LORIS, GRAZIE PER AVERCI INSEGNATO A VIVERE

LORIS, GRAZIE PER AVERCI INSEGNATO A VIVERE

 

di Claudia PEPE

 

Loris Bertocco, 59 anni, di Fiesso d’Artico, ha abbondonato questa vita.
L’ha fatto per scelta, per sofferenza, per legittima difesa. Una legittima difesa da una vita che lo aveva reso invalido da anni e, negli ultimi tempi, anche cieco.

Viveva con una madre anziana e una sorella malata.
Solo, di fronte ad un mondo che non intravedeva la sua disperazione e la sua afflizione.

Loris era un uomo che nonostante fosse nato sotto una cattiva stella, si era aggrappato alla resilienza.
Quella capacità di reagire nonostante il sole non entrasse più nelle sue stanze senza luci.

Era invalido cieco, ma impegnato nella cultura, nelle radio.
Era un ambientalista convinto e tra i fondatori dei Verdi italiani.
Non aveva mai smesso di partecipare a lotte sia territoriali che di portata globale: contro il nucleare e i mutamenti climatici, per la riconversione ecologica, per la pace.

Loris era una di noi. Un uomo.
E proprio perché uomo senza retorica e senza enfasi, ha deciso la sua morte.
Nessuno può giudicarlo, nessuno deve voler capire.

Della sua morte hanno dato notizia gli esponenti dei Verdi Gianfranco Bettin e Luana Zanella.
Loris aveva sollecitato la Regione Veneto a legiferare in materia, ma non ha trovato risposte alla sua legittima scelta.

Allora ha abbracciato la sua morte e, corteggiandola come una fidanzata, proprio quella del primo banco con il viso più dolce del mondo, le ha dichiarato il suo amore.

Loris ha lasciato parole bellissime, parole che devono farci riflettere, che devono farci sedere un attimo, nonostante le nostre tribolazioni e farci pensare. Perché la sua scelta potrebbe essere la nostra scelta di oggi e di domani. Un giorno che non sapremo mai quando arriverà.

Un uomo, Loris, che ha lasciato alla nostra umanità distorta, il suo amore per la vita, il suo patimento, la sua lotta, e la sua protesta per l’insufficiente assistenza che le persone come lui ricevono dalle istituzioni preposte. La sua morte l’aveva programmata da tempo, ma fino alla fine ha creduto nell’approvazione di questa legge sul testamento biologico e sul fine vita in Italia.

Loris non ce la faceva più.
Desiderava la morte, desiderava non soffrire più, desiderava una morte consapevole.
Non una morte collegata a macchine, leziosa e artificiale.

Perché la morte la possiamo possedere se non abbiamo il coraggio di affrontarla.
E lui, ha deciso di chiudere gli occhi, di dormire, di non soddisfare più la sofferenza, di non darle più soddisfazione.

Ha incominciato ad anelare questa morte dolce, quella morte che nasce dal non poter più vivere.
Ha lasciato uno scritto e tutti noi, adesso, dobbiamo ascoltarlo:

“Credo che sia giusto fare questa scelta prima di trovarmi nel giro di poco tempo a vivere in un istituto e come un vegetale, non potendo nemmeno vedere, cosa che sarebbe per me intollerabile.
Proprio perché amo la vita credo che adesso sia giusto rinunciare ad essa vista la sofferenza gratuita sia fisica che spirituale che stanno progressivamente crescendo senza possibilità di revisione o di risoluzione positiva.
Il muro contro il quale ho continuato per anni a battermi è più alto che mai e continua a negarmi il diritto ad una assistenza adeguata.
Perché è così difficile capire i bisogni di tante persone in situazione di gravità, perché questa diffidenza degli amministratori, questo nascondersi sempre dietro l’alibi delle ristrettezze finanziarie, anche quando basterebbe poco, in fondo, per dare più respiro, lenimento, dignità?
Per questo il mio impegno estremo, il mio appello, è adesso in favore di una legge sul ‘testamento biologico’ e sul fine vita di cui si parla da tanto, che ha mosso qualche passo in Parlamento, ma che non si giunge ancora a mettere in dirittura d’arrivo Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte, perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità.”

Caro Loris hai scelto di chiudere la tua vita in un Paese non tuo, in una stanza d’ospedale fredda, sterile, senza i profumi della tua infanzia, senza la dolce ninna nanna di chi ti ha accompagnato nella tua vita e ti ha dovuto lasciare andare da solo ad abbracciare la morte.

