A Reggio Emilia, attacco alla Resistenza

A Reggio Emilia, attacco alla Resistenza

reggio

 

di Michele Josie Wales Becchi e Alessandro Fontanesi

 

Accade sottotraccia, in sordina, accade nella nostra città, Reggio Emilia (ndr), presso l’Hotel Le Notarie, non nuovo a eventi del genere: il 10 novembre prossimo è in programma la presentazione di un libro dal titolo “Compagno Mitra, saggio storico sulle atrocità partigiane”.

Autore ne è quel Gianfranco Stella (che si autodefinisce “di area cattolica”) già condannato per diffamazione (nei confronti di Carlo Boldrini, figlio di Arrigo, medaglia d’Oro al Valor Militare e deputato della Repubblica, e nei confronti del reggiano Nemesio Crotti, ex comandante partigiano e scrittore), assolto in un caso e prescritto in altri. Il libro, si legge nel retrocopertina, si prefigge di descrivere (testuale) “le efferatezze SCOPERTE dall’autore”, gli “episodi di forte criminalità” commessi da partigiani, membri di “quella resistenza di cui si aveva vergogna già all’indomani della liberazione”.

Sia nella pagina Facebook dell’autore, che in quella dall’evocativo nome di “partigiani con le mani rosso sangue” vi sono diversi estratti del libro, in cui sono citati (con commenti vari, che vanno dal negativo al vero e proprio epiteto infamante) diversi esponenti della resistenza reggiana, come Reclus Malaguti, Armando Attolini, Fausto Pattacini, o come Didimo Ferrari “Eros”, definito “il Boia della provincia reggiana”.

Seguono poi commenti in cui l’Anpi in particolare e i resistenti in generale vengono definiti con epiteti quali “Assassini”, “Criminali”, ”Traditori della Patria”, o altri meno “intellettuali” tipo “merde rosse”, “zecche”, o con un generalistico “figli di puttana”…

Potrebbe essere INUTILE ricordare allo Stella e ai suoi fedeli estimatori, che questi episodi ormai DA ANNI sono stati riportati, sviscerati ed analizzati su numerose pubblicazioni, fra cui vorremmo ricordare quelle del reggiano Massimo Storchi “Combattere si può vincere bisogna” (sulla violenza fra guerra e dopoguerra), o “Il Sangue dei Vincitori” (sui crimini fascisti e relativi processi), e quelle di tanti altri autori scientificamente rigorosi. Niente altro che epiteti, odio e livore sembrano invece trasparire dal lavoro dello Stella e dai commenti dei suoi estimatori.

Uno di questi (…a proposito di verità, rigore scentifico e onestà intellettuale…) descrive la “ricerca” come effettuata “…sul campo, in casa del <nemico> magari sotto mentite spoglie come mi ha raccontato personalmente il dott. Stella”. INUTILE anche ricordargli il lavoro dei vari Istituti Storici della Resistenza, in quanto definiti in retrocopertina “squallide espressioni dell’egemonia culturale della Sinistra” capaci solo di generare “imponente pubblicistica settaria”, a cui però i numerosi epigoni di Pansa sembrano non disdegnare di attingere, almeno per quanto gli è comodo, disdegnando il resto.

L’intento delle pubblicazioni come questa è sempre il medesimo, equiparare i partigiani ai fascisti, l’antifascismo al fascismo, proprio per indulgere il fascismo stesso, derubricandone il devastante portato storico e polico non solo per il nostro Paese, ma per l’intera Europa e questo anche dopo la fine della guerra.

E’ sempre bene ricordare che, lasciando da parte le vittime e i soprusi accumulati in 20 anni di regime, lasciando da parte i caduti nelle guerre coloniali e nella Guerra Civile Spagnola, lasciando da parte i caduti nella guerra 1940-1945, lasciando da parte i caduti Partigiani (in quella Guerra di Liberazione che proprio A CAUSA dei Fascisti Repubblicani ebbe ANCHE carattere di guerra civile), è sempre bene ricordare che Reggio Emilia e la sua provincia subirono, nel solo periodo 1943-1945, la perdita di circa 1600 caduti CIVILI (fonte Albi della Memoria di Istoreco), vittime incolpevoli sia di operazioni nazifasciste, che di deportazioni verso la Germania, in cui i fascisti repubblicani ebbero parte attiva.

