ISCHIA, ITALIA: LA PAROLA STATO SCRITTA CON LA SABBIA

ISCHIA, ITALIA: LA PAROLA STATO SCRITTA CON LA SABBIA


di Ivana FABRIS

Una scossa davvero minima, nel panorama dei terremoti che hanno fatto maggiori danni in questo paese, quella di ieri notte ad Ischia, eppure è bastata per causare morte e distruzione.

Le ragioni ormai le conosciamo tutti e come un vecchio refrain, siamo già pronti a dire “…tutto normale, non c’è da stupirsi, si sapeva…”.

Sappiamo tutto. Accettiamo tutto. E subiamo tutto.
QUESTO IL PROBLEMA.

Case costruite dal malaffare, dalla criminalità organizzata che ha il controllo sul territorio.
Case costruite con materiali scadenti e inadeguati, con l’abusivismo edilizio che si reggono sul profitto che dà loro la sabbia con cui si edificano abitazioni buone solo a raccoglier voti e a far attecchire, radicare ed espandere il potere criminale.

Lo accettiamo perchè sappiamo che è il solo modo per avere una casa e averla a prezzi abbordabili.
Lo accettiamo come accettiamo che si costruisca in sfregio all’ambiente e alla vita umana.

Lo accettiamo sperando nella buona sorte, affidando le nostre esistenze ad un fatalismo non più tollerabile perchè la sorte non è buona, perchè il suolo dove si costruisce ha caratteristiche che non perdonano.

LO ACCETTIAMO PERCHÈ LO STATO NON C’È e particolarmente nel Meridione d’Italia, proprio in quanto sacca di sfruttamento massivo di risorse umane ed economiche, da secoli NON C’È MAI STATO.

Ma in questo meraviglioso quanto assurdo paese, si parla di TAV, di TAP, di grandi opere che NON SERVONO A NESSUNO, mentre tutto cade a pezzi, mentre le scuole dove vanno i nostri figli e i nostri nipoti sono TUTTE fuori norma e TUTTE pericolose tanto che l’emergenza è così dilagante che è diventata normalità.

Si parla di ponte sullo Stretto mentre le case sono costruite per cadere, per creare danni alla salute dell’ambiente e umana, per crollare al primo lieve scossone della terra.

Si parla – e ci fanno parlare – del NULLA mentre i governi che si succedono continuano ad impedire la messa in sicurezza dei fabbricati e del territorio solo per rispondere a voleri di chi se ne infischia bellamente delle vite umane. Per onorare servilmente un potere quale è il neoliberalismo che miete continue vittime in ogni modo e che necessita solo di far scomparire il benessere per tutti per poter dominare il tutto.

Questo è un paese che potrebbe rinascere e aspirare a raggiungere i suoi più straordinari splendori, che per farlo potrebbe dare lavoro a centinaia di migliaia di persone, è un paese che potrebbe riprendere a generare benessere e bellezza per tutti.

Non lo si fa.
NON LO SI VUOLE FARE.
L’Italia deve impoverire sempre di più, deve crollare sotto al peso della predazione supportata dal luogo comune che serve ad alimentare la campagna di discredito necessaria a far accettare all’opinione pubblica mondiale, che se accade il peggio è solo colpa di ogni singolo popolo.

Non lo si vuole fare perchè il pregiudizio contro l’Italia e gli italiani è lo strumento propagandistico che serve al sistema di potere che ci sta annientando, per far sì che tutto degeneri col consenso dell’opinione pubblica mondiale.

Nell’era della globalizzazione economica e della comunicazione globalizzata, NULLA di quanto riguarda i vari paesi del mondo, è disgiunto.
Eppure tutti continuano a credere che ciò che colpisce l’Italia non abbia a che fare con quello che annienta i popoli africani, mediorientali o i popoli dell’America Latina. Eppure non è così.

Ma il pregiudizio e il luogo comune, alimentati dal sistema, continuano a scavare un solco che ci separa gli uni dagli altri.

Divide et impera continua a funzionare, continua ad ottenere quanto vuole chi ci domina.

Cerchiamo di esserne coscienti e ad essere coscienti anche del valore del nostro paese e di noi stessi come popolo.
Cerchiamo noi per primi di non essere strumenti contro il nostro stesso interesse.
Cerchiamo di essere consapevoli e di amare il nostro paese, di difenderlo da continue aggressioni.

