IL JOBS ACT E LA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO

IL JOBS ACT E LA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO

 

di Luca FANTUZZI

 

In questi giorni la stampa italiana – che ha tanti difetti, ma talvolta anche il pregio di non rendersi conto di cosa scrivere – ci ha fatto sapere che all’epoca dei “mille giorni” non c’era un governo, ma “quattro che comandavano”. Di questi quattro, tre apparivano ed uno suggeriva. L’ingegnere De Benedetti: se era stata la Bce a dettare il Jobs Act, è lui che teneva la penna in mano.

La legge regina della deflazione salariale (ultima nata di una lunga serie: dalla regolamentazione previdenziale dei contratti di collaborazione nel 1995, al Pacchetto Treu con relativo lavoro interinale e co.co.co. nel 1997, al Decreto n. 368 sui contratti a termine nel 2001, fino alla Legge Biagi nel 2003 e alla Riforma Fornero nel 2012): sia mediante pressione sulle retribuzioni di chi il lavoro, bene o male, riesce a tenerselo (abbiamo già parlato del demansionamento), sia rendendo più facile fare in modo che le persone, il lavoro, lo perdano. Tale risultato è raggiunto essenzialmente attraverso tre strade: la sostanziale abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (sulla materia si era già portata molto avanti la Legge Fornero); la surrettizia incentivazione del lavoro precario; la precarizzazione del contratto a tempo indeterminato (il c.d. “contratto a tutele crescenti”).

C’era una volta l’articolo 18 (il contratto a tutele crescenti).

L’art. 18, nella sua versione originaria, prevedeva il reintegro del lavoratore, occupato in una azienda con oltre 15 dipendenti, in tutti i casi di licenziamento illegittimo.

Il licenziamento era “illegittimo” in due casi. Quando si riscontrava la mancanza di una giusta causa (integrata da un comportamento talmente grave da non permettere la continuazione del rapporto di lavoro neanche in via provvisoria) o un giustificato motivo soggettivo (comportamenti che costituiscono inadempimento degli obblighi contrattuali, come l’abbandono ingiustificato del posto di lavoro, minacce e/o percosse, reiterate violazioni del codice disciplinare, ma anche lo “scarso rendimento”): era il “licenziamento disciplinare” il quale, peraltro, era altresì illegittimo laddove non fosse assicurato un effettivo diritto di difesa al dipendente.

Oppure quando mancava un giustificato motivo oggettivo (cioè ragioni attinenti ad una eventuale crisi aziendale, oppure motivi di natura economica e/o tecnica, quali una riorganizzazione del lavoro, ecc., ma anche – soprattutto nella più recente della Cassazione – il tentativo di efficientare l’azienda in vista di un maggior utile d’esercizio). A carico del datore di lavoro era posto l’onere della prova della sussistenza di tale “giustificato motivo” (sul merito del quale al giudice era però impedita in radice qualsiasi valutazione) nonché dell’impossibilità di procedere al c.d. “repêchage”.

Questa norma – prima di essere superata dal Jobs Act – era già stata completamente snaturata dalla L. 92 del 2012, che prevedeva quattro livello di protezione: (a) quello della tutela reale piena, per i casi di licenziamento discriminatorio o per i licenziamenti “orali”; (b) quello della tutela reale attenuata (nel caso di licenziamento disciplinare: ove sia provata l’insussistenza del fatto contestato, ovvero quando la legge o i CCNL prevedono, per quel fatto, una sanzione meno grave rispetto al licenziamento); (c) quello della tutela indennitaria forte (tra 12 e 24 mensilità, in caso di mancanza di un giustificato motivo oggettivo: laddove detto “motivo” sia “manifestamente insussistente”, eccezionalmente è previsto il reintegro); (d) quello della tutela indennitaria debole (da 6 e 12 mensilità, in caso di licenziamenti disciplinari con mancato rispetto del requisito formale di motivazione). La tutela indennitaria fa la parte del leone in questo sistema e, come di consueto, l’indennizzo è legato alla retribuzione: “a chi ha sarà dato, ed a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Vecchio come il mondo.

Il Jobs Act apporta alcune modifiche di dettaglio (una riscrittura imprecisa del concetto di “licenziamento discriminatorio”, la necessità – per la reintegra a seguito di licenziamento disciplinare – della radicale inesistenza del “fatto materiale” addebitato) e due invece sostanziali: la totale sparizione della tutela reale in caso di licenziamento economico; la commisurazione dell’indennità risarcitoria all’anzianità di servizio (1 o 2 mensilità per anno di lavoro, con i massimi uguali a quelli della Fornero). In sostanza, una specie di sistema LIFO da applicare al magazzino-lavoratori. Manca solo applichino, all’assunzione, la data di scadenza.

