GERMANIA 1918, DA WEIMAR AL NAZISMO

GERMANIA 1918, DA WEIMAR AL NAZISMO

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile del Movimento Essere Sinistra MovES

 

La Germania del 1918 era all’inizio di quel percorso che conosciamo tristemente tutti: il nazismo, la Shoah.

Era uscita dalla I guerra mondiale in condizioni drammatiche.
La attraversavano momenti di grande confusione.
Momenti in cui i movimenti politici ebbero un ruolo preciso in termini di equilibri che non si crearono mai.
Momenti di tentate rivoluzioni soffocate nel sangue e con gli omicidi di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg. Di interessi particolari della socialdemocrazia e divisioni di partiti comunisti e socialisti.
Di accuse e tensioni reciproche continue tra comunisti e socialdemocratici.
Di rapporti di forze dominati dal potere borghese e dalla protervia del sistema capitalistico.

In quel primo dopoguerra la Germania era segnata dalla disoccupazione, dal debito economico, dall’essere stata sconfitta nel conflitto bellico.
Umiliata da Francia e Inghilterra col Trattato di Versailles, per anni fu preda di sconquassi che trovarono un equilibrio solo qualche anno dopo la nascita sofferta e difficoltosa della Repubblica di Weimar.
Fu proprio quell’umiliazione imposta al popolo tedesco, per aver perso la guerra, a far radicare profondamente il germe del nazionalismo.

Un passaggio storico importantissimo, la nascita della Repubblica, che vide la Germania dotarsi della prima Costituzione scritta in un paese europeo e contenente articoli che vedevano il riconoscimento e l’istituzione di principi democratici adottati poi in tutta Europa, ma conteneva anche un articolo che avrebbe dovuto preservare la democrazia da eversione e reazione ma che non venne mai applicato: l’articolo 48.

Ottenere la Costituzione e proclamare la Repubblica fu un passaggio inviso alla nobiltà e alla grande borghesia. In quegli anni nacquero anche i Freikorps, una sorta di gruppi estremistici di destra militarizzati

Tra il 1919 e il 1923, in soli 4 anni dalla nascita della Repubblica di Weimar, la Germania visse 2 tentativi di colpo di stato uno dei quali proprio per mano di Hitler – andato fallito – che vide l’arresto e la condanna di lui stesso a cinque anni ma che comunque non scontò se non per pochissimi mesi. Si verificarono centinaia e centinaia di omicidi politici, si susseguirono fasi economicamente drammatiche, tra queste un’inflazione spaventosa mai vista nella storia e il collasso del marco.

Nel clima di quegli anni difficili e tumultuosi quanto confusi, Monaco divenne il centro del nazionalismo più estremo.
Infatti fu proprio a Monaco che nel 1919 nacque il Partito dei lavoratori tedeschi – capeggiato da Hitler – che in seguito prese il nome di Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori (NSDAP), ma venne chiamato da tutti semplicemente partito “nazista”.

L’umiliazione di veder occupata la Ruhr da parte della Francia per il mancato pagamento del debito di guerra da parte della Germania oltre a quanto sopra espresso, furono buona parte delle cause che generarono un terreno fertile che stimolò l’espansione delle ideologie razziste in tutto il paese e diedero una grossa spinta alla crescita del partito nazista.
La propaganda hitleriana cominciò a sostenere che tradire l’esercito tedesco fossero stati i comunisti e gli ebrei.

Il paese era profondamente lacerato e le forme di lotta politica, a destra e a sinistra si inasprirono ed estremizzarono in una contrapposizione netta.
Al popolo tedesco quasi non importava di quanto la democrazia avesse concesso loro, perchè economicamente, in quel passaggio, le condizioni di vita erano spaventosamente peggiori di prima della guerra.

Scioperi ad oltranza, scontri e tumulti erano all’ordine del giorno.
La Germania era di nuovo in mezzo ad una grave crisi economica.

Fu solo grazie al governo di Gustav Stresemann, capo del Partito Popolare divenuto cancelliere, che la Germania riuscì a trovare un periodo di più ampio respiro poichè, proprio per merito della politica estera del cancelliere, gli U.S.A concedettero un ingente prestito che finalmente servì a pagare il debito di guerra a condizioni più vantaggiose. Così, la Germania riuscì a vedere una ripresa economica unitamente ad un fiorire di tutte le arti che permisero al popolo tedesco di immaginare il proprio futuro.

