IL TERRORISMO E LA “NORMALITA’ DEL MALE”

IL TERRORISMO E LA “NORMALITA’ DEL MALE”


di Antonio CAPUANO

Quando la paura distorce le percezioni e stravolge le priorità.
Il fatto che una tale sequenza di eventi come quelli di questi ultimi giorni, tragicamente simili tra loro, alimenti finanche giustamente il rischio di scoprirsi inevitabilmente ripetitivi e di apparire retorici nell’argomentare, mette sinceramente i brividi.

Pensiamoci un attimo, mentre eravamo ancora tutti impietriti per l’attentato di Barcellona, a poche ore di distanza viene colpita anche la Finlandia che vittima di un irreale senso di routine, finisce quasi per essere relegata nel “dimenticatoio”.
Il tutto pare essere figlio di un meccanismo assolutamente inconscio, tale per cui a fare notizia non è più l’attentato in sé ormai divenuto appunto normale, ma la portata del bersaglio e questo, ci dà l’esatta misura del tempo in cui viviamo.

Un tempo in cui l’uomo. intontito e impaurito, si lascia tramortire da luoghi comuni, frasi fatte e lascia che il terrore lo logori per inerzia, la stessa inerzia che lo porta a postare il solito hastag e a inveire a priori contro “i soliti noti” per riflesso condizionato, senza mai curarsi della ricerca della verità o dei rischi della propaganda.

Ed ecco che tra sciacalli e governanti dalla frase fatta facile, temi come la morte e l’odio tra popoli, passano in secondo piano e lasciano spazio a biechi e strumentali riferimenti da campagna elettorale permanente ad immigrazione e sicurezza. Azzerando totalmente gli aspetti empatici, culturali, intellettuali, umani e emotivi, fondamentali ad una reale comprensione della questione.

Poi, ecco che fortunatamente tra un #PrayFor di tendenza, un insulto immotivato alla Boldrini e un imbecille richiamo ai gessetti colorati, spunta come salvifica manna dal cielo, un illuminante post della Sindaca di Barcellona, Ada Colau, la quale saggiamente e onorando al meglio il ruolo che riveste, non si lascia travolgere dall’aggressione terroristica e ci invita a restare umani, a non smettere di vivere e soprattutto a fare chiarezza.

La narrazione e la propaganda ci vogliono divisi, ma solo i Popoli realmente uniti e assetati di verità, possono davvero vincere questa battaglia cruciale: popoli che sappiano che musulmano non vuol necessariamente dire terrorista e che innalzare muri è una punizione e non un rimedio, dato che un Paese chiuso in se stesso, altro non è che una prigione meglio decorata e in cui si condannano a morte lo spirito e l’intelletto di chi ci vive.

Riscopriamo i veri valori e riprendiamoci le reali priorità perché se è vero come è vero che esiste una sola “razza”, ossia quella umana, dobbiamo allora dimostrare a tutti i livelli che un morto innocente a Barcellona, vale esattamente quanto il suo corrispettivo Finlandese, Siriano o di qualunque altro luogo del mondo.

Volete pregare? Gesto lodevole, ma prima di fare appello al nostro lato spirituale, sarebbe il caso di riscoprire quello umano, dato che un popolo disumanizzato e chiuso in se stesso, è facilmente controllabile dal potere.

Del resto, come disse qualcuno:”Un popolo che rinuncia alla propria libertà in nome della propria sicurezza, non merita nessuna delle due…”.
Il terrorismo va affrontato umanamente e politicamente con coraggio e visione d’insieme, non certo assecondando e cavalcando quelle paure che, senza offrire soluzione alcuna, titano fuori il lato peggiore di ognuno di noi.

