi rinnegata e negata dal ripiegamento della sinistra storica al potere delle oligarchie finanziarie, al globalismo economico del capitalismo finanziario.

La rabbia verso un sistema di potere che con la forza dei mezzi che ha a sua disposizione, sta conducendo l’umanità al baratro.
La rabbia dell’impotenza di non essere più rappresentati politicamente e del potersi OPPORRE con forza a chi ci vuole per sempre schiavi.

La rabbia verso chi, all’interno del sistema, opera per generare il caos al fine di condurre, non più solo una certa borghesia, ma proprio le masse a volere ‘ordine’ che storicamente tradotto, significa solo REPRESSIONE, significa più potere ad UN SOLO UOMO, significa FASCISMO.

In questo Paese l’antifascismo è più vivo di quanto ci vogliono far credere i media al servizio del sistema.
Il problema vero è che per vent’anni le masse sono state indottrinate con una falsa narrazione mentre quel potere si riorganizzava e pasceva un fascismo strisciante che ha generato fame, miseria e caos e che, perciò, oggi porta alla richiesta di ordine e stabilità.

Avessimo visto negli ultimi due decenni, la ripresa di un fascismo terrorista come quello di Piazza Fontana e squadrista come sta avvenendo oggi, allora avremmo la certezza che l’antifascismo è ancora se stesso al pari di com’era ancora negli anni ’90.

Mentre la sinistra storica si liquefaceva ritirandosi dai territori e terminando così anche il processo di divulgazione della cultura politica, del concetto di egemonia di Gramsci, di acquisizione della coscienza di sfruttati; mentre rinnegava la sua identità storica e la sua capacità di rappresentanza per le masse popolari, per andare verso la socialdemocrazia sul modello neoliberista, il fascismo non ha mai smesso di covare sotto la cenere, pronto per essere riutilizzato allo scopo, come sempre è avvenuto nella Storia di questo Paese.

Sono passati 48 anni, da quel pomeriggio nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, da tutte quelle vittime innocenti, dalla violenza e dalla barbarie fascista che si è mossa con l’appoggio di parti dello Stato e oggi siamo dinnanzi a fatti di squadrismo sempre più evidenti, sempre più incalzanti.

Le responsabilità di tutto questo risiedono anche nel fatto che NESSUNO ha mai pagato per ogni morto, nel fatto che NESSUNO è mai stato chiamato a rispondere e a pagare, per aver commesso il reato di fascismo sancito dalla Costituzione.
Troppe volte il sistema attraverso l’informazione, ha etichettato come reati comuni, i fatti legati all’eversione nera, allo squadrismo e oggi tutto è semplice e banale, tutto è fattibile come mai prima d’ora nella Storia dell’Italia Repubblicana.

Normalizzare e legittimare il fascismo, poi, è diventato un fenomeno lecito all’interno del sistema mediatico: giornalisti come Enrico Mentana e Corrado Formigli che vanno nelle sedi dell’estrema destra ad intervistare esponenti di Casa Pound, è persino aberrante.

Ma tutto è considerato normale da una certa fascia di popolazione che sposa la narrazione del sistema e fraintende e insulta il senso della parola democrazia e proprio perchè la coscienza antifascista si è dilavata grazie a chi doveva invece mantenerla più viva che mai.

Noi oggi abbiamo il compito, anzi, il DOVERE di ritornare all’antifascismo militante, al creare coscienza politica, all’abbattere la narrazione che è funzionale al sistema del dichiarare la morte della Politica.

QUESTA politica che abbiamo conosciuto nel corso degli ultimi venti-trent’anni, DEVE morire, ma SOLO per tornare ad una politica capace di confronto, dialettica, proposta, accoglimento delle istanze popolari, dove il nemico SIA PALESEMENTE dichiarato e dove le posizioni siano francamente IDENTITARIE.

Se non opereremo in tal senso, è CERTO che lo spazio che lascerà vuoto la sinistra, verrà prontamente occupato dal neofascismo e, considerato che è proprio l’estrema destra ad essere sui territori a dare risposte ai bisogni di chi sta maggiormente pagando la crisi sistemica, possiamo solo tristemente dire che sta già accadendo.