Di contro, è storicamente accertato che gli scomparsi in provincia di Reggio (che Stella attribuisce alla presunta “mattanza marxista”) sono circa 500, la cui morte, secondo le citate pubblicazioni, è in parte sì attribuibile a violenza politica di pochi e identificati elementi, ma anche a diffuso risentimento popolare (per i motivi sopra accennati), a vendette personali o di “semplice” criminalità, caratteristiche comuni a tutti i dopoguerra e frutto avvelenato che ogni guerra lascia come lunga e pesante eredità, come ampliamente illustrato nelle ricerche sopra citate. E bene anche ricordare che, a fronte di 259 condanne a morte pronunciate in Italia contro criminali fascisti, ben 168 NON vennero eseguite, che dei 5.594 condannati, ben 5.328 furono liberati, amnistiati o graziati, e che dei 1.200 criminali di guerra italiani presenti nelle liste delle Nazioni Unite, non uno venne consegnato o perseguito.

Al contrario, ad essere perseguiti e incarcerati nel periodo della Guerra Fredda, furono i partigiani di ogni colore, tuttavia con particolare predilezione per quelli comunisti, spesso con motivazioni pretestuose e artatamente costruite, come nel caso di Nicolini e di Baraldi, che solo dopo molti anni sono stati pienamente riabilitati e assolti da quelle che furono invece vere e proprie macchinazioni politico giudiziarie. Altro che il “conformismo culturale” evocato da Stella.

Questa forzatamente lunga introduzione è necessaria per esprimere, con le dovute motivazioni, (come cittadini reggiani e cittadini di questa Repubblica, di cui la Resistenza era e rimane uno degli ATTI FONDATIVI) il nostro sdegno per le frasi riportate, per il loro contenuto diffamatorio nei confronti del nostro territorio e dei suoi abitanti, e per l’insulto che il chiaro intento propagandistico dei contenuti visionati (lungi dal potersi chiamare saggio storico) comporta nei confronti delle istituzioni, di tutte le Associazioni Partigiane, dei familiari dei resistenti chiamati in causa, e di tutti i caduti di una guerra IMPOSTA, nel reiterato e puerile tentativo di ribaltare responsabilità storicamente accertate.

Per gli stessi motivi, esprimiamo anche il senso di INOPPORTUNITA’ che proprio a REGGIO EMILIA, città insignita di Medaglia d’Oro al Valore della Resistenza, vengano ospitati simili eventi.
Qualora si riterranno diffamati, i familiari dei resistenti citati e le Associazioni procederanno autonomamente nel muovere i passi necessari nel confronto dell’autore. Riteniamo però che sia necessaria, se non altro, almeno una presa di distanza da parte delle Istituzioni.

Lo scorso 25 aprile, nel corso delle celebrazioni a Reggio, il Presidente della Regione Bonaccini ha affermato: “Qualcuno dice che la storia la scrivono i vincitori: quello che è certo, è che è profondamente sbagliato non riconoscere che c’era chi combatteva dalla parte di fascisti e nazisti, contro ogni forma di democrazia, e c’era chi combatteva per la libertà e per la democrazia. E da loro, dalla loro scelta di campo e dal loro sacrificio, non da altro, è nata la Costituzione repubblicana, l’Italia libera e democratica”.