No so se soffrire di più verso questo Stato che narra di avere la più bella Costituzione del mondo, oppure nella sua negligenza nel non voler applicare uno dei suoi articoli più importanti. Quell’articolo 13 che recita: “La libertà personale è inviolabile”.

Se fossi stata una tua amica, ti avrei accompagnato. Ma questo Paese ammette qualsiasi forma di violenza, e non il tuo amore per la vita.
Perché la tua morte è stato ancora una volta un inno alla vita, un inno all’amore, alla libertà, alla pietà.

Eri immerso in una notte senza fine, in una vita che ti ha visto emigrare per far rispettare la tua dignità.
Se fossi stata una tua amica, quando dicevi che volevi morire senza soffrire, avrei fatto di tutto per accontentarti.

Perché l’amore è più grande dell’egoismo, è più grande del ritornare a casa e vederti interpretare quella vita che non ti apparteneva.
Ti avrei aiutato in tutte le maniere, ma in Italia le leggi le fanno gli obiettori di coscienza, invece di persone che di coscienza vivono.
Se fossi stata una tua amica mentre urlavi i tuoi appelli disperati verso questo Governo che lascia suicidare i precari e fa finte di niente, e mentre il tuo appello sulla legge sul testamento biologico restava inascoltato nelle tenebre di notti senza fine, avrei sperato di guardarli in faccia questi responsabili della nostra esistenza, per farli vivere nei tuoi occhi che hanno cercato fino alla fine di vedere il sole.

Le persone che soffrono, non rientrano nei programmi di questo Stato sordo, cieco e muto.
Non garantiscono la scelta di uomini che vogliono esercitare la loro libertà.

Il tuo viaggio deve essere stato il calvario di un Cristo appeso alla sua croce, nell’interminabile salita verso il Golgota dove ci vede tutti innocenti.
Hai dovuto pagare anche la tua morte, dopo aver pagato la tua vita.
Sei morto in esilio, non sfiorato da dolci carezze e baci sui tuoi occhi.
Se fossi stata tua amica, adesso sarei orgogliosa di te, del tuo coraggio, della tua lotta, del tuo amore.

Per me, per i tuoi amici, per la vita. Io non sono stata una tua amica, ma sono una madre. E questo, per me, è un inno di liberazione.
Perché so che tutti quelli che ti hanno amato, non soffriranno più per il tuo dolore, per lo strazio in cui hai dovuto vivere.

Grazie Loris, oggi mi hai insegnato ad esistere, e se fossi stata una tua amica, oggi come sempre, sarei orgogliosa di te. Ma so che tu sei oltre a me e a tutti.
Essere tua amica deve essere stata una fortuna che non capita a tutti.
Grazie di essere venuto al mondo per insegnarci a vivere.
BULLISMO, IL SESSISMO NON C’ENTRA PROPRIO NIENTE?

BULLISMO, IL SESSISMO NON C’ENTRA PROPRIO NIENTE?

 

di Laura BASSANETTI, insegnante
(COMITATO PER LA SCUOLA PUBBLICA PADERNO DUGNANO)

 

Bullismo, cyberbullismo, ostilità: un pugno all’insegnante.
Il sessismo non c’entra proprio niente?
Meno maschilismo = meno bullismo.

Il maschio spacca tutto è accettato, la femmina no. La sua aggressività, la sua curiosità, la sua vitalità spaventano e così vengono messe in atto tutte le tecniche possibili per indurla a modificare il suo comportamento”.
Ancora: “I movimenti del corpo, i gesti, la mimica, il pianto, il riso sono pressoché identici nei due sessi all’età di un anno o poco più mentre cominciano in seguito a diversificarsi.. a quest’età sono aggressivi maschi e femmine. […] Mentre più tardi l’aggressività del bambino continuerà ad essere diretta verso gli altri, la bambina diventerà auto aggressiva per aderire al modello che la società impone e che le vuole incanalate verso la debolezza, la passività, la civetteria”.

Queste sono riflessioni tratte da un libro pubblicato nel 1973 dalla scrittrice sociologa Elena Gianini Belotti.
Un testo, senza esagerare, in grado di cambiare l’esistenza di chi lo legge, posto che fino a quel momento sia stata vissuta (come spesso accade), nell’incoscienza e nell’adesione acritica allo stereotipo: genere maschile/genere femminile. “Dalla parte delle bambine” è stato letto e apprezzato da tante donne come testo importante nella battaglia femminista.