Solo così sconfiggeremo chi ci vuole solo sudditi e, in nome del massimo profitto, servi da sfruttare anche fino alla morte.

MINISTRA FEDELI: LICEI BREVI, FUTURO SVENDUTO

MINISTRA FEDELI: LICEI BREVI, FUTURO SVENDUTO

 

di Jean DE MILLE

Mi è difficile, in questi giorni, non abusare del sarcasmo: quasi che la ragione, il discorso argomentato e razionale, rifiuti di piegarsi alla tristezza circostante, a un paese svuotato di umanità e di senso, dove salvare un migrante rappresenta un crimine, dove l’egoismo meschino conquista quotidianamente nuove fette del mercato politico, dove la miopia e la stupidità regnano incontrastate.

Oggi è la volta della sperimentazione di un percorso breve per i licei: una riduzione del ciclo di studi a quattro anni, che si affianca al degrado dell’alternanza scuola-lavoro.

La nostra deprecabile classe dirigente rimarca in questo modo quanto sia inutile la cultura in questo paese.

Un paese condannato dalle scelte politiche ed imprenditoriali ad occupare un posto di retroguardia nel mercato globale, a competere coi paesi emergenti contraendo salari e diritti sociali, a difendere la nicchia decrescente del proprio benessere con la più spietata guerra di classe condotta contro i poveri, non importa se indigeni o di altra provenienza.

La riduzione del percorso di studi, la decapitazione della scuola pubblica, segna ancora una volta il regresso complessivo del paese, e la sua consapevole rinuncia a investimenti culturali che nessuna politica indirizzata allo sviluppo economico sarebbe in grado di valorizzare. Siamo, e saremo sempre più, una nazione di analfabeti.

Con un lavoro da analfabeti, un futuro da analfabeti, e la prospettiva quasi certa di vivere una vita di merda!

CALCIOMERCATO: RICCHEZZA PER POCHI PAGATA DA MOLTI E PROFITTO PER GLI STESSI DI SEMPRE

CALCIOMERCATO: RICCHEZZA PER POCHI PAGATA DA MOLTI E PROFITTO PER GLI STESSI DI SEMPRE

Neymar

di Lisa SCALVINI

Nei periodi del calciomercato, ogni volta che mi capita di sentire il prezzo di un giocatore che una squadra è disposta a pagare (e poi a mantenere), rimango amareggiata. E schifata.

Ma a voi non fa schifo?

220 MILIONI PER UN CALCIATORE!

Io non ho niente contro Neymar (per citare l’ultimo di una lunga serie) o contro il calcio, seppur sia uno sport che non mi è mai piaciuto…per me sono troppi anche quando se ne pagano 90 di milioni per un gioco.

Insisto: non vi fa schifo?

Pensateci.

PENSATE a quanti ragazzi seguono il calcio, gli stessi che probabilmente non avranno mai un contratto di lavoro DECENTE o che non hanno potuto andare all’università per motivi economici.

C’è chi di LORO GIOCATORI – giovani uomini che si sentono già arrivati a 18 anni – che si permette pure di NON diplomarsi in sfregio a chi invece tra i giovani vorrebbe e non può più.

E parliamo anche di quanti giovani sono costretti a vedere il mare solo dalle immagini nei giornali di gossip proprio dei loro campioni preferiti, in posti dove quegli stessi ragazzi di cui parlavo prima (e non solo loro), probabilmente, non andranno mai perché invece di potersi permettere anche solo un campeggio, devono lavorare sfruttati e sottopagati in un qualche McDonald’s o in un call-center tutto l’anno.

Io mi sento offesa da questi che ritengo non dovrebbero essere dei modelli sociali, soprattutto in una fase storica dove la povertà dilaga sempre più.

E’ così che intanto cresce la società delle disuguaglianze.

PENSATE, PERÒ, CHE LI ARRICCHIAMO NOI!

Noi che siamo alla canna del gas 365 giorni all’anno, ma che ogni fine settimana perdiamo due ore a guardare 220 milioni sommati ad altre centinaia di milioni, giocare a calcio!

Ora, tanti dicono che è giusto che se un giocatore li meriti, li prenda.

Ma non mi sembra sia questo il caso. Per me.

