ALBERT CAMUS E IL COLONIALISMO FRANCESE

ALBERT CAMUS E IL COLONIALISMO FRANCESE

Camus

 

 

di MARIA CAFFARRA TORTORELLI [MovES]

Albert Camus è uno degli autori francesi moderni che più ho amato.
Camus, un pied-noir.

Mi è piaciuto più di Sartre, padre dell’esistenzialismo con cui il Nostro ha avuto scontri ideologici, forse perchè lo trovo più vicino alla mia sensibilità e non solo in senso umanistico o letterario.

 

“nel trovarlo simile a me, finalmente,così fraterno,
ho sentito che ero stato felice”

Camus ebbe il coraggio di mettersi di traverso anche al PCF che era diventato piuttosto tollerante verso il colonialismo.
La sua battaglia in favore dell’Algeria, terra in cui era nato da genitori francesi – detto perciò pied-noir con chiara ed evidente intonazione dispregiativa – si ritrova in tutti i suoi scritti.

Il suo impegno a favore della gente di quella terra, per la giustizia, il riscatto economico, culturale, sociale, è il fulcro di tutte le sue Opere.

Intransigente, rifiuta i compromessi e appoggia la rivolta del ’45 in Algeria e chiede che la Francia costruisca davvero una democrazia nei Paesi Arabi.
Lo hanno preso in parola, ma nella maniera più distorta e aberrante che potesse immaginare.

Camus, quindi, è contro la Francia e il Capitalismo Coloniale che infatti continuano, ancora oggi, ad essere ipocriti, prepotenti e imperialisti e creano squilibri spaventosi che hanno finito con l’alterare non solo il paese colonizzato.
Basta pensare a quanto avvenuto dopo l’intervento in Libia per eliminare Gheddafi o pensare a cosa hanno generato in Niger e Nigeria e in tutti i paesi delle ex colonie francesi che hanno adottato il franco CFA: debito e ancora colonialismo, sempre e solo colonialismo, ancora oggi e sempre.

Riporto una frase, tratta da una sua inchiesta sulla “Miseria della Cabilia”, la regione più povera dell’Algeria, che sembra essere premonitrice dell’attuale tragico presente.

Un monito, quello di Camus, opportunamente dimenticato.

 

A lungo termine,
tutti i continenti, giallo, nero, bistrò,
si rovesceranno sulla Vecchia Europa
Sono centinaia e centinaia di milioni.
Hanno fame e non temono la morte…

PER IL CAMBIAMENTO SERVE IL CONFLITTO DI CLASSE

PER IL CAMBIAMENTO SERVE IL CONFLITTO DI CLASSE

conflitto-cambiamento

 

di Fiorenzo MEIOLI

La storia del nostro paese, dall’Unità a oggi, ci mostra come tutte le fasi storiche di crisi e rottura siano state gestite, per usare un concetto fecondo di Gramsci, mediante “rivoluzioni passive”: un miscuglio di trasformismo politico che ha consentito alle classi dominanti di restare egemoni e di non modificare i rapporti di forza tra le classi sociali.

Solo il PCI, tra le forze politiche, si era posto l’obiettivo di un progetto egualitario, di modificare i rapporti di forza tra i gruppi sociali.

Sepolto il PCI, la sinistra, passo dopo passo, ha maturato l’idea di una giustizia sociale dipendente dagli sforzi individuali, ha dimostrato indifferenza verso gli aspetti strutturali delle diseguaglianze, ha ignorato gli effetti deleteri del neoliberismo.

Quindi, è venuta meno la sua ragione sociale: la difesa del mondo del lavoro, la difesa dei più deboli e poveri, fino a subire l’egemonia culturale del neoliberismo dove gli interessi dei cittadini sono subordinati a quelli degli azionisti, dove le lobby economico-finanziarie contano più della collettività e dei governi, dove l’interesse privato viene anteposto a quello pubblico.

In nome della governabilità, della mera riduzione del danno, larga parte della sinistra ha limitato il suo orizzonte concettuale, dimenticando il conflitto.

