DONNA-NERA-INCINTA. E L’ODIO DI UNA CULTURA DI MORTE CHE INSULTA LA VITA

DONNA-NERA-INCINTA. E L’ODIO DI UNA CULTURA DI MORTE CHE INSULTA LA VITA

di Claudia PEPE

Donna, negra e incinta. Tre parole per scatenare l’odio, il razzismo più becero, la cattiveria frutto di una mala-educazione.

Due ragazzi, 19 e 22 anni a Rimini, hanno rapinato, insultato e aggredito una donna incinta al 6 mese di gravidanza.
“Negra di merda, lurida bastarda, torna a casa tua”, queste sono le parole che hanno accompagnato una scena che ogni giorno si fa più frequente.

In questi giorni in cui si parla di terrorismo fisico e psicologico, in cui tutti siamo pronti a denunciare, a riempire le nostre pagine di bandiere, di commenti, di verità, per questi episodi che rappresentano la nostra realtà, non pronunciamo molte parole. Anche questo è una forma di terrorismo generato da sciacalli che abbiamo al potere che inneggiano, incitano e sorridono di fronte ai maltrattamenti di nostri fratelli.

Sembra che il colore sia un deterrente per comprendere e tollerare. Includere e integrare.
Donna-nera-incinta. “Negri di merda, ti facciamo abortire” questo è il linguaggio per ignoranti a cui la ragione non è stata prevista nel loro DNA.
La tolleranza è il biglietto da visita con cui gli stati occidentali si presentano agli importanti incontri internazionali per discutere non si capisce mai di cosa. Come docente, mi chiedo se sto insegnando il pensiero non di una “razza”, ma di un’umanità che non tenta di opprimere un’altra.

Puntare il dito contro neri, gay e donne è razzismo, prendersela con il compagno di classe secchione e mingherlino è bullismo, ricorrere a improbabili teorie scientifiche che provano la superiorità genetica del maschio bianco caucasico è stupidità.

Ma quella donna stesa a terra con suo figlio nel grembo è la rappresentazione di un antico pregiudizio che non finirà mai di accompagnarci. E non finirà finché ci saranno parti del potere che pur di spalleggiarsi qualche voto in più, non riescono a vergognarsi di quello che dicono. Per un voto in più, o per una copia in più di giornale, non vogliono vedere che stiamo precipitando in un odio di classe.

Fino a un certo punto è stato inconscio per tante persone, ma ora, da quando tutti gli uomini del mondo hanno acquisito consapevolezza, l’odio è chiarissimo e decifrabile.

Quel figlio che deve ancora nascere ha già subito un mandato di morte.
Calci nei suoi occhi, sulle sue mani, sul suo futuro che dovrà conoscere la notte per potersi sentire uguali a tutti gli altri.

Oggi che piangiamo i morti di Barcellona piegati da un terrorismo che abbiamo costruito anche noi, cerchiamo di avere pietà.
Perché quella donna che a differenza nostra ha la pelle color del sole, le sia riservato una vita che non sia attraversata dalla nostra indifferenza. Quell’indifferenza che le ha riservato un selciato bagnato da lacrime. Lacrime che accarezzavano il suo grembo pieno di vita.

LA SOLIDARIETÀ SI INSEGNA

LA SOLIDARIETÀ SI INSEGNA

di Marcella RAIOLA

Che posti come Lloret de mar siano mostruosi templi eretti al conformismo consumistico compulsivo e convulsivo mascherato da trasgressione, “zone franche dell’eccesso” predisposte come trappole dal sistema capitalistico per disarticolare le forme politiche in cui potrebbe esprimersi il disagio dei giovani, è una cosa evidente.

Di questi tempi, è da registrarsi come conquista importante dell’intelletto e come prova di residua vitalità dello spirito critico collettivo il fatto che si arrivi a creare un rapporto di causa ed effetto tra le esigenze di neutralizzazione della reattività politica e culturale dei giovani e l’esistenza di posti devoluti al loro abbrutimento. Però dobbiamo arrivare alla stessa profondità analitica anche quando passiamo dai luoghi a quelli che li frequentano.

Sì, è vero quel che abbiamo detto e quel che Aldo Masullo ha egregiamente ribadito, cioè che la gioventù è afasica, che perciò predilige posti in cui non sia possibile parlare, in cui il buttafuori è il dio che stabilisce chi accede al presunto piacere e chi no, in cui c’è promiscuità ma non rispetto dell’alterità, in cui ci si stordisce con l’iterazione robotica e meccanizzante di un ritmo forsennato; però non abbiamo detto a sufficienza che questo ottundimento procede dal modello pedagogico che abbiamo adottato e perfino istituzionalizzato, che prevede individualismo spinto fino al mors tua vita mea, competizione, accettazione di ogni gerarchia possibile come un dato “naturale”, accaparramento di risorse, qualunquismo, trasformismo interessato, doppia morale e utilitarismo etico.