Lo sport più popolare in Italia, è in realtà uno sport da ricchi che manteniamo noi: il biglietto per la partita, vista dalla curva, non costa meno di 40 euro quando non sono 60.

Quindi la ricchezza dei giocatori, è pagata dalla nostra povertà, essendo le grandi società calcistiche quotate in Borsa.

Siamo all’assurdo perchè di uno sport popolare abbiamo fatto un business mostruoso che arricchisce solo un piccolo numero di persone e alimenta un profitto sfrenato; perchè creiamo falsi miti che paghiamo a peso d’oro e in più li idolatriamo.

Abbiamo perso il senso della misura in tutto, anche nello sport che si è snaturato col nostro consenso e col nostro consistente contributo economico.

Possibile che non ce ne rendiamo conto?

A me fa già senso il solo fatto che si vendano i giocatori come se fossero oggetti a cui si attribuisce un valore monetario perchè credo che un gioco debba rimanere per tutti, giocatori e tifosi, unicamente quello che è: soltanto un momento ludico e appassionato: quindi solo un gioco.

COME SI ELIMINA LA STORIA DI UN POPOLO

COME SI ELIMINA LA STORIA DI UN POPOLO

Casone valligiano

dal Coordinamento Nazionale MovES

Le razze non esistono, mentre la storia di un popolo, il suo cammino di civiltà e di emancipazione, si. Esistono.

Quindi, i presunti difensori dei valori della nazione e della razza italica, prima di inveire contro invasioni non pervenute, dovrebbero preoccuparsi, e molto, della scomparsa, per opera di leggi che favoriscono un processo liberista omologante, dei fabbricati rurali, (che porterà poi alla vendita della terra), delle testimonianze vive del lavoro contadino, quello che ha reso enormi ricchezze per l’Italia e ora riceve un colpo di spugna perché sia dimenticato, eliminato dalla nostra mente.

Perchè l’agricoltura sarà un lavoro per schiavi meglio eliminare le tracce di quando i contadini possedevano i loro terreni, costruivano i loro piccoli fabbricati e conquistavano dignità umana col sudore della propria fronte.

Cari sovranisti, che volete solo essere liberisti a casa vostra, pensate a questo.

Perché la vera ricchezza di un popolo, che lo fa essere sovrano democratico delle sue scelte, risiede nella sua storia, che è storia del suo lavoro, dell’opera creatrice e civilizzatrice di masse di lavoratori della terra che seppero conquistarsi la dignità di esseri umani. Contadini che ora sono costretti a perdere tutto, proprio tutto perchè perdono la loro terra e la loro storia, che ora gli viene strappata dalle mani così.

______________________________

da Primocanale.it Il suicidio dei fabbricati rurali

La questione è terribilmente seria anche se rischia di passare sotto silenzio. È sintomo della perdita di memoria, fatiche e identità per intere comunità valligiane. A inquadrare la questione è un agricoltore di Val d’Aveto, Fabrizio Bottari, che esasperato dalle testimonianze raccolte intorno ai suoi terreni, ha scritto poche righe assai chiare su come sia concreto il rischio di perdere molti edifici rurali testimoni di attività passate, talvolta secolari in cui emerge la necessità di un’inversione di rotta più celere possibile. Primocanale.it pubblica lo sfogo nella speranza di un intervento del mondo politico per una chiarezza che non può più attendere.

Cari amici, stamattina mentre rincalzavo nel mio campo di patate ho visto passare un anziano del paese con un piede di porco e un martello in mano. Mi ha detto che andava a tirare giù il tetto del suo casone perché non ha i soldi per accatastarlo e ha paura che gli facciano la multa; prima di rimettersi in cammino ha aggiunto che il suo vicino lo ha già distrutto qualche giorno fa.

Mentre i professionisti alimentano spesso i timori di sanzioni agli inadempienti e i sindaci non muovono un dito nella speranza di raccogliere qualche spicciolo in più di tasse, i vecchi ripercorrono in silenzio i sentieri dell’alpeggio e distruggono quel che resta ancora in piedi della loro memoria. Privati del tetto, in pochi anni dei casoni resteranno soltanto i ruderi.

Per il catasto saranno solo edifici collabenti, per i quali gli ignari proprietari dovranno comunque pagare i geometri anche per censirli come tali. “Quando ho finito bisogna farci la fotografia e portarla al geometra”, diceva l’anziano. L’ho salutato e ho ripreso a zappare per non farmi vedere piangere di rabbia.