Restate umani.
Se potete…

ECCO COME RENZI LI HA AIUTATI “A CASA LORO”: SESTUPLICANDO L’EXPORT DEGLI ARMAMENTI

ECCO COME RENZI LI HA AIUTATI “A CASA LORO”: SESTUPLICANDO L’EXPORT DEGLI ARMAMENTI

di Giorgio BERETTA

Lo sa, ma non lo dice in pubblico. E la notizia non compare né sul suo sito personale, né sul portale “Passo dopo passo” e nemmeno tra “I risultati che contano” messi in bella mostra con tanto di infografiche da “Italia in cammino”. Eppure è stata la miglior performance del suo governo. Nei 1024 giorni di permanenza a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha raggiunto un primato storico di cui però, stranamente, non parla: ha sestuplicato le autorizzazioni per esportazioni di armamenti. Dal giorno del giuramento (22 febbraio 2014) alla consegna del campanellino al successore (12 dicembre 2016), l’esecutivo Renzi ha infatti portato le licenze per esportazioni di sistemi militari da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro: l’incremento è del 581% che significa, in parole semplici, che l’ammontare è appunto più che sestuplicato. Una vera manna per l’industria militare nazionale, capeggiata dai colossi a controllo statale Finmeccanica-Leonardo e Fincantieri. E’ tutto da verificare, invece, se le autorizzazioni rilasciate siano conformi ai dettami della legge n. 185 del 1990 e, soprattutto, se davvero servano alla sicurezza internazionale e del nostro paese.

Renzi e il motto di Baden Powell

Un fatto è certo: è un record storico dai tempi della nascita della Repubblica. Ma, visto il totale silenzio, il primato sembra imbarazzare non poco il capo scout di Rignano sull’Arno che ama presentarsi ricordando il motto di Baden Powell: “Lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato”. L’imbarazzo è comprensibile: la stragrande maggioranza degli armamenti non è stata destinata ai paesi amici e alleati dell’UE e della Nato (nel 2016 a questi paesi ne sono stati inviati solo per 5,4 miliardi di euro pari al 36,9%), bensì ai paesi nelle aree di maggior tensione del mondo, il Nord Africa e il Medio Oriente. E’ in questa zona – che pullula di dittatori, regimi autoritari, monarchi assoluti sostenitori diretti o indiretti del jihadismo oltre che di tiranni di ogni specie e risma – che nel 2016 il governo Renzi ha autorizzato forniture militari per oltre 8,6 miliardi di euro, pari al 58,8% del totale. Anche questo è un altro record, ma pochi se ne sono accorti.

Il basso profilo della sottosegretaria Boschi

Eppure non sono cifre segrete. Sono tutte scritte, nero su bianco e con tanto di grafici a colori, nella “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2016” inviata alle Camere lo scorso 18 aprile. L’ha trasmessa l’ex ministra delle Riforme e attuale Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Maria Elena Boschi. Nella relazione di sua competenza l’ex catechista e Papa girl si è premurata di segnalare che “sul valore delle esportazioni e sulla posizione del Kuwait come primo partner, incide una licenza di 7,3 miliardi di euro per la fornitura di 28 aerei da difesa multiruolo di nuova generazione Eurofighter Typhoon realizzati in Italia”.  Al resto – cioè ai sistemi militari invitati in 82 paesi del mondo tra cui soprattutto quelli spediti in Medio Oriente – la Sottosegretaria ha riservato solo un laconico commento: “Si è pertanto ulteriormente consolidata la ripresa del settore della Difesa a livello internazionale, già iniziata nel 2014, dopo la fase di contrazione del triennio 2011-2013”. La legge n. 185 del 1990, che regolamenta la materia, stabilisce che l’esportazione e i trasferimenti di materiale di armamento “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”: autorizzare l’esportazione di sistemi militari a paesi al di fuori delle principali alleanze politiche e militari dell’Italia meriterebbe pertanto qualche spiegazione in più da parte di chi, durante il governo Renzi e oggi col governo Gentiloni, ha avuto la delega al programma di governo.