Ha proseguito il Sindaco Vecchi: “Oggi, nel commemorare quei fatti – contro ogni forma di revisionismo e di dimenticanza – abbiamo molti motivi per celebrare il 25 aprile con spirito attento e con coscienza vigile. E’ sufficiente non voltare lo sguardo colpevolmente davanti a episodi sempre più frequenti in Italia, ma anche in Europa, per dover constatare come i ‘sostenitori’ di nuove forme di discriminazione, razzismo e fascismo abbiano rialzato la testa e cerchino di imporsi nel dibattito pubblico. Contro tutti costoro Reggio Emilia, città Medaglia d’oro della Resistenza, non abbasserà mai gli occhi. Un impegno, il nostro, che si sostanzia tutto l’anno, attraverso i Viaggi della Memoria, il lavoro nelle scuole e nei luoghi di confronto politico e democratico, nell’attività quotidiana dell’istituzione pubblica”.

Oggi, se i discorsi del 25 aprile hanno davvero un valore e un peso, e non sono solo parte di un rito svuotato di ogni contenuto, chiediamo ai nostri amministratori di dare un seguito concreto a quelle parole stigmatizzando chiaramente l’evento, atto più che mai necessario nel momento politico che stiamo vivendo, e di fronte a una così esplicita provocazione antistorica e revisionista. Restiamo in attesa.

GERMANIA 1918, DA WEIMAR AL NAZISMO

GERMANIA 1918, DA WEIMAR AL NAZISMO

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile del Movimento Essere Sinistra MovES

 

La Germania del 1918 era all’inizio di quel percorso che conosciamo tristemente tutti: il nazismo, la Shoah.

Era uscita dalla I guerra mondiale in condizioni drammatiche.
La attraversavano momenti di grande confusione.
Momenti in cui i movimenti politici ebbero un ruolo preciso in termini di equilibri che non si crearono mai.
Momenti di tentate rivoluzioni soffocate nel sangue e con gli omicidi di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg. Di interessi particolari della socialdemocrazia e divisioni di partiti comunisti e socialisti.
Di accuse e tensioni reciproche continue tra comunisti e socialdemocratici.
Di rapporti di forze dominati dal potere borghese e dalla protervia del sistema capitalistico.

In quel primo dopoguerra la Germania era segnata dalla disoccupazione, dal debito economico, dall’essere stata sconfitta nel conflitto bellico.
Umiliata da Francia e Inghilterra col Trattato di Versailles, per anni fu preda di sconquassi che trovarono un equilibrio solo qualche anno dopo la nascita sofferta e difficoltosa della Repubblica di Weimar.
Fu proprio quell’umiliazione imposta al popolo tedesco, per aver perso la guerra, a far radicare profondamente il germe del nazionalismo.

Un passaggio storico importantissimo, la nascita della Repubblica, che vide la Germania dotarsi della prima Costituzione scritta in un paese europeo e contenente articoli che vedevano il riconoscimento e l’istituzione di principi democratici adottati poi in tutta Europa, ma conteneva anche un articolo che avrebbe dovuto preservare la democrazia da eversione e reazione ma che non venne mai applicato: l’articolo 48.

Ottenere la Costituzione e proclamare la Repubblica fu un passaggio inviso alla nobiltà e alla grande borghesia. In quegli anni nacquero anche i Freikorps, una sorta di gruppi estremistici di destra militarizzati

Tra il 1919 e il 1923, in soli 4 anni dalla nascita della Repubblica di Weimar, la Germania visse 2 tentativi di colpo di stato uno dei quali proprio per mano di Hitler – andato fallito – che vide l’arresto e la condanna di lui stesso a cinque anni ma che comunque non scontò se non per pochissimi mesi. Si verificarono centinaia e centinaia di omicidi politici, si susseguirono fasi economicamente drammatiche, tra queste un’inflazione spaventosa mai vista nella storia e il collasso del marco.

Nel clima di quegli anni difficili e tumultuosi quanto confusi, Monaco divenne il centro del nazionalismo più estremo.
Infatti fu proprio a Monaco che nel 1919 nacque il Partito dei lavoratori tedeschi – capeggiato da Hitler – che in seguito prese il nome di Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori (NSDAP), ma venne chiamato da tutti semplicemente partito “nazista”.

