CONFESSIONI DI UN SICARIO DELL’ECONOMIA

CONFESSIONI DI UN SICARIO DELL’ECONOMIA

di John Perkins

“…Utilizzavamo varie tecniche, ma probabilmente la più comune era di recarsi in un paese dotato di risorse ambite dalle nostre aziende, come il petrolio, e ci accordavamo per un prestito enorme a quel paese da parte della Banca Mondiale o una delle sue consorelle.
Ma quasi tutto il denaro va alle aziende americane, non al paese, aziende come Bechtel e Halliburton, General Motors, General Electric, che realizzano grandi progetti di infrastrutture nel paese: centrali elettriche, autostrade, porti, zone industriali, cose che servono a chi ha molto denaro, e raramente toccano i poveri.

Infatti i poveri soffrono perché i prestiti devono essere ripagati e sono ingenti, quindi ripagarli significa che essi non ricevono istruzione, servizi sanitari o sociali, e il paese viene lasciato intenzionalmente alle prese con un grande debito.

Noi sicari dell’economia torniamo in questo paese e diciamo: “Guardate, ci dovete molti soldi, non potete ripagare i debiti, allora dateci le vostre risorse vitali”. […] Appena uno di questi presidenti antiamericani viene eletto, uno di noi torna nel paese e dice: “Congratulazioni Presidente, ora che è stato eletto voglio informarla che io posso renderla molto ricco, insieme alla sua famiglia: ho diverse centinaia di milioni di dollari in questa tasca, se lei sta al nostro gioco; altrimenti in questa tasca ho una pistola e una pallottola con sopra il suo nome, nel caso in cui lei decida di mantenere le promesse elettorali e ci allontani.

“Vendete a bassissimo prezzo il vostro petrolio alle nostre compagnie petrolifere, votate con noi alle prossime elezioni dell’Onu, o inviate le vostre truppe a supporto delle nostre in luoghi come l’Iraq, ecc.”

E in tal modo, siamo riusciti a creare un impero mondiale, e solo pochissime persone ne sono a conoscenza.”

 

Fonte: Wikipedia “Confessioni di un sicario dell’economia”

VENEZUELA TRA POPOLO E CIFRE

VENEZUELA TRA POPOLO E CIFRE

CNE Venezuela

di Geraldina COLOTTI

CARACAS

Partiamo dalla notizia.

Mercoledì, Antonio Mugica, direttore dell’impresa Smartmatic, convoca una conferenza stampa a Londra per denunciare che, a suo parere, i risultati emessi dal Consejo Nacional Electoral venezuelano (Cne) sul voto del passato 30 luglio per l’Assemblea Nazionale Costituente (Anc) “sono stati manipolati” e potrebbe esserci una differenza di almeno un milione di voti rispetto agli 8.098.320 comunicati: “crediamo che la data dell’elezione sia stata manipolata”, ha detto.

Un giornalista della Bbc ha chiesto a Mugica se ne avesse parlato con il Cne.

L’impresa lavora per l’istituzione venezuelana dal 2004 e da allora è diventata leader internazionale nel settore. Dopo una lunga pausa, Mugica ha risposto di no.

Intanto, prima della conferenza stampa, 20 gerenti dell’impresa sono stati mandati fuori dal paese e la Smartmatic ha chiuso i battenti in Venezuela “fino a nuovo ordine”.

L’impresa ha un ruolo di controllo tecnico, importantissimo per la sicurezza informatica, deve consegnare le password a tutti i contendenti e verificarle. Non ha però alcun’altra funzione, che spetta invece al Cne e agli osservatori di parte e altra. E su questo punto si basa l’affermazione di Mugica, arrivata prima del conteggio definitivo del Cne e basata soprattutto sull’assenza dell’opposizione alle verifiche previe del processo elettorale.

Anziché buttarsi a pesce sull’amo, conviene intanto porsi alcune domande.

Perché un imprenditore che ha fatto fortuna in Venezuela decide di intervenire in questo modo, screditando non solo il Cne ma anche il proprio sistema informatico, finora ritenuto impermeabile? Perché decide di farlo un giorno prima che venga installata l’Anc?

Alcuni dati portano a riflettere: intanto le sanzioni imposte dagli Usa alla presidente del Cne, Tibisay Lucena.