I meriti della ministra Pinotti

Non c’è dubbio, però, che gran parte del merito per il boom di esportazioni sia della ministra della Difesa, Roberta Pinotti. E’ alla “sorella scout”, titolare di Palazzo Baracchini, che va attribuito il riconoscimento di aver consolidato i rapporti con i ministeri della Difesa, soprattutto dei paesi mediorientali. La relazione del governo non glielo riconosce apertamente, ma la principale azienda del settore, Finmeccanica-Leonardo, non ha mancato di sottolinearne il ruolo decisivo. Soprattutto nella commessa dei già citati 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon: “Si tratta del più grande traguardo commerciale mai raggiunto da Finmeccanica” – commentava l’allora Amministratore Delegato e Direttore Generale di Finmeccanica, Mauro Moretti. “Il contratto con il Kuwait si inserisce in un’ampia e consolidata partnership tra i Ministeri della Difesa italiano e del Paese del Golfo” – aggiungeva il comunicato ufficiale di Finmeccanica-Leonardo. Alla firma non poteva quindi mancare la ministra, nonostante i slittamenti della data dovuti – secondo fonti ben informate – alle richieste di chiarimenti circa i costi relativi “a supporto tecnico, addestramento, pezzi di ricambio e la realizzazione di infrastrutture”.

Anche il Ministero della Difesa ha posto grande enfasi sui “rapporti consolidati” tra Italia e Kuwait: rapporti – spiegava il comunicato della Difesa“che potranno essere ulteriormente rafforzati, anche alla luce dell’impegno comune a tutela della stabilità e della sicurezza nell’area mediorientale, dove il Kuwait occupa un ruolo centrale”. Nessuna parola, invece, sul ruolo del Kuwait nel conflitto in Yemen, in cui è attivamente impegnato con 15 caccia, insieme alla coalizione a guida saudita che nel marzo del 2015 è intervenuta militarmente in Yemen senza alcun mandato internazionale. I meriti della ministra Pinotti nel sostegno all’export di sistemi militari non si limitano ai caccia al Kuwait: va ricordato anche l’accordo di cooperazione militare con Qatar per la fornitura da parte di Fincantieri di sette unità navali dotate di missili MBDA per un valore totale di 5 miliardi di euro, che però non compare nella Relazione governativa. Ma, soprattutto, non va dimenticata la visita della ministra Pinotti in Arabia Saudita per promuovere “affari navali”: ne ho parlato qualche mese fa e rimando in proposito ai miei precedenti articoli.

Le dichiarazioni dell’ex ministro Gentiloni

Una menzione particolare spetta all’ex ministro degli Esteri e attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. E’ lui, ex catechista ed ex sostenitore della sinistra extraparlamentare, che più di tutti si è speso in difesa delle esportazioni di sistemi militari. Lo ha fatto nella sede istituzionale preposta: alla Camera in riposta a due “Question Time”. Il primo risale al 26 novembre 2015, in riposta ad un’interrogazione del M5S, durante la quale il titolare della Farnesina, dopo aver ricordato che “… abbiamo delle Forze armate, abbiamo un’industria della Difesa moderna che ha rapporti di scambio e esportazioni con molti paesi del mondo…” ha voluto evidenziare che “è importante ribadire che l’Italia comunque rispetta, ovviamente, le leggi del nostro paese, le regole dell’Unione europea e quelle internazionali (pausa) sia per quanto riguarda gli embargo che i sistemi d’arma vietati”. Già, ma la legge 185/1990 e le “regole Ue e internazionali” non si limitano agli embarghi, anzi pongono una serie di specifici divieti sui quali Gentiloni ha bellamente sorvolato.

Nel secondo, del 26 ottobre 2016, in risposta ad un’interrogazione del M5S che riguardava nello specifico le esportazioni di bombe e materiali bellici all’Arabia Saudita e il loro impiego nel conflitto in Yemen, Gentiloni ha sostenuto che “l’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti”. Tacendo però sulla Risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza già nel febbraio del 2016, che ha invitato l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”, in considerazione delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Questa risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del Governo italiano.