Come scriveva Machiavelli, il conflitto è sempre la dimensione originaria della politica. E’ grazie al conflitto che si è realizzata la modernità e la democrazia.

Dimenticando tutto ciò, ha anche ignorato quel blocco sociale che da sempre era stato il suo maggior punto di riferimento: il mondo del lavoro, degli svantaggiati, dei pensionati a basso reddito, degli artigiani e di tutti coloro che il lavoro non riescono più a trovarlo.

Ci sarà un motivo se blocchi sociali caratterizzati da lavoratori, precari, disoccupati, non incontrano più la sinistra e si consegnano alla destra o alla sterile protesta.

Allora, secondo me, dobbiamo rimetterci in gioco seriamente e riallacciarci a quel tessuto sociale confuso e smarrito.
E’ inutile aspettare perché non ci sarà nessun Mosè che ci condurrà, attraverso il deserto, alla Terra Promessa.

PECHINO, IL PALAZZO D’ESTATE

PECHINO, IL PALAZZO D’ESTATE

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da una nota di Maria MORIGI, scritrice, studiosa di Storia delle Religioni, archeologa e docente

 

1.Lettera di Victor Hugo al Capitano Butler, 25 novembre 1861

Victor Hugo scrive al Capitano Butler responsabile della spedizione e del saccheggio del Palazzo d’Estate, per dissociarsi da questo preteso trofeo della vittoria della Francia di Napoleone sulla Cina indifesa.
Hauteville House, 25 novembre 1861
“(…) era lì questo monumento. Per crearlo, era stato necessario il lento lavoro di due generazioni. Quest’edificio, che aveva l’enormità di una città, era stato costruito nei secoli, per chi? per i popoli. Poiché ciò che fa il tempo appartiene all’uomo. Gli artisti, i poeti, i filosofi, conoscevano il Palazzo d’estate; Voltaire ne parla. Si diceva: il Partenone in Grecia, le Piramidi in Egitto, il Colosseo a Roma, Notre-Dame a Parigi, il Palazzo d’estate in Oriente. Se non lo si vedeva, lo si sognava. Era una sorta di capolavoro spaventoso, sconosciuto, intravisto da lontano in non so quale crepuscolo, come una silhouette della civiltà dell’Asia sull’orizzonte della civiltà dell’Europa.
Questa meraviglia è scomparsa.
Un giorno, due banditi sono entrati nel Palazzo d’estate. Uno ha saccheggiato, l’altro ha incendiato. Sembra che la vittoria possa essere una ladra. Una grande devastazione del Palazzo d’estate è stata fatta dai due vincitori.
Si vede in tutto ciò il nome di Elgin, che ha la capacità di far ricordare il Partenone. Ciò che era stato fatto al Partenone, è stato fatto al Palazzo d’estate, in modo più completo e migliore, in modo da non lasciare niente. Tutti i tesori di tutte le nostre cattedrali messe insieme non eguaglierebbero questo splendido e formidabile museo dell’oriente. Lì non c’erano solo dei capolavori d’arte, c’era un ammasso di oreficerie. Grande sfruttamento, buon guadagno. Uno dei due vincitori si è riempito le tasche, mentre l’altro ha riempito i suoi bauli; e si è fatto ritorno in Europa, braccia basse, braccia in alto, ridendo. Questa è la storia dei due banditi.
Noi europei, noi siamo i civilizzati, e per noi, i cinesi sono i barbari. Ecco ciò che la civiltà ha fatto alla barbarie. Di fronte alla storia, uno dei due banditi si chiamerà Francia, l’altro si chiamerà Inghilterra. Ma io protesto, e la ringrazio di darmene l’occasione; i crimini di coloro che guidano non sono l’errore di coloro che sono guidati; i governi sono qualche volta dei banditi, i popoli mai. L’impero francese ha intascato la metà di questa vittoria ed oggi espone, con una sorta d’ingenuità da proprietario, la splendida paccottiglia del Palazzo d’estate.
Spero che verrà un giorno in cui la Francia, liberata e ripulita, riconsegnerà questo bottino alla Cina derubata. In attesa, c’è stato un furto e due ladri, io ne prendo atto. Questa è, signore, la quantità di consenso che io do alla spedizione in Cina.”
Victor Hugo
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GERMANIA 1918, DA WEIMAR AL NAZISMO

GERMANIA 1918, DA WEIMAR AL NAZISMO

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile del Movimento Essere Sinistra MovES

 

La Germania del 1918 era all’inizio di quel percorso che conosciamo tristemente tutti: il nazismo, la Shoah.