Furono solo cinque, gli anni di stabilità e di crescita che conobbe la Repubblica di Weimar.
Infatti, con la crisi economica americana del ’29, quello che poteva essere l’inizio di una era per il popolo tedesco, divenne un altro incubo.
La ripresa tedesca era legata a filo doppio all’economia americana e a seguito del venerdì nero di Wall Street, anche quello che doveva essere il boom economico tedesco, si rivelò essere solo una bolla.
In poco tempo fallirono le banche, tutti ceti sociali risentirono della pressione che la crisi economica imponeva a tutti.
I ceti meno abbienti tornarono a vivere la condizione della miseria e della disoccupazione.

Ma soprattutto la sofferenza fu della classe media che cominciò a guardare con interesse a Hitler che nel frattempo stava emergendo sempre più anche grazie ad un sistema propagandistico che fece leva sul protezionismo più integralista, sulla difesa dei beni del popolo tedesco minacciati dalla presenza degli ebrei, sulla narrazione della conservazione della razza germanica pura.

Fino a quel momento i nazisti erano ancora un piccolo partito, ma grazie alla crisi economica e quindi al profondo scontento creato dal crescente numero dei disoccupati, si rafforzarono in maniera impressionante e si presentarono alle elezioni politiche del 1930 come l’unica forza politica capace di proporre un governo nazionale.
Promisero di ristabilire la sovranità militare tedesca e dichiararono di voler riarmare il Paese in sprezzo ai trattati di Versailles

Le responsabilità del consenso che ottenne Hitler, sono da ascriversi però, anche all’incapacità delle forze di sinistra di trovare coesione e di unirsi contro la minaccia incombente del nazionalismo hitleriano.

La democrazia tedesca, giovanissima, aveva generato rifiuto nella popolazione per tutto ciò che aveva negativamente creato e la pessima risposta della politica chiuse il cerchio.
Basti solo pensare che in 14 anni, la Repubblica di Weimar vide avvicendarsi 20 governi e il verificarsi di 5 elezioni politiche solo negli ultimi 6 anni.
La sfiducia era totale per la povertà ingravescente e dilagante e il caos per le strade. Questo era procurato soprattutto dallo scontro continuo che ogni giorno lasciava morti e feriti dietro a sè, tra comunisti e nazisti.
Questi ultimi si stavano espandendo e crescendo sempre più, fecero il resto sul precipitare degli eventi.

Proprio in questa fase, anche grazie al fatto che, quel famoso art. 48 della Costituzione che dava ampi e straordinari poteri al presidente per contrastare una possibile presa del potere, non venne mai applicato alla nascita del nazismo.
L’articolo 48, infatti, era scaturito soprattutto dalla paura di una rivoluzione comunista, aspetto più temuto dai governi e dalla borghesia capitalista di quegli anni.
Fu così che Hitler iniziò la sua ascesa al potere e tutto avvenne tragicamente in maniera almeno apparentemente democratica.

Il 30 gennaio 1930, infatti, Hitler fu proprio democraticamente eletto.

La storia tedesca ci lascia una traccia su cui riflettere.
Tante sono le analogie che riscontriamo su quanto avvenne allora.

Dalla crisi economica e quello che rappresentò per il popolo tedesco, all’indebitamento e quindi la perdita di sovranità.
Dal bisogno del popolo tedesco di vedersi garantito un conservatorismo e un protezionismo radicali, proprio in risposta alla crisi.
Dal veicolare un razzismo che in poco tempo, proprio date le condizioni, dilagò contro chi poteva rappresentare una minaccia.
Dall’uso di un sistema di informazione totalmente piegato ai voleri del potere.
Da una propaganda capillare e feroce che istigava all’odio contro ebrei, comunisti, omosessuali e tutti i diversi del mondo.

Dal mancato rispetto della Costituzione.
Dall’incapacità di trovare un punto di dialogo e unitarietà delle forze comuniste e socialiste.
Dalla socialdemocrazia che si contrappose nettamente ad una possibile avanzata dei comunisti per non perdere l’occasione di ottenere consenso elettorale, dopo aver aspettato per anni il momento.
Da tutto questo possiamo possiamo trovare spunto di immedesimazione specialmente perchè allora, come oggi, la crisi era mondiale.

Da ciò che fu il nazismo.
Da tutto questo possiamo anche fare un passo in più: IMPARARE.
POTERE AL POPOLO VUOLE ABOLIRE IL 41 BIS

POTERE AL POPOLO VUOLE ABOLIRE IL 41 BIS

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile del MovES

 

Leggiamo nel programma di Potere al Popolo nella parte relativa alla giustizia che vuole abolire il 41 bis, proprio in questo passaggio:

 

  • l’abolizione dell’ergastolo e del 41 bis, e l’emanazione di un provvedimento di amnistia che risolva il problema del sovraffollamento carcerario;

Scusate compagni di Potere al Popolo, ma è questa la riforma che pensate di tutto un sistema?
È questo il cambiamento RADICALE che volete attuare?