Ventimila bombe da sganciare in Yemen

Rispondendo alla suddetta interrogazione, Gentiloni ha però dovuto riconoscere le “la ditta RWM Italia, facente parte di un gruppo tedesco, ha esportato in Arabia Saudita in forza di licenze rilasciate in base alla normativa vigente”. Un’assunzione, seppur indiretta, di responsabilità da parte del ministro. Il quale, nonostante i vari organismi delle Nazioni Unite e lo stesso Ban Ki-moon abbiano a più riprese condannato i bombardamenti della coalizione saudita sulle aree abitate da civili in Yemen (sono più di 10mila i morti tra i civili), ha continuato ad autorizzare le forniture belliche a Riad. E non vi è notizia che le abbia sospese, nemmeno dopo che uno specifico rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu non solo ha dimostrato l’utilizzo anche delle bombe della RWM Italia sulle aree civili in Yemen, ma ha affermato che questi bombardamenti “may amount to war crimes” (“possono costituire crimini di guerra”).

Nella Relazione inviata al Parlamento spiccano le autorizzazioni all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 427 milioni di euro. Tra queste figurano “bombe, razzi, esplosivi e apparecchi per la direzione del tiro” e altro materiale bellico. La relazione non indica, invece, il paese destinatario delle autorizzazioni rilasciate alle aziende, ma l’incrocio dei dati forniti nelle varie tabelle ministeriali, permette di affermare che una licenza da 411 milioni di euro alla RWM Italia è destinata proprio all’Arabia Saudita: si tratta, nello specifico, dell’autorizzazione all’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84. Una conferma in questo senso è contenuta nella Relazione Finanziaria della Rheinmetall (l’azienda tedesca di cui fa parte RWM Italia) che per l’anno 2016 segnala un ordine “molto significativo” di “munizioni” per 411 milioni di euro da un “cliente della regione MENA” (Medio-Oriente e Nord Africa).

La legge n. 185/1990 vieta espressamente l’esportazione di sistemi militari “verso Paesi in conflitto armato e la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione”, ma – su questo punto – nessun commento nella Relazione. E nemmeno da Renzi. Men che meno da Gentiloni. Che l’attuale capo del governo si sia dato come obiettivo quello di migliorare la performance di Renzi nell’esportare sistemi militari?

(fonte)

I MIGRANTI E LA BELLA VITA

I MIGRANTI E LA BELLA VITA

di Jean DE MILLE

Ieri non avevo nulla da fare, così ho optato per una visita ad uno dei soliti hotel a cinque stelle dove, com’è universalmente risaputo, vengono alloggiati i migranti.

Li ho trovati nella hall, stravaccati sulle accoglienti poltrone Frau e sui mastodontici divani in pelle umana, ovviamente realizzati con linda epidermide bianca di razza italica.

Molti di loro scivolavano già nei gorghi di un’allegra ubriachezza, nonostante l’ora mattutina, e brandivano con nonchalanche bottiglie di champagne imperlate di rugiada, appena tratte da uno dei numerosi secchielli d’argento che sbocciavano nella sala.
Altri, in attesa del pranzo, fumavano noiosamente i loro Avana, grandi come i ceri delle feste patronali.

Poi tutti si sono sistemati tra le svolazzanti tovaglie di Fiandra ed il bagliore delle cristallerie di Boemia, dove azzimati camerieri hanno iniziato a servire le portate, in un festoso tripudio di ostriche e caviale, di aragoste e di scampi, il tutto annaffiato da Chablis di ottima annata, mentre agli islamici venivano offerte deliziose bevande allo zafferano.