Si può riscontrare, anche nelle più banali esperienze personali, il fatto che ogni volta in cui si subisce la prepotenza, la denigrazione di chi è “bullo” si ripropongono gli argomenti del machismo, si estremizza la polarizzazione di genere e si ricalcano gli schemi della gerarchia tra esseri umani.

Le bambine sono vittime di illazioni, scherni o aggressioni per ciò che riguarda il loro aspetto fisico: poco attraenti, non abbastanza formose, goffe, troppo introverse, troppo “secchione”.
O al contrario: troppo vivaci, troppo appariscenti, troppo carine.

Ogni qualvolta, anche con la scusa di “educare” si propongono con (forse) buone intenzioni delle “regole”: no ai pantaloni strappati, si al codice di abbigliamento per le donne, al di là del sostenere che in un certo contesto si dovrebbe adottare l’abbigliamento adeguato, bisognerebbe tenere i piedi per terra e il contatto con la realtà.
In questa società il dress code femminile avvalla l’idea che la donna provoca un certo tipo di attenzione, è un “oggetto” per altrui sfogo e va coperto.

Ma nessuno si domanda se tra tutto ciò e i femminicidi esista un qualche tipo di nesso.
Per ciò che riguarda i ragazzi invece, quelli che sono disinteressati agli sport, alle squadre di calcio, al fare la lotta o che amano giocare a cucinare o alle bambole rischiano di passare gli anni scolastici additati come strani o sfigati.
Inoltre: se sono le ragazze a fare “le bulle” vanno all’attacco di quante stanno fuori “dai canoni”, di quelle che non si interessano di trucco o di abbigliamento, dei ragazzi che si distinguono come i più timidi o più riflessivi.

Senza parlare di coloro che fin dagli anni della scuola manifestano la loro personalità e se è vista come fuori dai canoni (se un maschietto volesse sposare un altro maschietto, per esempio) possono trascorrere gli anni della gioventù in un incubo dai contorni medievali: non pochi purtroppo hanno commesso gesti estremi o sono rimasti tutta la vita segnati da vili atti di razzismo subito.

È quindi così peregrino affermare che se ci fosse meno sessismo, ci sarebbe meno bullismo?

Non a caso, alcuni sistemi educativi d’avanguardia insistono molto perchè bambini e bambine facciano le stesse cose cioè entrambi accudiscano bambolotti, stirino, cucinino o giochino a calcio, rugby e quant’altro.

Però in Italia siamo ancora pieni di spot pubblicitari, cartelloni, testi scolastici nei quali
le mamme fanno rigorosamente “le mamme” (cioè puliscono, stanno dietro ai figli) e i papà (per strani, non scientificamente comprovabili, motivi) sembrano più “naturalmente” portati per dipingere le pareti e andare in bicicletta.

Nel ragazzo che colpisce l’insegnante, si può vedere una delle estreme conseguenze della filosofia maschilista?
Arrivando alla violenza fisica su una donna, si esprime una profonda incommensurabile frustrazione, un’intolleranza radicata e forse quel gesto cerca di riproporre un potere.

Quello stesso potere che venne descritto ancora, dalla stessa Elena Gianini Belotti dopo “Dalla parte delle bambine” in un successivo saggio “Prima della quiete“, che attraverso la vicenda dell’insegnante elementare Italia Donati denunciò le terribili condizioni di vita di molte maestre del primo novecento italiano.

Perseguitata dalle attenzioni violente del suo padrone di casa, calunniata e discriminata dall’intera comunità cittadina, la maestra Donati giunge al suicidio: nell’impossibilità di trovare alcun sostegno al suo dramma di sottomissione e solitudine.

I meccanismi del bullismo sono sempre identici, ogni qualvolta un gruppo di persone cerca di imporre il potere della maggioranza o mostra paura di qualcuno che mostra un punto di vista diverso.
Ecco che si manifesta come è già stato notato nelle “chat” purtroppo, di genitori.
E può finire solo in un modo.
BAVAGLIO ALLA RETE? FORSE, MA NON ALLA RIBELLIONE!

BAVAGLIO ALLA RETE? FORSE, MA NON ALLA RIBELLIONE!

 

 
di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile – MovES
Il caro Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, da tanti ritenuto inconsistente, è pronto a mettere il bavaglio all’informazione in rete.
La notizia è passata MOLTO in sordina, attutita e addirittura nascosta da chiacchiere ininfluenti con cui il sistema induce molti a parlare per distrarli, vedasi le dichiarazioni di Boschi sulla retribuzione delle calciatrici et similia.
Anche mentre scrivo (poco oltre le 2.30 del mattino), dopo aver cercato riscontri in rete anche presso le agenzie, la notizia di quanto possa esser accaduto ieri, non appare.
 