La presidente ha affermato di non avere conti negli Usa, ma ha denunciato che sono stati bloccati anche i conti di diversi server che lavorano con il Cne.

Quali pressioni ha ricevuto Mugica? Difficile credere che, di fronte agli interessi economici in ballo, la sua sia stata una spinta etica. Quanto gli hanno offerto per “suicidarsi”? Sembra il film con il pugile ricattato prima della partita decisiva del campionato.

A nome del Comando Zamora 200, Jorge Rodríguez ha chiesto al Cne di completare al più presto la verifica e il riscontro del 100% delle schede. E ha aggiunto: “Secondo i nostri calcoli, oltre 2 milioni di persone non hanno potuto recarsi ai seggi nonostante tutti i loro sforzi a causa delle violenze promosse da alcuni settori di opposizione”.

E a breve dovrebbe essere fissata la data per lo svolgimento delle elezioni nei 5 municipi degli Stati Tachira e Merida, dove i “guarimberos” hanno impedito il voto con machete e fucili.

La valutazione del Cne – che ha denunciato Mugica ai tribunali – coincide con quella della Ceela. Forse si conosce poco l’esistenza della Ceela, che sta per Consejo de Expertos Electorales de Latinoamérica. Un’organizzazione di esperti (prevalentemente alti magistrati, giuristi e tecnici) specializzata nell’osservazione delle consultazioni elettorali dell’America latina. Il loro rapporto, preciso e dettagliato, ratifica la pertinenza costituzionale della convocazione, entra nel merito della giornata elettorale, preceduta dalla simulazione del 16 luglio: lo stesso giorno in cui l’opposizione ha svolto il suo “plebiscito” parallelo, senza il supporto del Cne, dentro e fuori il paese.

Il voto dell’Anc ha invece chiamato alle urne solo i venezuelani residenti nel paese.

Traduciamo qui il punto 7 e 8 della relazione Ceela: “Dal punto di vista tecnico-elettorale – cifra del Ceela e dei suoi componenti, che non sono politici – affermiamo di credere totalmente e assolutamente nella certezza dei risultati del voto per l’Assemblea Nazionale Costituente, date tutte le garanzie offerte durante il processo elettorale, specialmente durante le verifiche preliminari, e inoltre dall’affidabilità e dalla sicurezza che offrono sia la macchina elettorale che il dispositivo di autenticazione integrale Capta Huellas (le impronte, la certificazione dei dati biometrici, ndr).

Per questa Missione, la verifica sui voti depositati che si fa durante lo scrutinio, costituisce una garanzia per la fiducia nel risultato presentato dalla Presidente del Cne”.

Segue il punto 8: “A giudizio della Missione, è stato molto positivo il percorso di verifica del processo elettorale, esteso alla piattaforma tecnologica del Consejo Nacional Electoral. La verifica delle componenti automatizzate che supportano le differenti funzioni del processo elettorale hanno permesso di avere la certezza che il sistema elettorale venezuelano, e specialmente il sistema automatizzato di voto è affidabile, trasparente e sicuro e garantisce l’inviolabilità e invulnerabilità del suffragio”.

La Commissione certifica poi le procedure del voto automatizzato, i suoi tempi rapidissimi, l’efficiente organizzazione della giornata elettorale nonostante il clima di assedio imposto dalle destre e le periferie affrontate dagli addetti ai seggi e dai votanti. Dice: “Nonostante la situazione politica e sociale che ha preceduto e circondato lo sviluppo delle elezioni, è risultato evidente l’alto livello di partecipazione cittadina, constatata dalle cifre offerte nella notte dello stesso giorno del voto dalla Presidente del Consejo Nacional Electoral, Tibisay Lucena. Alle 23, quando rimanevano aperti ancora alcuni seggi e pur mancando i risultati delle elezioni indigene, la Presidente ha annunciato una partecipazione del 41,53% per un totale parziale di 8.098.320 votanti”.

Per i competenti e i cultori delle procedure, il sito del Cne offre tutti i dettagli, che anche noi abbiamo seguito nei giorni delle elezioni, trovando risposta a tutti i dubbi del profano.

Nelle 20 elezioni che hanno preceduto quella sull’Assemblea Nazionale Costituente domenica 30 luglio, c’erano esperti e “osservatori” provenienti da tutto il mondo.

