BEAUTY, NIGERIANA, CONDANNATA DALLA DISUMANITÀ

BEAUTY, NIGERIANA, CONDANNATA DALLA DISUMANITÀ

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di Franco CAMERINI – MovES

 

Questa è la storia di una barbarie.
Una delle tante.
Sono nigeriani, lei si chiamava Beauty. Suo marito Destiny.
Il loro bimbo che lotta per sopravvivere, Israel.

Strange fruit“, canzone dedicata ai neri d’America impiccati agli alberi dal Ku Klux Klan, è liberamente riadattabile alla improbabile situazione dei nigeriani praticamente dispersi a quasi 2000 metri sulle Alpi di confine.
Tra loro ci sono un uomo e una donna, una famiglia in cerca di futuro.

Lui clandestino, lei regolarizzata.
Incinta, quasi al termine della gravidanza.
Malata di linfoma, terminale.
La stessa Gendarmeria che ha sconfinato in territorio italiano con un blitz nei giorni scorsi, non la fa proseguire malgrado stia già molto male.

Beauty non si ferma, non lascia soli i suoi affetti.
Sceglie di stare col marito, sceglie la sua famiglia, sceglie lo stare insieme malgrado la clandestinità di lui, malgrado i rischi.
Malgrado la morte incombente.
E muore.
Salva però il suo bambino, ma solo grazie ad un altro cuore come il suo che la soccorre e la porta in ospedale dove viene arrestato.

Reato di povertà, ancora, sempre.
Reato di umanità. Continuamente.

Tra tutte le cose atroci che il mondo occidentale commette quotidianamente, ispirato da un pensiero unico globalizzato che mira esclusivamente all’interesse finanziario c’è la razzia perpetrata ai danni di Paesi lontani dal macabro progresso culturale occidentale, di ogni piccola ricchezza del territorio.

Ricchezze ambite e ottenute a qualunque costo: con prepotenza, con la violenza, mistificate da democratizzazione, sottomettendo queste popolazioni a dittature compiacenti con potenze occidentali armate ed assassine, è senz’altro la chiave per capire il fenomeno dell’immigrazione su larga scala dell’ultimo periodo storico.

Andiamo e calpestiamo culture millenarie, prevarichiamo e derubiamo quei popoli di ogni ricchezza, in nome della nostra democrazia, del nostro modello consumistico spacciato dalla narrazione del sistema, come esistenziale.

Le nuove colonie dell’occidente, colpite da guerre per la spartizione dei patrimoni, ridotte a fame e terrore, non possono che arrendersi o ribellarsi.

La resa comporta inevitabile fuga dalla fame e dalla morte, nella speranza di trovare una nuova opportunità di vita.
La ribellione comporta inasprimento della repressione: i cosidetti terroristi, manovalanza incazzata che risponde orrendamente alle atrocità subite.

Sono un altro business, sapientemente sfruttato sempre dall’occidente, poichè ben addestrati ed armati (dall’occidente) diventano nemici ottimali (per l’occidente) e danno un senso di esistere all’industria delle armi (dell’occidente), oltre a seminare un terrore controllato dai mandanti, tra le popolazioni (occidentali) che permette di limitare le libertà di ognuno, di controllare le persone, di sottometterle come grandi greggi di pecore inconsapevoli.

Ma torniamo alla prima ipotesi, ARRENDERSI.
Anche qui, gli efferati strateghi occidentali, dovevano studiare un business, perchè come dicevamo all’inizio, il pensiero unico, è il PROFITTO.

Nasce l’industra dell’immigrato, mano d’opera a costo quasi zero, maggiori profitti. E schiavizzazione conseguente dei lavoratori occidentali, che debbono adeguarsi alla concorrenza dei nuovi schiavi.

Ma tra questi arresi, qualcuno lotta, qualcuno lotta contro un male e per l’amore. Beauty cerca di portare se stessa ed il proprio male incurabile al di là di un confine, perchè qui ha perso la speranza, ma forse al di là di quelle montagne, potrà riaccenderla.

