HOLOT, INFERNO DI UN LAGER ISRAELIANO

HOLOT, INFERNO DI UN LAGER ISRAELIANO

inferno-holot

 

 

di Claudio KHALED SER

 

Holot é un campo di concentramento creato dagli israeliani per i non ebrei.
Situato nel deserto del Negev, lontano da qualsiasi sguardo indagatore, é una prigione che ospita 3500 migranti per lo più eritrei, ghanesi, nigeriani.

Catturati alla frontiera mentre chiedono o cercano asilo, vengono rinchiusi nel lager di Holot in attesa di una destinazione lontana.
Nessuno può chiedere d’essere ammesso sul suolo israeliano a meno che non sia ebreo e ricco.

Tra le misure adottate per realizzare lo Stato ebraico l’ultima è il foglio di via, dal 4 febbraio, ai maschi eritrei e sudanesi senza figli con i visti in scadenza (in Israele devono essere rinnovati ogni 2 mesi): entro la fine di marzo, ci sono 3.500 dollari a testa e il biglietto aereo come incentivi, poi le autorità potranno passare agli arresti e alle espulsioni forzate.

Fonti d’apparato in Israele indicano ufficiosamente Ruanda e Uganda come i Paesi di un accordo segreto sui ricollocamenti forzati (negli atti la destinazione si promette «stabile» e «tremendamente sviluppata nell’ultimo decennio»).
Ma nei due Stati africani si nega di aver firmato alcunché o di aver intenzione di ricevere qualcuno.

Quarantamila espulsi da Israele sono una città.
Il governo di Benjamin Netanyahu tenuto in piedi dall’ultradestra religiosa e sionista non scherza e negli ultimi sondaggi il 76% degli israeliani gli dà ragione.,
In realtà si tratta di circa 38 mila africani entrati nel Paese prima che nel 2012 fosse completata una barriera di 220 chilometri alla frontiera con l’Egitto e da allora ignorati o rifiutati come richiedenti asilo, in fuga dal regime eritreo e dalla guerra in Darfour.

Le politiche d’accoglienza di Israele sono le più chiuse tra i Paesi occidentali, di fatto inesistenti verso non ebrei: le poche centinaia di profughi che dal 2013 sono riuscite a entrare illegalmente dalla rotta egiziana, attraverso il Sinai, spesso non hanno fatto richiesta d’asilo per non venire identificate e respinte.

Da marzo, l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione invierà anche una settantina di «ispettori speciali» a rintracciare chi tra loro vive e si mantiene in nero e chi li aiuta a lavorare in ristoranti, locali o con altre occupazioni.
Da maggio 2017 è in vigore anche una legge che obbliga i datori di lavoro a trattenere il 20% dello stipendio a eritrei e sudanesi con visto temporaneo.

Per la «legge sui depositi» l’importo sottratto va in un deposito su un conto speciale aperto dal governo, sbloccato e restituito agli immigrati quando abbandonano il Paese. I 3.500 dollari promessi ad ogni migrante per la loro uscita, vengono offerti da anni: in 20 mila tra eritrei e sudanesi li hanno accettati e alcuni hanno raccontato di essersi ritrovati nelle prigioni in Ruanda.

L’alternativa è essere rinchiusi nel campo di concentramento di Holot gestito dal servizio carcerario, abbandonati al loro miserabile destino.
AFGHANISTAN, UNA GUERRA DI DROGA

AFGHANISTAN, UNA GUERRA DI DROGA

 

di Claudio KHALED SER

 

Vi ricordate le motivazioni dell’intervento armato degli Usa in Afghanistan, nel quale è ancora impantanata anche l’Italia?
Pacificare il Paese; eliminare i talebani; liberare le donne; spazzare via le piantagioni di oppio e costruire una nuova economia.

A 16 anni dall’inizio di quella disastrosa e sanguinosa avventura avviata per vendicare l’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono da parte di sauditi Al Qaeda, l’Afghanistan è ancora in guerra, i talebani non sono mai stati così forti, le donne non sono mai state così oppresse e la produzione di’oppio afgano ha fatto un altro balzo dell’87% e ha raggiunto un nuovo record.

La produzione di oppio in Afghanistan è aumentata dell’87% fino a raggiungere un livello record di 9.000 tonnellate nel 2017 rispetto ai livelli del 2016 e l’area coltivata a papavero da oppio è aumentata fino a raggiungere il record di 328.000 ettari nel 2017, in aumento del 63% rispetto ai 201.000 ettari del 2016.