E persino l’ex presidente Usa Jimmy Carter rilasciò numerose interviste in cui riconosceva quello venezuelano un sistema elettorale altamente automatizzato, a prova di frodi.

Vale ricordare che, a dicembre 2015, quando si sono svolte le legislative vinte dall’opposizione, c’erano centinaia di osservatori maldisposti, invitati dalle destre: pronti a gridare alla frode se avesse vinto il chavismo.

Una tattica messa in atto dall’opposizione ogni volta che il risultato non la favoriva. Nessuno di quegli osservatori internazionali ha mai contestato le elezioni venezuelane, né l’autorità del Consejo Nacional Electoral.

Il Cne è uno dei 5 poteri (Legislativo, Esecutivo, Giudiziario, Cittadino ed Elettorale) contemplati nella Costituzione bolivariana e governati nel loro equilibrio dal Tribunal Supremo de Justicia (Tsj).

Del Cne si è sempre servita l’opposizione per le sue primarie. Le ispezioni del sistema elettorale, pre e post voto sono molto accurate, pubbliche e certificate.

Ogni partito può chiedere di visionare gli “scontrini” che la macchina fornisce dopo il voto elettronico autenticato dall’impronta della votante o del votante e dal documento con certificato elettorale. Vengono raccolti nei vari centri, consegnati alle Forze armate e poi condotti in un centro unico dove vengono conservati per tutto il periodo previsto.

Una pratica ben diversa – sia detto per inciso – da quella utilizzata dalle destre nel loro strombazzato “plebiscito” che si è svolto fuori dalla legge, e in cui hanno votato anche i canguri (in Australia) presumibilmente fiondandosi sulle urne come siluri. Subito dopo il voto, le destre hanno bruciato le schede: per “motivi di privacy”.

E ieri si è aperta un’altra crepa nell’alleanza di opposizione – la Mesa de la Unidad Democratica (Mud). Ramos Allup, capo del partito Accion Democratica (Ad, il centrosinistra della IV Repubblica) nonché vicepresidente dell’Internazionale socialista, ha annunciato che il suo partito parteciperà alle elezioni regionali e comunali, che si terranno a dicembre. I candidati devono iscriversi in questi giorni. Dunque, il Cne continua a essere affidabile. E perché prima no?

Allup ha dato così il benservito al “governo parallelo” voluto dalle ali oltranziste (Primero Justicia di Capriles, Voluntad Popular e contorni), che lo hanno già attaccato pesantemente per voce del presidente del Parlamento Julio Borges.

Dietro il dato procedurale, la partita è politica e va letta a tutti i livelli in cui si svolge. Nel campo della borghesia, c’è lo scontro di poteri per il controllo interno e per i finanziamenti esterni.

Il principale fautore della via violenta, Leopoldo Lopez (Vp) è tornato in carcere insieme all’ex sindaco della Gran Caracas, Antonio Ledezma: per aver trasgredito gli obblighi previsti dalle misure alternative di cui godevano. Diversi dirigenti oltranzisti sono partiti per Miami per timore di conseguenze legali.

Su Lopez – che per Wikileaks ha da anni il pedigree del perfetto uomo Cia – puntavano principalmente gli Usa.

Ma l’intelligente azione politica del chavismo è riuscita a depotenziare le violenze, riportando lo scontro sul terreno politico. Lunedì, la Casa Bianca ha definito per la prima volta Maduro “dittatore” e gli ha imposto sanzioni. Il giorno dopo, però, l’incaricato del Dipartimento di Stato per il Sudamerica, Michael Fitzpatrick, ha dichiarato che gli Usa non riconosceranno nessuno “stato parallelo”.

Ramos Allup ha pronunciato quasi le stesse parole contro i suoi compari di coalizione che l’hanno invece promossa con l’avallo della “comunità internazionale”. Il messaggio è chiaro: no all’Anc (no allo “stato dei soviet” come vorrebbe la parte più avanzata del socialismo bolivariano), ma anche no all’inaffidabilità di certe componenti di opposizione. In campo, c’è anche l’opzione di una grigia e sempiterna spartizione di potere. Allup è una vecchia volpe della IV Repubblica, animata dall’alternanza tra centrodestra e centrosinistra con l’esclusione dei comunisti.