Era uscita dalla I guerra mondiale in condizioni drammatiche.
La attraversavano momenti di grande confusione.
Momenti in cui i movimenti politici ebbero un ruolo preciso in termini di equilibri che non si crearono mai.
Momenti di tentate rivoluzioni soffocate nel sangue e con gli omicidi di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg. Di interessi particolari della socialdemocrazia e divisioni di partiti comunisti e socialisti.
Di accuse e tensioni reciproche continue tra comunisti e socialdemocratici.
Di rapporti di forze dominati dal potere borghese e dalla protervia del sistema capitalistico.

In quel primo dopoguerra la Germania era segnata dalla disoccupazione, dal debito economico, dall’essere stata sconfitta nel conflitto bellico.
Umiliata da Francia e Inghilterra col Trattato di Versailles, per anni fu preda di sconquassi che trovarono un equilibrio solo qualche anno dopo la nascita sofferta e difficoltosa della Repubblica di Weimar.
Fu proprio quell’umiliazione imposta al popolo tedesco, per aver perso la guerra, a far radicare profondamente il germe del nazionalismo.

Un passaggio storico importantissimo, la nascita della Repubblica, che vide la Germania dotarsi della prima Costituzione scritta in un paese europeo e contenente articoli che vedevano il riconoscimento e l’istituzione di principi democratici adottati poi in tutta Europa, ma conteneva anche un articolo che avrebbe dovuto preservare la democrazia da eversione e reazione ma che non venne mai applicato: l’articolo 48.

Ottenere la Costituzione e proclamare la Repubblica fu un passaggio inviso alla nobiltà e alla grande borghesia. In quegli anni nacquero anche i Freikorps, una sorta di gruppi estremistici di destra militarizzati

Tra il 1919 e il 1923, in soli 4 anni dalla nascita della Repubblica di Weimar, la Germania visse 2 tentativi di colpo di stato uno dei quali proprio per mano di Hitler – andato fallito – che vide l’arresto e la condanna di lui stesso a cinque anni ma che comunque non scontò se non per pochissimi mesi. Si verificarono centinaia e centinaia di omicidi politici, si susseguirono fasi economicamente drammatiche, tra queste un’inflazione spaventosa mai vista nella storia e il collasso del marco.

Nel clima di quegli anni difficili e tumultuosi quanto confusi, Monaco divenne il centro del nazionalismo più estremo.
Infatti fu proprio a Monaco che nel 1919 nacque il Partito dei lavoratori tedeschi – capeggiato da Hitler – che in seguito prese il nome di Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori (NSDAP), ma venne chiamato da tutti semplicemente partito “nazista”.

L’umiliazione di veder occupata la Ruhr da parte della Francia per il mancato pagamento del debito di guerra da parte della Germania oltre a quanto sopra espresso, furono buona parte delle cause che generarono un terreno fertile che stimolò l’espansione delle ideologie razziste in tutto il paese e diedero una grossa spinta alla crescita del partito nazista.
La propaganda hitleriana cominciò a sostenere che tradire l’esercito tedesco fossero stati i comunisti e gli ebrei.

Il paese era profondamente lacerato e le forme di lotta politica, a destra e a sinistra si inasprirono ed estremizzarono in una contrapposizione netta.
Al popolo tedesco quasi non importava di quanto la democrazia avesse concesso loro, perchè economicamente, in quel passaggio, le condizioni di vita erano spaventosamente peggiori di prima della guerra.