L’Afghanistan è il primo coltivatore al mondo del papavero da cui vengono prodotti l’oppio e l’eroina e i livelli record della produzione di oppio e della coltivazione del papavero pongono molteplici sfide all’Afghanistan, ai Paesi confinanti e ai molti altri paesi di transito o consumo degli oppiacei afghani.

Il boom della coltivazione del papavero da oppio rimpinguerà le casse dei talebani e dei loro concorrenti dello Stato Islamico, ma anche dei signori della guerra alleati del governo di Kabul.

La regione meridionale dell’Afghanistan – controllata dai talebani e dai loro alleati – ha la maggiore quota di produzione di oppio nazionale con il 57%, che equivale a circa 5.200 tonnellate.
La seconda regione di produzione di oppio più importante dell’Afghanistan è quella settentrionale – in mano alle milizie uzbeke e tagike spesso alleate del governo – con 1.400 tonnellate e il 16% della produzione afghana.
Al terzo posto c’è la regione occidentale con 1.200 tonnellate e il 13%.
Le restanti regioni orientali, nordorientali e centrali rappresentano insieme il 12% della produzione di oppio.

Queste cifre spaventose dovrebbero farci prendere una considerevole pausa di riflessione su come trovare una soluzione praticabile e realizzabile per fermare le droghe che fluiscono dall’Afghanistan.

E’ chiaro che un simile mercato, con flussi di milioni di dollari, faccia gola a tutti e che si ricorra ad ogni mezzo per accaparrarsi una fetta del mercato.

Ricapitolando, la Religione, il Terrorismo, la Jihad…. non c’entrano nulla.

E’ una guerra di droga, tra fabbricanti di droga, coltivatori di droga, venditori di droga.
Droga che finisce in tutte le città del Mondo, spedita con navi, aerei, treni.
Alla luce del sole.
Vi sembra facile far partire tre navi mercantili al mese da Kabul o 6 aerei cargo con destinazione Parigi – Londra – New York strapieni di eroina?

Ecco come è ridotto, dopo 16 anni di intervento “democratico” occidentale e italiano, un Paese come l’Afghanistan dove dovevamo portare la Democrazia, la Pace e la Libertà.
IRAN. FINE DEI GIOCHI PER LA CONTESTAZIONE?

IRAN. FINE DEI GIOCHI PER LA CONTESTAZIONE?

 

di Ciro TAPPESTE

 

«Da quattro anni le manifestazioni erano organizzate dalla CIA»
«Possiamo annunciare la fine della sedizione dell’anno 1396». È con questo comunicato che le autorità in Iran hanno sancito la fine del movimento che ha scosso le principali città del paese per quasi una settimana. Ma forse è un annuncio avventato.

Mercoledì, dopo uno nuova giornata di contro-manifestazioni filogovernative, il leader dei Pasdaran, il generale Jafari, ha annunciato la «fine della sedizione dell’anno 1396», secondo il calendario persiano. All’appello lanciato da diverse fazioni del regime che fanno capo allo stesso tempo ai Pasdaran, alla guida suprema, l’Ayatollah Khamenei e al presidente «moderato» della Repubblica islamica Rohani, decine di migliaia di manifestanti pro-regime sono scesi in strada martedì e mercoledì. Nel corso della mobilitazione organizzata dal regime, i manifestanti hanno brandito le bandiere della repubblica islamica ed i ritratti degli Ayatollah Khomeini e Khamenei. Le manifestazioni sono state particolarmente importanti a Teheran, a Qoz, ad Ahvaz e a Kermanshah, città capofila della contestazione.

Piccoli e sporadici raggruppamenti anti regime sarebbero stati organizzati a Teheran, senza raggiungere però l’ampiezza delle manifestazioni del fine settimana. Dopo più di venti morti e centinaia di arresti la repressione ha prevalso definitivamente sul movimento di contestazione? Questo è tutt’altro che certo. Anzitutto perché a scendere in piazza questa volta è stata la base sociale del regime e cioè l’Iran povero delle zone rurali, quello che non aveva partecipato alle manifestazioni del 2009. In questa occasione è scesa in piazza proprio questa frazione delle classi popolari iraniane, a seguito dell’annuncio dell’abrogazione a marzo del sussidio speciale di 9 euro mensili introdotto a suo tempo dall’ex presidente Ahmadinejad, secondo una logica clientelare.