Se non opereremo per ridare forza e voce alle fasce più deboli, se non opereremo per dare vita ad una sinistra francamente anticapitalista e antiliberista, quindi per forza anche fermamente e dichiaratamente antifascista, allora è inutile che oggi e per gli anni a venire, ricordiamo i morti di Piazza Fontana perchè, a questo modo, di fatto li stiamo seppellendo un’altra volta.
FOGLIOLINE E BRAVE BAMBINE: COSÌ CI VUOLE LIBERI E UGUALI

FOGLIOLINE E BRAVE BAMBINE: COSÌ CI VUOLE LIBERI E UGUALI

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

Insomma, la montagna ha generato il topolino.
Un topolino vecchio di millenni, ovvero come Liberi e Uguali considera le donne.
Foglioline…eh già, giusto un abbellimento all’albero, al patriarca, al padre, padrone e padreterno, qualcosa che origina da qualcosa, magari dalla solita vecchia costola, niente di più, niente di meno.

Siamo passate dall’essere la foglia di fico di un sistema partitico e politico cattolico di centrosinistra, quando è servito raccattare voti usando le lotte femministe, all’essere semplici, adorabili, tenere foglioline.

Son soddisfazioni, non c’è che dire, specie quando la forma delle foglie ricorda molto quelle dell’Ulivo.
Toh, che combinazione, che caso strano…

Questi politici di una certa area di sedicente sinistra, non cambiano mai, non cambiano proprio mai.
Come si possa pensare proprio oggi ad una simile simbologia e supportarla pure dalle scoranti dichiarazioni di Piero Grasso, proprio risulta assurdo, ad una prima lettura.
Poi pensandoci su, risulta chiara la riconferma della motivazione: riportarci indietro quanto più possibile, dominare e controllare la patrte più forte e determinante del paese.

Infatti, ecco come veniamo descritte nell’intervista di Grasso: “saranno le madri, le mogli, le sorelle…”.
A questo punto non ci stupiremmo se come inno dovessere scegliere “Profumi e balocchi“.

Un bel ritorno al passato, alle icone cattoliche di 60/70 anni fa.
Spose, sorelle, madri…

Vien voglia di mettere lorsignori sullo stesso piano, giusto per togliere un po’ di aura e valore alla loro identità di PERSONE.
Le conquiste ottenute dalle donne, per questi uomini del Paleolitico, sono finite tutte appese come abbellimento dell’albero del patriarcato molto ben rappresentato da Liberi e Uguali.

In fondo non c’è da stupirsi che gente simile consideri le donne a questo modo.
Da decenni il ruolo della donna è confinato nel recinto dello sfruttamento ad ogni livello.
Prima crescevamo solo i figli e prevvedevamo alla casa, alle cure parentali, poi han pensato bene di regalarci (!) una presunta parità facendoci fare DUE lavori: in casa e fuori casa, il tutto pagandone uno solo.
Probabile che si sia ispirato a questo metodo di sfruttamento chi nel marketing della grande distribuzione ha inventato il ‘paghi 1 e prendi 2‘.

Non contenti ci hanno indotto a pensare di dover rinunciare anche al viverci la maternità, da un lato, come sarebbe nostro diritto, ci hanno conformato al sistema maschile della competitività e dell’assoggettarsi ad un sistema che toglie identità e bisogni per conservare lavoro, professionalità e carriera.
Dall’altro ci vietano in ogni modo la maternità consapevole, come scelta voluta, negandoci l’applicazione della 194.

E chi ha permesso questo tipo di sfruttamento, se non ancora gli stessi che oggi ci disegnano come foglioline?

Insomma la retorica è sempre la stessa – fulgido esempio di quella che è la politica italiana di chi si definisce di centrosinistra verso le questioni legate alla condizione femminile in Italiaed è sempre più repressiva, retrograda e discriminante, soprattutto per il tempo che viviamo che vede le donne ad essere le prime usate dal neoliberismo per sopperire all’assenza dello Stato, cui impone tagli profondi al welfare e le prime ad esser sacrificate a livello occupazionale.