Se questo è l’insegnamento, implicito e indiretto o dichiarato e vantato, non ci deve stupire che nessuno sia intervenuto a fermare il massacro di Niccolò.
Non è stata la paura; non è stato il voyerismo crudele e abominevole di una generazione “decerebrata” o “disanimata”: è stata la disabitudine alla solidarietà, la non più esperita né raccomandata partecipazione al dolore e alla gioia altrui, l’incapacità di pensare il NOI in modo non strumentale e la parallela, malsana abitudine a pensare a quel che accade a ciascuno come a qualcosa di “meritato”, o come al prodotto di una serie di circostanze immodificabili da parte di chiunque.
La solidarietà si insegna. La ribellione alla prepotenza si insegna.

La preziosità della vita umana si insegna. L’immedesimazione nella sorte altrui si insegna. La prevalenza e l’anteriorità del bene collettivo rispetto al tornaconto personale si insegnano. La sensibilità e l’indignazione si insegnano: non sono istinti. Non ci sono attitudini, sentimenti o inclinazioni morali “naturali”.

L’umanità si insegna.
Ci vuole tempo. Ci vogliono esempi. Ci vuole retorica.
Ci vuole corrispondenza tra quel che si insegna e quel che si pratica.
Ci vuole amore, profuso senza risparmio da parte di chi insegna e profuso liberamente da parte di chi lo riceve e impari a sentirlo come un potenziamento del suo essere in senso assoluto, cioè sciolto da ogni calcolo.

Meravigliarsi del fatto che nessuno sia intervenuto, considerato il milieu “educativo” di gran parte dei nostri giovani e delle nostre giovani, è un po’ come meravigliarsi che Tarzan non sappia usare le posate.

NoG20 Hamburg: LETTERA DI ALESSANDRO DAL CARCERE DI BILLWERDER

NoG20 Hamburg: LETTERA DI ALESSANDRO DAL CARCERE DI BILLWERDER

Da più di un mese i sei italiani, si trovano nelle carceri di Amburgo. Uno di loro, Alessandro, in risposta alle decine, alle lettere e cartoline di supporto e solidarietà ricevute, ha inviato una lettera dal carcere di Billwerder

Car* Compagn*,
Oggi ho chiuso la quarta stanghetta (IIII). Sono infatti passati già 20 giorni da quando sono stato vigliaccamente e brutalmente preso e atterrato alle spalle da una delle unità speciali tedesche della Polizei ad Amburgo. Una volta fermato, hanno iniziato subito a frapporsi tra i tanti solidali che si avvicinavano per strada e a disturbare la comunicazione con chi si affacciava dai balconi, mentre iniziavano a perquisirmi gettando tutto per terra, dispiaciuti di non aver trovato niente se non un classico k-way quechua, per altro appeso esternamente allo zaino. Innervosito, un energumeno di due metri è arrivato persino a recuperare una bottiglia ed un casco, pur di provare ad estorcermi una confessione davanti alla telecamera.

Da lì è iniziato il valzer delle camionette, la prima perquisizione corporale in una caserma e poi il GeSa, prigione speciale costruita appositamente per il G20 e costata 5 milioni. Si trattava di un vecchio magazzino con all’esterno diversi container e all’interno di questi, unicamente illuminati con la luce artificiale dei neon, un innumerevole numero di celle prefabbricate.

Entrato lì, sono stato prima denudato totalmente, hanno controllato anche le cuciture delle mutande e mi hanno tolto orologio e felpa, in nome della mia sicurezza; poi è arrivato il turno dell’alcool test; infine mi hanno fotografato e due poliziotti mi hanno condotto in cella, prendendomi a destra e a sinistra e piegandomi le braccia dietro la schiena (modalità di accompagnamento che poi hanno utilizzato per ogni spostamento).

Prima di chiudermi in cella, mi hanno anche tolto scarpe e occhiali da vista, sempre in nome della mia sicurezza. La cella era buia, insonorizzata, addobbata con una strettissima panca di legno e un bottone per le necessità. Non mi è stato concesso di chiamare un avvocato fino alle 4.30 circa del mattino, avvocato che ho visto molte ore dopo.

Diversi gli abusi e la pressione psicologica esercitata in quel posto. Alcuni di noi sono stati chiamati in udienza dal giudice senza nemmeno che gli venisse concessa la presenza di un avvocato. Presenza che, loro malgrado, si è rivelata inutile dinnanzi a giudici, il cui unico interesse era sentire se ammettevi o no il tuo reato. Dopo molte altre ore al GeSa hanno iniziato i trasferimenti in carcere.

Prima sosta Billwerder. Ci sono rimasto 2/3 ore prima di essere rimpacchettato e trasferito ad un altro carcere, un carcere minorile chiuso ed aperto solo per una decina di noi. Stanze singole, un’ora d’aria e socializzazione al giorno, il resto delle 23 ore chiusi dentro (per concederci di più, il “capo” doveva prima accertarsi che ce lo meritassimo).

Ci hanno permesso di chiamare l’avvocato dopo ben quattro giorni e dopo continue richieste.

Avendo iniziato a liberare i compagni tedeschi, dopo sei giorni ci hanno riportati tutti a Billwerder, dove ho trovato Orazio (ero venuto a conoscenza del suo arresto uno/due giorni prima) e conosciuto gli altri compagni italiani e non. Anche qui, dopo la prima notte in un’ala ci hanno trasferiti in un’altra il giorno dopo, dove siamo stabili da una decina di giorni.

Durante questa permanenza, tutti a giro, abbiamo presenziato al siparietto messo in scena per il riesame. A giudicarci, dei giovani giudici, uomini e donne, bramosi di far carriera sulle nostre spalle.