Se oggi nelle strade è stato ristabilito l’ordine, la situazione economica all’origine delle contestazioni è sempre precaria. Situazione aggravata dall’annuncio da parte del presidente statunitense il giorno 19 gennaio della probabile non ratifica degli accordi sul nucleare. Rohani conta quindi su un afflusso di capitali e di investimenti stranieri che oggi sono messi in discussione dalla posizione della Casa Bianca che vorrebbe imporre nuove sanzioni.

Dal punto di vista politico Rohani sa che non può rispondere semplicemente con la repressione perché tra i suoi collaboratori pensano che questo potrebbe alimentare a breve termine altre manifestazioni di protesta. È questo l’avvertimento che lanciano a Rohani numerose personalità “riformatrici”, invitandolo ad ascoltare la voce che sale dalle strade, come l’ex deputato Kharubi (esiliato), vecchio braccio destro del leader del Movimento Verde Karrubi, ancora agli arresti domiciliari o come Mohamed Ali Abtahi, già vice presidente al tempo di Khatami, che teme che “il paese si trasformi in uno stato di polizia” (come se non fosse già così): e così vogliono avvertire Rohani che, a differenza di quanti sostengono la linea repressiva incarnata da Jafari e dai guardiani della rivoluzione, deve invece fare delle concessioni.

Trump ha promesso con un tweet che aiuterà il popolo iraniano al «momento opportuno». L’imperialismo americano è stato alleato fino al 1979 della sanguinaria monarchia iraniana ed ha sostenuto i peggiori regimi della regione. In questo modo il procuratore generale della Repubblica Montazeri ha avuto gioco facile  a dire giovedì scorso a proposito delle manifestazioni anti-governative che si tratterebbe di un movimento preparato ed organizzato da quattro anni «dalla CIA con il sostegno di Israele, dell’Arabia Saudita e dell’ex agente segreto Michael Andrea». Ma all’origine delle contestazioni di questi ultimi giorni stanno in realtà le contraddizioni che minano la società iraniana.

Le persone che in Iran hanno manifestato contro la corruzione, la povertà, la disoccupazione, l’interventismo militare e persino contro il regime potranno contare solo sulle proprie forze per lottare contro l’austerità e contro le misure di liberalizzazione economica e per rilanciare la dinamica anti-governativa.

È per questo motivo che, in modo del tutto indipendente dalle cancellerie imperialiste, l’appoggio del movimento operaio internazionale dovrebbe andare ai prigionieri politici iraniani e a tutti coloro che sono scesi in piazza in questi giorni e che ci hanno dato una grande lezione di coraggio e speranza.

 

I PALESTINESI COMBATTONO PER LA LORO SOPRAVVIVENZA

I PALESTINESI COMBATTONO PER LA LORO SOPRAVVIVENZA

Poliziotti israeliani infiltrati arrestano un manifestante palestinese durante gli scontri a Beit El, vicino a Ramallah, in Cisgiordania. (Abbas Momani, Afp)

Netanyahu ha intensificato la guerra soprattutto a Gerusalemme Est, autorizzando punizioni collettive. Questo mostra il successo della strategia israeliana: disconnettere Gerusalemme dal resto dei territori palestinesi e sfruttare l’assenza di una leadership palestinese a Gerusalemme Est e la debolezza del governo a Ramallah, che ora sta cercando di arginare questa tendenza.

La guerra non è cominciata il 1 ottobre. La guerra non comincia con le vittime israeliane e non finisce quando non ci sono più israeliani uccisi. I palestinesi combattono per la loro vita, nel vero senso della parola. Noi ebrei israeliani combattiamo per proteggere il nostro privilegio di padroni, nel senso più spregevole del termine.

I giovani palestinesi non vanno a uccidere gli ebrei perché sono ebrei, ma perché noi siamo gli occupanti, i torturatori, gli aguzzini

Ci accorgiamo dell’esistenza di una guerra solo quando vengono uccisi gli ebrei, ma questo non cancella il fatto che i palestinesi vengono uccisi continuamente e che noi facciamo tutto ciò che è in nostro potere per rendere insopportabile la loro esistenza. Il più delle volte questa è una guerra a senso unico, scatenata e condotta da noi con l’obiettivo di convincere i palestinesi a dire “sì, padrone, grazie perché ci permetti di sopravvivere nelle riserve”. Quando qualcosa interferisce con questa unidirezionalità della guerra e muoiono anche gli ebrei, allora ce ne accorgiamo.

