ORGANIZZAZIONE NELLA P.A., UN’ARABA FENICE

ORGANIZZAZIONE NELLA P.A., UN’ARABA FENICE

 

 

In risposta alla riflessione di Antonio Capuano, sulla condizione della Pubblica Amministrazione in Italia, proponiamo la risposta di un’iscritta al MovES che è dipendente della P.A. e che in poche battute ha tratteggiato un quadro a dir poco disperante.
Si colpiscono sempre i dipendenti facendoli passare tutti come lazzaroni impuniti e come privilegiati ma la condizione che vivono è davvero sconcertante, nel 2017.
Inoltre, quello che proprio risulta PIÙ che evidente, è la volontà di NON far funzionare la macchina pubblica a dispetto dei tanti proclami.
Si comprende benissimo, malgrado la sinteticità del testo, che la responsabilità è dei Dirigenti della P.A. se un dipartimento funziona e quando avviene che nessuno di essi è all’altezza del compito richiesto soprattutto dal nostro tempo è perchè a monte e non a valle, non c’è la volontà di farli funzionare.

Coordinamento MovES

 

 

di S.G.

L’organizzazione amministrativa è un’araba fenice, un sogno utopico.

Quando si viene assunti nella pubblica amministrazione, generalmente da giovani, ci si sente in grado di osare e di sfidare il sistema.

Finora il sistema ha vinto perchè, nonostante all’interno del suo corpo esistano conoscenze ed eccellenze, si riesce ad annullare tutto con l’apporto della BUROCRAZIA, braccio armato del sistema che gattopardesco  proclama grandi cambiamenti per poi poter lasciare tutto come prima e peggio di prima.

Quando si parla di Italia digitale, ad esempio, viene sinceramente e teneramente da ridere se, all’interno della struttura, ogni dipartimento informatizza con il suo linguaggio che NON DEVE parlare con gli altri.

Dove si assumono tutti dirigenti e il lavoratore sta senza fare niente e il suo collega della stanza di fronte non sa a chi dare i resti ma non ci si può spostare perchè il numero è importante.

Il lavoratore è un numero ed una pedina su una scacchiera su cui si gioca a Risiko. 

E poi che dire dell’anticorruzione? Rotazione ogni due anni ma solamente di alcuni settori, di alcuni lavoratori e con criteri che servono solo ad intralciare il lavoro ed il buon funzionamento dei servizi.

Una notte al museo con Franceschini? Ah behh, io ci andrei ma me lo dovete tenere fermo!

PENSIONI: MA LA CLASSE LAVORATRICE CI VA IN PARADISO?

PENSIONI: MA LA CLASSE LAVORATRICE CI VA IN PARADISO?

 

di Massimiliano DE ANGELIS – Coordinatore Nazionale del MovES

La classe lavoratrice in Paradiso? Solo se esce viva dall’inferno che le ha preparato e servito il governo.

Dice il sito del Ministero del lavoro che “la previdenza complementare (FONDINPS, ndr) è disciplinata dal D. Lgs. nr 25 del 5 dicembre 2005 e rappresenta un sistema pensionistico il cui scopo è quello di integrare la previdenza di base obbligatoria” (i cosiddetti contributi obbligatori a carico del datore di lavoro, ndr).

E ancora: “Essa ha come obiettivo quello di concorrere ad assicurare al lavoratore un livello adeguato di tutela pensionistica, insieme alle prestazioni garantite dal sistema” di base in età pensionistica.

Altro non sarebbe che la pensione integrativa in mancanza di forme pensionistiche di riferimento per una ormai larga fascia di lavoratori e risulta quindi “costituita dai contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro alla forma pensionistica complementare e dai rendimenti ottenuti, al netto dei costi, negli investimenti nei mercati finanziari dei contributi stessi.”