Ci hanno confermato, ad uno ad uno (gli internazionali), la permanenza in carcere. A testa china, per non incrociare i nostri sguardi, leggevano verdetti già scritti in perfetto accordo con i PM.

Nel mio caso, nello specifico, non sono nemmeno stati letti i motivi per cui veniva rifiutato il ricorso, essendo il mio caso uguale al precedente. E dire che in tempi “normali” al reato che ci viene contestato ai più, ovvero il lancio di una o più bottiglie, corrisponde una sanzione pecuniaria.

Ma certi che avremmo raccolto la provocazione di un summit organizzato in via del tutto provocatoria ad Amburgo (dopo che la città si era già rifiutata con un referendum di ospitare le olimpiadi), a ridosso di quartieri sempre resistenti e insopprimibili (ST. Pauli, Altona, Sternschanze), le autorità tedesche si sono premurate di irrigidire le pene.

La pessima gestione “dell’ordine pubblico” tenuta da Dudde (capo della polizia di Amburgo) e i suoi sgherri nei giorni precedenti al summit, quando sono stati attaccati e manganellati degli attivisti che pernottavano in una decina di tende in campo tra l’altro autorizzato, doveva già lasciare intendere qualcosa circa quello che sarebbe accaduto nei giorni del summit. In ogni caso, quell’attacco ingiustificato non ha sortito l’effetto desiderato, non ha spaventato nessuno.

Ed ecco che arrivati al giorno 6 luglio, giornata in cui la stampa tedesca preannunciava da giorni, mesi, l’arrivo del “più grande blocco nero della storia”, ad Amburgo è esplosa la rivolta. In molti eravamo presenti quando la manovalanza di Dudde, dopo aver ricevuto i suoi nervosi e urlati ordini dall’altoparlante, ha attaccato con manganellate, idranti e spray urticanti un corteo non ancora partito. Forse davvero pensavano, si illudevano, che i 15.000 uomini impiegati sarebbero riusciti a mantenere l’ordine delle strade di Amburgo.

Ciò che invece è realmente accaduto l’avete visto tutti. La violenza praticata dalla polizei tedesca non ha fatto altro che rimuovere la linguetta a quella granata a frammentazione pronta ad esplodere. E come tante schegge schizzate ovunque, diversi focolai di rivolta si sono accesi un po’ ovunque.

Le continue invasioni della zona rossa hanno ridotto le aree protette e attaccato gli hotel che avrebbero dovuto ospitare i potenti, costretti a spostare con gli elicotteri e con la metropolitana le loro delegazioni mentre nel resto della città di Amburgo regnava l’inferno. Ad ogni tentativo di esacerbare la situazione, la rabbia collettiva si è ritorta contro.

Alla clamorosa sconfitta subita è inutile dirvi che la polizei ha risposto attivando i più infami mezzi di repressione: fermi di massa, ingenti posto di blocco in tutte le città tedesche e detenzioni ingiustificate. Ad oggi i dati parlano di circa 35 compagni in galera e una cinquantina di denunce per abuso di potere per gli uomini di Dudde.

Aver partecipato al G20 di Amburgo sarà per noi un’esperienza che ci porteremo dietro a lungo, non tanto per la detenzione, che non ha neppure intaccato minimamente i nostri ideali, quanto per la gioia di aver rovinato la festa ai potenti del mondo, che dietro i baluardi dello “sviluppo” e della democrazia, continuano a uccidere e imprigionare quanti si oppongono alle loro politiche, continuano a decidere sulla vita dei nostri fratelli e sorelle migranti.

Convinti di essere nel giusto e con il vostro sostegno terremo duro fino alla fine. In molti detenuti, in questi giorni, ci hanno fermato e chiesto se fossimo qui per il G20, rispondendoci poi con sorrisi e strette di mano. D’altronde, cos’è un ladro per necessità se non una vittima dell’andamento dei cicli del capitale? E a cosa servono le galere se non a difendere i ricchi?

Complici e solidali con gli altri compagni nelle galere del mondo e vicini a quanti danno la vita giornalmente, mossi dagli stessi ideali.

Con l’augurio di riabbracciarvi tutt* presto.
A pugno chiuso,
Ale

22 luglio 2017

Ps. A molti dei professori ed estimatori dell’Unione Europea vorrei chiedere a cosa serve la supremazia del diritto europeo su quello degli stati e a cosa serve esserne cittadini se poi ne hai in cambio disparità di trattamenti, se creano problemi per le visite in carcere ai tuoi amici quando come documento presentano “solo” la carta d’identità e la patente e gli viene chiesto il passaporto. Noi la nostra risposta ce la siamo già data da tempo.

Ricordiamo qui il crowdfunding per sostenere gli arrestati. e la campagna “scrivimi”

 

fonte: Osservatorio Repressione

MINISTRA FEDELI: LICEI BREVI, FUTURO SVENDUTO

MINISTRA FEDELI: LICEI BREVI, FUTURO SVENDUTO

 

di Jean DE MILLE

Mi è difficile, in questi giorni, non abusare del sarcasmo: quasi che la ragione, il discorso argomentato e razionale, rifiuti di piegarsi alla tristezza circostante, a un paese svuotato di umanità e di senso, dove salvare un migrante rappresenta un crimine, dove l’egoismo meschino conquista quotidianamente nuove fette del mercato politico, dove la miopia e la stupidità regnano incontrastate.