Infatti, giusto ieri in Senato, il nostro amato Gentiloni, ha tentato di far approvare il disegno di legge che introduce livelli di censura alle informazioni circolanti su Internet e sui social ma anche che tenta di ufficializzare (legittimare) la schedatura di massa sul web.
Come sopra esposto, non so come sia andata ma posso intuire comunque alcune cose.
 
Per esempio LOGICO pensare che questo tipo di proposta sarà gradita ad un ampio schieramento di forze.
Credo sia superfluo che ne elenchi le ragioni.
 
Chiunque detenga il potere, chiunque lo ambisca e chiunque viva nel suo cono d’ombra, se proprio non spera in questa legge, comunque non si dispiacerà poi molto se verrà approvata.
Di fatto essere sempre sotto ai riflettori e quindi soggetti a critica, di sicuro non è il meglio che si addica a qualunque forma politica non proprio coerente o cristallina nel pensiero e nell’agire che così sa di essere esposta perchè è sempre solo questione di tempo e di opportunità che qualcuno ci faccia sapere cosa si vuole nascondere.
 
Mai come oggi sappiamo quanto il potere, in sè e da sempre, usi sistemi comunicativi per acquisire CONSENSO.
Le voci critiche che, pur con grande fatica, riescono a destare dal torpore qualche coscienza, sono un grosso fastidio e fino a che ne rimarrà anche solo una, nessuno può sentirsi in salvo tra chi muove le file del sistema.
 
Dopo aver drogato l’informazione forse come solo Goebbels aveva fatto prima d’ora, dopo aver messo la maggioranza dei giornalisti in posizione prona con le labbra sulle scarpe del padrone del vapore, non contenti del fatto che neanche le fake-news, neanche i troll, neanche la creduloneria di molti, neanche gli haters hanno fermato l’informazione, ecco che siamo alle misure repressive.
 
Non siamo degli illusi, sappiamo che basta usare la rete, basta comprare su Amazon, basta usare Google Maps per essere tracciati e individuati, quindi niente di nuovo sotto al sole in questo senso, ma la novità vera è che adesso il nostro governo ha l’ardire di dichiararlo all’universomondo che ci imbavagliano e tracciano.
Se da un lato la situazione è tutt’altro che rosea, dall’altro però viene da pensare che se arrivano al bavaglio, è perchè cominciano a temere qualcosa e per questo, mi sento anche di dire, SMETTIAMOLA di dare più potere di quanto ne abbia chi sta sulle nostre teste come il giogo sopra al collo dei buoi: HANNO PAURA.
È dimostrato dai FATTI che, in politica, quando una particolare azione o un modo per comunicare non rappresentano un fastidio al sistema, questi se ne infischi bellamente e lasci fare.
 
Ma se si arriva alla repressione, allora vuol dire che il giro di vite è contestuale ad un pericolo che senza tanto andare a scavare è molto probabile sia legato alla perdita di CONSENSO e quindi il potere avverte l’insicurezza di tale passaggio.
 
Giusta pertanto la nostra preoccupazione ma al tempo stesso, sursum corda, popolo italiano che navighi nel web!
Il sistema ci sta dicendo cosa teme e, dunque, ci fornisce un’arma con cui colpirlo.
 
Quindi, invece di farci intimidire, usiamola contro di lui, appropriamoci dei suoi sistemi e colpiamo anche noi che siamo TANTI più di chi ci sta strangolando, difendiamo il nostro diritto di informazione!
 
E soprattutto, smettiamo di fare sempre lo stesso errore, di attuare le sempre le stesse dinamiche, di strutturare sempre la stessa sottovalutazione dell’avversario perchè forse è ora che cominciamo a guardare il nemico da un’altra angolazione, anzi, è ora che lo guardiamo bene in faccia!
 
Gentiloni non è innocuo solo perchè lo percepiamo come tale a causa di quella sua scriminatura che unitamente all’espressione dello sguardo, ne fa apparentemente un seminarista mancato e sempre pronto a dire solo sì. NON lo è, almeno quanto Renzi non è uno stupido e incapace.
Dal loro punto di vista sono stati capacissimi, visto che cos’hanno imposto al popolo italiano.
 