Il concetto che esprime Liberi e Uguali, perciò è semplice: fate le brave, bambine, e tornate al focolare domestico e a subire l’autoritarismo e lo sfruttamento famigliare e sociale.
Accettate di buon grado di essere solo fattrici anche per altri, accettate che lo Stato faccia cassa sui corpi delle donne che si prostituiscono, accettate il medioevo che vi stiamo preparando.
In fondo siete solo spose, madri e sorelle…

Siamo spiacenti. INDIETRO NON SI TORNA.
Foglioline o non foglioline, se era vero negli anni ’70 che le brave bambine vanno in paradiso ma quelle cattive vanno dappertutto‘, oggi lo è ancora di più e della consapevolezza di ciò che siamo e di quanto valiamo, della libertà soggettiva che ognuna di noi si è conquistata, sentirete parlare molto presto.

 

 

PROPAGANDA DI SINISTRA LIBERISTA, IL CANCRO DEL NOSTRO TEMPO

PROPAGANDA DI SINISTRA LIBERISTA, IL CANCRO DEL NOSTRO TEMPO

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

La situazione politica del nostro paese, nel pensiero comune di chi si definisce di sinistra, è la stessa per cui ci ritroviamo ad essere colpiti dal cancro e neghiamo di averlo perché riteniamo di essere così preparati in campo medico da poter fare un’autodiagnosi che escluda a priori che il nostro problema sia avere una malattia oncologica.

Oppure siamo medici pietosi che al nostro paziente NON lo diciamo di avere il cancro per paura che si spaventi e fugga via.

Ma non solo. Siccome ci sentiamo impotenti davanti alla malattia che avanza e siccome ci sentiamo troppo deboli per sconfiggerla da soli, chiamiamo ogni possibile medico e mettiamo in campo alla rinfusa una serie di presidi medici e di terapie ormai superate e inefficaci perché così ci sembra di fare massa critica contro la malattia.

Questo è più o meno il quadro di chi afferma che la UE e l’euro non siano un problema o di chi sostiene che non vada detto perché una sinistra che afferma un simile concetto perde voti o di chi non vuole neanche lontanamente considerare che il problema che vive il nostro paese richieda un’analisi approfondita e di conseguenza un’azione mirata ad un reale superamento.

Il paragone tra dire o non dire di essere antieuro e contro la UE o di dire uniamoci a prescindere e l’esempio sul cancro, calza a pennello, non crediate…

Da ormai oltre 30 anni la medicina SA che per ottenere la giusta reazione il paziente debba essere messo al corrente delle sue reali condizioni di salute.

Lo stesso vale per chi non vuole sapere e crede di avere sufficienti strumenti per controllare la sua salute.

Peggio ancora accade in politica, dove c’è chi crede che unendosi a prescindere da quello che si è e si vuole, a prescindere dalla visione e dalla realtà di fatto, basti a superare un problema così grave e ormai così dentro il sistema Stato. Neanche ci si rende conto che chi ci sta dominando cresce esponenzialmente e si rafforza con questo metodo.

Poi, certo, affermerete che per quanto riguarda la UE e l’euro siamo nel campo delle opinioni ma spiace smentirvi, non è così.

Quando si parla di euro e di UE, è di fatti comprovati che si parla, di studi eseguiti, di prove evidenti che si possono tranquillamente paragonare alla scientificità di una diagnosi strumentale così come avviene in campo medico per determinare la malattia e il grado di mortalità.

Dunque, quello sprovveduto di Gramsci, affermava che la VERITÀ È RIVOLUZIONARIA giusto perchè era un romantico a cui piaceva l’idea e perchè gli piaceva il suono della sua voce nel pronunciare questa frase.

O invece lo affermava perchè sapeva perfettamente che solo la COSCIENZA DELLA PROPRIA CONDIZIONE (e questa la determina solo la verità) genera un cambiamento rivoluzionario?

E giova ricordarlo, rivoluzione non significa come tanti pensano, imbracciare le armi.
Significa cambiamento RADICALE.
Significa rovesciamento di un intero sistema di potere.

Pertanto, quando si afferma che non bisogna dire che si è a favore dell’uscita dall’euro e dalla UE, o si crede che non sia quella la soluzione – e qui torniamo all’autoreferenzialità delle proprie opinioni a scapito di studi e dati, di documenti e prove tangibili di chi è addentro alla materia economica – o ci si è dimenticati del fatto che ESSERE di SINISTRA implica la LIBERAZIONE delle MASSE dalla SCHIAVITU’ del capitalismo attraverso la consapevolezza della VERITÀ.