Oggi è la volta della sperimentazione di un percorso breve per i licei: una riduzione del ciclo di studi a quattro anni, che si affianca al degrado dell’alternanza scuola-lavoro.

La nostra deprecabile classe dirigente rimarca in questo modo quanto sia inutile la cultura in questo paese.

Un paese condannato dalle scelte politiche ed imprenditoriali ad occupare un posto di retroguardia nel mercato globale, a competere coi paesi emergenti contraendo salari e diritti sociali, a difendere la nicchia decrescente del proprio benessere con la più spietata guerra di classe condotta contro i poveri, non importa se indigeni o di altra provenienza.

La riduzione del percorso di studi, la decapitazione della scuola pubblica, segna ancora una volta il regresso complessivo del paese, e la sua consapevole rinuncia a investimenti culturali che nessuna politica indirizzata allo sviluppo economico sarebbe in grado di valorizzare. Siamo, e saremo sempre più, una nazione di analfabeti.

Con un lavoro da analfabeti, un futuro da analfabeti, e la prospettiva quasi certa di vivere una vita di merda!

SCUOLA SVIZZERA E DISCRIMINAZIONI CON LA S MAIUSCOLA

SCUOLA SVIZZERA E DISCRIMINAZIONI CON LA S MAIUSCOLA

Scuola svizzera via Appiani
Piccole storie ignobili (ma alquanto subdole e pericolose) di una scuola privata che si pregia di parlare di se stessa usando l’iniziale S in maiuscolo, salvo poi discriminare i bambini portatori di vari handicap.

Se questa è la scuola privata, è una ragione di più per proteggere e lottare in difesa della scuola pubblica.

Anzi, Scuola Pubblica.

La sola che per ciò che rappresenta può fregiarsi dell’iniziale in maiuscolo.

“Mia madre mi disse, non devi giocare con gli Svizzeri nel bosco…”

(semicitazione di Laura Bassanetti da Fabrizio De Andrè)

 

di Paolo LIMONTA

C’è una scuola (la minuscola non è casuale) in via Appiani a Milano che in un articolo del suo regolamento,approvato poco più di un mese fa, recita:

“Art. 2.5 – Disturbi del l’apprendimento e comportamentali, handicap motori.
Essendo la Scuola Svizzera impegnativa e multilingue, non è ottimale per studenti affetti da disturbi dell’apprendimento quali: dislessia, discalculia, ADHS, sindrome Asperger, autismo e disturbi comportamentali.

In caso di disturbi di lievi entità gli allievi vengono aiutati dagli insegnanti a progredire, ma devono comunque soddisfare i regolari criteri di promozione. Eventuali costi derivanti da conseguenti lezioni supplementari, assistenza psicologica o fisica saranno a carico dei genitori.

Essendo l’edificio su più livelli, privo di ascensore, non è altresì una Scuola adatta a studenti con gravi handicap motori.”

Loro, quelli della scuola svizzera, “Scuola” lo scrivono con la maiuscola perché la ritengono sicuramente una realtà di altissima eccellenza.

Io l’ho scritto con la minuscola perché una scuola che discrimina in modo così plateale, per me semplicemente non è una scuola.

E mi vergogno molto che sia una scuola della mia città…

 

.

(grazie per la foto a Laura Bassanetti)

FINE VITA: L’IMPEGNO DELLE COMUNITÀ CRISTIANE MINORI PER IL DIRITTO A MORIRE CON DIGNITÀ

FINE VITA: L’IMPEGNO DELLE COMUNITÀ CRISTIANE MINORI PER IL DIRITTO A MORIRE CON DIGNITÀ

Cura medico

di Valentina ERASMO (MicroMega online 23.3.2017)

1. Introduzione

Alcune comunità cristiane minori, come quella valdese e quella protestante francese, sono impegnate da anni nella promozione della cultura laica. In particolare, sono le questioni bioetiche di fine vita ad aver destato grande interesse tra queste comunità che hanno assunto posizioni spesso contrastanti con quelle della Chiesa cattolica in difesa della cultura laica.
Il gruppo di lavoro per le questioni poste dalla scienza della Tavola Valdese si è pronunciato già nel 1998 sulle questioni di fine vita per sostenere il diritto del paziente a poter morire con dignità. Come i cattolici, i valdesi ritengono che la vita umana sia sacra, in quanto conferita da Dio ma, al contempo, il paziente ha il diritto di poter morire liberamente qualora ritenga che le sue sofferenze abbiano compromesso la sua dignità.

A differenza delle piante e degli animali, l’esistenza umana non ha una dimensione esclusivamente biologica: questa si caratterizza anche come biografica, data da quella trama di relazioni sociali che un individuo può stabilire e dai progetti che può pianificare. E’ l’esistenza biografica, non quella biologica, a conferire dignità ad una vita ed è quella che rischia di venir meno in malati terminali o pazienti affetti da morbo di Alzheimer o che potrebbe non appartenere più a pazienti in stato comatoso. Come tra i valdesi, la dignità è centrale nella difesa del diritto a poter morire liberamente nella riflessione dell’ÉPUdF (Église Protestante Unite de France) nella sua duplice accezione universale e particolare. Si vedranno meglio questi aspetti connessi alla dignità dell’esistenza umana di seguito.