Questo non è contemplato, nemmeno il fatto che una guida alpina, raccogliendo queste persone in difficoltà a 2000 metri, decida di salvare la loro speranza, per la vita era troppo tardi, decida di aiutare questi esseri umani coraggiosi a raggiungere il loro sogno, seppure sarà un sogno amaro.
Quello che non è contemplato, nel nostro mondo del pensiero unico, è fuorilegge. Per il gesto umano c’è la galera.

Meditiamo sulla barbarie che il nostro modello umano ed etico presenta, meditiamo perchè quella coppia disperata potremmo essere noi, perchè quella guida alpina dovremmo essere TUTTI NOI.

Questo mondo, così non va bene, non va bene che migliaia di persone debbano affrontare la morte per fuggire alla morte, e raggiungere un posto che li condannerà a morte.

Come Beauty, come gli oltre 33.000 che giacciono in fondo al Mediterraneo.
GORIZIA, LA DECIMA MAS E LE ELEZIONI

GORIZIA, LA DECIMA MAS E LE ELEZIONI

Proponiamo e caldeggiamo la lettura di questo articolo di Internazionale dove l’analisi del reportage che leggerete su Gorizia, non solo tratteggia un quadro preciso su una realtà locale, ma proprio consente di comprendere quali meccanismi usi la politica per strumentalizzare la presenza degli immigrati sui territori italiani, per ottenere più voti.

Il tutto condito con una bella dose di revisionismo storico e di normalizzazione di movimenti neolfascisti.
Che a Gorizia si sia celebrata la X MAS e sia stato consentito ai reduci e ai loro seguaci di entrare in consiglio comunale, grazie ad un consigliere noto per essere colui il quale risponde alle chiamate facendo il saluto romano, dice comunque che il sistema si sta servendo di questi fenomeni ma altresì risulta evidente che il neofascismo ne trae ampi benefici.

L’articolo sarà copiato solo parzialmente in quanto Internazionale non consente la riproduzione integrale del testo.

 

 

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Gorizia, febbraio 2018. Un tendone di 240 metri allestito dall’arcidiocesi della città con sessanta posti letto, chiuderà il 28 febbraio. (Fabrizio Giraldi e Manuela Schirra per Internazionale)

 

 

da INTERNAZIONALE

La campagna elettorale nel nordest anticipa il futuro dell’Italia

“Quando pareva vinta Roma antica, sorse l’invitta decima legione, vinse sul campo il barbaro nemico, Roma riebbe pace con onore”. Le parole della marcetta della decima flottiglia Mas – un corpo militare della Repubblica sociale italiana (Rsi) – sono scandite da una trentina di reduci e simpatizzanti: sono tutti avanti con l’età e sono venuti nel municipio di Gorizia per celebrare il 73° anniversario della battaglia di Tarnova della Selva contro l’esercito jugoslavo. È la prima volta che gli è concesso entrare nella sala della giunta comunale.

È il 20 gennaio, un sabato mattina: è freddo, ma c’è il sole. Un gruppo di militanti di CasaPound in picchetto sotto al municipio è venuto a sostenere quelli della Decima Mas, mentre un centinaio di antifascisti che protestano contro l’evento sono tenuti a distanza dalle forze dell’ordine. “Onore a chi non ha tradito”, c’è scritto in fasciofont sullo striscione tenuto da alcuni ragazzi di CasaPound.

I cappelli grigioverdi da combattenti calzati sulla testa e in mano i vessilli dell’Rsi: una bandiera con al centro un’aquila che artiglia un fascio, all’apice un fiocco azzurro, il colore della Decima Mas. I reduci del battaglione fascista che collaborò con la Germania nazista sono accolti nel municipio di Gorizia dal consigliere di Forza Italia Fabio Gentile, famoso perché risponde all’appello del consiglio comunale alla maniera fascista: alzando il braccio destro.

L’epica neofascista
Il sindaco Rodolfo Ziberna, di Forza Italia, non assiste alla celebrazione, al suo posto c’è il vicesindaco Stefano Ceretta, della Lega, che intona l’inno della Decima Mas. “Gorizia è italiana perché la Decima l’ha difesa. I nostri caduti si sono sacrificati per la sua difesa”, dice Fiamma Marini, presidente dell’Associazione dei combattenti, durante la commemorazione.