Ma come crediamo possibile, quindi, smuovere le persone dal loro immobilismo se non si dice la verità?
Come crediamo di cambiare quelle politiche di dominio se non sappiamo chi ci domina e perchè?

Inoltre, spiace dirlo, ma la gente “comune” che non è politicizzata dal centrosinistra, dell’euro e della UE se ne infischia bellamente e sa GIÀ che il sistema euro e la UE sono CONTRO i bisogni della gente.

Non ci rendiamo conto che affermare che non si debba dire usciamo dall’euro e dalla UE, pur essendo favorevoli a farlo, alimenta il sistema che ci sta distruggendo.

Non ci rendiamo neanche conto che portiamo avanti la legge dei numeri, dell’eleggibilità, contro la politica DA FARE sui territori per riportare la gente a CREDERE nella POLITICA.

Non ci rendiamo conto che NON cambi un paese devastato in 30 anni, con un nuovo schieramento che NON FA POLITICA ma che ne parla come fosse un’entità sovrannaturale che discende da una galassa aliena e risolve ogni cosa.

Non ci rendiamo conto che quello che è stato devastato in 30 anni si è reso possibile SOLO PERCHÈ LA MASSA NON HA PIU’ POTUTO FARLA QUELLA POLITICA che la sinistra ha sempre fatto.

Non ci rendiamo dunque conto che SOLO ripartendo a lavorare si potrà cambiare davvero e che richiede TEMPO, che le ammucchiate a sinistra se non partono da un Manifesto condiviso, da un programma condiviso, NON lavorano per il paese e per la gente comune ma solo ed esclusivamente per il sistema partitico che conosciamo e che non condividiamo.

Adesso è il momento di cominciare a dirsi qualche verità scomoda e anche di scontrarci se necessario, ma soprattutto di leggere e approfondire, di dotarci di quel SAPERE che 30 anni di centrosinistra che ci ha indotto a lasciare la politica attiva sui territori, ci HANNO TOLTO.

Poi ognuno rimarrà delle sue opinioni, ma DUBITARE e INFORMARSI prima, è d’obbligo.
Nelle sezioni di partito si è SEMPRE fatto. Da che abbiamo perso la parte attiva della politica, abbiamo perso ANCHE IL SAPERE dell’essere di sinistra.

Siamo colonizzati ma non ci vogliamo credere.
Forse è arrivato il tempo di sapere, se non vogliamo morire come accade in Grecia.

Credete davvero che se il popolo greco avesse saputo a gennaio 2016 che fine gli sarebbe toccata stando dentro la UE e l’euro, non avrebbero voluto uscire?
Tsipras e tutta Syriza NON DISSERO MAI la verità al popolo greco.
I risultati di questa scelta politica sono sotto gli occhi di tutti.

La denunciamo e ci indigniamo ma poi?
Poi se si dice usciamo dalla UE, ancora troppe persone sono terrorizzate e condizionate dalla propaganda del centrosinistra e rifiutano a priori la possibilità di esser state manipolate dal PD, da PRC, ieri, da MDP, da SI e pure da Alleanza Popolare oggi.

Eppure è accaduto, perchè se qualche anno fa il 44% della popolazione italiana ha votato PD, significa che il potere manipolatorio di quel partito esiste e che se ci sono partiti che oggi propugnano la teoria fantasmatica di cambiare da dentro un sistema di potere che non andrebbe giù neanche facendo saltare il parlamento europeo, riescono ad avere consensi senza dire la verità, significa che siamo manipolabili più di quanto crediamo.

La propaganda ci induce a pensare in una certa ottica. Intanto il cancro avanza.
Il condizionamento è tale per cui anche se tutto è palese ed evidente, alla verità noi non vogliamo credere.
Far nascere un dubbio, è il primo e fondamentale passo per capire la realtà storica che viviamo e quindi per salvarci.
Su questo dovremmo ragionare.