L’obiettivo di questo articolo è quello di mostrare le principali argomentazioni con le quali alcune comunità cristiane minori difendono il diritto del paziente a poter morire dignitosamente, in nome di quel valore superiore alle argomentazioni pastorali che si può definire come ‘umana laicità’.

Metodologicamente, si è scelta una prospettiva cristiana ‘eterodossa’, perché la difesa della laicità nelle questioni di fine vita non vede impegnati i soli atei ed agnostici: il diritto di poter morire dignitosamente è laico, quindi si colloca al di sopra delle questioni confessionali.
In maniera distinta e complementare a questa preminenza della laicità, si vuole sottolineare come il diritto a poter morire liberamente non sia incompatibile con una prospettiva di fede cristiana, contrariamente a quanto si crede.

Difatti, se i cattolici vedono nel dolore un modo per accostarsi alle sofferenze patite dal Cristo, non tutti i cristiani si riconoscono in questo assunto.

232 è il numero delle richieste rivolte all’Associazione Luca Coscioni per ottenere l’eutanasia all’estero nel 2015: nello specifico, sono in media 50 gli italiani che richiedono e molti di essi riescono ad ottenere il suicidio assistito in Svizzera. Dalla somministrazione del Pento Barbital di Sodio, sono sufficienti solo dieci-minuti per porre fine alle sofferenze del malato, con un costo complessivo per l’assistenza medico-sanitaria di 10mila euro nelle cliniche svizzere [i].

L’auspicio è quello di una celere quanto necessaria riforma per la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito in tutte le nazioni europee, seguendo gli esempi di Svizzera, Olanda, Belgio e Lussemburgo: i pazienti hanno diritto a morire dignitosamente nella propria nazione e uno Stato laico, attento al benessere dei propri cittadini, dovrebbe fornire tali servizi medico-assistenziali con la piena collaborazione del personale sanitario per adempiere all’ultima volontà del paziente.

2. L’eutanasia e il suicidio assistito, il documento del gruppo di lavoro per le questioni poste dalle scienza per il diritto del paziente a poter morire con dignità

L’innovativo documento L’eutanasia e il suicidio assistito voluto dalla Tavola Valdese vede la sua pubblicazione nel 1998: documento non è approvato, ma diventa un punto di partenza per l’apertura del dibattito all’interno delle comunità valdesi e metodiste. Si riportano i suoi principali contenuti al fine di mostrare la portata di questo documento.

Nella premessa si evidenzia il crescente interesse, sia dell’opinione pubblica che degli specialisti che operano nel settore, rispetto alla cura e all’assistenza di malati inguaribili, nonché alle prospettive dell’eutanasia e del suicidio assistito. Le due argomentazioni principali del gruppo di lavoro a sostegno di queste pratiche sono il rispetto per l’autonomia del paziente (definita nei punti 2.8 e 5.6 del Documento) e la necessità di prestare aiuto a chi rivendica il diritto a morire con dignità ( presente nei punti 4.3 e 5.4).

Sin da queste due argomentazioni è chiara l’apertura della comunità valdese rispetto ad eutanasia e suicidio assistito, appellandosi ad un diritto e ad un dovere: il diritto del paziente a potersi avvalere del principio di autodeterminazione- che ha sostituito l’approccio medico di stampo paternalistico-, e il dovere del personale medico-sanitario di assistere terapeuticamente e psicologicamente il paziente nella sua volontà di poter morire liberamente.

Il primo numero del Documento è dedicato alle Definizioni fondamentali del lavoro, tra cui spicca quella dell’eutanasia che consiste nel:

“porre termine a una situazione di sofferenza tanto fisica quanto psichica che il malato, o coloro ai quali viene riconosciuto il diritto di rappresentarne gli interessi, ritengono non più tollerabile, senza possibilità che un atto medico possa, anche temporaneamente, offrire sollievo”[ii].

Dunque, questa è una forma di sollievo dalle sofferenze subìte dal paziente, che può essere richiesta dallo stesso o dai suoi cari, laddove egli non sia più in grado di farne richiesta. Leggendo attentamente la definizione fornita, l’eutanasia è anche constatazione dei limiti della scienza di fronte a determinati quadri clinici nel fornire un rimedio, quantomeno temporaneo, alle sofferenze del paziente.

Occorre precisare che i valdesi si riferiscono all’eutanasia passiva nei termini di ‘astensione terapeutica’, cioè quella praticata con la sospensione di mezzi terapeutici ordinari e straordinari, lasciando il termine ‘eutanasia’ a quella attiva che viene praticata con la somministrazione di farmaci letali, il più diffuso, il cloruro di potassio.

Quanto alla medicina palliativa, questa non comporta responsabilità penali o etiche da parte del personale medico coinvolto nella somministrazione di questi farmaci: difatti, la morfina non causa la morte immediata del paziente, poiché il decesso sopravviene come effetto collaterale dell’uso prolungato del farmaco.