Maduro ha annunciato che il Venezuela avrà di nuovo un rappresentante all’Osa e ha nominato Samuel Moncada, attuale ministro degli Esteri. Al suo posto va Jorge Arreaza, che finora è stato a capo del Ministero dello Sviluppo minerario ecologico.

Il Venezuela ha di recente deciso di lasciare l’Osa dopo i ripetuti tentativi del suo Segretario generale, Luis Almagro di imporre sanzioni a Caracas.

La procedura, però, richiede due anni.

Come reagiranno ora i pasdaran del “modello siriano” nell’Unione europea? Il Venezuela bolivariano, oltre che un ghiotto boccone geopolitico per le sue immense risorse, è anche un motivo di scontro per le diverse politiche interne ai paesi: anche in Italia, dove le grandi questioni lasciano il posto alle piccinerie politiciste che “appassionano” solo chi le promuove. Ogni volta che in un processo elettorale si affaccia un progetto che lascia ventilare la possibilità di riforme strutturali, si scatena la corsa alla dissociazione dal chavismo, nuovo spettro che si aggira anche per l’Europa.

Per questo, la corsa è a chi le spara più grosse, in sprezzo alla logica, all’intelligenza: i “comunisti” continuano a… mangiare i bambini, anche quando cercano di non finire in bocca alla balena.
Lo scontro interno ai blocchi di potere che compongono la borghesia venezuelana, gli affari delle grandi famiglie e delle imprese, riflettono scontri e interessi in campo nello scenario internazionale ora multipolare. Interessi economici e speculativi che muovono i corsi della moneta come il sito Dollar Today, fondi avvoltoio che incombono sul Venezuela per impadronirsene e indebitarlo per generazioni, come hanno fatto con l’Argentina tornata a destra.

Oltre il dato procedurale, c’è però soprattutto il campo della politica progettuale, quello dello scontro di classe fra due modelli di paese.

Il socialismo bolivariano ha deciso di “resettarsi”, di fare la muta per liberare dalle scorie l’essenza prospettica.

Ieri, un giornalista tedesco osservava sgomento la variegata composizione degli eletti dall’Assemblea Costituente, giuramentati da Maduro: “l’agorà” di Guaicaipuro e di Toussaint Louverture. Il potere popolare originario, che ha animato la Comune di Parigi e che scommette di scompaginare i termini del discorso capitalista.

L’Anc si installerà domani venerdi, e anche la Mud ha spostato a domani la prevista manifestazione di oggi.
Quella della Anc è una partita complessa nella quale un campo cerca di spostare in avanti i rapporti di forza tra le classi a favore dei settori popolari, di ridefinire anche un nuovo blocco sociale anticapitalista. Non è detto che ce la faccia e che non finisca per essere impastoiato nella ricerca di nuovi equilibri spartitori e di potere. Con l’Anc, la “rivoluzione bolivariana” mette le grandi questioni alla prova della realtà concreta, per superare la porta stretta della democrazia borghese.

Cercando di non rimanervi incastrata.

BOLOGNA: UNA STRAGE ANNUNCIATA

BOLOGNA: UNA STRAGE ANNUNCIATA

Orologio strage Bologna
di ASSOCIAZIONE 2 AGOSTO

Eppure la strage era stata preannunciata anche un mese prima, negli ambienti dei servizi se ne troveranno addirittura tracce scritte (rapporto Spiazzi).

Sono tre i segnali di quello che nei primi sei mesi del 1980 sta cuocendo nel ribollente calderone della destra eversiva:

Il primo allarme è contenuto in un documento acquisito dalla Corte d’Assise di Bologna intitolato “Situazione mensile del terrorismo – giugno 1980”, in cui tra l’altro si segnala “la particolare pericolosità del terrorismo di destra che (…) può realizzare imprese terroristiche imprevedibili con alta potenzialità distruttiva e destabilizzante”

Il secondo, molto più preciso, è costituito da quanto un detenuto del carcere di Padova, in presenza del suo avvocato di fiducia, riferisce al giudice di sorveglianza: Il 10 luglio 1980, Luigi Presilio Vettore, detenuto per reati comuni, spiegò al magistrato che era imminente un gravissimo attentato da parte di un gruppo estremista. Lo stesso gruppo gli aveva proposto di partecipare a un successivo attentato contro il giudice di Treviso Giancarlo Stiz, a suo tempo impegnato in indagini connesse a quelle sulla strage di piazza Fontana.