Scioperi ad oltranza, scontri e tumulti erano all’ordine del giorno.
La Germania era di nuovo in mezzo ad una grave crisi economica.

Fu solo grazie al governo di Gustav Stresemann, capo del Partito Popolare divenuto cancelliere, che la Germania riuscì a trovare un periodo di più ampio respiro poichè, proprio per merito della politica estera del cancelliere, gli U.S.A concedettero un ingente prestito che finalmente servì a pagare il debito di guerra a condizioni più vantaggiose. Così, la Germania riuscì a vedere una ripresa economica unitamente ad un fiorire di tutte le arti che permisero al popolo tedesco di immaginare il proprio futuro.

Furono solo cinque, gli anni di stabilità e di crescita che conobbe la Repubblica di Weimar.
Infatti, con la crisi economica americana del ’29, quello che poteva essere l’inizio di una era per il popolo tedesco, divenne un altro incubo.
La ripresa tedesca era legata a filo doppio all’economia americana e a seguito del venerdì nero di Wall Street, anche quello che doveva essere il boom economico tedesco, si rivelò essere solo una bolla.
In poco tempo fallirono le banche, tutti ceti sociali risentirono della pressione che la crisi economica imponeva a tutti.
I ceti meno abbienti tornarono a vivere la condizione della miseria e della disoccupazione.

Ma soprattutto la sofferenza fu della classe media che cominciò a guardare con interesse a Hitler che nel frattempo stava emergendo sempre più anche grazie ad un sistema propagandistico che fece leva sul protezionismo più integralista, sulla difesa dei beni del popolo tedesco minacciati dalla presenza degli ebrei, sulla narrazione della conservazione della razza germanica pura.

Fino a quel momento i nazisti erano ancora un piccolo partito, ma grazie alla crisi economica e quindi al profondo scontento creato dal crescente numero dei disoccupati, si rafforzarono in maniera impressionante e si presentarono alle elezioni politiche del 1930 come l’unica forza politica capace di proporre un governo nazionale.
Promisero di ristabilire la sovranità militare tedesca e dichiararono di voler riarmare il Paese in sprezzo ai trattati di Versailles

Le responsabilità del consenso che ottenne Hitler, sono da ascriversi però, anche all’incapacità delle forze di sinistra di trovare coesione e di unirsi contro la minaccia incombente del nazionalismo hitleriano.

La democrazia tedesca, giovanissima, aveva generato rifiuto nella popolazione per tutto ciò che aveva negativamente creato e la pessima risposta della politica chiuse il cerchio.
Basti solo pensare che in 14 anni, la Repubblica di Weimar vide avvicendarsi 20 governi e il verificarsi di 5 elezioni politiche solo negli ultimi 6 anni.
La sfiducia era totale per la povertà ingravescente e dilagante e il caos per le strade. Questo era procurato soprattutto dallo scontro continuo che ogni giorno lasciava morti e feriti dietro a sè, tra comunisti e nazisti.
Questi ultimi si stavano espandendo e crescendo sempre più, fecero il resto sul precipitare degli eventi.

Proprio in questa fase, anche grazie al fatto che, quel famoso art. 48 della Costituzione che dava ampi e straordinari poteri al presidente per contrastare una possibile presa del potere, non venne mai applicato alla nascita del nazismo.
L’articolo 48, infatti, era scaturito soprattutto dalla paura di una rivoluzione comunista, aspetto più temuto dai governi e dalla borghesia capitalista di quegli anni.
Fu così che Hitler iniziò la sua ascesa al potere e tutto avvenne tragicamente in maniera almeno apparentemente democratica.

Il 30 gennaio 1930, infatti, Hitler fu proprio democraticamente eletto.

La storia tedesca ci lascia una traccia su cui riflettere.
Tante sono le analogie che riscontriamo su quanto avvenne allora.