I veri incapaci siamo stati noi (almeno chi non ha usato il proprio pensiero critico per andare oltre la narrazione creata ad arte) che ci siamo accaniti sui personaggi da teatro dei burattini senza mai voler andare a vedere chi fosse il burattinaio su quel fondale nero.
 
Ma adesso abbiamo un’opportunità in più: SFRUTTARE gli strumenti che usa il sistema CONTRO di noi come diverranno sempre di più i social media, per far circolare quanto più possibile e quanto più velocemente, NON solo le informazioni ma anche le parole d’ordine: LOTTARE, RESISTERE, CAMBIARE, VINCERE!
E aggregare…e organizzarsi…e AGIRE!
 
E sì, perchè come ogni sistema, anche questo si può sconfiggere, checchè ne dicano i disillusi, i delusi e i rassegnati o quelli che passano la vita a dissertare di complotti.
TUTTO si può FARE.
Serve solo avere un buon progetto insieme a determinazione e volontà di CAMBIARE.
 
Cambiare, però, NON arredarsi la cella seguendo il solco dei vari partitucoli e schieramenti usciti dalla costola del PD che, per propri scopi di tipo elettoralistico e personalistico, ancora inseguono una politica che, MORTA e DECOMPOSTA, vaga in cerca di interpreti.
 
Cambiare, laddove residui un brandello di coraggio del sollevare la testa e dire NO!
Ma un fermo NO! anche a chi favorirà questa legge bavaglio per convenienze mentre se ne dice contrario, a chi parla ma non agisce, a chi, in pratica, fa da imbonitore di una larga fascia di persone – mistificando su nomi, definizioni, proclami e mancate azioni – ad un sistema di potere di cui ha comunque bisogno per poter esistere come entità politica che si autoperpetua.
E anche qualora dovessero riuscire ad imbavagliarci qui sulla rete, nessuna paura di quello che avverrà con questo provvedimento.
Gentiloni potrà anche imbavagliarci su Internet ma se quel lembo di coraggio residua ancora in tanti di noi, se sapremo metterlo a frutto, a nulla servirà il bavaglio, perchè noi abbiamo le strade, abbiamo le case, abbiamo i luoghi di lavoro dove andare a portare le nostre azioni e le nostre voci.
Anzi, LÀ, già siamo e saremo!
E, se vorranno fermarci, dovranno venire a prenderci.
Dovranno dichiarare al mondo che siamo sotto dittatura.
 
Noi li aspettiamo in quelle strade ma sappiano però, che non saremo soli ad attenderli e saremo tantissimi.
Allora sì, allora vedremo chi è realmente più forte, perchè potranno chiuderci la bocca ma, le nostre idee, davvero non moriranno mai.

Oggi, ancora più di ieri.

ZAIA, I PROF. DEL SUD E IL REFERENDUM DELLO SQUALLORE

ZAIA, I PROF. DEL SUD E IL REFERENDUM DELLO SQUALLORE

 

di Claudia PEPE

Io sono veneta e nata per caso in Veneto, ma la mia famiglia è calabrese e ne sono fiera. Siamo cresciuti in un Veneto degli anni ’60, molto restia verso i meridionali, ma comunque in una terra che ci ha accolti, ci ha fatto crescere.
Eravamo 5 fratelli, la mamma casalinga e il papà Direttore del Telegrafo. Un papà che quando gli hanno proposto il trasferimento non ha pensato a lui, alle comodità, ma alle opportunità per i figli.

Nelle fredde serate d’inverno senza termosifone, ci siamo uniti ancor di più contro una cortina di nebbia che ci separava dal sole dei nostri cieli.
Nel 1960 eravamo i meridionali, gli attuali profughi, gli immigrati, le facce nere in un Nord che parlava solo in dialetto, che affittava le case solo ai residenti.

Siamo cresciuti con un doppio sacrificio per farci onore. Era un dovere che ci ha insegnato mio padre, un dovere, una responsabilità per tutti noi.

E adesso, leggo che Luca Zaia, governatore del Veneto, parla di docenti del nord e del sud, in vista del referendum autonomista del 22 ottobre.

Sono diventata insegnante, mi sono specializzata, insomma la Scuola è diventata la mia vita in Veneto.
Una scuola che mi ha insegnato tanto e in cui ripongo il mio piccolo futuro.

Luca Zaia, dal suo profilo Facebook, ha scritto un post in cui spiega i motivi per votare SI al referendum: “Grazie all’autonomia – fa intendere il governatore veneto – risolveremo i problemi della continuità didattica, perché qualsiasi docente per essere immesso in ruolo dovrà prima garantire la permanenza in Veneto per almeno un decennio.”