Indubbio che serva amnistiare i reati d’opinione e gli abusi perpetrati per povertà o insolvenza incolpevole ma il sovraffollamento NON si risolve con un’amnistia tantomeno con l’abolizione del 41 bis.

Quello che serve è creare lavoro, reti sociali e welfare. È risolvere l’emergenza abitativa e tutto ciò che è iniquo.
Serve anche un sistema fiscale davvero efficiente.
Ma per sanare CONCRETAMENTE la condizione attuale, a nostro avviso invece, serve:

costruire nuove carceri (che significa anche creare lavoro e far ripartire le economie dei territori e di conseguenza quella su scala nazionale caricandoti come STATO di dare lavoro alle imprese e attuando un sistema di gare d’appalto che non mirino solo ad assegnare i contratti a chi fa spendere meno ma a chi lavora MEGLIO e su cui avere uno strettissimo controllo relativamente a illeciti, collusione e concussione);

stroncare la mafia attraverso interventi francamente incisivi come l’abbattimento di tutte le sovrastrutture istituzionali che generano una vera serie di scatole cinesi in cui è impossibile andare a guardare e cambiare radicalmente i vertici dell’amministrazione dello Stato e utilizzare tutti quei sistemi di cui ci si può dotare.
Per fare un esempio proprio banale, se solo tecnologicamente parlando oggi si incrociassero REALMENTE i dati, si arriverebbe già a spazzare via quasi un intero sistema di illeciti che favoriscono le mafie;

Amnistiare a pioggia, inoltre, non farà che peggiorare non solo la percezione da parte degli italiani ma pure la realtà di fatto.

Perciò, se davvero si vuole estirpare il sistema mafioso, è ALL’INTERNO dello Stato che bisogna agire.
Facendolo, allora sì che il 41 bis non servirebbe più.
Diversamente si fa solo un grande favore alla mafia e alla criminalità organizzata.

Senza parlare, poi, di che prezzo sia stato pagato perchè gente come Riina restasse assegnato a questo regime carcerario.
O dobbiamo ricordarvi noi che la trattativa Stato-Mafia fu il tema centrale di quelle bombe e dei morti che ne conseguirono?

 

Quindi ANCORA UNA VOLTA, con la scelta di abolire il 41 bis e con la velleità così di risolvere il problema del sovraffollamento, si vuole mettere solo una TOPPA che sarà persino peggiore del buco e questo CONFERMA che Potere al Popolo NON MIRA ad un cambiamento radicale ma ad un rabberciamento dell’esistente.

La ragione per cui facciamo questa affermazione? È molto semplice.

Per fare ciò che serve a generare REALMENTE un VERO cambiamento si DEVE per forza essere nuovamente sovrani delle proprie politiche monetarie ed economiche, quindi è PALESE, a questo punto, che Potere al Popolo NON ha intenzione di uscire dalla UE.

Lo scopo, quindi, è QUELLO DI SEMPRE: amministrare l’esistente.

Lo scopo, quindi, è QUELLO DI SEMPRE: fare incetta di voti ottenuti demagogicamente senza disturbare troppo il conducente.

Di un’altra lista che ricalchi i passi de l’Altra Europa per Tsipras non se ne sentiva davvero l’esigenza.

Se non credete a me e a noi del MovES, compagni cari, magari fate così, provate a chiedere proprio al POPOLO se quello di cui ha bisogno e che vuole è proprio vedere abolire il 41 bis.

E ho detto AL POPOLO, non ai soliti politicizzati di una certa sinistra.
La differenza tra le due parti è alquanto rilevante, perchè parlare sempre agli stessi non cambia per nulla lo stato di fatto, anzi, è proprio ciò che vuole il sistema che dite di voler combattere.

 

OPPRESSI ED OPPRESSORI (SCRITTI POLITICI di GRAMSCI)

OPPRESSI ED OPPRESSORI (SCRITTI POLITICI di GRAMSCI)

 

di Antonio GRAMSCI – Scritti politici

 

Oppressi ed oppressori*

 

È davvero meravigliosa la lotta che l’umanità combatte da tempo immemorabile; lotta incessante, con cui essa tenta di strappare e lacerare tutti i vincoli che la libidine di dominio di un solo, di una classe, o anche di un intero popolo, tentano di imporle. È questa una epopea che ha avuto innumerevoli eroi ed è stata scritta dagli storici di tutto il mondo.

L’uomo, che ad un certo tempo si sente forte, con la coscienza della propria responsabilità e del proprio valore, non vuole che alcun altro gli imponga la sua volontà e pretenda di controllare le sue azioni e il suo pensiero.