Dalla crisi economica e quello che rappresentò per il popolo tedesco, all’indebitamento e quindi la perdita di sovranità.
Dal bisogno del popolo tedesco di vedersi garantito un conservatorismo e un protezionismo radicali, proprio in risposta alla crisi.
Dal veicolare un razzismo che in poco tempo, proprio date le condizioni, dilagò contro chi poteva rappresentare una minaccia.
Dall’uso di un sistema di informazione totalmente piegato ai voleri del potere.
Da una propaganda capillare e feroce che istigava all’odio contro ebrei, comunisti, omosessuali e tutti i diversi del mondo.

Dal mancato rispetto della Costituzione.
Dall’incapacità di trovare un punto di dialogo e unitarietà delle forze comuniste e socialiste.
Dalla socialdemocrazia che si contrappose nettamente ad una possibile avanzata dei comunisti per non perdere l’occasione di ottenere consenso elettorale, dopo aver aspettato per anni il momento.
Da tutto questo possiamo possiamo trovare spunto di immedesimazione specialmente perchè allora, come oggi, la crisi era mondiale.

Da ciò che fu il nazismo.
Da tutto questo possiamo anche fare un passo in più: IMPARARE.
POTERE AL POPOLO VUOLE ABOLIRE IL 41 BIS

POTERE AL POPOLO VUOLE ABOLIRE IL 41 BIS

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile del MovES

 

Leggiamo nel programma di Potere al Popolo nella parte relativa alla giustizia che vuole abolire il 41 bis, proprio in questo passaggio:

 

  • l’abolizione dell’ergastolo e del 41 bis, e l’emanazione di un provvedimento di amnistia che risolva il problema del sovraffollamento carcerario;

Scusate compagni di Potere al Popolo, ma è questa la riforma che pensate di tutto un sistema?
È questo il cambiamento RADICALE che volete attuare?

Indubbio che serva amnistiare i reati d’opinione e gli abusi perpetrati per povertà o insolvenza incolpevole ma il sovraffollamento NON si risolve con un’amnistia tantomeno con l’abolizione del 41 bis.

Quello che serve è creare lavoro, reti sociali e welfare. È risolvere l’emergenza abitativa e tutto ciò che è iniquo.
Serve anche un sistema fiscale davvero efficiente.
Ma per sanare CONCRETAMENTE la condizione attuale, a nostro avviso invece, serve:

costruire nuove carceri (che significa anche creare lavoro e far ripartire le economie dei territori e di conseguenza quella su scala nazionale caricandoti come STATO di dare lavoro alle imprese e attuando un sistema di gare d’appalto che non mirino solo ad assegnare i contratti a chi fa spendere meno ma a chi lavora MEGLIO e su cui avere uno strettissimo controllo relativamente a illeciti, collusione e concussione);

stroncare la mafia attraverso interventi francamente incisivi come l’abbattimento di tutte le sovrastrutture istituzionali che generano una vera serie di scatole cinesi in cui è impossibile andare a guardare e cambiare radicalmente i vertici dell’amministrazione dello Stato e utilizzare tutti quei sistemi di cui ci si può dotare.
Per fare un esempio proprio banale, se solo tecnologicamente parlando oggi si incrociassero REALMENTE i dati, si arriverebbe già a spazzare via quasi un intero sistema di illeciti che favoriscono le mafie;

Amnistiare a pioggia, inoltre, non farà che peggiorare non solo la percezione da parte degli italiani ma pure la realtà di fatto.

Perciò, se davvero si vuole estirpare il sistema mafioso, è ALL’INTERNO dello Stato che bisogna agire.
Facendolo, allora sì che il 41 bis non servirebbe più.
Diversamente si fa solo un grande favore alla mafia e alla criminalità organizzata.

Senza parlare, poi, di che prezzo sia stato pagato perchè gente come Riina restasse assegnato a questo regime carcerario.
O dobbiamo ricordarvi noi che la trattativa Stato-Mafia fu il tema centrale di quelle bombe e dei morti che ne conseguirono?

 

Quindi ANCORA UNA VOLTA, con la scelta di abolire il 41 bis e con la velleità così di risolvere il problema del sovraffollamento, si vuole mettere solo una TOPPA che sarà persino peggiore del buco e questo CONFERMA che Potere al Popolo NON MIRA ad un cambiamento radicale ma ad un rabberciamento dell’esistente.