 

TEMA: COME COMBATTERE I LAVORATORI

TEMA: COME COMBATTERE I LAVORATORI

 

di Leo FARINELLI

TEMA
Come combattere i lavoratori.
Ovvero: “la classe operaia – la collettività lavoratrice che presta le proprie braccia e la mente al servizio di forze redditizie in proprio.”

IL LICENZIAMENTO

IL LICENZIAMENTO – la chiusura dell’Azienda, della fabbrica, dell’ufficio, del luogo di lavoro. Le prime alchimie magiche le vedi mascherate in piccoli provvedimenti di ammodernamento delle macchine e/o strutture, quindi di esubero di personale.

Anche di indifferenza sullo stato della produttività delle fonte di ricchezza. Nello stato successivo vedi che vengono chieste sovvenzioni governative, ovvero ”ricatto” per mantenere lo stato esistente “a tempo determinato”.

Esito negativo della richiesta? Si procede con la chiusura o lo smantellamento dell’azienda.
Si rallentala e intanto la si trasferisce in altro Stato: Albania, Romania, India, Turchia, Cina, Vietnam, ecc.

Accadde così che nella nostra nazione si creano settori di lavoratori, “persone” necessitanti: disoccupati, esodati, cassaintegrati, licenziati, lavoratori in nero, pranzo e cena nel cassonetto, alla Caritas.
Letto in auto, sigaretta di foglie, panino dal fornaio dopo la chiusura, ecc.

Creare disoccupazione è l’arma più meschina e disumana che venga usata per combattere il lavoratore, le sue richieste per vivere, i suoi diritti, il suo salario, per combattere la sua famiglia e separarla. E’ dare martellate sui suoi calli.

Disoccupare, Disgregare, Disarmare il suo essere partecipe alla vita di tutto il pianeta. L’unico intento di quel 20% di miliardari del pianeta è di Frantumare l’idea unitaria dei lavoratori che creano la ricchezza. Combattere il significato non recondito di Unità (Concordia).
Prezzolare i media affinché siano i giullari al loro soldo è ordinamento assodato.

Il lavoratore viene relegato nell’angolo e così non ha più diritti, non ha leggi o aiuti divini al suo arco, non ha nessuna assistenza, alcuna speranza.

Quindi, come è stato studiato da Lor Signori, per lui giungono la delusione e la ripicca che nessuno ha aiutato questo singolo (milioni di singoli).

Ecco che si spezza l’unione ideologica di sinistra, di unità.
Si spezza il partito comunista Gramsciano in diverse caselle, in camere stagne amareggiate.

Ecco la magia: i lavoratori divisi in tante categorie e la sinistra divisa in tante bandiere.
Et voilà, ecco la magia: il coniglio che esce dal cappello – il gioco è fatto.

IL MITE, PACATO, LETALE PAOLO GENTILONI

IL MITE, PACATO, LETALE PAOLO GENTILONI

 

di Sergio SCORZA per CONTROPIANO

 

C’è chi “a sinistra” continua a plaudire allo “stile pacato e mite” di #PaoloGentiloni, “preferibile al divisivo Renzi”. E certo, tutto si può dire del nostro flemmatico e compassato Presidente del Consiglio meno che non manchi mai di mostrare una naturale propensione alla calma ed una imperturbabile tranquillité.

Infatti, molto pacatamente, #Gentiloni ha voluto e poi firmato (con l’avallo #UE) quello sciagurato accordo italo-libico che ha consegnato alle mafie libiche una moltitudine di esseri umani in fuga disperata da guerre, carestie e regimi sanguinari. In base a quell’accordo i migranti, dopo aver attraversato centinaia di chilometri nel deserto ed essere sopravvissuti a ciò, possono finalmente essere rinchiusi e torurati negli infernali lager libici, oppure possono essere rivenduti come schiavi o fatti annegare davanti le coste libiche. Ma tutto ciò, va detto, succederà “ legalmente”. E che importa se l’Onu ha giudicato “disumana” la cooperazione tra l’#UnioneEuropea e la #Libia per la gestione dei flussi dei migranti? Si vede che l’ONU non sa apprezzare la pacatezza e la calma con cui Paolo è arrivato a quel grandissimo e prezioso risultato.