L’umiliazione di veder occupata la Ruhr da parte della Francia per il mancato pagamento del debito di guerra da parte della Germania oltre a quanto sopra espresso, furono buona parte delle cause che generarono un terreno fertile che stimolò l’espansione delle ideologie razziste in tutto il paese e diedero una grossa spinta alla crescita del partito nazista.
La propaganda hitleriana cominciò a sostenere che tradire l’esercito tedesco fossero stati i comunisti e gli ebrei.

Il paese era profondamente lacerato e le forme di lotta politica, a destra e a sinistra si inasprirono ed estremizzarono in una contrapposizione netta.
Al popolo tedesco quasi non importava di quanto la democrazia avesse concesso loro, perchè economicamente, in quel passaggio, le condizioni di vita erano spaventosamente peggiori di prima della guerra.

Scioperi ad oltranza, scontri e tumulti erano all’ordine del giorno.
La Germania era di nuovo in mezzo ad una grave crisi economica.

Fu solo grazie al governo di Gustav Stresemann, capo del Partito Popolare divenuto cancelliere, che la Germania riuscì a trovare un periodo di più ampio respiro poichè, proprio per merito della politica estera del cancelliere, gli U.S.A concedettero un ingente prestito che finalmente servì a pagare il debito di guerra a condizioni più vantaggiose. Così, la Germania riuscì a vedere una ripresa economica unitamente ad un fiorire di tutte le arti che permisero al popolo tedesco di immaginare il proprio futuro.

Furono solo cinque, gli anni di stabilità e di crescita che conobbe la Repubblica di Weimar.
Infatti, con la crisi economica americana del ’29, quello che poteva essere l’inizio di una era per il popolo tedesco, divenne un altro incubo.
La ripresa tedesca era legata a filo doppio all’economia americana e a seguito del venerdì nero di Wall Street, anche quello che doveva essere il boom economico tedesco, si rivelò essere solo una bolla.
In poco tempo fallirono le banche, tutti ceti sociali risentirono della pressione che la crisi economica imponeva a tutti.
I ceti meno abbienti tornarono a vivere la condizione della miseria e della disoccupazione.

Ma soprattutto la sofferenza fu della classe media che cominciò a guardare con interesse a Hitler che nel frattempo stava emergendo sempre più anche grazie ad un sistema propagandistico che fece leva sul protezionismo più integralista, sulla difesa dei beni del popolo tedesco minacciati dalla presenza degli ebrei, sulla narrazione della conservazione della razza germanica pura.

Fino a quel momento i nazisti erano ancora un piccolo partito, ma grazie alla crisi economica e quindi al profondo scontento creato dal crescente numero dei disoccupati, si rafforzarono in maniera impressionante e si presentarono alle elezioni politiche del 1930 come l’unica forza politica capace di proporre un governo nazionale.
Promisero di ristabilire la sovranità militare tedesca e dichiararono di voler riarmare il Paese in sprezzo ai trattati di Versailles

Le responsabilità del consenso che ottenne Hitler, sono da ascriversi però, anche all’incapacità delle forze di sinistra di trovare coesione e di unirsi contro la minaccia incombente del nazionalismo hitleriano.

La democrazia tedesca, giovanissima, aveva generato rifiuto nella popolazione per tutto ciò che aveva negativamente creato e la pessima risposta della politica chiuse il cerchio.
Basti solo pensare che in 14 anni, la Repubblica di Weimar vide avvicendarsi 20 governi e il verificarsi di 5 elezioni politiche solo negli ultimi 6 anni.
La sfiducia era totale per la povertà ingravescente e dilagante e il caos per le strade. Questo era procurato soprattutto dallo scontro continuo che ogni giorno lasciava morti e feriti dietro a sè, tra comunisti e nazisti.
Questi ultimi si stavano espandendo e crescendo sempre più, fecero il resto sul precipitare degli eventi.