Nell’epica della Repubblica sociale italiana, la battaglia di Tarnova ha un posto speciale: i fascisti sostengono che il battaglione della Decima Mas nel 1945 abbia difeso “l’italianità” di Gorizia dall’invasione dell’esercito jugoslavo, ma la ricostruzione è contestata da molti storici, perché all’epoca la città era occupata dai nazisti, che combattevano al fianco del battaglione fascista.

Il vicesindaco Ceretta ha risposto alle critiche sollevate sulla sua partecipazione alla commemorazione (che hanno portato anche a un’interrogazione parlamentare) dicendo che “i morti sono tutti uguali”. Per la storica Anna Di Gianantonio, presidente dell’Anpi di Gorizia, il fatto che le istituzioni locali abbiano commemorato con i reduci la battaglia di Tarnova è un affronto alla città che è stata medaglia d’oro della resistenza.

I reduci arrivarono al punto di inventarsi di sana pianta una battaglia

A Gorizia, soprattutto in provincia, il fascismo coincise con una violenta “italianizzazione”, che passò anche dalla persecuzione di migliaia di cittadini di origine slovena. Lorenzo Filipaz ha provato a sfatare il mito della battaglia di Tarnova e sul tema pubblicherà nel 2018 il libro Prigionieri del ricordo.

Su Giap, Filipaz ha scritto: “Per documentare il loro alquanto dubbio apporto alla difesa dell’italianità al confine orientale i reduci arrivarono al punto di inventarsi di sana pianta una battaglia epica contro gli ‘slavocomunisti’ – la presunta battaglia di Tarnova – non riconosciuta da nessun altro, mentre le proteste contro i comandi tedeschi per le scarse forniture di armi si tramutarono in prove incontestabili di opposizione al nazismo”.

 

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HOLOT, INFERNO DI UN LAGER ISRAELIANO

HOLOT, INFERNO DI UN LAGER ISRAELIANO

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di Claudio KHALED SER

 

Holot é un campo di concentramento creato dagli israeliani per i non ebrei.
Situato nel deserto del Negev, lontano da qualsiasi sguardo indagatore, é una prigione che ospita 3500 migranti per lo più eritrei, ghanesi, nigeriani.

Catturati alla frontiera mentre chiedono o cercano asilo, vengono rinchiusi nel lager di Holot in attesa di una destinazione lontana.
Nessuno può chiedere d’essere ammesso sul suolo israeliano a meno che non sia ebreo e ricco.

Tra le misure adottate per realizzare lo Stato ebraico l’ultima è il foglio di via, dal 4 febbraio, ai maschi eritrei e sudanesi senza figli con i visti in scadenza (in Israele devono essere rinnovati ogni 2 mesi): entro la fine di marzo, ci sono 3.500 dollari a testa e il biglietto aereo come incentivi, poi le autorità potranno passare agli arresti e alle espulsioni forzate.

Fonti d’apparato in Israele indicano ufficiosamente Ruanda e Uganda come i Paesi di un accordo segreto sui ricollocamenti forzati (negli atti la destinazione si promette «stabile» e «tremendamente sviluppata nell’ultimo decennio»).
Ma nei due Stati africani si nega di aver firmato alcunché o di aver intenzione di ricevere qualcuno.

Quarantamila espulsi da Israele sono una città.
Il governo di Benjamin Netanyahu tenuto in piedi dall’ultradestra religiosa e sionista non scherza e negli ultimi sondaggi il 76% degli israeliani gli dà ragione.,
In realtà si tratta di circa 38 mila africani entrati nel Paese prima che nel 2012 fosse completata una barriera di 220 chilometri alla frontiera con l’Egitto e da allora ignorati o rifiutati come richiedenti asilo, in fuga dal regime eritreo e dalla guerra in Darfour.