Perché pare che sia un crudele destino per gli umani, questo istinto che li domina di volersi divorare l’un l’altro, invece di convergere le forze unite per lottare contro la natura e renderla sempre piú utile ai bisogni degli uomini. Invece, un popolo quando si sente forte e agguerrito, subito pensa a aggredire i suoi vicini, per cacciarli ed opprimerli. Perché è chiaro che ogni vincitore vuol distruggere il vinto.

Ma l’uomo che per natura è ipocrito e finto, non dice già «io voglio conquistare per distruggere», ma, «io voglio conquistare per incivilire». E tutti gli altri, che lo invidiano, ma aspettano la loro volta per fare lostesso, fingono di crederci e lodano.

Cosí abbiamo avuto che la civiltà ha tardato di piú ad espandersi e a progredire; abbiamo avuto che razze di uomini, nobili e intelligenti, sono state distrutte o sono in via di spegnersi.

L’acquavite e l’oppio che i maestri di civiltà distribuivano loro abbondantemente, hanno compiuto la loro opera deleteria.

Poi un giorno si sparge la voce: uno studente ha ammazzato il governatore inglese delle Indie, oppure: gli italiani sono stati battuti a Dogali, oppure: i boxers hanno sterminato i missionari europei; e allora la vecchia Europa inorridita impreca contro i barbari, contro gli incivili, e una nuova crociata viene bandita contro quei popoli infelici.

E badate: i popoli europei hanno avuto i loro oppressori e hanno combattuto lotte sanguinose per liberarsene, ed ora innalzano statue e ricordi marmorei ai loro liberatori, ai loro eroi, e innalzano a religione nazionale il culto dei morti per la patria.

Ma non andate a dire agli italiani, che gli austriaci erano venuti per portarci la civiltà: anche le colonne marmoree protesterebbero. Noi, sí, siamo andati per portare la civiltàed infatti ora quei popoli ci sono affezionati e ringraziano il cielo della loro fortuna. Ma si sa; sic vos non vobis.

La verità invece consiste in una brama insaziabile che tutti hanno di smungere i loro simili, di strappare loro quel po’ che hanno potuto risparmiare con privazioni.

Le guerre sono fatte per il commercio, non per la civiltà: gli inglesi hanno bombardato non so quante città della Cina perché i cinesi non volevano sapere del loro oppio. Altro che civiltà!

E russi e giapponesi si sono massacrati per avere il commercio della Corea e della Manciuria.

Si delapidano le sostanze dei soggetti, si toglie loro ogni personalità; non basta però ai moderni  civilissimi: i romani si accontentavano di legare i vinti al loro carro trionfale, ma poi riducevano a provincia la terra conquistata: ora invece si vorrebbe che tutti gli abitanti delle colonie sparissero per lasciar largo ai nuovi venuti.

Se poi una voce di onesto uomo si leva a rimproverare queste prepotenze, questi abusi, che la morale sociale e la civiltà sanamente intesa dovrebbero impedire, gli si ride in faccia; perché è un ingenuo, e non sa tutti i machiavellici cavilli che reggono la vita politica.

Noi italiani adoriamo Garibaldi; fin da piccoli ci hanno insegnato ad ammirarlo, il Carducci ci ha entusiasmato con la sua leggenda garibaldina: se si domandasse ai fanciulli italiani chi vorrebbero essere, la gran maggioranza certo sceglierebbe di essere il biondo eroe.

Mi ricordo che a una dimostrazione per una commemorazione dell’indipendenza, un compagno mi disse: ma perché tutti gridano: «viva Garibaldi! e nessuno: viva il re?» ed io non seppi darne una spiegazione. Insomma, in Italia dai rossi ai verdi, ai gialli idolatrano Garibaldi, ma nessuno veramente ne sa apprezzare le alte idealità; e quando i marinai italiani sono mandati a Creta per abbassare la bandiera greca innalzata dagli insorti e rimettere la bandiera turca, nessuno levò un grido di protesta.

Già: la colpa era dei candioti che volevano turbare l’equilibrio europeo. E nessuno degli italiani che in quello stesso giorno forse acclamavano l’eroe liberatore della Sicilia, pensò che Garibaldi se fosse stato vivo, avrebbe sostenuto anche l’urto di tutte le potenze europee, pur di fare acquistare la libertà a un popolo.

E poi si protesta se qualcuno viene a dirci che siamo un popolo di rètori!
E chi sa per quanto tempo ancora durerà questo contrasto. Il Carducci si domandava:

«Quando il lavoro sarà lieto? Quando sicuro sarà l’amore?».
Ma ancora si aspetta una risposta, e chi sa chi saprà darla.