La fonte di Vettore era il neofascista Roberto Rinani, inserito nella cellula eversiva di Massimiliano Fachini.

Ultimo, ma certo non per importanza, è il rapporto al Sisde con cui il colonnello Amos Spiazzi, a suo tempo coinvolto nell’indagine sulla “Rosa dei venti“, preannunciò azioni eclatanti della destra eversiva.

Interrogato dal giudice istruttore di Bologna, Spiazzi affermò: “Il mio appunto contiene effettivamente dei riferimenti alla strage di Bologna, come più volte l’ufficio mi ha fatto rilevare…

I CINESI E L’ISLAM

I CINESI E L’ISLAM

Xinjiang Regional Museum (Qu Bowuguan) di Urumqi

di Maria MORIGI

Non è uno scherzo, cari Radicali italiani, affrontare il tema degli Uyguri dell’ex-Turkestan sovietico, oggi Regione Autonoma dello Xinjang-Uyghur (RPC).

La notizia del fermo di Polizia a Roma di Dolkum Isa, Segretario generale del Congresso mondiale uyguro, la state usando come una clava, cioè come se fosse un atto di subalternità alle richieste cinesi… quando invece dovunque si controllano i sospetti di terrorismo internazionale (ed è proprio questo di cui stiamo parlando).

Il fermo è durato 3 ore e si è concluso con un semplice controllo: Dolkum Isa aveva tutte le carte a posto. Peccato che ha dovuto essere spostata la conferenza stampa.

Ma a me pare un po’ esagerato ipotizzare violenze ai diritti umani, complicità poliziesche e di nuovo innescare una serie di bufale sull’ abbietto ‘regime’ di Pechino verso le minoranze etniche e religiose.

Adesso, siccome sono pigra, qui vi incollo una riduzione del paragrafo “La normalizzazione difficile, le rivolte e la non interferenza” estrapolato per voi dal mio prossimo libro che si occupa del rapporto tra Religione e Stato in Cina:

“I Cinesi musulmani sono considerati una pedina importante nel migliorare i rapporti e gli scambi con i paesi arabi, dal momento che la crescente instabilità in Medio Oriente mette a repentaglio la politica energetica di Pechino e destabilizza alcuni dei principali mercati.

Dopo gli eccessi della Rivoluzione culturale, si riscontrano primi segni di ritorno ad una maggiore libertà religiosa, nel momento in cui ci si preoccupa di non compromettere le buone relazioni con i paesi islamici stranieri. Con la politica di liberalizzazione avviata da Deng Xiaoping nel terzo Plenum del Comitato Centrale del PCC nel dicembre del 1978 si apre una nuova epoca per i musulmani cinesi. Vengono immediatamente intrapresi importanti passi: riapertura moschee, ripristino di tutti i diritti dei leader musulmani condannati prima e durante la Rivoluzione culturale, ripresa ufficiale dei pellegrinaggi alla Mecca, sostegno alla ricerca islamica e ai programmi di studio, partecipazione di alcuni rappresentanti musulmani alla Terza Conferenza Mondiale sulla pace e le religioni.

I segni di rispetto si moltiplicano: sono promosse tradizioni alimentari con l’apertura di negozi e ristoranti specializzati in piatti halal, anche in treni, aerei, mense aziendali; i lavoratori musulmani hanno bonus speciali; ispettori vengono inviati ai macelli per verificare che le leggi islamiche siano rispettate nella macellazione degli animali; ai lavoratori è concesso il congedo per la celebrazione delle feste più importanti; l’elezione dei delegati musulmani è promosso a tutti i livelli.

Nell’ aprile 1980, l’Assemblea Nazionale islamica cinese (AIC) spiega gli obiettivi: creare un ponte tra il governo e membri della comunità islamica per l’attuazione di una politica religiosa aperta e tollerante. Sforzi che sfociano nella V Assemblea Nazionale di AIC.