La ragione per cui facciamo questa affermazione? È molto semplice.

Per fare ciò che serve a generare REALMENTE un VERO cambiamento si DEVE per forza essere nuovamente sovrani delle proprie politiche monetarie ed economiche, quindi è PALESE, a questo punto, che Potere al Popolo NON ha intenzione di uscire dalla UE.

Lo scopo, quindi, è QUELLO DI SEMPRE: amministrare l’esistente.

Lo scopo, quindi, è QUELLO DI SEMPRE: fare incetta di voti ottenuti demagogicamente senza disturbare troppo il conducente.

Di un’altra lista che ricalchi i passi de l’Altra Europa per Tsipras non se ne sentiva davvero l’esigenza.

Se non credete a me e a noi del MovES, compagni cari, magari fate così, provate a chiedere proprio al POPOLO se quello di cui ha bisogno e che vuole è proprio vedere abolire il 41 bis.

E ho detto AL POPOLO, non ai soliti politicizzati di una certa sinistra.
La differenza tra le due parti è alquanto rilevante, perchè parlare sempre agli stessi non cambia per nulla lo stato di fatto, anzi, è proprio ciò che vuole il sistema che dite di voler combattere.

 

OPPRESSI ED OPPRESSORI (SCRITTI POLITICI di GRAMSCI)

OPPRESSI ED OPPRESSORI (SCRITTI POLITICI di GRAMSCI)

 

di Antonio GRAMSCI – Scritti politici

 

Oppressi ed oppressori*

 

È davvero meravigliosa la lotta che l’umanità combatte da tempo immemorabile; lotta incessante, con cui essa tenta di strappare e lacerare tutti i vincoli che la libidine di dominio di un solo, di una classe, o anche di un intero popolo, tentano di imporle. È questa una epopea che ha avuto innumerevoli eroi ed è stata scritta dagli storici di tutto il mondo.

L’uomo, che ad un certo tempo si sente forte, con la coscienza della propria responsabilità e del proprio valore, non vuole che alcun altro gli imponga la sua volontà e pretenda di controllare le sue azioni e il suo pensiero.

Perché pare che sia un crudele destino per gli umani, questo istinto che li domina di volersi divorare l’un l’altro, invece di convergere le forze unite per lottare contro la natura e renderla sempre piú utile ai bisogni degli uomini. Invece, un popolo quando si sente forte e agguerrito, subito pensa a aggredire i suoi vicini, per cacciarli ed opprimerli. Perché è chiaro che ogni vincitore vuol distruggere il vinto.

Ma l’uomo che per natura è ipocrito e finto, non dice già «io voglio conquistare per distruggere», ma, «io voglio conquistare per incivilire». E tutti gli altri, che lo invidiano, ma aspettano la loro volta per fare lostesso, fingono di crederci e lodano.

Cosí abbiamo avuto che la civiltà ha tardato di piú ad espandersi e a progredire; abbiamo avuto che razze di uomini, nobili e intelligenti, sono state distrutte o sono in via di spegnersi.

L’acquavite e l’oppio che i maestri di civiltà distribuivano loro abbondantemente, hanno compiuto la loro opera deleteria.

Poi un giorno si sparge la voce: uno studente ha ammazzato il governatore inglese delle Indie, oppure: gli italiani sono stati battuti a Dogali, oppure: i boxers hanno sterminato i missionari europei; e allora la vecchia Europa inorridita impreca contro i barbari, contro gli incivili, e una nuova crociata viene bandita contro quei popoli infelici.

E badate: i popoli europei hanno avuto i loro oppressori e hanno combattuto lotte sanguinose per liberarsene, ed ora innalzano statue e ricordi marmorei ai loro liberatori, ai loro eroi, e innalzano a religione nazionale il culto dei morti per la patria.

Ma non andate a dire agli italiani, che gli austriaci erano venuti per portarci la civiltà: anche le colonne marmoree protesterebbero. Noi, sí, siamo andati per portare la civiltàed infatti ora quei popoli ci sono affezionati e ringraziano il cielo della loro fortuna. Ma si sa; sic vos non vobis.