Non contento, il buon Paolo sì gentile ha fatto, poi, da battistrada niente meno che a Donald Trump e sulla via della prossima guerra mediorientale, chinando, molto pacatamente, il capo davanti al duro diktat Israeliano contro la dicitura “ Gerusalemme ovest” al Giro d’Italia 2018 . E’ notizia di oggi, infatti, che l’eccentrico e traballante President of United States ha annunciato l’intenzione di trasferire l’ambasciata statunitense proprio lì, a Gerusalemme, riconoscendola de facto quale capitale dello stato di Israele in barba a tutte le Risoluzioni dell’ONU. Diavolo di un pacato Gentiloni.

Infine, non è difficile immaginare che – dopo aver rimandato l’ambasciatore al Cairo a fronte di una decina di depistaggi egiziani delle indagini su ragioni, mandanti ed assassini del povero Giulio Regeni – il nostro pacatissimo ed assai mite Presidente del consiglio subirà con calma ieratica, mistico silenzio e senza mai perdere il proverbiale ed immancabile aplomb, l’arroganza mostrata dai tedeschi sul caso #Thyssenkrupp , dal momento che il “faro dell’Unione Europea” ha deciso di considerare nulla la conferma da parte della Cassazione delle condanne inflitte ai dirigenti responsabili del rogo di 10 anni fa in cui furono arsi vivi 7 operai.

Quando si dice la “banalità del male”.

fonte: CONTROPIANO

E DEL FISCAL COMPACT NON PARLA PIÙ NESSUNO

E DEL FISCAL COMPACT NON PARLA PIÙ NESSUNO

 

di Luca FANTUZZI

 

In questa campagna elettorale permanente, a ciascun giorno basta davvero la sua pena.
Leggi elettorali approvate per decreto, ius soli calendarizzato a dispetto non tanto della volontà popolare, ma del puro buon senso, tentativi di censura sempre più scoperti (di libri di testo, ma anche di semplici like sui social).
In questo marasma, è normale perdere un po’ di vista temi che – per loro natura – tendono a svilupparsi più sottotraccia, salvo poi influenzare pesantemente il futuro del Paese. Uno di questi temi cruciali, faceva notare Alberto Bagnai, è il Fiscal Compact, che il nostro Parlamento dovrebbe ratificare entro fine anno.

 

 

Giusto. Parliamone, allora. Intanto: cosa è il Fiscal Compact? Si tratta di un Trattato internazionale (“Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”) sottoscritto il 2 marzo 2012 da 25 Stati membri dell’UE (negarono il loro assenso Gran Bretagna e Repubblica Ceca, la Croazia all’epoca non faceva ancora parte dell’Unione Europea).

Il “cuore” dell’Accordo si trova nel Titolo III. L’art. 3, infatti, statuisce l’obbligo del “pareggio di bilancio”, sia pure inteso non in senso ragionieristico, ma come rispetto di un “obiettivo di medio termine ” (OMT) da raggiungere nei tempi definiti dalla Commissione, anche in base ai rischi specifici di sostenibilità per gli Stati (di “percorso di avvicinamento” all’OMT parla già – in connessione con la valutazione della spesa pubblica nel suo complesso – il c.d. six pack, del 2011). Nella pratica, la differenza è minima: all’Italia è stato, concesso, al massimo, un disavanzo dello 0,75% (è la famosa “vittoria di Renzi” sulla “flessibilità”). Deviazioni da questo “sentiero stretto”, per dirla con Padoan, sono permesse soltanto in presenza di “eventi eccezionali” (calamità naturali, grave recessione economica); altrimenti, devono essere previsti meccanismi di “correzione automatica” delle divergenze.

Quanto al pareggio di bilancio, il principio è stato costituzionalizzato sotto il governo Monti (con la sola opposizione della Lega e di un gruppetto abbastanza nutrito dissidenti del Popolo delle Libertà), mentre dei meccanismi di correzione automatica si sente parlare a ogni Legge di Stabilità, sotto il nome di “clausole di salvaguardia” (tradotto: se non si fanno abbastanza tagli, aumenti l’Iva).