Le politiche d’accoglienza di Israele sono le più chiuse tra i Paesi occidentali, di fatto inesistenti verso non ebrei: le poche centinaia di profughi che dal 2013 sono riuscite a entrare illegalmente dalla rotta egiziana, attraverso il Sinai, spesso non hanno fatto richiesta d’asilo per non venire identificate e respinte.

Da marzo, l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione invierà anche una settantina di «ispettori speciali» a rintracciare chi tra loro vive e si mantiene in nero e chi li aiuta a lavorare in ristoranti, locali o con altre occupazioni.
Da maggio 2017 è in vigore anche una legge che obbliga i datori di lavoro a trattenere il 20% dello stipendio a eritrei e sudanesi con visto temporaneo.

Per la «legge sui depositi» l’importo sottratto va in un deposito su un conto speciale aperto dal governo, sbloccato e restituito agli immigrati quando abbandonano il Paese. I 3.500 dollari promessi ad ogni migrante per la loro uscita, vengono offerti da anni: in 20 mila tra eritrei e sudanesi li hanno accettati e alcuni hanno raccontato di essersi ritrovati nelle prigioni in Ruanda.

L’alternativa è essere rinchiusi nel campo di concentramento di Holot gestito dal servizio carcerario, abbandonati al loro miserabile destino.
IL PREZZO DI UNA SCHIAVITÙ

IL PREZZO DI UNA SCHIAVITÙ

 

Eccolo qui, l’800 del Terzo Millennio.
Mancava lo schiavismo conclamato per completare il quadro e adesso c’è di sicuro anche quello.
Il reportage della CNN ha davvero chiuso il cerchio sul tempo che stiamo vivendo a livello globale.
Naturalmente sappiamo che in Italia c’è chi probabilmente è indifferente perchè un simile evento in Africa è uno scampato pericolo d’invasione in Italia o chi addirittura gioisce.
Noi riteniamo invece che questo sistema di potere vada rovesciato al più presto se non vorremo vedere davvero il ritorno definitivo di una condizione umana, sociale e politica che non avremmo mai potuto nemmeno immaginare solo pochi anni fa.
Anche a questo proposito, ci teniamo a pubblicare questo testo scritto da una donna ghanese che vive in Italia con tanto di permesso di soggiorno che fa molto riflettere su ciò che siamo e sui pericoli che crediamo corrano solo gli altri mentre di fatto sono solo diverse le modalità ma schiavi lo siamo già tutti.

A questo abbiamo detto NO! sabato 11 novembre a Roma e a questo continueremo a dire NO! e a lottare affinchè NESSUN essere umano e vivente sia schiavo del profitto di altri.

Il Coordinamento Nazionale del Movimento Essere Sinistra

 

di Djarah AKAN

Credo di essere una bella ragazza.
Attraente, slanciata, culo grosso, tette grosse, 1.77 di altezza, belle labbra carnose e, un’accozzaglia di caratteristiche fisiche che ti creano sempre il pubblico da Zoo intorno.
Sono la classica ragazza africana che la gente comune non si farebbe alcun problema a definire panterona, leonessa, tigre, secondo i dettami del lessico zoologico che si utilizza per definire la “bellezza selvaggia” delle donne nere.

Quanto paghereste per comprarmi?
Quanto spendereste per potermi avere in un qualunque momento della giornata, che io lo voglia o no?
Tu che leggi, che guardi le mie e foto, che mi mandi messaggi privati complimentandomi con me per la mia bellezza, a te chiedo, quanto andresti a prelevare dal bancomat per poter fare del mio corpo quello che vuoi senza che io possa dire una sola parola?
Quanti soldi mettereste sul tavolo per comprarvi una nera come me? Fisicamente resistente, piuttosto istruita, che parla bene l’italiano e se la cava con l’inglese?
Quanto?

Potreste picchiarmi, farmi preparare la cena, mandarmi a prendere i bambini a scuola o tenere in ordine la casa. Potreste violentarmi o chiedermi anche un massaggio ai piedi, o semplicemente un po’ di compagnia. Farei volentieri la badante ai vostri anziani, magari a quelli malati che sono soli e vorrebbero unicamente qualcuno che li accudisse.
Io, se qualcuno mi comprasse, lo farei perché non sarei più una donna ma una cosa per cui è stato stabilito un prezzo.
E le cose, quando le compri sono tue. Ci puoi fare quello che vuoi.