I giovani palestinesi non vanno a uccidere gli ebrei perché sono ebrei, ma perché noi siamo gli occupanti, i torturatori, gli aguzzini, i ladri della loro terra e della loro acqua, i distruttori delle loro case, un muro davanti al loro orizzonte. I giovani palestinesi, disperati e assetati di vendetta, sono pronti a morire e a far soffrire la loro famiglia, perché il nemico che affrontano dimostra ogni giorno che la sua malizia non ha limiti.

Anche il nostro linguaggio è crudele. Gli ebrei vengono ammazzati, mentre i palestinesi semplicemente rimangono uccisi o muoiono. Il problema sta anche nel fatto che noi giornalisti non possiamo scrivere che un soldato o un poliziotto ha ammazzato un palestinese anche se non era per legittima difesa, da vicino o pilotando un aereo o un drone. La nostra comprensione è prigioniera di un linguaggio censurato retroattivamente per distorcere la realtà. Nel nostro linguaggio gli ebrei vengono ammazzati perché sono ebrei mentre i palestinesi muoiono perché probabilmente se la sono andata a cercare.

Una guerra unilaterale

La nostra visione del mondo è modellata dal costante tradimento dell’etica professionale da parte dei mezzi d’informazione israeliani, dalla loro incapacità tecnica ed emotiva di analizzare tutti i dettagli della guerra mondiale che abbiamo scatenato per proteggere la nostra superiorità.

Nemmeno questo giornale ha le risorse per ingaggiare dieci giornalisti e riempire venti pagine al giorno con i resoconti delle aggressioni in tempi di violenze crescenti e degli attacchi dell’occupazione in tempi di calma, dai colpi di fucile alla costruzione di una strada che distrugge un villaggio alla legalizzazione di un insediamento a milioni di altri attacchi. Ogni giorno. Gli esempi di cui riusciamo a occuparci sono soltanto una goccia nel mare, e non hanno alcun impatto sulla maggioranza degli israeliani, che continuano a non capire qual è la situazione.

L’obiettivo di questa guerra unilaterale è costringere i palestinesi a rinunciare alle loro terre. Netanyahu vuole che il conflitto s’intensifichi, perché sa per esperienza che la calma dopo lo scontro non ci riporta al punto di partenza, ma a un nuovo minimo storico per il sistema politico palestinese e a un aumento dei privilegi degli israeliani.

Questi privilegi sono il fattore chiave che distorce la nostra percezione della realtà, rendendoci ciechi. A causa dei nostri privilegi non riusciamo a capire che anche con questa leadership palestinese debole e “presente-assente” il popolo palestinese, sparpagliato nelle sue riserve indiane, non si arrenderà mai e continuerà a trovare la forza per resistere a noi padroni.

 

fonte: Ha’aretz
Ripreso da Internazionale, traduzione di Federico Ferrone

IMPERIALISMO: A GERUSALEMME UN NEMICO SENZA PIÙ MASCHERE

IMPERIALISMO: A GERUSALEMME UN NEMICO SENZA PIÙ MASCHERE

.
del Coordinamento Nazionale del Movimento Essere Sinistra – MovES
.
GERUSALEMME: SIAMO TORNATI ALL’IMPERIALISMO AMERICANO DICHIARATO.
Siamo tornati a vedere il VERO volto del potere americano.
Evviva. Finalmente abbiamo di nuovo sotto agli occhi chi sia il nostro VERO NEMICO.
È finito il tempo della manfrina del politically correct e del FINTO progressismo.
Adesso l’America è di nuovo DICHIARATAMENTE se stessa.
Adesso NON ABBIAMO PIÙ ALIBI per non schierarci.
 
Per anni ci hanno voluto far credere all’America dei democrats e dei diritti, mentre Clinton e Obama avviavano le peggiori guerre e i peggiori conflitti, le peggiori interferenze con le democrazie di diversi paesi del mondo o con governi di paesi con un equilibrio già precario in cui gli U.S.A. avevano interessi.
Gioverebbe infatti ricordarsi SEMPRE, solo per fare un esempio a caso ma il più rilevante nel panorama politico e negli equilibri mondiali, che ISIS è un organismo di fabbricazione AMERICANA per dichiarazione della stessa Clinton.
 