E mentre le orde dei migranti si godevano a nostre spese questo Nirvana, migliaia di evasori fiscali e di trafficanti di valuta tremavano di paura nelle loro misere stamberghe, terrorizzati all’idea di un controllo della Finanza.
Ah, paese ingrato coi propri figli più illustri!!!

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(Scrissi questa parodia lo scorso anno, ma purtroppo rimane più che mai attuale, anzi…)

E’ DARWINISMO SOCIALE: OGGI I MIGRANTI, DOMANI I MALATI O I PENSIONATI

E’ DARWINISMO SOCIALE: OGGI I MIGRANTI, DOMANI I MALATI O I PENSIONATI

Migranti da salvare

di Jean DE MILLE

Finalmente! “Finalmente” il senatore della Repubblica Stefano Esposito ha frantumato una barriera, ha sbriciolato quell’argine che impediva di proclamare apertamente che i diritti umani sono merda.

Lo ha fatto pochi giorni fa ad Agorà, nel modo più cinico, dichiarando che “alcune ong ideologicamente pensano solo a salvare vite umane: noi non possiamo permettercelo”.

La gravità dell’affermazione è palese: il senatore pro-Tav, trasmigrato di maggioranza in maggioranza all’interno del Pd, brillante “giovane” in carriera, ha sfondato una breccia, nella quale dietro a lui si precipiteranno tutte le iene che rappresentano l’egoismo e la meschinità di questo paese putrescente.

Il darwinismo più feroce, prodotto di un liberismo che non conosce limiti etici, è “finalmente” sdoganato: oggi assume un carattere etnico, e si rivolge contro quei migranti ai quali si indirizza l’odio scomposto di larga parte della comunità nazionale.

Domani lo stesso darwinismo avrà un contenuto sociale, e con la stessa pragmatica violenza si riverserà sui vecchi, sui malati, sugli indigenti, su tutte quelle categorie improduttive che rappresentano un carico economico per i garantiti e per le classi dominanti.

Il senatore Esposito, per cui provo l’immensa vergogna di essere coetaneo, si qualifica come apripista di un “pragmatismo della morte”, di una società costruita sulla selezione spudorata e aperta dei più forti e sul sacrificio umano dei marginali, immolati sugli altari della razionalità economica, sullo scannatoio del dio-capitale.

Mi piacerebbe ora che l’infame partito di cui il senatore è dirigente non avesse mai più il coraggio di chiederci un solo voto in nome dell’antifascismo. Ma so bene che non accadrà: spero però che in tanti ce ne ricorderemo al momento di deporre la scheda nell’urna, e ancor più nella prassi quotidiana, nella costruzione di coalizioni elettorali e alleanze politiche.

2 AGOSTO 1980: A BOLOGNA E’ STRAGE FASCISTA, STRAGE DI STATO

2 AGOSTO 1980: A BOLOGNA E’ STRAGE FASCISTA, STRAGE DI STATO

Vittime della strage di Bologna

Margherita VITALI

È il 2 agosto 1980, sono passate le dieci di mattina e a Bologna fa molto caldo. Gente che parte, gente che torna. La stazione è affollatissima, ci sono persone in coda al chiosco dei gelati, altre ammassate sui marciapiedi e le sale d’aspetto brulicano di pendolari. Perché Bologna è una stazione centrale, da lì partono e si smistano viaggiatori diretti a nord e sud. Tutti, quindi, seduti aspettano, guardando l’orologio.

Se andiamo oggi alla stazione di Bologna, vicino al piazzale ovest, quello stesso orologio lo possiamo ancora osservare, eppure è fermo, le sue lancette sono immobili e segnano sempre le 10.25. Perché il 2 agosto 1980 a quell’ora qualcosa è successo, qualcosa che ha cambiato il volto di quella stazione, di quella città e dell’intero paese: è scoppiata una bomba.

I ventitré chili di esplosivo erano all’interno di una valigetta abbandonata sul tavolo adiacente al muro portante della struttura.