LA FORZA DI QUESTE DONNE DEL SENEGAL

LA FORZA DI QUESTE DONNE DEL SENEGAL

Donne del Senegal

Era il mio bel vagone semi vuoto e uno dei pochi con l’aria condizionata.

Ero già rilassata quando alla prima fermata salgono 10 donne, rumorose, invadenti e maleodoranti.

Si appropriano del vagone, parlano a voce alta, tutti nel vagone abbiamo sguardi infastiditi e confusi dal chiasso. Una delle donne davanti a me tira fuori una matassa aggrovigliata di nastri colorati. Le guardo meglio; sono belle, colorate, allegre, forti.

Capisco che quei nastri sono per le treccine, avevo visto prima in spiaggia una signora farle ad una bambina. Guardandole meglio, il fastidio è scomparso e mi sono immaginata da dove venissero.

Ho capito solo “Senegal” ripetuto nelle loro chiacchiere confuse.

Mi sono chiesta come saranno arrivate qua in Italia e mentre rimango imbambolata a guardarle mettere a posto la matassa, una di loro mi guarda e sorride. Non posso evitare di sorridere ampliamente e dirle guardando ciascuna di loro, che sono molto belle. Sorridono a me e tra di loro ridono e parlano.

Non sanno l’italiano se non “bella” e “treccine”. La ragazza davanti a me e quella a fianco a me non hanno paura di sfiorarmi.

Anzi, le nostre braccia e gambe sono appoggiate l’un l’altra. Io a loro non do fastidio, non gli faccio “schifo”. Cerco di immaginarmi come sia dover fuggire dal proprio paese per cercare un minimo di pace o un futuro e ritrovarmi a lavorare sotto il caldo a far treccine a sconosciuti. Cerco di immaginarmi come mi sentirei se dovessi combattere ogni giorno con sguardi brutti, con sguardi che urlano “mi dai fastidio”.

Cerco di immaginarmi lontana dal mio paese, con la mia cultura, le mie abitudini, i miei colori, la mia famiglia. Cerco di immaginarmi obbligata a lasciare la mia casa per vivere dove non mi vogliono. Perché ormai è ciò che la nostra società trasuda giornalmente. E penso ai miei nonni. Scappati negli anni ’40 in Venezuela. Chissà come sarà stato. Chissà se erano i benvenuti.

E penso che io la forza di queste donne forse non l’avrei. Perché loro la forza, la dignità, la speranza la emanano talmente tanto, che la posso toccare. E non servo certo io a loro per informarle che le stimo, ma lo faccio. E vorrei poterglielo dire, ma sarebbe dura da spiegare. E penso che prima di essere emigranti, fuggitivi, extracomunitari, stranieri, siamo umani.

E l’umano è uguale ovunque. O almeno dovrebbe. E che tutto il mondo è paese.

Perché questo viaggio mi ricorda un viaggio che feci, dove nel mio scompartimento a 6, entrò una famiglia italiana; chiassosa e mal odorante. E non erano ne colorati,ne forti, ne sorridenti. Solo chiassosi, invadenti, maleodoranti e maleducati.

L’IDEOLOGIA DELLA GOVERNANCE

L’IDEOLOGIA DELLA GOVERNANCE

Piigs, opera di Claire Fontaine
 

Alcune riflessioni sull’Europa e sull’ordoliberalismo a partire da un libro recente.

di Olimpia MALATESTA

«Governance» è una delle parole maggiormente utilizzate nel lessico politico contemporaneo.

Ricorre con frequenza nei documenti ufficiali dell’OCSE, della Banca Mondiale e dell’Unione Europea e designa il passaggio dalle forme decisionali verticistiche e «Stato-centriche del policy making (tipiche del fordismo)» a forme di coordinazione politica ed economica orizzontali in cui i programmi da attuare vengono concordati attraverso reti che intrecciano diversi livelli: locale, regionale, statale, europeo e globale.

Inserendosi nell’ampio novero di studi governamentali sul neoliberalismo, il libro di Giuliana Commisso, dal titolo La genealogia della governance: Dal liberalismo all’economia sociale di mercato (Asterios, 2016), si pone l’obiettivo di far luce sul significato e i limiti della governance, espressione nient’affatto disinteressata di un mondo che si vorrebbe post-ideologico.