Come leggiamo sempre dal sito, tra i destinatari dei fondi pensione ci sono i lavoratori dipendenti privati e pubblici e i soci e i lavoratori dipendenti delle cooperative di produzione e lavoro.

Sempre da ciò che si legge, tra le varie tipologie dei fondi ci sono i fondi pensione negoziali, i quali sono istituiti dai rappresentanti dei lavoratori e dai datori di lavoro in ambito della contrattazione nazionale di settore o aziendali e l’adesione è libera e volontaria.

Il lavoratore dipendente, entro sei mesi dall’assunzione sulla scorta dei presupposti di cui parlavamo più sopra, si vede destinare la propria quota di TFR, dal proprio datore di lavoro, alla forma pensionistica complementare istituita appositamente presso l’INPS (appunto FONDINPS). Questo è quanto regolamentato in materia.

In sede di liquidazione anticipata per il lavoratore devono essere rispettati dei requisiti, sia che si decida di riscattare le proprie quote al 50% sia che nella totalità della somma.

Ed è qui che si svela l’arcano che io personalmente ho scoperto nel vuoto legislativo relativamente a ciò: ossia che per poter riscattare la propria quota è necessario che l’ultima azienda per la quale si ha lavorato abbia compilato, necessariamente, un modulo di liquidazione coi propri dati aziendali in base a dei requisiti richiesti al lavoratore.

Perciò il problema nasce quando la propria azienda di riferimento è ”sparita” o nel caso delle aziende che sono “scatole cinesi” dove con una serie di architettture mirate ad evadere e sfruttare al massimo il lavoratore nei suoi diritti, proprio grazie al lassismo degli organismi tenuti a vigilare, controllare, come succede spesso per tante società in Italia: se non vi è la società quindi che compili tale documento, di conseguenza non vi è alcuna possibilità per l’ex lavoratore di ritirare la propria somma.

Se poi sia che si rimanga disoccupati o che si trovi un lavoro in “nero” o retribuito coi voucher o altre forme di precariato, la situazione non cambia e l’avente diritto vede pian piano sparire il proprio denaro proprio per via dei costi di gestione sostenuti dal FONDINPS.

Questo vuoto fa in modo che il lavoratore in oggetto venga abusato ben due volte: sia dall’azienda per la quale ha lavorato che sparisce grazie al mancato controllo capillare degli organi preposti e, alla fine del percorso, non venga riconosciuto neanche dall’Ente Previdenziale che, mancante di documentazione che non ha controllato alla fonte nella sua esistenza, e non eroga il dovuto proprio perchè non contemplato.

Possono essere poche centinaia di euro o molte migliaia per coloro con oltre dieci anni di lavoro (dalla data di entrata in vigore della legge in materia) ma non cambia nella sostanza: molti lavoratori potrebbero avere questa brutta sorpresa col trascorrere degli anni lavorativi fino a perdere decine di migliaia di euro se non si mette mano a tale situazione.

C’è da domandarsi se il legislatore sia stato così “sprovveduto” o se quanto avviene sia stato intenzionale da parte del governo al fine di appianare i buchi e gli sprechi dell’INPS o per pagare i superstipendi o le superpensioni agli amministratori dello Stato.

A me personalmente un dubbio sulla seconda ipotesi viene, dato che negli ultimi anni è stato messo in atto un pesante attacco ai diritti dei lavoratori che sono comodi da usare come pronta cassa per il governo, un bancomat che non delude mai.

Lecito quindi pensare, viste le attuali condizioni cui il mercato del lavoro obbliga, che un terremoto avverrà da qui ai prossimi anni con buona pace della classe lavoratrice. Eterna, però, dopo aver vissuto all’inferno.

MONDO GLOBALE E L’ISOLA CHE NON C’È (PIÙ)

MONDO GLOBALE E L’ISOLA CHE NON C’È (PIÙ)

 

di Franco CAMERINI – MovES

Il neoliberismo che a livello globale regola le economie più rapaci del pianeta, nella sua (apparentemente irrefrenabile) espansione ha come inevitabile obiettivo l’appiattimento di ogni forma ideologica di salvaguardia del diritto al lavoro.