Ma da agosto 1980 nello Xinjiang, si verificano movimenti di protesta contro la maggioranza Han, nuove organizzazioni anti-governative predicano la guerra santa per l’indipendenza in unione con i musulmani turchi. Nella primavera del 1988 le proteste esplodono in conflitti a favore dell’ autonomia e contro la nuova legislazione statale sul controllo delle nascite (che consente un massimo di tre figli agli impiegati statali delle minoranze, mentre per i non-statali non c’è alcun limite). Nonostante i discorsi delle autorità e la difesa proclamata del ‘principio di non interferenza’ negli affari interni della regione, movimenti di protesta e disordini continuano nel 1988-89 in varie città dello Xinjiang contro i test nucleari e le installazioni missilistiche nel Lop Nor (bacino del Tarim). Hanno il sostegno palese di agitatori sovvenzionati dai servizi segreti russi che ancora credono di poter rivendicare il controllo del ‘vecchio’ Turkestan orientale appartenuto ai Sovietici (estromessi dalla Rivoluzione maoista nel 1949).

Nel novembre 1988 sono chiamati a Pechino tutti i segretari generali AIC delle province e regioni autonome, insieme ai direttori dei seminari islamici, nel tentativo di sedare gli animi. Le parole d’ordine sono: rendere trasparente l’amministrazione democratica delle moschee, aumentare qualitativamente il livello dei seminari di formazione, facilitare ed incrementare l’autonomia finanziaria dell’AIC. Nel luglio del 1989, dopo l’intervento militare in piazza Tiananmen, l’intera dirigenza AIC si riunisce per ribadire il proprio sostegno alle posizioni di Deng Xiaoping: il sostegno è ideologico-politico e riguarda una migliore educazione patriottica dei giovani, cioè “distinguere giusto e sbagliato, mantenere la pace e l’unità del Paese per continuare ad aiutare il governo ad attuare la sua politica nei confronti delle minoranze e delle religioni”. Nel rafforzare l’unità tra il popolo e coscienziosamente adempiere agli obblighi dei credenti, l’AIC infatti segue le indicazioni del Partito per l’organizzazione delle professioni religiose e delle masse musulmane.

Nel marzo 1990 una campagna governativa supportata dai circoli religiosi musulmani viene lanciata contro il fondamentalismo islamico e contro le ‘forze ostili straniere’ che cercano di fare proseliti e di creare tensioni. La campagna contro il fanatismo islamico regionale ha il fine di mantenere l’ordine e la stabilità, sugli obiettivi di “amare la patria, osservare le leggi, contrastare il separatismo e salvaguardare l’unità nazionale, prevenire i tentativi di infiltrazione di nemici della patria che mettono a rischio l’unità nazionale e violano la legge e la disciplina”.

Ma sempre nel 1990 un gruppo di musulmani organizzati in Turkestan Islamic Party of East proclama la guerra santa per una repubblica indipendente. L’intervento della polizia nei pressi di Kashgar fa un centinaio di morti. Poi verranno gli arresti (6.000 secondo le cifre esagerate di Amnesty International), interrogatori ed esecuzioni, moschee e scuole chiuse. Una campagna è lanciata per convincere leader religiosi e fedeli musulmani ad opporsi al separatismo e tuttavia la regione dello Xinjiang e le altre implicate sono chiuse al turismo, generando a valanga una serie di ipotesi (da parte della stampa occidentale) sulla gravità dell’intervento repressivo governativo. Ma è da registrare quanto riportato dalla stampa cinese (1991) per cui nella regione autonoma del Xinjiang Uygur il sentimento religioso musulmano si sarebbe sempre più rafforzato nelle masse.

Una ‘febbre religiosa’ che si è manifestata nella rapida costruzione o negli ingrandimenti spettacolari di moschee e nella moltiplicazione delle scuole coraniche, tutte attività con ricadute positive su amministrazione, magistratura, educazione, famiglia e agricoltura (la famosa uva) sempre meglio meccanizzata.

Fino all’eccezionale allestimento del Xinjiang Regional Museum (Qu Bowuguan) di Urumqi che raccoglie ampie testimonianze e reperti provenienti da sepolture dell’area del Tarim: le famose mummie dal DNA caucasico (utilizzate impropriamente per la propaganda del separatismo uyguro) e documenti commerciali e religiosi, scritti in varie lingue di comunità non cinesi, che testimoniano il fertile scambio tra culture centroasiatiche e cultura cinese fin dagli albori degli scambi linguistici, culturali e di merci della Via della Seta, nel primi secoli d.C..