A tale scopo l’autrice individua nelle categorie concettuali foucaultiane lo strumento più adatto per ripercorrerne l’origine e si cimenta in un impegnativo riepilogo dei principali nodi teorici del pensatore francese, riuscendo a restituire la complessità del «dispositivo potere-sapere», a ricostruire la nascita della ragion di Stato nella sua accezione di pratica di governo e ad evidenziare il passaggio da questa alla governamentalità liberale prima e a quella neoliberale poi.

A dispetto di quanto annunciato dal sottotitolo del libro, che recita “L’ordoliberalismo tedesco”, il significato e la portata storica e politica di quest’ultimo vengono presi in esame solamente negli ultimi capitoli, ciò nondimeno densi e ricchi di spunti: se, da una parte, Commisso propone un’efficace sintesi dei principi fondamentali della teoria ordoliberale, dall’altra, la sua totale adesione all’interpretazione foucaultiana dell’ordoliberalismo ‒ oggi dominante anche grazie alla sua ripresa da parte di Pierre Dardot e Christian Laval in La nuova ragione del mondo ‒ pone dei seri dubbi sulla capacità di quest’ultima di afferrare un aspetto cruciale del pensiero ordoliberale: la decisa neutralizzazione dello scontro di classe da realizzare attraverso uno Stato che, come sottolinea Commisso, assimila i meccanismi della governance senza che ciò comporti la sua scomparsa.

Il filo rosso che unisce le diverse sezioni del libro, infatti, è l’argomento secondo cui nel contesto europeo della governance lo Stato non scompare affatto: semmai diviene lo spazio istituzionale attraverso il quale imporre i nuovi vincoli politici ed economici, che vedono nell’esautorazione della sovranità democratica la vera condizione di possibilità della loro esistenza.

Emblematico in questo senso è il ruolo che gli ordoliberali ‒ gruppo di economisti che avviano le loro riflessioni alla fine degli anni Venti e che nel ’48 fondano la rivista «ORDO» ‒ assegnano allo Stato, trasformato in un arbitro incaricato di vegliare sulla concorrenza: rifiutando sia i principi del liberalismo del laissez faire – basato su una visione autoregolativa e armonizzante del mercato – sia qualsiasi forma di pianificazione economica di stampo keynesiano – ai loro occhi intrinsecamente totalitaria – quegli economisti asseriscono che la dinamica capitalistica non sarebbe governata da un «fatalistico processo di sviluppo» (Eucken), essendo piuttosto il risultato di un ordine economico-giuridico, in quanto tale modificabile.

Conseguentemente, la crisi del ’29 non viene ricondotta alle contraddizioni inerenti al modo di produzione capitalistico condannato alla sua Selbstaufhebung ‒ alla sua autodissoluzione ‒ ma esclusivamente alle modalità miopi e irresponsabili con cui il suo processo era stato gestito a livello tecnico.

Occorreva, quindi, costruire quelle «condizioni quadro» che, come puntualizza Wilhelm Röpke, avrebbero assicurato il corretto funzionamento dell’economia di mercato e della sua dinamica concorrenziale senza, ovviamente, intervenire attivamente in essi.

Tra queste condizioni quadro Walter Eucken individua nella stabilità monetaria (quindi nel principio anti-inflazionistico), sottratta a ogni controllo politico, il dogma sacro da non violare. Di qui anche l’abbandono deciso di ogni politica di pieno impiego: «se l’azione di governo si limita a controllare l’inflazione e a ridurre la fiscalità, il tasso di disoccupazione si stabilirà a un tasso “naturale” relativo», chiarisce Commisso.

Un tasso «naturale» che l’Unione Europea fissa oggi attraverso il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), l’indicatore economico del tasso di disoccupazione che non genera spinte inflazionistiche (nel caso dell’Italia oscilla tra il 10,5% e il 12,7%!).

Si tratta dei medesimi principi che ispirano il Trattato di Lisbona, che all’articolo 2.3 indica in «un’Economia sociale di mercato fortemente competitiva» ‒ espressione coniata dall’ordoliberale Müller-Armack nel 1947 ‒ il quadro di riferimento per «uno sviluppo durevole dell’Europa fondato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi».

L’indipendenza della BCE e le regole di bilancio dell’Unione sono perfettamente in linea con i principi economici ordoliberali.