In ogni Paese allineato la Politica di potere tende allo smembramento di regole costituzionali più o meno esplicite su tale diritto, per portare all’appiattimento globale delle aspettative del popolo dei lavoratori.

In questa strategia entrano in ballo diversi passaggi, il più importante sicuramente è l’allontanamento dell’individuo dalla cultura, poiché “la cultura dell’individuo è da sempre nemica del Potere”.

La dinamica con cui oggi si persegue questa strategia è semplice: accorciare (e quindi scarnificare di contenuti) il percorso scolastico, ed introdurre in un ovattato limbo lavorativo (gratuito) il soggetto, che assimilerà così un concetto basilare per la buona riuscita della dittatura globale:

Lavoro gratis, e se lavoro meglio e più gratis di altri, un giorno il mio premio sarà un lavoro remunerato; poco, che c’è la crisi, ed è colpa di chi ha per anni preteso un lavoro, se c’è la crisi.

Ecco quindi che l’intellighentia politica si fa in quattro per legiferare in questo senso: invece di investire in cervelli per una riclassificazione del mondo del lavoro mirato ad un miglioramento della qualità di vita delle masse, (che risponderebbero conseguentemente con maggiori consumi e relativo rimbalzo economico) si va alla ricerca di sofisticati sistemi di sempre maggior sfruttamento dell’individuo per far sopravvivere il concetto di capitalismo che sta distruggendo l’Umanità.

In tutto questo i sindacati che fanno? Si sono via via adattati al sistema assumendo l’aspetto e la forma giuridica di gigantesche aziende, ponendosi di fatto sullo stesso piano di coloro che dovrebbero combattere.

Solo una Sinistra unita nell’intento di riportare il concetto di Socialismo nella nostra società può evitare un collasso globale.
LAVORATORI SENZA SICUREZZA, MORTI ANNUNCIATE

LAVORATORI SENZA SICUREZZA, MORTI ANNUNCIATE

 

di Massimiliano DE ANGELIS

Incidenti sul lavoro, un altro morto. L’ultimo è quello di un operaio marocchino di 54 anni in provincia di Vercelli ed è il 592 esimo dall’inizio dell’anno; oltre 1000 lavoratori morti l’anno, 30 in più rispetto al 2016 e oltre 380.000 infortuni in poco meno di 9 mesi, dei quali una percentuale considerevole seri o gravi da lasciare invalidità permanenti sui lavoratori: i dati sono dell’INAIL.

Per non parlare di quanti infortuni non vengono denunciati perché riguardano lavoratori “in nero“ o semplicemente perché altrimenti aumenta il premio assicurativo alla ditta per la quale si lavora.

È una strage, una guerra non convenzionale dichiarata ai lavoratori, a chi lavora e produce facendo arricchire gli imprenditori prima ancora del Paese stesso, soprattutto per imprenditori incapaci o disonesti che, loro si, si avvalgono di tutele permesse dai governi come i voucher, come i contratti a progetto, come con le categorie speciali e altro ancora, dove si vedono sgravati dei contributi poi a carico della collettività in vece loro e che tutt’al più non versandoli si vedono “graziati” quando vengono scoperti.

Un’altra piaga che colpisce i lavoratori che può capitare come è successo a me, che dopo una denuncia di omessa contribuzione all’Ispettorato del lavoro ci si vede riconosciuti i soli contributi figurativi: una presa in giro.

Ma intanto che io venivo sfruttato e gabbato, il mio datore di lavoro apriva altre società, si comprava villini, automobili da diverse decine di migliaia di euro e non si faceva mancare numerosi viaggi all’estero alla faccia nostra e dello Stato. Quello Stato che poi lo tutelava a suon di corruzione nei suoi organi di controllo: altra piaga per i lavoratori.