Da un secondo all’altro è il caos: il complesso ovest della stazione crolla su se stesso, inghiottendo le centinaia di persone all’interno. Le due sale d’attesa, il ristorante e gli uffici ai piani superiori si trasformano in un attimo in prigioni di calcinacci. L’onda d’urto scaraventa in aria detriti di qualunque genere investendo un treno, pieno di passeggeri. In pochi attimi la folla festosa, annoiata, accaldata si trasforma in corpi ardenti. Bilancio finale: 85 morti e circa 200 feriti.

«In quell’esatto istante la sala d’aspetto crollò, anche la tettoia di lamiera e tutto quel fumo andò verso l’alto. Il vuoto d’aria mi schiacciò contro la vettura, poi a terra. Sulla gamba mi cadde un pezzo di ferro. Non sentii alcun dolore, in quel momento. Ci fu un silenzio irreale, di due minuti, tremendo, la polvere scese e mi coprì il volto, le mani, tutto. Da quel torpore irreale, mi svegliò un urlo violento. Era qualcuno che si trovava sugli altri binari, vide la scena e urlò, così forte, così chiaro. Mi girai e vidi una persona che veniva verso di me. Mentre correva, gli cadde un masso sulla schiena. Rimase a terra a pochi centimetri. Aveva gli occhi sbarrati, ma forse voleva comunicare qualcosa, un segnale di aiuto. Da solo, cercai di togliere il masso dal suo corpo, ma era troppo pesante. Uscii dalla stazione e chiamai delle persone. Tornammo sul primo binario. Riuscimmo a spostare il blocco». Roberto Castaldo, superstite

Bologna non scappa, non ha paura, non attende.

L’intervento dei soccorsi è tempestivo, ma anche senza il loro aiuto i presenti, impauriti e sanguinanti, si rialzano velocemente. Un’enorme folla solidale di gente ferita e passanti sconvolti comincia a scavare tra le macerie alla ricerca dei superstiti. Ci sono cadaveri ovunque, un fortissimo odore di carne bruciata, corpi rinvenuti e salvati che sfilano in silenzio su barelle di fortuna ricavate da pezzi morti di quella stessa stazione. Autobus, taxi, vetture private si improvvisano ambulanze o, all’occorrenza, prime camere mortuarie.

Alle 17.30 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini è già lì. Corre all’Ospedale Maggiore dove sono state allestite numerose camere mortuarie e nel quale si trovano già moltissimi feriti. Di ritorno rilascia una dichiarazione alla stampa, nel pianto: «Non posso esprimere lo stato d’animo mio, voi lo immaginate. Ho appena visto dei bambini in una camera mortuaria. Una cosa straziante».

Ma quello che è avvenuto a Bologna è molto più che straziante: è strage.

«È scoppiata una caldaia, è stato un incidente. Non mettete in testa alla gente che si tratti di un attentato».

Sono queste le prime voci, ma non ci crede nessuno, le caldaie sono intatte. Bastano infatti pochi giorni e la procura di Bologna apre le indagini.

Si intuisce subito che l’attentato sia stato studiato per colpire il maggior numero di persone possibile: una bomba potentissima, esattamente sotto il muro portante di una stanza gremita di persone, in uno dei giorni più affollati dell’anno. Fin da subito le indagini si indirizzano su una fazione politica ben definita, nella speranza non tanto di trovare i mandanti quanto gli esecutori. Un rapporto della Digos punta il dito contro un’organizzazione incline allo stragismo e colpevole di significativi reati: una frangia dell’estrema destra terrorista.

Dei pentiti dal carcere parlano, spuntano indizi e poi, non meno importante, c’è il fascicolo del magistrato Mario Amato che a Roma poco tempo prima sta conducendo le indagini sul terrorismo neofascista, prima di essere freddato nel Giugno di quello stesso anno.