Proprio in questa fase, anche grazie al fatto che, quel famoso art. 48 della Costituzione che dava ampi e straordinari poteri al presidente per contrastare una possibile presa del potere, non venne mai applicato alla nascita del nazismo.
L’articolo 48, infatti, era scaturito soprattutto dalla paura di una rivoluzione comunista, aspetto più temuto dai governi e dalla borghesia capitalista di quegli anni.
Fu così che Hitler iniziò la sua ascesa al potere e tutto avvenne tragicamente in maniera almeno apparentemente democratica.

Il 30 gennaio 1930, infatti, Hitler fu proprio democraticamente eletto.

La storia tedesca ci lascia una traccia su cui riflettere.
Tante sono le analogie che riscontriamo su quanto avvenne allora.

Dalla crisi economica e quello che rappresentò per il popolo tedesco, all’indebitamento e quindi la perdita di sovranità.
Dal bisogno del popolo tedesco di vedersi garantito un conservatorismo e un protezionismo radicali, proprio in risposta alla crisi.
Dal veicolare un razzismo che in poco tempo, proprio date le condizioni, dilagò contro chi poteva rappresentare una minaccia.
Dall’uso di un sistema di informazione totalmente piegato ai voleri del potere.
Da una propaganda capillare e feroce che istigava all’odio contro ebrei, comunisti, omosessuali e tutti i diversi del mondo.

Dal mancato rispetto della Costituzione.
Dall’incapacità di trovare un punto di dialogo e unitarietà delle forze comuniste e socialiste.
Dalla socialdemocrazia che si contrappose nettamente ad una possibile avanzata dei comunisti per non perdere l’occasione di ottenere consenso elettorale, dopo aver aspettato per anni il momento.
Da tutto questo possiamo possiamo trovare spunto di immedesimazione specialmente perchè allora, come oggi, la crisi era mondiale.

Da ciò che fu il nazismo.
Da tutto questo possiamo anche fare un passo in più: IMPARARE.
OPPRESSI ED OPPRESSORI (SCRITTI POLITICI di GRAMSCI)

OPPRESSI ED OPPRESSORI (SCRITTI POLITICI di GRAMSCI)

 

di Antonio GRAMSCI – Scritti politici

 

Oppressi ed oppressori*

 

È davvero meravigliosa la lotta che l’umanità combatte da tempo immemorabile; lotta incessante, con cui essa tenta di strappare e lacerare tutti i vincoli che la libidine di dominio di un solo, di una classe, o anche di un intero popolo, tentano di imporle. È questa una epopea che ha avuto innumerevoli eroi ed è stata scritta dagli storici di tutto il mondo.

L’uomo, che ad un certo tempo si sente forte, con la coscienza della propria responsabilità e del proprio valore, non vuole che alcun altro gli imponga la sua volontà e pretenda di controllare le sue azioni e il suo pensiero.

Perché pare che sia un crudele destino per gli umani, questo istinto che li domina di volersi divorare l’un l’altro, invece di convergere le forze unite per lottare contro la natura e renderla sempre piú utile ai bisogni degli uomini. Invece, un popolo quando si sente forte e agguerrito, subito pensa a aggredire i suoi vicini, per cacciarli ed opprimerli. Perché è chiaro che ogni vincitore vuol distruggere il vinto.

Ma l’uomo che per natura è ipocrito e finto, non dice già «io voglio conquistare per distruggere», ma, «io voglio conquistare per incivilire». E tutti gli altri, che lo invidiano, ma aspettano la loro volta per fare lostesso, fingono di crederci e lodano.

Cosí abbiamo avuto che la civiltà ha tardato di piú ad espandersi e a progredire; abbiamo avuto che razze di uomini, nobili e intelligenti, sono state distrutte o sono in via di spegnersi.

L’acquavite e l’oppio che i maestri di civiltà distribuivano loro abbondantemente, hanno compiuto la loro opera deleteria.