La sicurezza sul lavoro…mi viene in mente com’era e come è ancora nel mondo della logistica.
Anni fa subii un incidente che a tutt’oggi ha lasciato i suoi segni sulle mie caviglie cambiando anche quello che ero solito fare e cioè andarmi a fare una partitella tra amici nel fine settimana a calcetto.

Ma ho visto di peggio. Un mio collega è rimasto zoppo perché ha visto – e ho visto – scoppiargli un piede sotto il peso di un carrello elevatore. Sangue dappertutto e io con un collega (nessuna cassetta di pronto soccorso dulcis in fundo) fermargli col mio maglione l’emorragia e bruciare carta igienica da poterlo coprire nelle parti scoperte.

Vedevo le sue ossa del piede ma non vedevo invece i responsabili e nemmeno il datore di lavoro.

Fui persino redarguito perché chiamai il 118 e molto peggio andò al mio collega infortunato: fu messo a riposo e, siccome dipendente di una cooperativa, di conseguenza non stipendiato.

Iil responsabile della sicurezza sul lavoro (parente del titolare, ovviamente) fece sì che risultasse che il lavoratore non avesse con sè le scarpe antinfortunistiche.
Questo è quello che succede nel mondo di certi lavori dove tu che produci a ritmi forsennati, sei solo un “accessorio” e quando non sei competitivo come vuole il sistema allora vieni scartato, eliminato come si fece con quel collega e con molti altri ancora per via del lavoro usurante.

Vedevo giovani non reggersi più in piedi perché per il datore di lavoro era costoso far fare un corso sulla legge 81 e sul sistema lavorativo e, di conseguenza siccome non più competitivi, messi nelle condizioni di lasciare quel lavoro.

Questa è una guerra non convenzionale, silente ma dichiarata ai lavoratori.

Essi sono solo un prolungamento delle macchine da produzione, sono solo un numero che non deve avere una anima.
La guerra del capitalismo neoliberista, una volta eliminato lo Statuto dei lavoratori, è anche questa.

SCIOPERO GENERALE IL 27 OTTOBRE!

SCIOPERO GENERALE IL 27 OTTOBRE!

 

di Barbara MORLEO

Il 23 Settembre ho partecipato all’Assemblea Nazionale indetta a Milano dai Sindacati di Base per la costruzione dello Sciopero Generale del 27 Ottobre.

La partecipazione all’assemblea è stata più elevata di quanto mi aspettassi e la discussione ricca e vivace. Tutti i posti a sedere sono stati occupati e molti sono stati i militanti e delegati rimasti volentieri in piedi.
Gli interventi sono stati numerosi.

I delegati di Sgb, Cub, Si Cobas, Slai Cobas, Usi Ait hanno portato ognuno il proprio contributo di lotta sul territorio e dei risultati così conseguiti, affermando la necessità di proseguire su questa strada, specialmente dopo la spallata data al governo con lo sciopero del 16 Giugno scorso che ha paralizzato il paese (al quale seguirono varie dichiarazioni, fra cui quella del premier Renzi che approfittò dell’occasione per definire lo sciopero “una pratica da regolamentare” per evitare che “le piccole sigle mettano in ginocchio il Paese”, senza neanche riflettere sul fatto che evidentemente quelle sigle tanto piccole non sono se bloccano un paese e che lo sciopero è un diritto inviolabile dei lavoratori e non una “pratica”).

Il prossimo sciopero generale dovrà essere un colpo ancor più forte e il percorso da compiere da qui al 27 Ottobre sarà quella dell’agitazione, informazione e contrasto nei luoghi di lavoro.

Questa assemblea ha rappresentato, per i sindacati coinvolti, l’inizio della costruzione di un unico grande fronte sindacale di base.
Qualcosa di cui c’era bisogno da fin troppo tempo e che finalmente ha messo le sue basi.