Nel numero 2 del Documento, l’attenzione è rivolta al crescente interesse rivolto al suicidio assistito, testimoniato dalle 296 citazioni in materia in riviste oncologiche specializzate dal 1991 al 1996, contro le sole 21 del decennio precedente. Questi dati esprimono il maggior interesse rivolto alla qualità della fase terminale della vita.

Rispetto al suicidio assistito, i valdesi hanno posto attenzione sulla liceità o meno che il medico assista il paziente nel suicidio, ponendo così la questione più sul ruolo del personale medico-sanitario che su quella malato. Il Documento riconosce due ostacoli alla depenalizzazione del suicidio assistito: da un lato, la giurisprudenza di molte nazioni europee che inquadrano questa pratica nei reati di omicidio; dall’altro lato, i paradigmi etici che difendono la sacralità del vita, sia cattolici che a-confessionali.

Anche su questo punto, la Commissione valdese ha individuato un’argomentazione forte favorevole a quei medici che aiutano i pazienti nel suicidio assistito: se la medicina non ha più strumenti per guarire o alleviare le sofferenze del paziente, il dovere del medico diventa quello di assistere il paziente per aiutarlo a morire con la minore sofferenza possibile.

Nel punto 3 del Documento è contenuta un’analisi dettagliata delle situazioni cliniche in cui vengono maggiormente richieste l’eutanasia e il suicidio assistito: questi corrispondono ai malati terminali affetti da cancro, ai malati di Aids o ai pazienti affetti da morbo di Alzheimer. Il fatto che la richiesta di porre fine alla propria esistenza sia maggiormente diffusa tra questi malati è dovuta al fatto che sono patologie degenerative rispetto alle quali non ci sono speranze di guarigione.

Quanto al punto 4 del Documento, questo è dedicato alla necessità di individuare nuovi orientamenti nel tentativo di trovare una risposta univoca e condivisibile sulle questioni di fine vita. Indubbiamente, l’eutanasia e il suicidio assistito risultano essere le tematiche più scottanti: per i valdesi, i medici devono limitarsi a rispettare la libera decisione presa dal paziente ma, se questo è incosciente, si potrebbe non essere a conoscenza della volontà del paziente. Nel punto 4 è presente la significativa distinzione tra vita biologica e vita biografica:

“quando la vita biografica cessa, come nel caso di uno stato vegetativo permanente, oppure divenga intollerabile, come nelle malattie terminali, deve essere presa in considerazione l’eventualità di porre termine alla vita biologica.” [iii]

Per interrompere trattamenti in un paziente in stato comatoso, al quale è rimasta la sola vita biologica permessa dai trattamenti medico-sanitari, è necessario conoscere la sua volontà in merito. Dunque, il testamento biologico è strumento indispensabile per conoscere le disposizioni anticipate di trattamento, sollevando così i congiunti dall’assumere una decisione così importante in materia di fine vita.

Il gruppo di lavoro valdese si è misurato con una delle argomentazioni classiche contro l’eutanasia e il suicidio, quale il cosiddetto ‘pendìo scivoloso’, ossia il rischio dell’attuazione generalizzata ed indiscriminata di queste pratiche, conducendo persino alla legittimità dell’uccisione di anziani, diversamente abili o disadattati. Rispetto a questo argomento, la Commissione vuole precisare che le questioni di fine vita non vanno associate alle pratiche ‘eugenetiche’ compiute negli anni del nazismo, pertanto risulta inopportuno un accostamento simile.

Certamente, i valdesi ritengono che il riconoscimento del diritto a poter morire con dignità debba procedere di pari passo con la reale volontà del paziente e all’interno di regole specifiche e controlli validi per evitare il verificarsi di casi di eutanasia non richiesta, come accade di frequente nei Paesi Bassi.

Per evitare questi episodi, il punto 4.14 del Documento ritiene necessaria una completa ed adeguata informazione del paziente rispetto alle sue prospettive di vita e di morte da parte del medico, ad eccezione che il malato non desideri esserne informato.

Passando al punto 5 del Documento, in questo sono contenuti ulteriori chiarimenti al fine di distinguere la ‘sospensione terapeutica’ dall’eutanasia. La prima è come se lasciasse che la morte sopraggiunga senza cercarla di ritardarla con terapie e strumenti medici, mentre l’eutanasia causa immediatamente e direttamente la morte del paziente.

A questo punto, occorre interrogarsi sul perché una comunità cristiana, come quella valdese, si stia battendo a difesa del diritto del paziente a poter morire dignitosamente. Si presentano due risposte: una di carattere ideologico, l’altra teologico. Quella ideologica consiste nella difesa della laicità, la quale può essere ragionevolmente sostenuta da un cristiano; quella teologica riguarda l’insensatezza della sofferenza ai fini dell’autoredenzione, diversamente dai cattolici.

Le comunità valdesi differiscono con le loro argomentazioni dal paradigma cattolico (e non) che difende la sacralità, quindi l’indisponibilità, della vita umana proprio per aver anteposte la sofferenza e la dignità del malato alle normative della pastorale o a presunti codici etico – morali. Il dolore sofferto dal malato deve diventare misura per accogliere la sua richiesta di poter morire.

Presso i valdesi è forte l’elemento relazionale ed è proprio in virtù di quest’ultimo che è avvertito il dovere morale da parte di una comunità di assistere un proprio membro nei momenti più difficili della sua esistenza, anziché opporsi alla sua richiesta d’aiuto.