Molti dicono che ormai l’uomo tutto ciò che doveva conquistare nella libertà, e nella civiltà, l’abbia già fatto, e che ormai non gli resta che godere il frutto delle sue lotte.

Invece, io credo che ben altro da fare ci sia ancora: gli uomini non sono che verniciati di civiltà; ma se appena sono scalfiti, subito appare la pellaccia del lupo.

Gli istinti sono ammansati, ma non distrutti, e il diritto del piú forte è il solo riconosciuto.

La Rivoluzione francese ha abbattuto molti privilegi, ha sollevato molti oppressi; ma non ha fatto che sostituire una classe ad un’altra nel dominio.

Però ha lasciato un grande ammaestramento: che i privilegi e le differenze sociali, essendo prodotto della società e non della natura, possono essere sorpassate.

L’umanità ha bisogno d’un altro lavacro di sangue per cancellare molte di queste ingiustizie: che i dominanti non si pentano allora d’aver lasciato le folle in uno stato di ignoranza e di ferocia quali sono adesso!

 

*Saggio scolastico, manoscritto, probabilmente del novembre 1910, quando Gramsci frequentava l’ultima classe del liceo Dettori di Cagliari.

 

 

 

 

 

LELIO BASSO E LE RAGIONI DEL NO ALL’EUROPA UNITA

LELIO BASSO E LE RAGIONI DEL NO ALL’EUROPA UNITA

 

Era il 1949 e Lelio Basso, esattamente come Sandro Pertini, era fortemente contrario alla nascita di quell’entità che molti anni dopo si sarebbe chiamata Unione Europea.
Le ragioni sono ESATTAMENTE le stesse con cui oggi dobbiamo fare amaramente i conti.

Questi due grandi socialisti, avevano capito cosa sarebbe accaduto.
Lelio Basso, finissimo intellettuale e politico, pronunciò il discorso di cui gli stralci che leggerete, il 13 luglio 1949 in occasione della discussione per l’approvazione dell’Accordo per la costituzione del Consiglio d’Europa.

Un testo ASSOLUTAMENTE attuale e da leggere, qui l’integrale.
Un documento irrinunciabile per comprendere ciò che non abbiamo mai capito e che oggi paghiamo giorno per giorno in termini di povertà, schiavitù e ritorno ad una società di tipo sempre più feudale.

Il Coordinamento Nazionale del MovES

 

 

«Ma così come il sentimento nazionale del proletariato non ha nulla di comune con il nazionalismo della borghesia, così il nostro internazionalismo non ha nulla di comune con questo cosmopolitismo di cui si sente tanto parlare e con il quale si giustificano e si invocano queste unioni europee e queste continue rinunzie alla sovranità nazionale»

«E’ in questa fase e come strumento di dominazione americana, che nasce e si concreta il progetto francese di Unione Europea, nasce cioè la proposta di una vera Unione Europea con parziali rinunce alle sovranità particolari, e con un proprio parlamento eletto. (…)

il Consiglio europeo [di cui discutiamo] è uno strumento della politica atlantica, e quindi dobbiamo considerare l’accordo oggi sottoposto alla nostra ratifica come manifestazione di politica atlantica. (…)

Il Consiglio europeo, cioè, è la maschera progressista, idealista che deve coprire due realtà brutali: la manomissione economica che l’imperialismo, il grande ca- pitale americano esercita sull’Europa e la politica del blocco occidentale in funzione antisovietica.

Tradurre questa politica nel linguaggio del federalismo, esprimere cioè questa realtà di sopraffazione e di soperchieria in termini ideali, è un mezzo che serve a fare accettare questa politica a molta gente in buona fede per poi servirsi di tutta questa gente in buona fede come specchio per le allodole onde trascinare certi strati della popolazione dalla stessa parte. (…)

Naturalmente, perché gli investimenti siano più allettanti,

l’America ha bisogno di grandi mercati e l’interesse che l’America dimostra per le unioni doganali, la pressione che l’America esercita per ottenere un’ Europa unita in questo modo, l’interesse ad annullare le frontiere, non hanno per scopo di creare una terza forza, tra USA e URSS, ma semplicemente attestano il suo bisogno di dominare i mercati dell’Europa, di avere un grande spazio a sua disposizione, per poter governare meglio e più economicamente il dominion europeo. Hitler faceva la stessa politica e la chiamava Gleichschaltung.
Di tutto ciò noi troviamo anche un’eco nei congressi dei federalisti, dove tanta brava gente applaude a mozioni in cui si parla indifferentemente dei diritti della personalità umana e della libera circolazione delle merci, e si vuole  intendere naturalmente la libera circolazione delle merci americane o fabbricate da industrie che siano sotto il controllo del capitale americano. (…)