Il 28 Agosto la procura di Bologna emette ventotto mandati (che presto diventeranno cinquanta) di cattura a carico di numerosi estremisti di destra, con le accuse di associazione sovversiva, eversione dell’ordine democratico e banda armata. Ma è proprio a questo punto che le cose si complicano. Cominciano i depistaggi per rallentare e confondere le indagini provenienti da varie voci, una tra tutte a spiccare è quella del Sismi, il Servizio di Informazioni e Sicurezza Militare Italiano.

Poi accade un altro fatto: il 13 gennaio 1981, in uno scompartimento su un treno, viene ritrovata una valigetta sospetta e al suo interno sono presenti un mitra (che solo successivamente si scoprirà appartenere alla Banda della Magliana) e otto lattine di esplosivo, identico a quello della strage. I carabinieri non andarono per caso su quel treno, vennero spinti da un rapporto consegnato da cariche dello Stato e del Sismi, denominato «terrore sui treni» che informava che di li a poco sarebbero scoppiati numerosi attentati all’interno di vagoni ferroviari, organizzati da neofascisti internazionali.

Ma nel 1984 emerge che quell’esplosivo venne messo da un sottufficiale dell’arma stesso, ingaggiato da quelle stesse persone che avevano consegnato il rapporto. Depistaggio, ancora. Depistaggio atto da esponenti di spicco della loggia massonica P2 vicini al fin troppo rinomato Licio Gelli. Proprio lui, e tutti coloro che avevano preso parte a questo gioco di ombre, nel 1985 vengono rinviati a giudizio per associazione sovversiva. Secondo il magistrato questi esponenti della P2 avevano l’intenzione di sovvertire l’ordine democratico commissionando attentati a gruppi neofascisti come il Nar: Nuclei Armati Rivoluzionari.

Proprio la testa del Nar sarebbe stata fisicamente presente alla stazione quel giorno: Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, già noti per circa otto omicidi, tra questi figura anche la responsabilità morale per il delitto contro il giudice Amato.

A incriminarli è Massimiliano Sparti, noto collaboratore dei Nar, che sostiene di aver visto Mambro e Fioravanti il 4 agosto. «Hai visto che botto?» dice Fioravanti riferendosi a Bologna, «eravamo lì travestiti da turisti, ma qualcuno potrebbe aver riconosciuto Francesca. Ci servono dei documenti falsi».

Loro negano, confessano i plurimi omicidi ma la strage no.

Poi di nuovo un colpo di scena: nel 1990 la corte d’assise d’appello annulla tutte le condanne della strage, anche quella a Licio Gelli, Mambro e Fioravanti. Il Movimento Sociale Italiano chiede che dalla lapide alla stazione di Bologna venga tolta la scritta «strage fascista»; Francesco Cossiga – Presidente del Consiglio all’epoca della strage – si scusa personalmente con il partito. Ma nel 1992 la Cassazione ribalta ogni cosa: «In alcune parti i giudici hanno sostenuto tesi inverosimili che neppure la difesa aveva sostenuto».

Nelle udienze pubbliche del 22 e 23 novembre 1995 la Corte Suprema di Cassazione a Sezioni Unite Penali ha definitivamente condannato all’ergastolo, per la strage del 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Con loro venne anche condannato a 30 anni di reclusione il militante Luigi Ciavardini, all’epoca dei fatti diciottenne. Inoltre sono stati condannati, pure definitivamente, per il depistaggio delle indagini, i massoni Licio Gelli, Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte, questi ultimi due, ufficiali del servizio segreto militare.

Ad oggi, a Ciavardini è concessa la semilibertà (dal 2009), mentre Francesca Mambro e Valerio Fioravanti sono incredibilmente liberi.

Le forze neofasciste come manovalanza operativa degli attentati, la complicità dello Stato, la violenza che spara nel mucchio e che non colpisce oppositori politici o bersagli, ma gente comune: questi sono stati gli ingredienti della strategia della tensione condotta nel corso degli anni Settanta. Ma adesso perché? A quale scopo?