3. Gli sviluppi più recenti della battaglia delle comunità cristiane minori per la depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito

La breve analisi condotta sul Documento voluto dalla Tavola valdese ha mostrato come l’impegno di questa comunità per la depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito sia presente sin dagli anni Novanta. Secondo i valdesi, queste pratiche non vanno impedite né giuridicamente, perché non si trattano né di forme di omicidio, né con motivazioni legate alla pastorale, in quanto non sono né atti contrari a Dio, né il dolore può essere considerato una forma di autoredenzione.

Al 2007 risale il Sinodo delle comunità valdesi e metodiste in cui si sollecita l’approvazione di una legge per le dichiarazioni anticipate di trattamento da parte del Parlamento italiano, al fine di colmare almeno parzialmente il vuoto normativo in materia di fine vita della legge italiana.

Quando nel 2011 si approva in Parlamento una versione più restrittiva del disegno originario di legge del decreto Calabrò, la Commissione bioetica della Tavola valdese ha presto manifestato il suo dissenso a riguardo. Il coordinatore della Commissione bioetica, Luca Savarino, è contrario a questa approvazione parziale del decreto Calabrò, vedendolo così trasformato in un decreto legge contro l’eutanasia, piuttosto che sulle dichiarazioni anticipate di trattamento.

Il decreto approvato in Parlamento viene criticato da Savarino per le seguenti ragioni: il restringimento della libertà individuale e l’anticostituzionalità del decreto stesso, individuabile nel ricorso a principi confessionali, come quello dell’indisponibilità della vita umana (art.1), chiaramente contrari alla laicità dello Stato. Inoltre, sempre nel decreto Calabrò, si approva la non vincolabilità della volontà del paziente per il personale medico-sanitario e l’inaccettabilità della classificazione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiale come mezzi ordinari di trattamento.

Questo cosa implica? Seppur il testo approvato è basato sul decreto Calabrò, riconoscendo la possibilità del paziente a stilare le sue dichiarazioni anticipate di trattamento, il medico non è vincolato ad osservarle e l’eutanasia è ancora considerata una forma di omicidio in Italia. Quanto alla classificazione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiale come mezzi ordinari di trattamento fa sì che non si possa richiedere la loro sospensione nelle dichiarazioni anticipate di trattamento.

A fronte dei contenuti del testo approvato, nel quale si riconosce la possibilità di disporre solo di parziali dichiarazioni anticipate di trattamento, Savarino ritiene che il vuoto normativo sia preferibile ad un decreto anticostituzionale e limitante la libertà del paziente nel decidere sulla sua fine.

Nonostante il deludente testo approvato in Parlamento in materia di fine vita, i valdesi proseguono nella loro difesa del diritto del paziente a poter morire con dignità e porre fine alle proprie sofferenze: sono oltre seicento i testamenti biologici raccolti presso gli sportelli predisposti nella Chiesa valdese di Milano, come espressione di convivenza tra laicità e libertà con la fede cristiana, senza che queste si ostacolino vicendevolmente.

La Chiesa valdese si è distinta tra le comunità cristiane minori per l’impegno profuso in materia di fine vita, ma non è l’unica. Un altro caso estremamente interessante è quello dell’ ÉPUdF (Église Protestante Unie de France) che, in occasione del primo Sinodo tenutosi a Lione nell’aprile 2012, hanno scelto di discutere sulle questioni di fine vita come ordine del giorno. Altrettanto si è discusso tra le chiese evangeliche battiste e delle chiese evangeliche libere, entrambe di Francia.

La comune volontà di queste comunità cristiane minori è quella di partecipare attivamente e costruttivamente al dibattito pubblico sul fine vita.

Sin dal primo Sinodo comune della Chiesa luterana e riformata, si è avvertita l’esigenza di discutere su due tematiche fondamentali, quali la natura della dignità e della libertà dell’individuo.

Per affrontare queste tematiche, il Sinodo della chiesa protestante di Francia è ricorsa al paradigma universale – particolare: le questioni bioetiche sono universali poiché riguardano tutto il genere umano indiscriminatamente, mentre i casi dei singoli pazienti sono particolari poiché ogni caso è diverso dall’altro.

Attraverso questo paradigma universale – particolare, la chiesa protestante di Francia tenta di rispondere alla questione sulla natura della dignità umana: essa è universale, poiché è intrinseca nell’uomo, quindi nessun evento o persona può lederla; la dignità è particolare nella misura in cui è espressione delle scelte compiute liberamente da un individuo (ad esempio, la scelta del paziente di voler morire per porre fine alle proprie sofferenze, come affermazione della propria dignità in senso particolare). Ed è in questa seconda accezione della dignità che si colloca la libertà individuale nella sua accezione decisionale.

Il Sinodo dell’ÉPUdF sostiene che la dignità universalmente intesa non può essere privata dalla malattia, quella particolare sì. Conformemente a questa distinzione, il paziente può ritenere opportuno morire come affermazione della sua dignità particolare, seppur quella universale non possa essere mai lesa perché è quella conferita da Dio: su questo aspetto, l’argomentazione adottata dall’ÉPUdF assume una chiara connotazione cristiana.