Poi un giorno si sparge la voce: uno studente ha ammazzato il governatore inglese delle Indie, oppure: gli italiani sono stati battuti a Dogali, oppure: i boxers hanno sterminato i missionari europei; e allora la vecchia Europa inorridita impreca contro i barbari, contro gli incivili, e una nuova crociata viene bandita contro quei popoli infelici.

E badate: i popoli europei hanno avuto i loro oppressori e hanno combattuto lotte sanguinose per liberarsene, ed ora innalzano statue e ricordi marmorei ai loro liberatori, ai loro eroi, e innalzano a religione nazionale il culto dei morti per la patria.

Ma non andate a dire agli italiani, che gli austriaci erano venuti per portarci la civiltà: anche le colonne marmoree protesterebbero. Noi, sí, siamo andati per portare la civiltàed infatti ora quei popoli ci sono affezionati e ringraziano il cielo della loro fortuna. Ma si sa; sic vos non vobis.

La verità invece consiste in una brama insaziabile che tutti hanno di smungere i loro simili, di strappare loro quel po’ che hanno potuto risparmiare con privazioni.

Le guerre sono fatte per il commercio, non per la civiltà: gli inglesi hanno bombardato non so quante città della Cina perché i cinesi non volevano sapere del loro oppio. Altro che civiltà!

E russi e giapponesi si sono massacrati per avere il commercio della Corea e della Manciuria.

Si delapidano le sostanze dei soggetti, si toglie loro ogni personalità; non basta però ai moderni  civilissimi: i romani si accontentavano di legare i vinti al loro carro trionfale, ma poi riducevano a provincia la terra conquistata: ora invece si vorrebbe che tutti gli abitanti delle colonie sparissero per lasciar largo ai nuovi venuti.

Se poi una voce di onesto uomo si leva a rimproverare queste prepotenze, questi abusi, che la morale sociale e la civiltà sanamente intesa dovrebbero impedire, gli si ride in faccia; perché è un ingenuo, e non sa tutti i machiavellici cavilli che reggono la vita politica.

Noi italiani adoriamo Garibaldi; fin da piccoli ci hanno insegnato ad ammirarlo, il Carducci ci ha entusiasmato con la sua leggenda garibaldina: se si domandasse ai fanciulli italiani chi vorrebbero essere, la gran maggioranza certo sceglierebbe di essere il biondo eroe.

Mi ricordo che a una dimostrazione per una commemorazione dell’indipendenza, un compagno mi disse: ma perché tutti gridano: «viva Garibaldi! e nessuno: viva il re?» ed io non seppi darne una spiegazione. Insomma, in Italia dai rossi ai verdi, ai gialli idolatrano Garibaldi, ma nessuno veramente ne sa apprezzare le alte idealità; e quando i marinai italiani sono mandati a Creta per abbassare la bandiera greca innalzata dagli insorti e rimettere la bandiera turca, nessuno levò un grido di protesta.

Già: la colpa era dei candioti che volevano turbare l’equilibrio europeo. E nessuno degli italiani che in quello stesso giorno forse acclamavano l’eroe liberatore della Sicilia, pensò che Garibaldi se fosse stato vivo, avrebbe sostenuto anche l’urto di tutte le potenze europee, pur di fare acquistare la libertà a un popolo.

E poi si protesta se qualcuno viene a dirci che siamo un popolo di rètori!
E chi sa per quanto tempo ancora durerà questo contrasto. Il Carducci si domandava:

«Quando il lavoro sarà lieto? Quando sicuro sarà l’amore?».
Ma ancora si aspetta una risposta, e chi sa chi saprà darla.

Molti dicono che ormai l’uomo tutto ciò che doveva conquistare nella libertà, e nella civiltà, l’abbia già fatto, e che ormai non gli resta che godere il frutto delle sue lotte.

Invece, io credo che ben altro da fare ci sia ancora: gli uomini non sono che verniciati di civiltà; ma se appena sono scalfiti, subito appare la pellaccia del lupo.

Gli istinti sono ammansati, ma non distrutti, e il diritto del piú forte è il solo riconosciuto.