Al Museo di Urumqi le didascalie sono plurilingue: Cinese, Uyguro, Inglese, Arabo e Russo… tanto per essere precisi!

 

 

PERCHÈ LE SANZIONI NON FUNZIONANO (SPECIALMENTE QUELLE CONTRO LA RUSSIA)

PERCHÈ LE SANZIONI NON FUNZIONANO (SPECIALMENTE QUELLE CONTRO LA RUSSIA)

di Fulvio SCAGLIONE

La scorsa settimana (fine giugno, ndr) il Consiglio d’Europa ha rinnovato per altri sei mesi le sanzioni economiche contro la Russia, prolungando le misure prese dopo l’annessione della Crimea del 2014 e ripetendo l’accusa secondo cui il Cremlino non rispetta gli Accordi di Minsk per la composizione pacifica della questione del Donbass. Sulle motivazioni si può discutere all’infinito. Più interessante discutere sui risultati ottenuti dalle sanzioni, alle quali si dà grande importanza fino a considerarle un’alternativa credibile e incruenta alla guerra. Nel caso della Russia, com’è ovvio, gli spiriti sono assai divisi. Se il lettore si rivolge ai siti più militanti, come quelli dell’Euromaidan aspramente anti-russo dell’Ucraina, o a certe voci della politica americana, troverà un quadro a tinte forti: le sanzioni funzionano, la Russia è sull’orlo del collasso, bisogna insistere e anzi incrementarle. Ma è davvero così? La realtà dice il contrario.

La Russia non ha mollato la Crimea, non cede sul Donbass, mantiene tutto il proprio impegno militare e politico in Siria e dintorni. Questo non vuol dire che essa non paga un prezzo per le proprie decisioni politiche, soprattutto considerato il crollo del prezzo del petrolio che ha impoverito le sue riserve di valuta forte. Ma è un prezzo che le risulta ancora sopportabile, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico. E infatti, a dispetto delle manifestazioni organizzate da Navalnyj e del clamore mediatico che esse riescono a sollevare, il consenso per Vladimir Putin non è mai stato così alto e duraturo nel tempo.Viene così meno la condizione che Robert Pape, professore di Scienze politiche all’Università di Chicago, fondatore del Chicago Project on Security and Terrorism  e grande studioso della politica internazionale, nel saggio intitolato “Perché le sanzioni economiche non funzionano”, giustamente considera fondamentale per poter dire che un embargo ha avuto successo: e cioè, che il Paese colpito da sanzioni cambi in modo significativo la propria politica e si pieghi alle condizioni più importanti imposte da coloro che hanno deciso le sanzioni. Che non è certamente il caso della Russia.

Il caso russo, comunque, è emblematico del distacco enorme che ormai intercorre tra la politica e la realtà, tra le crisi e la narrazione di esse che viene propinata ai cittadini elettori e consumatori. La Russia contemporanea, a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre, è stata sempre sotto sanzioni. Persino durante la Seconda guerra mondiale, ai tempi della grande alleanza contro la Germania hitleriana, gli alleati avevano bloccato le forniture alla Russia di certi armamenti e certe tecnologie. Nel 1946, all’alba della Guerra Fredda, le sanzioni contro l’Urss presero a crescere, soprattutto per iniziativa degli Stati Uniti, che peraltro erano stati gli ultimi a normalizzare (nel 1934) le relazioni economiche con il Paese dei Soviet. Se l’Urss non è crollata e nemmeno si è piegata alle sanzioni né nei terribili anni Venti e Trenta né nel duro dopoguerra, dovrebbe farlo ora la Russia? In base a quale ragionamento ci aspettiamo un simile risultato?

Quel distacco di cui si diceva è peraltro segnalato da un’altra considerazione.

Non è che la politica delle sanzioni non funzioni con la Russia. Non funziona con nessuno. Nulla è stato ottenuto con Cuba, l’Iran, l’Iraq, la Siria, dove i diversi embargo non hanno scalfito il potere dei leader ma hanno fatto soffrire la gente comune, rendendola semmai ancor più fedele a quegli stessi leader che si voleva abbattere.