Analogamente alla comunità valdese, la chiesa protestante francese si è dichiarata favorevole alla medicina palliativa per alleviare le sofferenze del paziente, insieme ad una formazione specifica del personale medico-sanitario per consentire di assistere i malati psicologicamente ed emotivamente. In Francia, la legge che ha legittimato l’impiego della medicina palliativa è la ‘Legge Léonetti’ entrata in vigore nel 2005. Questa legge prevede il ricorso alla terapia del dolore, seppur questa possa accelerare il decorso di alcune patologie degenerative, sebbene l’eutanasia attiva resta vietata.

Tuttavia, la medicina palliativa spesso non è in grado di eliminare il dolore fisico o la sofferenza psichica patiti dal paziente, ragion per cui l’ ÉPUdF vede come necessaria l’introduzione di una legge che autorizzi ad accelerare il processo di morte nei casi più estremi.

Una legge simile dovrebbe, da un lato, non essere troppo rigida, in modo da comprendere un’ampia casistica a cui potrebbe essere applicata; dall’altro lato, non dovrebbe essere fin troppo permissiva per evitare casi di eutanasia non richiesta dal paziente, come è già accaduto nei Paesi Bassi.

L’appello conclusivo del primo Sinodo dell’ ÉPUdF è rivolto a tutte le comunità cristiane, esortandole non a proibire pratiche come l’eutanasia e il suicidio, bensì a limitarsi ad assistere spiritualmente i pazienti ed accompagnarli verso l’ultima ora non con il dissenso della pastorale, ma con il conforto della fede.

4. Conclusioni

Ciò che emerge dall’analisi delle argomentazioni proposte da alcune comunità cristiane minori in materia di fine vita è un’umana laicità che è troppo spesso assente nelle riflessioni di filosofi, medici o giuristi che difendono la sacralità della vita umana, cattolici e non.

La mancanza di questa genuina compassione fanno perdere di vista il paziente e la sua sofferenza, mentre il ricorso a principi come la sacralità/ indisponibilità della vita umana, impediscono di vedere nell’eutanasia e nel suicidio assistito una mano tesa verso il malato, stanco di soffrire.

A partire da questa umana laicità presente nelle riflessioni delle comunità valdesi e protestanti unite di Francia che il principio bioetico fondamentale diventa quello della dignità della vita umana. La dignità si presenta come un principio alternativo rispetto a quelli della sacralità dell’esistenza umana (di matrice cattolica e non) e della qualità della vita umana di matrice laica, permettendo così di collocare le riflessioni qui analizzate nel paradigma della ‘terza via’ che vanta esponenti come i filosofi Engelhardt Jr., Küng e Jonas.

La dignità è conferita dall’esistenza biografica, come nella riflessione valdese, quindi il venir meno di questa dovuta dalla malattia, potrebbe far ritenere al paziente che quella non è più un’esistenza degna di essere vissuta. Con argomentazioni diverse, i protestanti uniti di Francia sostengono che è vero che la dignità universalmente intesa è intrinseca nell’uomo e nulla può lederla, invece la sua dignità particolare può subire delle privazioni a causa della malattia.

Pertanto, se la malattia toglie dignità all’esistenza umana, solo la morte può restituirgliela, è quanto si può affermare sulla scia del teologo contemporaneo Hans Küng [iv]. Il compito delle istituzioni deve essere quello di colmare il vuoto normativo in materia di eutanasia e suicidio assistito in tutta Europa, affinché il paziente possa esercitare legittimamente nella propria nazione di appartenenza il diritto a poter morire dignitosamente e gli Stati confermino la loro laicità.

Quanto al personale medico-sanitario, il suo dovere dovrebbe essere quello di assistere il paziente per alleviare le sue sofferenze fisiche e psichiche per accompagnarlo verso la sua ultima ora, senza effettuare pratiche contrarie alla volontà del paziente. Per queste ragioni, il testamento biologico risulta uno strumento prezioso per conoscere le volontà anticipate di trattamento del paziente, evitando così di sostituirsi a lui in questa decisione così delicata.

L’eutanasia e il suicidio non sono forme di omicidio, né dei reati nei confronti di Dio, ma degli atti di umana laicità volti a restituire al paziente la sua dignità nel morire liberamente e porre fine alle sue sofferenze.

 

.
NOTE

[i] Cfr. Articolo di Redazione, “Eutanasia, sono 232 le richieste di dolce morte. Come funziona e dove “è applicata” nel mondo”, L’Huffington Post,
http://www.huffingtonpost.it/2017/02/27/eutanasia-nel-mondo_n_15038618.html, 27 febbraio 2017.

[ii] Cfr. Gruppo di lavoro della Tavola Valdese sui problemi posti dalla scienza, L’eutanasia e il suicidio assistito, §1.1,
http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/mater_studio/eutanasia.pdf, 1998.

[iii] Cfr. Gruppo di lavoro della Tavola Valdese sui problemi posti dalla scienza, L’eutanasia e il suicidio assistito,§4.4,
http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/mater_studio/eutanasia.pdf, 1998.

[iv] Cfr. H. Kṻng, Della dignità del morire. Una difesa della libera scelta ,trad.it A. Corsi, V. Rossi, BUR Rizzoli, Milano, 2010.

 

.
Fonte: APOCALISSE LAICA