La verità invece consiste in una brama insaziabile che tutti hanno di smungere i loro simili, di strappare loro quel po’ che hanno potuto risparmiare con privazioni.

Le guerre sono fatte per il commercio, non per la civiltà: gli inglesi hanno bombardato non so quante città della Cina perché i cinesi non volevano sapere del loro oppio. Altro che civiltà!

E russi e giapponesi si sono massacrati per avere il commercio della Corea e della Manciuria.

Si delapidano le sostanze dei soggetti, si toglie loro ogni personalità; non basta però ai moderni  civilissimi: i romani si accontentavano di legare i vinti al loro carro trionfale, ma poi riducevano a provincia la terra conquistata: ora invece si vorrebbe che tutti gli abitanti delle colonie sparissero per lasciar largo ai nuovi venuti.

Se poi una voce di onesto uomo si leva a rimproverare queste prepotenze, questi abusi, che la morale sociale e la civiltà sanamente intesa dovrebbero impedire, gli si ride in faccia; perché è un ingenuo, e non sa tutti i machiavellici cavilli che reggono la vita politica.

Noi italiani adoriamo Garibaldi; fin da piccoli ci hanno insegnato ad ammirarlo, il Carducci ci ha entusiasmato con la sua leggenda garibaldina: se si domandasse ai fanciulli italiani chi vorrebbero essere, la gran maggioranza certo sceglierebbe di essere il biondo eroe.

Mi ricordo che a una dimostrazione per una commemorazione dell’indipendenza, un compagno mi disse: ma perché tutti gridano: «viva Garibaldi! e nessuno: viva il re?» ed io non seppi darne una spiegazione. Insomma, in Italia dai rossi ai verdi, ai gialli idolatrano Garibaldi, ma nessuno veramente ne sa apprezzare le alte idealità; e quando i marinai italiani sono mandati a Creta per abbassare la bandiera greca innalzata dagli insorti e rimettere la bandiera turca, nessuno levò un grido di protesta.

Già: la colpa era dei candioti che volevano turbare l’equilibrio europeo. E nessuno degli italiani che in quello stesso giorno forse acclamavano l’eroe liberatore della Sicilia, pensò che Garibaldi se fosse stato vivo, avrebbe sostenuto anche l’urto di tutte le potenze europee, pur di fare acquistare la libertà a un popolo.

E poi si protesta se qualcuno viene a dirci che siamo un popolo di rètori!
E chi sa per quanto tempo ancora durerà questo contrasto. Il Carducci si domandava:

«Quando il lavoro sarà lieto? Quando sicuro sarà l’amore?».
Ma ancora si aspetta una risposta, e chi sa chi saprà darla.

Molti dicono che ormai l’uomo tutto ciò che doveva conquistare nella libertà, e nella civiltà, l’abbia già fatto, e che ormai non gli resta che godere il frutto delle sue lotte.

Invece, io credo che ben altro da fare ci sia ancora: gli uomini non sono che verniciati di civiltà; ma se appena sono scalfiti, subito appare la pellaccia del lupo.

Gli istinti sono ammansati, ma non distrutti, e il diritto del piú forte è il solo riconosciuto.

La Rivoluzione francese ha abbattuto molti privilegi, ha sollevato molti oppressi; ma non ha fatto che sostituire una classe ad un’altra nel dominio.

Però ha lasciato un grande ammaestramento: che i privilegi e le differenze sociali, essendo prodotto della società e non della natura, possono essere sorpassate.

L’umanità ha bisogno d’un altro lavacro di sangue per cancellare molte di queste ingiustizie: che i dominanti non si pentano allora d’aver lasciato le folle in uno stato di ignoranza e di ferocia quali sono adesso!

 

*Saggio scolastico, manoscritto, probabilmente del novembre 1910, quando Gramsci frequentava l’ultima classe del liceo Dettori di Cagliari.

 

 

 

 

 

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