Quindi anche quelli del Sud. I quali, non di rado, sottoscrivono il contratto a tempo indeterminato e poi cercano di avvicinarsi a casa subito dopo aver superato l’anno di prova.
Con l’#autonomia – scrive Zaia su Facebook – creeremo una scuola funzionale alle esigenze dei nostri studenti: basta cattedre scoperte perché i docenti reclutati dal Sud rinunciano al ruolo! I bandi di reclutamento degli insegnanti saranno su base regionale, prevedendo compensi adeguati con accordi di secondo livello per chi si impegna a risiedere in Veneto per almeno 10 anni”.

È un modo come un altro per mascherare il consueto razzismo che noi insegnanti cerchiamo di combattere. Un razzismo esternato anche con le cravatte verdi che si battezzano con l’acqua del Po.

Noi insegnanti, abbiamo un campionario di esternazioni che fanno capire quanto il vostro “clima intellettuale” sia distante da noi.
«Ma mai nessuno che se la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato? Vergogna». L’auspicio choc arrivò da Dolores Valandro, consigliere leghista di quartiere a Padova, indirizzato all’allora ministro per l’Integrazione Cècile Kyenge, perché questo reato, naturalmente, lo commettono solo gli immigrati, quindi che integrazione?
Consigliera poi espulsa, certo, ma non finisce qui.

Giancarlo Gentilini con la sua “ironia” dice: «Io gli immigrati li schederei a uno a uno. Purtroppo la legge non lo consente. Errore: portano ogni tipo di malattia: TBC, AIDS, scabbia, epatite».
Poi, in occasione della festa della Lega del settembre 2008: «Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n’è più neanche uno. Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anziani. Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero».
E ancora, rivolgendosi agli “extracomunitari perdigiorno”: «Bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile».

Ma non facciamoci mancare nulla, dai. Borghezio: «Agli immigrati bisognerebbe prendere le impronte dei piedi per risalire ai tracciati particolari delle tribù»
Matteo Salvini: «Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani

Questa è una breve sintesi di chi si vorrebbe occupare di scuola e creare una scuola funzionale.
Ma funzionale a chi? Al razzismo, alla discriminazione, all’intolleranza.

Vorrei dire al governatore Zaia che senza gli insegnanti meridionali (perché questo è il suo sogno segreto, altro che tenerli per dieci anni), questo termine discrimina ancora una volta.
Diciamo che senza i docenti italiani la scuola del nord o del sud, la Scuola tutta, non potrebbe andare avanti.

La cosa evidente è che di fronte ad un referendum consultivo che non legittimerà nulla, i politici dividono l’Italia tra i baroni e i terroni.
E a chi conviene dividere un Popolo, secondo me non è un uomo che può rappresentare lo Stato.

Certo, ognuno di noi preferirebbe insegnare nella propria città, accanto ai propri figli e familiari, ma se dovessero andare via loro, chi chiamereste?

Francamente, sono stanca di sentir parlare di razza superiore e inferiore.
Non parliamo più di inclusione, aggregazione, integrazione, quando un governo ci divide in razze.
Noi insegnanti siamo tutti uguali, siamo tutti professionisti del nostro lavoro.
Per accalappiare voti non c’è bisogno di parlare ancora male degli insegnanti.
Noi siamo docenti italiani.

Un referendum che costerà 50 milioni di euro.
E se invece di spenderli in questo modo non ci occupassimo di assicurare agli edifici scolastici il certificato antisismico, il certificato di agibilità?

Inutile tentare di dividerci cari politici, sappiate che non ci riuscirete mai.
Perché noi siamo insegnanti. Non politici.

PENSIONI: MA LA CLASSE LAVORATRICE CI VA IN PARADISO?

PENSIONI: MA LA CLASSE LAVORATRICE CI VA IN PARADISO?

 

di Massimiliano DE ANGELIS – Coordinatore Nazionale del MovES

La classe lavoratrice in Paradiso? Solo se esce viva dall’inferno che le ha preparato e servito il governo.

Dice il sito del Ministero del lavoro che “la previdenza complementare (FONDINPS, ndr) è disciplinata dal D. Lgs. nr 25 del 5 dicembre 2005 e rappresenta un sistema pensionistico il cui scopo è quello di integrare la previdenza di base obbligatoria” (i cosiddetti contributi obbligatori a carico del datore di lavoro, ndr).