Chi non era presente all’assemblea, ha semplicemente chiarito la sua reale natura e vocazione, al di là dei quattro proclami fatti via Facebook.

In assemblea qualcuno ha voluto sottolineare che nel Pubblico Impiego, si sentirà la mancanza di Usb…io rispondo che spero che sia Usb a dimenticarsi del Pubblico Impiego, vista la firma per la riduzione dei comparti che apre la strada a contratti peggiorativi. No grazie.

Dalla firma sul Testo Unico della rappresentanza ad oggi, quel sindacato ha dato prova in tutti i modi possibili di aver perso sia conflittualità che indipendenza (non dimentichiamoci sia il sostegno dato apertamente ad alcune campagne elettorali che la sua partecipazione ai giochi di favore nelle stanze romane del PD così come emerso nel processo di Mafia Capitale).

Mi chiedo come si possa, dopo anni e anni di insegnamento della CGIL, credere ancora alla favolina del “combattiamo e cambiamo da dentro“.

Ben resti fuori Usb da questo fronte che si è delineato sabato. Non vi appartiene semplicemente.
Non smetto invece di sperare che i delegati, i militanti e gli iscritti di Usb, facciano altre scelte.

Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti sabato da Massimo Betti, Nicola De Pasquale e Vincenzo Capomolla di Sgb, ai delegati della Cub, Slai Cobas, Si Cobas, Usi Ait (mi scuso subito per chi non ho nominato).

Grazie a tutti per questa possibilità.

A ognuno di noi il compito di realizzarla.

CERCARE UN’OCCUPAZIONE A 51 ANNI

CERCARE UN’OCCUPAZIONE A 51 ANNI

 

di Massimiliano DE ANGELIS – Coordinatore Nazionale MovES

Quello di cercare un’occupazione a 51 anni, sul web, nella giungla di siti “specializzati“ come portali, siti delle società o di agenzie interinali è un vero e proprio lavoro; capirne le modalità con le quali esse operano e ciò che offrono è un vero e proprio lavoro, ma non vieni pagato e come un lavoratore qualsiasi non vieni rispettato nel tuo valore e nella tua dignità.

Il loro modus operandi è differente a seconda di chi ti trovi davanti: alcune funzionano ne più ne meno come un portale, come anche alcune interinali quindi ti iscrivi, invii il c.v. e poi sei tu a cercarti il lavoro consultandolo.

Un mondo surreale che, studiandolo, scopri che nasconde le insidie del mondo del lavoro prima ancora che te lo offrano; impari a capire che la ripresa c’è si ma quella per il culo però: meno del 20% delle già poche offerte di lavoro è a tempo indeterminato, il restante precario nelle più varie “sfumature”.

E allora mi vengono anche in mente le parole della figlia di una amica che ha lavorato a Cinecittà World, “lavoravamo anche 10 ore al giorno per 36 euro con ritmi forsennati sotto il sole di agosto e sia l’acqua che il cibo dovevamo comprarceli”; oppure quelle di mia nipote che lavorava in pizzeria per 3,25 euro l’ora con i cosiddetti voucher. Eccolo qui, il mondo che ho scoperto quando è toccato a me. Questo è stato il mondo che si è presentato ai miei occhi “navigando in internet”, senza contare il fatto che mi son visto scartare anche i part-time di qualsiasi genere contrattuale per motivi logici di distanza.

Poi cominci a pensare che qualcosa è andato storto strada facendo: cosa è cambiato e come, dai tempi felici ad oggi nel mondo del lavoro?
Mi viene in mente la teoria della rana bollita di Chomsky: a poco a poco il lavoratore è stato esautorato di quasi tutto non solo dei diritti ma anche della sua dignità e del rispetto per la sua vita, rendendolo schiavo, sia mai che in un prossimo futuro si voglia aver diritto di vita o di morte su di esso senza nemmeno chiedergli il permesso di prendersela.