Se non vi viene in mente un prezzo, pensate che in Libia anche oggi, una ragazza come me, verrà venduta ad un prezzo che non supererà i mille euro.
Tanto costa la vita di un migrante, quando i barconi vengono respinti e si ritorna in Libia, non più come donne e uomini liberi, ma come schiavi.

Pensavo a questo ieri sera, a quanto costerebbe la mia vita e il mio corpo se un domani perdessi sulle coste libiche quel pezzettino di carta che mi hanno rilasciato in posta l’altro giorno e, che attesta il mio nome, cognome e luogo di nascita.
Ma sono sicura che, anche se avessi delle carte, qualcuno mi prenderebbe e mi venderebbe, semplicemente. E questo perché i neri in Libia valgono meno della lota che si azzecca a terra alla fine di un concerto.

E non lo dico perché sta mattina mi va di fare la vittima o di far incazzare qualcuno. Lo ha detto la CNN, con un reportage che denuncia la vendita di donne e uomini africani a Tripoli; che i migranti, gli africani in particolare, ogni giorno vengono venduti sulle coste Libiche, in una vera e propria asta di uomini a cielo aperto.

Mentre guardavo il video si riuscivano a distinguere le voci dei venditori, voci ferme di uomini d’affari che ti rassicuravano sulla qualità e la resistenza del corpo nero.
Può lavorare, guarda come è forte, non si stanca, ha braccia forti, è resistente…

Immaginavo me stessa in quell’asta. Cercavo di cacciare dalla testa quel pensiero ma era difficile guardarmi allo specchio senza riconoscermi in quegli uomini.

Cosa avrebbero detto di me per convincere qualcuno a comprarmi? Che cosa dicono Delle migliaia di ragazze giovanissime, delle bambine che ogni giorno, dopo essere state respinte in mare dalla nuova Italia di Minniti, spariscono tra i cunicoli le sabbie libiche?

Che se verranno stuprate non piangeranno perché sono abituate già alle carceri libiche, a uomini che ti stuprano per tutto il giorno finché non muori o ti ammazzi da sola?
Ho la nausea per quello che scrivo perché so che è vero, ed è difficile da digerire persino per me.

Dovevo immaginarmi nei loro panni per fissare meglio nella mente l’odio che provo per ciò che l’Italia sta facendo ai migranti, ma per me è facile perché come ho detto, quando mi guardo allo specchio mi chiedo se somiglio davvero a tutte quelle persone, a tutti quegli africani e quelle africane non raggiungeranno mai l’Italia, che verranno venduti e che spariranno nel circuito della tratta.
E voi, bianchi, italiani, quando vi guardate allo specchio cosa vedete riflesso davanti a voi?

Il volto di Minniti che si complimenta con se stesso per una politica dell’immigrazione che provoca assassini e stupri su larga scala? Osservate la pelle pallida e le mani, pensando che siano sporche di sangue quanto quello del Ministero degli Interni?
Che cosa vedete? Che cosa provate?

Io credo che le corrispondenze cromatiche non bastino a spiegare come stanno veramente le cose in Italia e, cosa pensino gli Italiani di tutta questa faccenda e del modo in cui stiamo creando l’ennesima pagina di Storia popolata di mostri ed incubi che attingono ad un passato fascista, schiavista, neocoloniale, criminale.

Minniti non rappresenta l’Italia, perché io la conosco bene ed è stato in questo paese che ho imparato cosa significhi essere solidali, rinunciando a riconoscersi solo attraverso quei privilegi di razza e classe che ti consentirebbero verosimilmente di comprare una persona come me.

Minniti con le sue politiche è riuscito a trasformare la lotta al traffico dei migranti in un traffico peggiore: quello degli schiavi.
I Barconi carichi di persone, dal momento esatto in cui vengono respinti diventano Navi Negriere, come quelle disegnate con inchiostro di china che abbiamo imparato a conoscere e dimenticare in quelle due misere pagine di Storia dedicate alla tratta degli schiavi africani.