Detto questo, riguardo alla nuova aggressione alla Palestina da parte di Trump, resta solo da dire ancora una volta, che imperialismo e sionismo sono facce di un fascismo che in America e in Israele NON SONO MAI MORTI.
In questi vent’anni hanno solo assunto facce più suadenti e spendibili presso l’opinione pubblica mondiale, grazie al maquillage operato dalle oligarchie.
 
Intanto i morti aumentano, i feriti si contano a centinaia.
Intanto il popolo palestine se MUORE PER MANO DEL FASCISTA NETANYAHU, OGGI, esattamente come avvenuto anche coi suoi predecessori.
 
La ragione NON È AFFATTO RELIGIOSA ma, anche se ne siamo tutti consapevoli, meglio ricordare che  da SEMPRE è politica, economica e geopolitica.
 
In questo conflitto, le responsabilità storiche dell’Occidente sono particolarmente PESANTISSIME, ONU in primis, e continuano ad esserlo, e poco vale che gli ambasciatori ONU di paesi come Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Svezia abbiano preso nettamente le distanze da questa decisione di Trump, pur essendo comunque un segnale.
 
Poco vale che sia una posizione stabile dei paesi dell’Unione Europea, alla luce dello stato di fatto, quella che Gerusalemme dovrebbe essere la capitale di Israele e Palestina come per giunta previsto dagli accordi di Oslo.
Poco vale perchè anche questo resta nel recinto dell’ipocrisia di un Occidente che ha sulla coscienza 70 ANNI di morti, di guerre, di torture, di repressione di un intero popolo.
 
E oggi sarebbe pure la Giornata Mondiale dei Diritti Umani.
Fa venire da piangere il solo pensiero di tanta ipocrita messa in scena quando il mondo intero è sotto il tallone di ferro dell’imperialismo americano dalla II guerra mondiale, se non prima.
 
È indispensabile, perciò e ogni giorno di più, rendersi consapevoli che nulla cambierà mai fino a che lasceremo nelle mani di un paese come gli U.S.A., il destino dell’Umanità intera.
 
Proprio per questo siamo e saremo SEMPRE contro OGNI FORMA di IMPERIALISMO.
Proprio questo siamo e saremo SEMPRE e SOLO dalla parte dell’essere umano e del suo diritto ad autodeterminarsi.
NO all’imperialismo, NO alla NATO, NO alla negazione della sovranità di ogni popolo!
UNESCO: GLI U.S.A. ABBANDONANO PER RAGIONI POLITICHE

UNESCO: GLI U.S.A. ABBANDONANO PER RAGIONI POLITICHE

 

di Maria MORIGI

Tramite notificazione, avente forza di atto ufficiale, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato all’UNESCO la sua uscita da membro dell’organizzazione.

Per il Dipartimento di Stato statunitense è: “Fondamentale riformare l’organizzazione. Gli Usa manterranno lo status di osservatori, fornendo un contributo di visione, prospettiva ed esperienza.

Ma il vero motivo è che l’organizzazione è ritenuta di “inclinazioni anti-israeliane”.
Il divorzio era nell’aria dal 2011, anno in cui l’UNESCO annunciò l’ingresso della Palestina come 195° Stato membro, suscitando le ire di Israele e degli Stati Uniti, che da quel momento interruppero l’erogazione di fondi a favore dell’Organizzazione. Come noto, Washington si è sempre opposta a qualunque riconoscimento della Palestina come Stato, prima di un patto di pace in Medio Oriente.

La rottura definitiva con USA e Israele è avvenuta al recente Congresso di Cracovia durante il quale l’Unesco aveva dichiarato che Israele è una “potenza occupante”. Inoltre una risoluzione dello scorso luglio, relativa ai Beni Culturali riconosciuti, ha negato l’esclusiva sovranità di Israele su Gerusalemme Vecchia e Gerusalemme Est.

Sempre a Cracovia era stato riconosciuto quale “Patrimonio dell’umanità” il sito della tomba dei Patriarchi a Hebron, definito tuttavia “sito palestinese”. In precedenza era stato negato, con solide argomentazioni archeologiche, il legame culturale tra Israele e il Muro del Pianto.

Conoscendo per diretta esperienza l’ideologizzazione degli archeologi israeliani – anche i più seri sono tenuti a seguire il copione dettato dalla una “politica culturale”, che piega la ricerca scientifica e archeologica all’esigenza di affermare a tutti i costi l’ identità ebraica – non mi rammarico di questa decisione.

Dimensione carattere
Colors