Si pensi per esempio al pareggio di bilancio inserito in Costituzione all’articolo 81 che, vincolando la spesa pubblica, elimina ogni spazio operativo per politiche fiscali espansive da parte dello Stato.

Anche il principio di sussidiarietà, di esplicita derivazione ordoliberale, orienta l’intero quadro del Trattato di Maastricht: esso «vincola la potenza pubblica, sia lo Stato che la comunità, dall’intervenire in quei settori sociali in cui le “persone” e le “aggregazioni della società civile” (ad esempio, le imprese sociali, le associazioni, il volontariato, il terzo settore) possono provvedere al soddisfacimento dei bisogni sociali».

In questo contesto, se è pur vero che la capacità dei singoli Stati di modificare le condizioni quadro del mercato viene sistematicamente ridotta – se non eliminata del tutto –, essi, lungi dallo scomparire, incorporano attivamente i nuovi criteri gestionali, mentre, come puntualizza Commisso, «l’Unione ha il potere di coordinamento e di sorveglianza, e la possibilità di raccomandare modifiche nella politica fiscale e applicare sanzioni contro i governi per la violazione delle norme concordate».

Michel Foucault si accorge prima di molti altri che la specificità della governamentalità ordoliberale non consiste tanto nella chiara delimitazione del campo di azione dello Stato – quale era invece l’operazione condotta dal liberalismo del laissez faire – quanto, piuttosto, nella ridefinizione del suo ruolo: lo Stato diviene il garante del meccanismo concorrenziale.

Commisso elogia la straordinaria preveggenza di Foucault nell’aver compreso con estremo anticipo i meccanismi della governance, molto prima, cioè, che si manifestassero i segni della sua attuale crisi.

È però arrivato il momento di riflettere sui limiti della lettura foucaultiana che non sono solo di natura puramente storiografica, come Commisso puntualmente segnala. Si deve infatti riconoscere che, diversamente da quanto afferma Foucault, l’ordoliberalismo non fu affatto una corrente d’ispirazione liberale sorta dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e affetta da una «fobia dello Stato».

Semmai sarebbe più opportuno parlare di una ‘fobia dirigistica’, e cioè di una profonda sfiducia verso qualsiasi forma di pianificazione economica. L’impiego dell’espressione «fobia dello Stato» conduce a facili fraintendimenti (anche se una lettura attenta di Nascita della biopolitica dovrebbe prevenirli).

Gli ordoliberali, infatti, non difendono in alcun modo una concezione di Stato minimo à la Nozick: la simpatia non troppo velata di Alfred Müller-Armack per il fascismo italiano, ma anche la fraseologia antidemocratica che auspica l’intervento di uno Stato forte ‒ di esplicita derivazione schmittiana ‒ che avrebbe dovuto ristabilire una netta separazione tra lo Stato e la società civile viene impiegata senza eccezioni da tutti gli ordoliberali già all’inizio degli anni Trenta. Anche se sarebbe ingiusto, prima ancora che scorretto, liquidarli come dei criptonazisti.

L’insopprimibile disprezzo da essi manifestato nei confronti delle masse proletarie colpevoli di esercitare pressioni sullo Stato non può però di certo farli apparire come dei campioni di democrazia parlamentare, contrariamente alla mitologia sociale che all’alba della fondazione della Bundesrepublik Deutschland li voleva da sempre coraggiosamente antinazisti e convintamente democratici.

Al di là delle imprecisioni di «ordine genealogico» occorrerebbe però sondare le capacità esplicative della concezione foucaultiana del potere.

Questa visione trasversale, molecolare e acefala, che disciplina i corpi e dirige le condotte individuali modulandole sulle esigenze del sistema economico nel suo complesso, fornisce indubbiamente degli strumenti preziosi per comprendere il livello «microfisico» su cui si esercita la governamentalità ordoliberale: del resto, in uno scritto del 1946, lo stesso Franz Böhm segnala la necessità di stabilire legalmente «un comportamento economicamente corretto» attraverso un sistema di «punizioni» e di «ricompense» capaci di «orientare» ‒ che qui significa ‘disciplinare’ ‒ la condotta economica del singolo individuo.

Tuttavia, questa lettura ‘individualizzante’ dell’ordoliberalismo si arresta proprio lì dove una critica compiuta dovrebbe invece iniziare ad articolarsi.