Penso ad un amico coetaneo che ha perso la sua occupazione da poco: non pagato degli ultimi tre stipendi e di quasi 30 anni di liquidazione, ferie, permessi e tutti gli istituti compresi anni di contributi; la sua crisi coniugale è conseguenziale: oggi è un uomo distrutto.

Mi ritrovo a pensare che no, non è solo colpa del neoliberismo, del capitalismo ma anche della società che noi abbiamo accettato che ci creassero su misura allo scopo. Lo hanno creato e voluto tutto questo e noi non ci siamo mai chiesti chi dovesse tutelarlo quel bel mondo che vivevamo. Chi doveva controllare? E perché non lo ha fatto?

Perché il datore di lavoro, per i contributi non versati, se la cava con la sola ammenda di 100 euro l’anno e il mio amico dovrà invece vedersi riconoscere i soli contributi figurativi che nulla valgono per il computo della pensione?
Perché tutto questo?

Qualcuno ha di sicuro fatto in modo che arrivassimo, con l’occupazione.

Ma tutti ti dicono che è normale, che oggi è così, che c’è la ripresa e prima o poi qualcosa cambierà perchè a fini meramente propagandistici il premier sostiene che è calata la disoccupazione e c’è la ripresa (Renzi ma davvero pensi che abbiamo l’anello al naso?), come se ci fosse invece una spiegazione logica senza darne una lettura comprensibile.

Drammatico sentirti dire da altre vittime come me e tanti di noi, che “se non lo accetti, questo stato di cose, che fai?”
Non so dire come e quanto mi cadano le braccia davanti alla rassegnazione e quando rispondo che si lotta, alla fine so già che rimarrò solo nelle mie convinzioni.

Naturalmente poi senti i datori di lavoro dirti che “noi non abbiamo problemi, lì fuori c’è la fila” e che è anche la componente che è nel più basso istinto razzista conseguenziale del teorema “tutta colpa degli immigratilo straniero ruba il lavoro”.

E no miei cari, se lo straniero ruba il lavoro è perché qualcuno glielo dà e quel qualcuno è italiano: molto semplicemente  l’immigrato soddisfa il bisogno dei padroni di sfruttare e fare il massimo profitto. Ma non soddisfa il mio però, perchè se sono sfruttati gli immigrati, è vero che siamo sfruttati tutti.

Le sorprese però non finiscono: pochi giorni fa mi sono imbattuto in un’offerta di lavoro di una nota azienda di Bari, presso la loro filiale di Ostia-Roma, che secondo il sito produce e commercializza apparecchiature elettromedicali legate alle depurazioni delle acque e che cercava un magazziniere e una segretaria da inserire e far crescere nell’organico in espansione.

Mando il curriculum e dopo un paio di giorni mi chiamano per un colloquio che poi risulterà essere con la responsabile risorse umane solo a titolo conoscitivo.

L’indomani per un “feedback molto positivo nei suoi confronti” vengo convocato per un colloquio vero e proprio; solo che va delineandosi la beffa che coinvolge me e tanti altri, qualcuno venuto per di più da molto lontano: ci ritroviamo in 23, uomini e donne per un colloquio di gruppo.

Lì, si svela l’arcano. Il posto da segretaria o magazziniere era lo specchietto per le allodole per poter avvicinare un numero alto di “candidati” ad essere futuri venditori e lasciamo stare gli eufemismi e le parole per farti prendere una pillola dolce. La verità è che quella pillola si è rivelata essere una dolorosa supposta.

Lestofanti che creano l’illusione nelle persone di aver realmente per un attimo creduto di aver potuto trovare lavoro così da potersi riscattare da una vita davvero dura in cui ti tolgono la dignità e ti umiliano al punto che non sai nemmeno più chi sei.

E sì, per quanto riguarda l’occupazione, qualcosa in questi anni deve essere per forza andato storto.