Nessuno è al sicuro dai rigurgiti della Storia, non lo sono io e probabilmente non lo sarete nemmeno voi.

Ma di una cosa sono certa: 800 dinari libici è il prezzo che l’Europa e che, questa Italia del PD ha dato alla vita dei migranti.

Andate a convertirli in euro e conoscerete il prezzo della vita di migliaia di persone, il prezzo della mia stessa vita se dovessero espellermi in Ghana e decidessi di fare ritorno in Italia passando dalla Libia come migliaia di miei connazionali.
Ottocento dinari, il prezzo di una vita.
ZAIA, I PROF. DEL SUD E IL REFERENDUM DELLO SQUALLORE

ZAIA, I PROF. DEL SUD E IL REFERENDUM DELLO SQUALLORE

 

di Claudia PEPE

Io sono veneta e nata per caso in Veneto, ma la mia famiglia è calabrese e ne sono fiera. Siamo cresciuti in un Veneto degli anni ’60, molto restia verso i meridionali, ma comunque in una terra che ci ha accolti, ci ha fatto crescere.
Eravamo 5 fratelli, la mamma casalinga e il papà Direttore del Telegrafo. Un papà che quando gli hanno proposto il trasferimento non ha pensato a lui, alle comodità, ma alle opportunità per i figli.

Nelle fredde serate d’inverno senza termosifone, ci siamo uniti ancor di più contro una cortina di nebbia che ci separava dal sole dei nostri cieli.
Nel 1960 eravamo i meridionali, gli attuali profughi, gli immigrati, le facce nere in un Nord che parlava solo in dialetto, che affittava le case solo ai residenti.

Siamo cresciuti con un doppio sacrificio per farci onore. Era un dovere che ci ha insegnato mio padre, un dovere, una responsabilità per tutti noi.

E adesso, leggo che Luca Zaia, governatore del Veneto, parla di docenti del nord e del sud, in vista del referendum autonomista del 22 ottobre.

Sono diventata insegnante, mi sono specializzata, insomma la Scuola è diventata la mia vita in Veneto.
Una scuola che mi ha insegnato tanto e in cui ripongo il mio piccolo futuro.

Luca Zaia, dal suo profilo Facebook, ha scritto un post in cui spiega i motivi per votare SI al referendum: “Grazie all’autonomia – fa intendere il governatore veneto – risolveremo i problemi della continuità didattica, perché qualsiasi docente per essere immesso in ruolo dovrà prima garantire la permanenza in Veneto per almeno un decennio.”

Quindi anche quelli del Sud. I quali, non di rado, sottoscrivono il contratto a tempo indeterminato e poi cercano di avvicinarsi a casa subito dopo aver superato l’anno di prova.
Con l’#autonomia – scrive Zaia su Facebook – creeremo una scuola funzionale alle esigenze dei nostri studenti: basta cattedre scoperte perché i docenti reclutati dal Sud rinunciano al ruolo! I bandi di reclutamento degli insegnanti saranno su base regionale, prevedendo compensi adeguati con accordi di secondo livello per chi si impegna a risiedere in Veneto per almeno 10 anni”.

È un modo come un altro per mascherare il consueto razzismo che noi insegnanti cerchiamo di combattere. Un razzismo esternato anche con le cravatte verdi che si battezzano con l’acqua del Po.

Noi insegnanti, abbiamo un campionario di esternazioni che fanno capire quanto il vostro “clima intellettuale” sia distante da noi.
«Ma mai nessuno che se la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato? Vergogna». L’auspicio choc arrivò da Dolores Valandro, consigliere leghista di quartiere a Padova, indirizzato all’allora ministro per l’Integrazione Cècile Kyenge, perché questo reato, naturalmente, lo commettono solo gli immigrati, quindi che integrazione?
Consigliera poi espulsa, certo, ma non finisce qui.