Non c’è giustizia per quelle 85 persone e per tutti noi.

Per chi c’era, per chi ha seguito le vicende al telegiornale e per chi ancora non era al mondo. Tutti noi dovremmo sentire sulle nostre spalle il peso di quei corpi e di quelle famiglie che non sapranno mai. Forse gli storici del futuro saranno in possesso dei documenti che diranno perché proprio lo Stato, che dovrebbe essere l’espressione del cittadino, ha depistato le indagini. Forse sapranno chi e cosa ha voluto tutto questo.

Ma a noi adesso non resta che ricordare e parlarne, per far sapere a tutti che il 2 Agosto 1980 l’Italia ha perso 85 persone in una strage fascista, in una strage di Stato.

 

fonte: http://fascinointellettuali.larionews.com/2-agosto-1980-bologna-strage-fascista/

GLI OCCHI DI UNA MADRE CHE GUARDANO LO SBARCO DI MIGRANTI A BARI

GLI OCCHI DI UNA MADRE CHE GUARDANO LO SBARCO DI MIGRANTI A BARI

Arrivo migranti bari

di Tea CERNIGOI

Ieri sono sbarcati al porto di Bari 644 africani.

Vi copio il commento di un’amica che era là per accoglierli.

Ci ho pensato un po’ prima di scrivere questo post. La pelle ancora ‘tira’ di ustione, la testa è ancora sottosopra per il caldo terribile e le sensazioni contrastanti che avvolgono i miei pensieri da ieri mattina.

Non sono una credente praticante, mi ritengo cristiana perchè amo l’idea di un Dio che si è fatto uomo, anche nelle piccole cose, anche nelle ultime. Ero lì con la precisa idea di abbracciare le mamme e i bambini, di sostenere chi di loro stesse allattando. Ero lì per cambiare insieme a quelle mani distrutte dal viaggio i pannolini dei cuccioli.

Ma i bimbi non avevano panni. Un paio, si, ma fetidi e colmi di urine di giorni.

Le donne non avevano vestiti definibili tali.

Uomini alti e forse un tempo possenti erano avvolti da parei femminili, i più fortunati avevano slip.

Le teste basse lo sguardo perso verso il nulla. Nessuno aveva le scarpe.

Una umanità di 644 persone che camminava scalza da chissà quanto.

Ho pensato subito alla lavanda dei piedi, quando le mie amiche di Secondamamma si chinavano a mettere ciabatte agli uomini, uno ad uno, rivestito e lavato alla meglio. Impossibile, guardando quella immensa fila umana e composta (nessuno non rispettava la coda, nessuno) non ripensare ai campi di sterminio.

Dopo aver aiutato le donne ed i bimbi a cambiarsi, dopo aver distribuito acqua e biscotti alla immensa fila, alla fine il mio ‘compito’ è stato di prendere sottobraccio questa umanità e accompagnarla nel tragitto dalla tenda medica allo stand di In.con.tra. Un panino, un succo di frutta, del riso, mentre le loro gambe traballavano e si doveva sostenerli perché non cadessero.

Non voglio un applauso; vorrei però prendere a ceffoni tutti gli ipocriti senza sangue che ieri erano dietro una tastiera a lanciare invettive contro i neri, contro il sindaco e contro l’invasione.

E poi mi piacerebbe spiegare che no, non avevano cellulari in mano. Quando la tua speranza si ribalta in mare dopo tempi apocalittici di stenti, perdi tutto, anche le mutande. Non dimentico, perché sono madre, gli occhi dei minori ‘non accompagnati’.

Penso che avranno perso nel naufragio le loro mamme,o nella migliore delle ipotesi le loro madri li hanno imbarcati nella speranza di un futuro.

Non migliore, semplicemente un futuro. Da madre, io tremo.

Tutto il resto, il vostro solito ‘pro domo mea’ mi fa schifo.