E ancora: “Essa ha come obiettivo quello di concorrere ad assicurare al lavoratore un livello adeguato di tutela pensionistica, insieme alle prestazioni garantite dal sistema” di base in età pensionistica.

Altro non sarebbe che la pensione integrativa in mancanza di forme pensionistiche di riferimento per una ormai larga fascia di lavoratori e risulta quindi “costituita dai contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro alla forma pensionistica complementare e dai rendimenti ottenuti, al netto dei costi, negli investimenti nei mercati finanziari dei contributi stessi.”

Come leggiamo sempre dal sito, tra i destinatari dei fondi pensione ci sono i lavoratori dipendenti privati e pubblici e i soci e i lavoratori dipendenti delle cooperative di produzione e lavoro.

Sempre da ciò che si legge, tra le varie tipologie dei fondi ci sono i fondi pensione negoziali, i quali sono istituiti dai rappresentanti dei lavoratori e dai datori di lavoro in ambito della contrattazione nazionale di settore o aziendali e l’adesione è libera e volontaria.

Il lavoratore dipendente, entro sei mesi dall’assunzione sulla scorta dei presupposti di cui parlavamo più sopra, si vede destinare la propria quota di TFR, dal proprio datore di lavoro, alla forma pensionistica complementare istituita appositamente presso l’INPS (appunto FONDINPS). Questo è quanto regolamentato in materia.

In sede di liquidazione anticipata per il lavoratore devono essere rispettati dei requisiti, sia che si decida di riscattare le proprie quote al 50% sia che nella totalità della somma.

Ed è qui che si svela l’arcano che io personalmente ho scoperto nel vuoto legislativo relativamente a ciò: ossia che per poter riscattare la propria quota è necessario che l’ultima azienda per la quale si ha lavorato abbia compilato, necessariamente, un modulo di liquidazione coi propri dati aziendali in base a dei requisiti richiesti al lavoratore.

Perciò il problema nasce quando la propria azienda di riferimento è ”sparita” o nel caso delle aziende che sono “scatole cinesi” dove con una serie di architettture mirate ad evadere e sfruttare al massimo il lavoratore nei suoi diritti, proprio grazie al lassismo degli organismi tenuti a vigilare, controllare, come succede spesso per tante società in Italia: se non vi è la società quindi che compili tale documento, di conseguenza non vi è alcuna possibilità per l’ex lavoratore di ritirare la propria somma.

Se poi sia che si rimanga disoccupati o che si trovi un lavoro in “nero” o retribuito coi voucher o altre forme di precariato, la situazione non cambia e l’avente diritto vede pian piano sparire il proprio denaro proprio per via dei costi di gestione sostenuti dal FONDINPS.

Questo vuoto fa in modo che il lavoratore in oggetto venga abusato ben due volte: sia dall’azienda per la quale ha lavorato che sparisce grazie al mancato controllo capillare degli organi preposti e, alla fine del percorso, non venga riconosciuto neanche dall’Ente Previdenziale che, mancante di documentazione che non ha controllato alla fonte nella sua esistenza, e non eroga il dovuto proprio perchè non contemplato.

Possono essere poche centinaia di euro o molte migliaia per coloro con oltre dieci anni di lavoro (dalla data di entrata in vigore della legge in materia) ma non cambia nella sostanza: molti lavoratori potrebbero avere questa brutta sorpresa col trascorrere degli anni lavorativi fino a perdere decine di migliaia di euro se non si mette mano a tale situazione.

C’è da domandarsi se il legislatore sia stato così “sprovveduto” o se quanto avviene sia stato intenzionale da parte del governo al fine di appianare i buchi e gli sprechi dell’INPS o per pagare i superstipendi o le superpensioni agli amministratori dello Stato.

A me personalmente un dubbio sulla seconda ipotesi viene, dato che negli ultimi anni è stato messo in atto un pesante attacco ai diritti dei lavoratori che sono comodi da usare come pronta cassa per il governo, un bancomat che non delude mai.

Lecito quindi pensare, viste le attuali condizioni cui il mercato del lavoro obbliga, che un terremoto avverrà da qui ai prossimi anni con buona pace della classe lavoratrice. Eterna, però, dopo aver vissuto all’inferno.

ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO, PROTOCOLLO D’INTESA MIUR-FCA

ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO, PROTOCOLLO D’INTESA MIUR-FCA

 

 

Pubblichiamo un’importante dichiarazione di Luca Cangemi, Responsabile Nazionale Scuola del P.C.I. sull’accordo fatto dal Ministero dell’Istruzione insieme a FCA per sancire ulteriormente quella che è chiamata alternanza scuola-lavoro, ovvero una delle più gravi, insidiose e pericolose forme di schiavitù nei confronti dei giovani e di ulteriore ripiegamento della Scuola Pubblica al sistema privato.