I due termini, Unione europea e dominio del capitale americano, coincidono. (…)

Un’Europa che cammina su questa strada, un’Europa che tende ad unificarsi in funzione del capitale americano, è un’Europa che tende a far sparire, che tende a distruggere le piccole e medie industrie; che tende a portare all’esasperazione i contrasti di classe, e a far sentire sempre più la pressione brutale del capitale finanziario monopolistico. La lotta di classe non può che venirne accresciuta, e non può che accrescersi la disoccupazione, che accompagna sempre i fenomeni di concentrazione e di cosiddetta razionalizzazione dell’industria. Ma la piccola e la media borghesia ne sarebbero anch’esse inesorabilmente schiacciate. (…)

Ed anche quella decadenza del Parlamento, di cui si è parlato molto in questi ultimi tempi qui da noi, è in funzione di questi fenomeni. I grandi trusts e i grandi monopoli preferiscono risolvere i grossi problemi dell’economia, della finanza e della politica nel chiuso dei consigli d’amministrazione e dei gabinetti dei ministri. Che cosa sanno, per esempio, oggi, il proletariato inglese e americano, che cosa sa lo stesso parlamento inglese della reale portata degli enormi conflitti di interessi che si nascondono dietro la lotta fra sterlina e dollaro?

Abbandoniamo quindi questa illusione di una Unione europea in funzione di terza forza! Noi sappiamo che ogni passo avanti che si fa verso questa cosiddetta unione è un passo avanti sulla via dell’assoggettamento dell’Europa al dominio del capitale finanziario americano ed è altresì un passo avanti verso la formazione di una piattaforma europea in funzione antisovietica.
Ridotta a questa espressione, l’Unione europea somiglia profondamente all’Europa di Hitler: anche allora «Europa in marcia», era una delle espressioni care alla dominazione nazista, così come oggi «Europa in marcia» è espressione cara alla dominazione americana.

So che a questa nostra impostazione si è fatta e si fa questa obiezione: ma allora, voi socialisti avete abbandonato l’internazionalismo, siete diventati i difensori e custodi gelosi della sovranità dello Stato, che è una concezione ormai superata?
Ebbene, no: noi siamo fermi più che mai nella nostra posizione internazionalistica: noi siamo sempre perfettamente coerenti con la nostra concezione.
Noi sappiamo che Marx scrisse: «gli operai non hanno patria», ma Marx ci insegnò altresì che il proletariato deve acquistare la sua coscienza nazionale e che esso l’acquista a misura che esso si emancipa, a misura che esso strappa dalle mani della borghesia l’esercizio esclusivo del potere politico e si presenta sulla scena della storia come classe che esercita la pienezza dei suoi diritti.
Perciò l’internazionalismo del proletariato si fonda sull’unità e sulla solidarietà di popoli in cui tutti i cittadini, attraverso l’abolizione dello sfruttamento di una società classista, conquistano la propria coscienza nazionale.

In questo senso, oggi, la lotta che combattiamo sul terreno della lotta di classe, la lotta per l’emancipazione del proletariato è un tutt’uno con la lotta per difendere il nostro paese dalla invadenza del capitalismo americano.

I lavoratori che lottano, lottano congiuntamente contro lo sfruttamento di classe e contro lo sfruttamento che di essi pretende fare il capitalismo americano, il quale vuole essere associato al capitalismo nostrano nella spartizione dei profitti ottenuti attraverso lo sfruttamento delle classi lavoratrici.

Noi sappiamo che in questa lotta il proletariato combatte insieme per due finalità e che in questa lotta esso acquista contemporaneamente la coscienza di classe e la coscienza nazionale ponendo le basi per un vero internazionalismo, per una federazione di popoli liberi che non potrà essere che socialista!
In altre parole, il movimento operaio si inizia in un’epoca in cui l’operaio è quasi posto al bando della società, in cui l’operaio è sfruttato fino al punto di essere praticamente escluso da ogni diritto da una classe che in questo modo gli nega veramente l’appartenenza alla patria, in quanto fa dello Stato e della nazione uno strumento della sua politica e uno strumento del suo dominio e del suo sfruttamento, ma l’evoluzione del movimento operaio porta il proletariato ad inserirsi sempre più vivamente nel tessuto della vita nazionale per strapparne il monopolio alla borghesia, e fa coincidere sempre più la lotta per l’emancipazione, la lotta di classe con l’acquisto della coscienza nazionale, nel senso che toglie alla nazione il carattere di espressione esclusiva della classe dominante. (…)

Ed ecco che noi assistiamo a questo punto al passaggio improvviso di quelle borghesie occidentali dal vecchio esasperato nazionalismo, ad un’ondata di cosmopolitismo. Ma così come il sentimento nazionale del proletariato non ha nulla di comune con il nazionalismo della borghesia, così il nostro internazionalismo non ha nulla di comune con questo cosmopolitismo di cui si sente tanto parlare e con il quale si giustificano e si invocano queste unioni europee e queste continue rinunzie alla sovranità nazionale.