Nulla viene ottenuto ora con la Russia e, a quanto pare, nemmeno con il piccolissimo Qatar.

Però continuiamo a sentirci dire il contrario, a dispetto di tutte le evidenze raccolte in giro per il mondo e in epoche diverse.Si badi a un altro particolare.

Tanto poco funzionano le sanzioni economiche che, in tempi recenti (vedi Iran, Siria, Russia), a esse sono state aggiunte le sanzioni personali, che colpiscono singoli individui legati ai circoli del potere, nel caso della Russia a decine. Segno evidente che si cerca, con affanno, un supplemento di severità.

Bisognerebbe poi interrogarsi sul serio sugli effetti. Diamo un’occhiata globale alla questione. Se lo scopo delle sanzioni era la fine del consenso intorno ai leader russi e la disgregazione del Paese, stiamo ottenendo l’opposto.

Negli Usa la crisi di consenso intorno alla leadership ha raggiunto livelli da semi-colpo di Stato (e per Donald Trump si parla di impeachment) e in Europa, con la Brexit, siamo stati sull’orlo dello sfacelo per la Ue. Che ci sia un nesso?

 

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Fonte: GLI OCCHI DELLA GUERRA

GLI OCCHI DI UNA MADRE CHE GUARDANO LO SBARCO DI MIGRANTI A BARI

GLI OCCHI DI UNA MADRE CHE GUARDANO LO SBARCO DI MIGRANTI A BARI

Arrivo migranti bari

di Tea CERNIGOI

Ieri sono sbarcati al porto di Bari 644 africani.

Vi copio il commento di un’amica che era là per accoglierli.

Ci ho pensato un po’ prima di scrivere questo post. La pelle ancora ‘tira’ di ustione, la testa è ancora sottosopra per il caldo terribile e le sensazioni contrastanti che avvolgono i miei pensieri da ieri mattina.

Non sono una credente praticante, mi ritengo cristiana perchè amo l’idea di un Dio che si è fatto uomo, anche nelle piccole cose, anche nelle ultime. Ero lì con la precisa idea di abbracciare le mamme e i bambini, di sostenere chi di loro stesse allattando. Ero lì per cambiare insieme a quelle mani distrutte dal viaggio i pannolini dei cuccioli.

Ma i bimbi non avevano panni. Un paio, si, ma fetidi e colmi di urine di giorni.

Le donne non avevano vestiti definibili tali.

Uomini alti e forse un tempo possenti erano avvolti da parei femminili, i più fortunati avevano slip.

Le teste basse lo sguardo perso verso il nulla. Nessuno aveva le scarpe.

Una umanità di 644 persone che camminava scalza da chissà quanto.

Ho pensato subito alla lavanda dei piedi, quando le mie amiche di Secondamamma si chinavano a mettere ciabatte agli uomini, uno ad uno, rivestito e lavato alla meglio. Impossibile, guardando quella immensa fila umana e composta (nessuno non rispettava la coda, nessuno) non ripensare ai campi di sterminio.

Dopo aver aiutato le donne ed i bimbi a cambiarsi, dopo aver distribuito acqua e biscotti alla immensa fila, alla fine il mio ‘compito’ è stato di prendere sottobraccio questa umanità e accompagnarla nel tragitto dalla tenda medica allo stand di In.con.tra. Un panino, un succo di frutta, del riso, mentre le loro gambe traballavano e si doveva sostenerli perché non cadessero.

Non voglio un applauso; vorrei però prendere a ceffoni tutti gli ipocriti senza sangue che ieri erano dietro una tastiera a lanciare invettive contro i neri, contro il sindaco e contro l’invasione.

E poi mi piacerebbe spiegare che no, non avevano cellulari in mano. Quando la tua speranza si ribalta in mare dopo tempi apocalittici di stenti, perdi tutto, anche le mutande. Non dimentico, perché sono madre, gli occhi dei minori ‘non accompagnati’.

Penso che avranno perso nel naufragio le loro mamme,o nella migliore delle ipotesi le loro madri li hanno imbarcati nella speranza di un futuro.

Non migliore, semplicemente un futuro. Da madre, io tremo.

Tutto il resto, il vostro solito ‘pro domo mea’ mi fa schifo.