La Rivoluzione francese ha abbattuto molti privilegi, ha sollevato molti oppressi; ma non ha fatto che sostituire una classe ad un’altra nel dominio.

Però ha lasciato un grande ammaestramento: che i privilegi e le differenze sociali, essendo prodotto della società e non della natura, possono essere sorpassate.

L’umanità ha bisogno d’un altro lavacro di sangue per cancellare molte di queste ingiustizie: che i dominanti non si pentano allora d’aver lasciato le folle in uno stato di ignoranza e di ferocia quali sono adesso!

 

*Saggio scolastico, manoscritto, probabilmente del novembre 1910, quando Gramsci frequentava l’ultima classe del liceo Dettori di Cagliari.

 

 

 

 

 

GRAMSCI, LA STORIA DI UN RIVOLUZIONARIO

GRAMSCI, LA STORIA DI UN RIVOLUZIONARIO

 

Riscoprire il pensiero e la figura di Antonio Gramsci, diventa ogni giorno di più un dovere.
Lo spessore del suo pensiero politico, culturale e umano, è oggi persino indispensabile per poter ricostruire non solo la coscienza di classe ma anche la coscienza di ogni comunista e di ogni persona che sia francamente di sinistra.

A differenza del potere – che invece conosce a fondo l’opera filosofico-politica di Gramsci, troppo spesso, in questi ultimi trent’anni, abbiamo abbandonato lo studio delle opere e dei concetti, dei fondamenti di uomini come lui che ci hanno lasciato un patrimonio a cui poter attingere continuamente proprio per sapere come e dove andare, a chi rivolgerci per ribellarci allo sfruttamento e al dominio e per realizzare e consolidare il cambiamento.

Abbiamo deciso di pubblicare tutto il materiale disponibile, allo scopo e lo facciamo dando voce ad uno dei massimi studiosi di Gramsci, il Prof. Angelo D’Orsi.

In questo breve video, il Prof. D’Orsi racconta e spiega di Gramsci educatore e il senso di questa parola per Gramsci stesso.

Il Coordinamento Nazionale del Movimento Essere Sinistra – MovES

 

 

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PIAZZA FONTANA, FASCISMO DI IERI E DI OGGI

PIAZZA FONTANA, FASCISMO DI IERI E DI OGGI

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di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

Oggi è l’anniversario della strage di Piazza Fontana.
Oggi, ancora una volta, è un anniversario di tristezza ma anche di rabbia.
La rabbia per una strage che non ha MAI conosciuto la parola GIUSTIZIA.
La rabbia della volontà di uno Stato corrotto dal potere fascista in ogni epoca.
La rabbia di una Resistenza continuata per oltre 30 anni contro l’aggressione fascista poi rinnegata e negata dal ripiegamento della sinistra storica al potere delle oligarchie finanziarie, al globalismo economico del capitalismo finanziario.

La rabbia verso un sistema di potere che con la forza dei mezzi che ha a sua disposizione, sta conducendo l’umanità al baratro.
La rabbia dell’impotenza di non essere più rappresentati politicamente e del potersi OPPORRE con forza a chi ci vuole per sempre schiavi.

La rabbia verso chi, all’interno del sistema, opera per generare il caos al fine di condurre, non più solo una certa borghesia, ma proprio le masse a volere ‘ordine’ che storicamente tradotto, significa solo REPRESSIONE, significa più potere ad UN SOLO UOMO, significa FASCISMO.

In questo Paese l’antifascismo è più vivo di quanto ci vogliono far credere i media al servizio del sistema.
Il problema vero è che per vent’anni le masse sono state indottrinate con una falsa narrazione mentre quel potere si riorganizzava e pasceva un fascismo strisciante che ha generato fame, miseria e caos e che, perciò, oggi porta alla richiesta di ordine e stabilità.

Avessimo visto negli ultimi due decenni, la ripresa di un fascismo terrorista come quello di Piazza Fontana e squadrista come sta avvenendo oggi, allora avremmo la certezza che l’antifascismo è ancora se stesso al pari di com’era ancora negli anni ’90.