Aggiungiamo anche quanto dichiarato sempre da Luca Cangemi unitamente a Matteo Bellomi (Segretario Regionale P.C.I.) a LaSpezia – Cronaca4 sul gravissimo incidente occorso ad un diciassettenne spezzino,  impegnato in un progetto legato all’alternanza scuola-lavoro, pochi giorni fa a La Spezia.

Il Coordinamento Nazionale del MovES

 

«L’incidente di cui è stato vittima lo studente dell’istituto professionale “Capellini-Sauro” di La Spezia, impegnato in un progetto di alternanza scuola/lavoro in un’azienda di riparazione di motori nautici è gravissimo e rivelatore.

Siamo di fronte al fatto inaccettabile che un ragazzo che frequenta una scuola statale si ritrovi gravemente ferito per essere stato, dalla stessa scuola, coinvolto in un’attività del tutto impropria. Chiediamo che sull’episodio sia fatta piena e immediata chiarezza ed il Ministero dell’Istruzione risponda seriamente evitando, com’è solito fare, inutili frasi di circostanza.

L’alternanza scuola lavoro introdotta dalla “buona scuola” renziana si rivela, ogni giorno di più, come un elemento incompatibile con una scuola democratica, qualificata e seria. La Confindustria l’ha imposta come addestramento acritico all’ingresso ad un mondo del lavoro senza diritti e senza tutele, colpendo al cuore il ruolo essenziale dell’istruzione pubblica che è quello di offrire gli strumenti del sapere (anche tecnico) e di sviluppare la consapevolezza di processi. Il PCI ribadisce il proprio impegno nella denuncia costante delle violazioni di diritti connesse ai progetti di alternanza scuola/lavoro e nella lotta per cancellare questa vergogna dalla legislazione italiana.»

 

COMUNICATO POLITICO di Luca CANGEMI (Responsabile Nazionale Scuola del P.C.I.)

(fonte: Orizzonte Scuola)

“Il MIUR, ministero dell’istruzione, ha stipulato un protocollo d’intesa con la FCA (Fiat Chrysler Automobiles) per attuare progetti di alternanza scuola/lavoro, gestiti nell’impostazione e nella realizzazione dal management della casa automobilistica. Un altro passo nell’asservimento della scuola statale del nostro paese alla filosofia e agli interessi delle multinazionali “- ha dichiarato Luca Cangemi, responsabile nazionale scuola del PCI.

“Da lungo tempo abbiamo espresso i motivi generali della nostra opposizione all’alternanza scuola/lavoro prevista dalla riforma renziana, motivi che escono confermati e rafforzati dalle umilianti esperienze che hanno vissuto in questi ultimi due anni tanti docenti e tanti studenti.
Vogliamo però segnale un motivo specifico che ci sembra particolarmente offensivo per la scuola pubblica: la fase iniziale dei progetti prevede testualmente “la presentazione del mondo FCA (storia, valori, figure chiave) ”.

La scuola pubblica del paese è ridotta a cassa di risonanza di un imbarazzante egocentrismo aziendalista.
Come raccontano gli esperti di FCA la storia della FIAT, ad esempio i suoi intimi rapporti con il fascismo e la collaborazione con gli occupanti nazisti?
Quali sono i valori di cui si fanno portatori i manager di FCA nelle nostre scuole? Probabilmente quelli che interpretano ogni giorno come l’azzeramento dei diritti sindacali e della dignità dei lavoratori.
E quali figure saranno indicate all’ammirazione di studenti sedicenni (il mondo FCA è previsto nelle terze classi)? Probabilmente l’ex concittadino Marchionne che cambia nazionalità per evitare di pagare adeguate imposte su guadagni miliardari.

Questo protocollo chiarisce definitivamente il violento aspetto ideologico dell’alternanza scuola/lavoro, non a caso lungamente richiesta dalla Confindustria e dalla fondazione Agnelli. Il sistema delle imprese persegue con l’asservimento della scuola pubblica non solo corposi interessi materiali ma anche un’acritica legittimazione. La ministra Fedeli (come la ministra Giannini) esegue.

Contro questo scempio, nel mondo della scuola e nella società italiana, devono crescere la denuncia e la mobilitazione “- ha concluso Luca Cangemi.