L’internazionalismo proletario non rinnega il sentimento nazionale, non rinnega la storia, ma vuol creare le condizioni che permettano alle nazioni di vivere pacificamente insieme. Il cosmopolitismo di oggi che le borghesie, nostrana e dell’Europa, affettano è tutt’altra cosa: è rinnegamento dei valori nazionali per fare meglio accettare la dominazione straniera.

Non v’è oggi popolo al mondo che sia più nazionalista del popolo americano.
Oggi negli Stati Uniti chi non crede che questo sia il secolo americano, chi non crede che il popolo americano sia il popolo destinato a dominare il mondo, è considerato un non americano ed è messo al bando della vita civile. Eppure questo popolo degli Stati Uniti, questo popolo che in casa sua è il più nazionalista dei popoli della terra, oggi, quando si rivolge ai popoli dell’Europa parla con affettato dispregio dei pregiudizi nazionali, come di un elemento di arretratezza, e trova subito nei capitalisti europei dei loro servi che sono pronti ad applaudire al cosmopolitismo.

Le stesse borghesie italiane e francesi, che furono per molti anni accese scioviniste, e si trovarono poi con la massima indifferenza pronte a subire la dominazione hitleriana per difendere i propri interessi e privilegi, oggi con la stessa indifferenza e sfacciataggine proclamano il verbo del cosmopolitismo e dell’europeismo per servire gli interessi del capitalismo americano.

Esse cercano di pervertire con questo veleno il vero sentimento nazionale. Noi possiamo leggere, per esempio, sotto la penna di uno dei più smaccati servitori della borghesia francese di oggi, il Malraux, frasi di questo genere: «L’uomo diventa tanto più uomo quanto meno è unito al suo paese».

Anche la propaganda hitleriana era basata come quella americana di oggi, su questo stesso dualismo.
Il popolo tedesco parlava di sè come di un popolo eletto, popolo destinato a dominare il mondo; quando si rivolgeva agli altri popoli, parlava viceversa di europeismo».

Lelio Basso, 13 Luglio 1949

 

 

(testo di Lelio Basso dal sito L’INTERFERENZA)

I PALESTINESI COMBATTONO PER LA LORO SOPRAVVIVENZA

I PALESTINESI COMBATTONO PER LA LORO SOPRAVVIVENZA

Poliziotti israeliani infiltrati arrestano un manifestante palestinese durante gli scontri a Beit El, vicino a Ramallah, in Cisgiordania. (Abbas Momani, Afp)

Netanyahu ha intensificato la guerra soprattutto a Gerusalemme Est, autorizzando punizioni collettive. Questo mostra il successo della strategia israeliana: disconnettere Gerusalemme dal resto dei territori palestinesi e sfruttare l’assenza di una leadership palestinese a Gerusalemme Est e la debolezza del governo a Ramallah, che ora sta cercando di arginare questa tendenza.

La guerra non è cominciata il 1 ottobre. La guerra non comincia con le vittime israeliane e non finisce quando non ci sono più israeliani uccisi. I palestinesi combattono per la loro vita, nel vero senso della parola. Noi ebrei israeliani combattiamo per proteggere il nostro privilegio di padroni, nel senso più spregevole del termine.

I giovani palestinesi non vanno a uccidere gli ebrei perché sono ebrei, ma perché noi siamo gli occupanti, i torturatori, gli aguzzini

Ci accorgiamo dell’esistenza di una guerra solo quando vengono uccisi gli ebrei, ma questo non cancella il fatto che i palestinesi vengono uccisi continuamente e che noi facciamo tutto ciò che è in nostro potere per rendere insopportabile la loro esistenza. Il più delle volte questa è una guerra a senso unico, scatenata e condotta da noi con l’obiettivo di convincere i palestinesi a dire “sì, padrone, grazie perché ci permetti di sopravvivere nelle riserve”. Quando qualcosa interferisce con questa unidirezionalità della guerra e muoiono anche gli ebrei, allora ce ne accorgiamo.