Se l’art. 3 si occupa di deficit, l’art. 4 si riferisce alla regola del debito: se il rapporto tra debito e PIL è superiore al 60% (in Italia è al 132%), gli Stati membri provvederanno a ridurlo a un tasso medio (su base triennale) di un ventesimo per anno (salve deroghe in ragione del ciclo economico negativo). Il percorso di avvicinamento alla soglia, peraltro, può essere più lento in ragione di alcuni altri elementi – previsti all’art. 2, del Reg. (CE) n. 1467/1997 (rivoluzionato dal six pack) – quali la posizione in termini di risparmi netti del settore privato, il livello del saldo primario, l’attuazione di riforme pensionistiche.

In caso di mancato rispetto dei patti da parte di un Paese membro (a meno che non si tratti di un Paese più uguale degli altri: art. 126, TFUE), quest’ultimo dovrà mettere in atto un programma di partenariato economico e di bilancio contenente una descrizione dettagliata delle riforme strutturali da realizzare per garantire una correzione efficace e durevole dei
disavanzi eccessivi. Si tratta della ben nota “condizionalità” cui sono subordinati anche gli eventuali aiuti richiesti al MES.

In pratica, costituzionalizzando il Fiscal Compact l’Italia ha costituzionalizzato il principio dello Stato minimo e non interventista, cioè l’opposto dello Stato sociale immaginato dai nostri Costituenti. Il tutto senza dibattito, né in Parlamento, né nel Paese. E, diciamo la verità, in violazione dell’art. 138 della Costituzione. Questo è quello che davvero lasciano alle generazioni future il PD e il (defunto) PDL, altro che debito pubblico! E, per essere sicuri, hanno anche previsto una specie di “manganello automatico”, sia mai che qualche populista decidesse di fare il bene dell’Italia, anziché delle banche estere. Magari, nell’urna, vedete di ricordarvelo.

Il Trattato è entrato in vigore dal 1° gennaio 2013 ed i controlli sulla “regola del debito” sono iniziati nel 2016. E allora, di che ratifica stiamo parlando?

Sì come avvenuto per l’istituzione del MES, anche in questo caso le regole sopra descritte non si trovano nei Trattati UE (TUE e TFUE), ma in un accordo a parte, ancorché “applicato e interpretato in conformità con i Trattati… e con il diritto dell’Unione…, comprese le sue norme procedurali ogniqualvolta l’adozione della legislazione secondaria sia richiesta”. Ciò comporta che le disposizioni del Fiscal Compact si applichino “nella misura in cui sono compatibili con i trattati europei e con il diritto dell’Unione” e non “pregiudichino le competenze dell’Unione in materia di Unione economica”.

Tradotto: le norme del Fiscal Compact hanno rango sub-costituzionale anche nella bizzarra interpretazione della nostra Corte sul rapporto fra Carta italiana e Trattati UE (dal che si dovrebbe come minimo dedurre che l’art. 81 è sotto-ordinato ai Principi fondamentali del nostro ordinamento, cosa che alla Consulta riconoscono a giorni alterni) e lo stesso dicasi, a maggior ragione, per regolamenti e direttive che da esso sono promanati. Non solo: come ha riconosciuto il Parlamento Europeo, se molte delle previsioni del Fiscal Compact sono state già introdotte nella legislazione dell’Unione con atti di secondo livello, ciò non è possibile per la “regola d’oro” (pareggio di bilancio), la “maggioranza qualificata inversa” (le proposte della Commissione in caso di deficit eccessivi sono approvate, salvo una maggioranza qualificata di Stati membri contrari), la competenza della Corte di Giustizia. Tre temi molto importanti.

Per questo motivo, l’art. 16 del Trattato dispone che “al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate in conformità del trattato sull’Unione europea e del trattato sul funzionamento dell’Unione europea le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea”.

Un’operazione di routine? Certo che no, come dimostrano non solo la mozione del M5s volta alla abrogazione del Trattato, ma anche le voci aspramente critiche sia di Marco Zanni e della leghista Mara Bizzotto (e fin qui tutto regolare), sia di Vincenzo Boccia (e questo sorprende di più).

Siamo di fronte all’ennesimo bivio fondamentale. Ma di questo, come dice Alberto Bagnai, non parla nessuno.

 

fonte: IL FORMAT