Giancarlo Gentilini con la sua “ironia” dice: «Io gli immigrati li schederei a uno a uno. Purtroppo la legge non lo consente. Errore: portano ogni tipo di malattia: TBC, AIDS, scabbia, epatite».
Poi, in occasione della festa della Lega del settembre 2008: «Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n’è più neanche uno. Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anziani. Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero».
E ancora, rivolgendosi agli “extracomunitari perdigiorno”: «Bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile».

Ma non facciamoci mancare nulla, dai. Borghezio: «Agli immigrati bisognerebbe prendere le impronte dei piedi per risalire ai tracciati particolari delle tribù»
Matteo Salvini: «Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani

Questa è una breve sintesi di chi si vorrebbe occupare di scuola e creare una scuola funzionale.
Ma funzionale a chi? Al razzismo, alla discriminazione, all’intolleranza.

Vorrei dire al governatore Zaia che senza gli insegnanti meridionali (perché questo è il suo sogno segreto, altro che tenerli per dieci anni), questo termine discrimina ancora una volta.
Diciamo che senza i docenti italiani la scuola del nord o del sud, la Scuola tutta, non potrebbe andare avanti.

La cosa evidente è che di fronte ad un referendum consultivo che non legittimerà nulla, i politici dividono l’Italia tra i baroni e i terroni.
E a chi conviene dividere un Popolo, secondo me non è un uomo che può rappresentare lo Stato.

Certo, ognuno di noi preferirebbe insegnare nella propria città, accanto ai propri figli e familiari, ma se dovessero andare via loro, chi chiamereste?

Francamente, sono stanca di sentir parlare di razza superiore e inferiore.
Non parliamo più di inclusione, aggregazione, integrazione, quando un governo ci divide in razze.
Noi insegnanti siamo tutti uguali, siamo tutti professionisti del nostro lavoro.
Per accalappiare voti non c’è bisogno di parlare ancora male degli insegnanti.
Noi siamo docenti italiani.

Un referendum che costerà 50 milioni di euro.
E se invece di spenderli in questo modo non ci occupassimo di assicurare agli edifici scolastici il certificato antisismico, il certificato di agibilità?

Inutile tentare di dividerci cari politici, sappiate che non ci riuscirete mai.
Perché noi siamo insegnanti. Non politici.

LAGER LIBICI, DIAMOGLI IL NOME CHE MERITANO

LAGER LIBICI, DIAMOGLI IL NOME CHE MERITANO

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Ci sentiamo tutti al sicuro sapendo che gli immigrati africani vengono trattenuti nei famosissimi hotspot libici.
Si dà il caso, però, che il nome corretto sia LAGER.

Lager dove chi scappa da guerre, conflitti sanguinosi, carestie inenarrabili, miseria e malattie, viene torturato, brutalizzato, violentato senza pietà, dove muoiono larga parte di bambini che vi approdano.

Beh, certo, ci dispiace – dicono tanti – ma anche noi stiamo male.
Vero, ma se così stiamo male, come potete dormire sapendo che per salvare noi stessi condanniamo a morte e a brutalità devastanti, centinaia di migliaia di persone?

Come ci riuscite a non pensare che questa gente vive la fame e le guerre a causa del colonialismo e dell’imperialismo del cosiddetto mondo civile, da parte della UE e quindi con il nostro TACITO ASSENSO?

Guardate il video.
Sono pochi minuti.
Guardate il video e poi discutiamo, parliamo, confrontiamoci e decidiamo insieme di agire affinchè questa barbarie cessi al più presto.

Siamo TUTTI responsabili delle vite degli altri quando la loro disperazione è causata dalla nostra incapacità di opporci.

I fenomeni migratori esistono e vanno GESTITI che non significa sbarchi incontrollati ma NEMMENO consegnare esseri umani INNOCENTI nelle mani degli aguzzini nei lager.

Quanto sta avvenendo, entrerà nella Storia come il genocidio del III millennio e ne risponderemo tutti davanti a coloro che verranno perchè non esistono giustificazioni al nostro silenzio.

Il Coordinamento Nazionale del Movimento Essere Sinistra – MovES

 

 

 

fonte: COMUNE.info per Medici per i Diritti Umani

video di: Noemi La Barbera/Medici per i Diritti Umani

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