I giovani palestinesi non vanno a uccidere gli ebrei perché sono ebrei, ma perché noi siamo gli occupanti, i torturatori, gli aguzzini, i ladri della loro terra e della loro acqua, i distruttori delle loro case, un muro davanti al loro orizzonte. I giovani palestinesi, disperati e assetati di vendetta, sono pronti a morire e a far soffrire la loro famiglia, perché il nemico che affrontano dimostra ogni giorno che la sua malizia non ha limiti.

Anche il nostro linguaggio è crudele. Gli ebrei vengono ammazzati, mentre i palestinesi semplicemente rimangono uccisi o muoiono. Il problema sta anche nel fatto che noi giornalisti non possiamo scrivere che un soldato o un poliziotto ha ammazzato un palestinese anche se non era per legittima difesa, da vicino o pilotando un aereo o un drone. La nostra comprensione è prigioniera di un linguaggio censurato retroattivamente per distorcere la realtà. Nel nostro linguaggio gli ebrei vengono ammazzati perché sono ebrei mentre i palestinesi muoiono perché probabilmente se la sono andata a cercare.

Una guerra unilaterale

La nostra visione del mondo è modellata dal costante tradimento dell’etica professionale da parte dei mezzi d’informazione israeliani, dalla loro incapacità tecnica ed emotiva di analizzare tutti i dettagli della guerra mondiale che abbiamo scatenato per proteggere la nostra superiorità.

Nemmeno questo giornale ha le risorse per ingaggiare dieci giornalisti e riempire venti pagine al giorno con i resoconti delle aggressioni in tempi di violenze crescenti e degli attacchi dell’occupazione in tempi di calma, dai colpi di fucile alla costruzione di una strada che distrugge un villaggio alla legalizzazione di un insediamento a milioni di altri attacchi. Ogni giorno. Gli esempi di cui riusciamo a occuparci sono soltanto una goccia nel mare, e non hanno alcun impatto sulla maggioranza degli israeliani, che continuano a non capire qual è la situazione.

L’obiettivo di questa guerra unilaterale è costringere i palestinesi a rinunciare alle loro terre. Netanyahu vuole che il conflitto s’intensifichi, perché sa per esperienza che la calma dopo lo scontro non ci riporta al punto di partenza, ma a un nuovo minimo storico per il sistema politico palestinese e a un aumento dei privilegi degli israeliani.

Questi privilegi sono il fattore chiave che distorce la nostra percezione della realtà, rendendoci ciechi. A causa dei nostri privilegi non riusciamo a capire che anche con questa leadership palestinese debole e “presente-assente” il popolo palestinese, sparpagliato nelle sue riserve indiane, non si arrenderà mai e continuerà a trovare la forza per resistere a noi padroni.

 

fonte: Ha’aretz
Ripreso da Internazionale, traduzione di Federico Ferrone

IL VOTO DI OSTIA E QUELLO SICILIANO: ORIGINI ED EFFETTI

IL VOTO DI OSTIA E QUELLO SICILIANO: ORIGINI ED EFFETTI

 

di Franco De Iacobis – MovES

 

Il voto di Ostia e quello siciliano vengono da lontano: sparare addosso alla politica, in quanto tale, è un gioco vecchio come il mondo e sortisce almeno due effetti sicuramente graditi al Potere.

Da un lato serve ad accentuare lo scollamento tra rappresentanti e rappresentati da una parte e SOPRATTUTTO DELEGITTIMARE, metodo tanto caro al neoliberismo che proprio a questo mirava ed è riuscito a centrare bene l’obiettivo.

Politica, argomenti, tesi, antitesi, sintesi: tutto mandato in malora da qualunquisti e destrorsi, uniti nel calunniare, vessare, insultare, in un tourbillon senza fine di chiacchiere da bar che hanno la sola funzione di distogliere l’attenzione dai problemi reali.
Infatti slogan come “basta immigrazione” o “meno tasse per tutti” ricordano Antonio Albanese in una sua parodia ben riuscita del politico colluso.

Mentre le disastrose politiche sul territorio, i tagli e l’incompetenza producono effetti tragici su ambiente ed occupazione, la politica si occupa di fabbricare slogan.

Ad Ostia, l’abbassamento del livello di guardia e vigilanza democratica ha prodotto effetti paradossali: l’anomalo bubbone di CasaPound rischia di esplodere tra le mano di chi ne ha consentito l’espandersi.

In tutto ciò, alla ricerca folle di una qualunque forma di governo, le varie forme di liberismo selvaggio si esercitano al redde rationem in una guerra tra bande che lascerà per terra solo i cadaveri degli aventi diritto al voto.

Con buona pace di chi non fa dell’antifascismo una discriminante, avremo guai peggiori di quelli affrontati finora. E le stelle (anzi, gli elettori) stanno a guardare.

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