Mentre la sinistra storica si liquefaceva ritirandosi dai territori e terminando così anche il processo di divulgazione della cultura politica, del concetto di egemonia di Gramsci, di acquisizione della coscienza di sfruttati; mentre rinnegava la sua identità storica e la sua capacità di rappresentanza per le masse popolari, per andare verso la socialdemocrazia sul modello neoliberista, il fascismo non ha mai smesso di covare sotto la cenere, pronto per essere riutilizzato allo scopo, come sempre è avvenuto nella Storia di questo Paese.

Sono passati 48 anni, da quel pomeriggio nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, da tutte quelle vittime innocenti, dalla violenza e dalla barbarie fascista che si è mossa con l’appoggio di parti dello Stato e oggi siamo dinnanzi a fatti di squadrismo sempre più evidenti, sempre più incalzanti.

Le responsabilità di tutto questo risiedono anche nel fatto che NESSUNO ha mai pagato per ogni morto, nel fatto che NESSUNO è mai stato chiamato a rispondere e a pagare, per aver commesso il reato di fascismo sancito dalla Costituzione.
Troppe volte il sistema attraverso l’informazione, ha etichettato come reati comuni, i fatti legati all’eversione nera, allo squadrismo e oggi tutto è semplice e banale, tutto è fattibile come mai prima d’ora nella Storia dell’Italia Repubblicana.

Normalizzare e legittimare il fascismo, poi, è diventato un fenomeno lecito all’interno del sistema mediatico: giornalisti come Enrico Mentana e Corrado Formigli che vanno nelle sedi dell’estrema destra ad intervistare esponenti di Casa Pound, è persino aberrante.

Ma tutto è considerato normale da una certa fascia di popolazione che sposa la narrazione del sistema e fraintende e insulta il senso della parola democrazia e proprio perchè la coscienza antifascista si è dilavata grazie a chi doveva invece mantenerla più viva che mai.

Noi oggi abbiamo il compito, anzi, il DOVERE di ritornare all’antifascismo militante, al creare coscienza politica, all’abbattere la narrazione che è funzionale al sistema del dichiarare la morte della Politica.

QUESTA politica che abbiamo conosciuto nel corso degli ultimi venti-trent’anni, DEVE morire, ma SOLO per tornare ad una politica capace di confronto, dialettica, proposta, accoglimento delle istanze popolari, dove il nemico SIA PALESEMENTE dichiarato e dove le posizioni siano francamente IDENTITARIE.

Se non opereremo in tal senso, è CERTO che lo spazio che lascerà vuoto la sinistra, verrà prontamente occupato dal neofascismo e, considerato che è proprio l’estrema destra ad essere sui territori a dare risposte ai bisogni di chi sta maggiormente pagando la crisi sistemica, possiamo solo tristemente dire che sta già accadendo.

Se non opereremo per ridare forza e voce alle fasce più deboli, se non opereremo per dare vita ad una sinistra francamente anticapitalista e antiliberista, quindi per forza anche fermamente e dichiaratamente antifascista, allora è inutile che oggi e per gli anni a venire, ricordiamo i morti di Piazza Fontana perchè, a questo modo, di fatto li stiamo seppellendo un’altra volta.
GALLINO E IL SENSO DI UNA INTERA CIVILTÀ

GALLINO E IL SENSO DI UNA INTERA CIVILTÀ

“C’è di mezzo il senso di una intera civiltà.
Che essa appaia asservita al suo sistema finanziario, piuttosto che esserne come dovrebbe la padrona, è un segno che la crisi economica è diventata crisi di civiltà.
Che sia stato il suo stesso sistema politico a costruire dall’interno gli strumenti del suo asservimento alla finanza attesta non meno la gravità della crisi, quanto gli ostacoli che si oppongono al suo superamento.”

 

Luciano Gallino, da “Finanzcapitalismo”

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