Essa non riesce, o forse non vuole, cogliere gli aspetti strutturali dell’ordoliberalismo: ossia la centralità che il conflitto di classe (o meglio, la sua decisa eliminazione) assume nella logica stessa del suo discorso.

Ciò che Foucault in definitiva non esplicita, ma che sarebbe purtuttavia presente nelle premesse della sua analisi, è che l’obiettivo politico (teorico e pratico insieme) dell’ordoliberalismo è la disattivazione dell’opposizione di classe, la soppressione di qualsiasi immaginario di contrapposizione di interessi, quindi la creazione di una società in cui il conflitto è strutturalmente sedato.

Questa ferma negazione del conflitto si esprime nella volontà di depoliticizzare interamente l’economia ed è presente sia nella teoria ordoliberale delle origini, sia nella sua ‘applicazione’ politico-economica dell’era Adenauer, durante la quale veniva messa in piedi una potente macchina propagandistica che decretava la fine del conflitto sociale: der Klassenkampf ist zu Ende ‒ «la lotta di classe è finita» ‒ recitava lo slogan principale della campagna finanziata dalla Aktionsgemeinschaft Soziale Marktwirtschaft, think thank per la promozione dell’economia sociale di mercato composto da imprenditori ed economisti ordoliberali, tutt’oggi attivo.

Si consideri a tal proposito il disprezzo di Wilhelm Röpke per quella che definisce Interessentenherrschaft ‒ «il dominio dei soggetti d’interesse», generatrice di disordine e discordia, cui contrappone invece l’ordinata e imperturbabile «democrazia del consumatore».

Ciò che agli occhi degli ordoliberali risulta inammissibile è quindi quella che sempre Röpke definisce la «politicizzazione della vita economica»: che lo Stato divenga il terreno di scontro di interessi sociali tra loro confliggenti è una circostanza assolutamente intollerabile.

Lo spiega bene Alexander Rüstow all’inizio degli anni Trenta, quando, richiamandosi a Schmitt, definisce lo Stato «la preda della società civile». Soltanto la «prestazione economica» del singolo individuo può incidere sui processi economici e sul successo personale, non la politische Machtstellung ‒ «posizione di potere politico» ‒ delle classi sociali, ammonisce Röpke. Si comprende come questa «morale prestazionale», basata su un sistema di ricompense e punizioni, possa funzionare solamente se applicata ad individui: è precisamente per questo motivo che ogni opposizione tra classi deve essere rimossa. Essa rappresenta un potente elemento di discordia che minaccia di turbare l’armonia della società, la quale, a sua volta, si deve appunto fondare esclusivamente sulla prestazione economica del singolo individuo, unico soggetto al quale è possibile elargire «ricompense economiche».

In che modo, infatti, si potrebbe valutare la performance economica di intere classi sociali? Una risposta a questo interrogativo, forse, la formula Alfred Müller-Armack, il quale, nel ’32 elaborò l’idea profondamente antimarxista per cui le classi sociali, lungi dal risultare da rapporti di forza e di dominio, sarebbero invece conseguenza del loro «servizio al progresso» (Dienst am Fortschritt). In altre parole, il profitto non dipenderebbe affatto dal possesso dei mezzi di produzione concentrati nelle mani di pochi, ma sarebbe «un risultato della funzione dinamica», del «merito» della classe imprenditrice.

Ciò che quindi la Weltanschauung ordoliberale, così come l’ideologia della governance, sistematicamente obliterano è il conflitto sociale, di classe, consustanziale al modo di produzione capitalistico, rimosso integralmente grazie alla pervasiva diffusione del modello dell’autoimprenditorialità che sposta il conflitto dalla dimensione sociale a quella interpersonale. In definitiva, proprio perché hanno in orrore gli Interessenten e la lotta derivante dalla loro interazione politica, gli ordoliberali eliminano dal loro orizzonte di pensiero la contrapposizione di interessi caratteristica dello spazio statuale.

Al suo posto, il cieco rispetto delle condizioni-quadro, ossia dei vincoli economici e politici transnazionali, da parte di una governance europea ideologicamente neutra e appassionatamente disinteressata, tenta oggi di sbarazzarsi di quell’ingombrante prodotto della modernità che è la sovranità popolare, pericoloso strumento attraverso il quale le classi subalterne potrebbero far valere la loro forza.