Contratti precari (il contratto a termine)

Il Jobs Act “perfeziona”, nel senso di una sempre maggiore appetibilità, le disposizioni relative ai contratti a termine.

La Legge Fornero è stata la prima a prevedere la c.d. “a-causalità” di questi contratti, cioè la possibilità di stipula senza specificazione di una motivazione o comunque ragione (normativamente predefinita) che ne giustifichi l’instaurazione al posto del comune contratto a tempo indeterminato. La nuova opportunità era collegata comunque a determinati presupposti: (i) prima sottoscrizione del contratto; (ii) durata non superiore a dodici mesi. Il Jobs Act estende il contratto a-causale a tutti i contratti a termine fino a 36 mesi, ovvero a contratti più brevi prorogabili fino a 5 volte, entro il medesimo termine di 3 anni (4 anni, se l’ultima proroga è conclusa fra le parti in sede protetta). Non bastasse, i pur tenui limiti rimasti (limite triennale, massimale del 20% della forza lavoro) sono inapplicabili a specifiche fattispecie: (i) datori di lavoro che occupano fino a cinque dipendenti; (ii) enti di ricerca che assumano ricercatori.

A dimostrazione dell’efficacia di queste innovazioni due semplici fatti: l’incapacità del PD, nel corso dell’approvazione dell’ultima Legge di Bilancio, di ridurre da 36 a 24 mesi la durata massima dei contratti a termine; l’esplosione dei contratti precari rispetto a quelli a tempo indeterminato negli ultimi anni.

 

Fassina descrive molto bene la fenomenologia, ma come spesso accade non indaga la causa del problema, cioè il sistema di cambi fissi soggiacente alla Moneta Unica. “Se non puoi svalutare il cambio, devi svalutare il lavoro”. E il lavoro lo svaluti così. Creando – creando – disoccupazione.

Contratti precari (collaborazione coordinate e continuative)

La sempre maggiore precarizzazione del lavoro è un portato anche della riviviscenza delle collaborazioni coordinate e continuative, farisaicamente travestite da abrogazione della disciplina del lavoro a progetto. Siamo tornati, pari pari, al 1995

In principio fu l’art. 409 c.p.c., disposizione eminentemente processuale, che devolveva al giudice del lavoro, fra gli altri, anche i “rapporti di collaborazione che si concretizzino in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato”. Prassi e giurisprudenza definirono, col tempo, la figura giuridica: requisiti tipici della collaborazione coordinata e continuativa erano (e sono) l’autonomia (il collaboratore decide autonomamente tempi e modalità di esecuzione della commessa, ma non impiega mezzi propri: diversamente, si tratterebbe di lavoro autonomo professionale), la continuità (intesa come permanenza nel tempo del vincolo di parasubordinazione: diversamente, si tratterebbe di lavoro autonomo occasionale), il potere di coordinamento con le esigenze dell’organizzazione aziendale esercitato dal committente, la prevalente personalità della prestazione.

Questa situazione diviene il paradiso della frode. Qualsiasi lavoro – anche il più routinario – trova la strada per trasformarsi in una co.co.co., che scontava aliquote contributive più basse e non era soggetta all’art. 18.

Su questo scandalo intervenne la Legge Biagi, che imponeva che le collaborazioni fossero collegate a “uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore”, avendo cura di specificare che “il progetto doveva essere funzionalmente collegato a un determinato risultato finale e non poteva consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente”. Per maggior chiarezza, si sottolineava che “il progetto non poteva comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi”.

Cosa succede con il Jobs Act? L’art. 2, D. Lgs. n. 81 del 2015 spara subito la petizione di principio: “a far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”. Ai sensi dell’art. 52, c. 1, poi, “le disposizioni… [sui contratti a progetto] sono abrogate…”. Così, semplicemente.

Tutto bene, allora. No, perché ai sensi del c. 2 dell’art. 52 “resta salvo quanto disposto dall’articolo 409 del codice di procedura civile”. In pratica: l’abrogazione del lavoro a progetto fa rivivere la precedente disciplina delle collaborazioni coordinate e continuative, le quali si distinguono dal lavoro subordinato soltanto per non prevedere un orario e (oppure: o?) una sede di lavoro fissi. Gli abusi, come ognuno ben capisce, si sprecheranno, soprattutto nel caso in cui quella “e” sarà letta come una disgiuntiva (sì, effettivamente, lei fa la segretaria, ma viene un po’ quando le pare; è vero, guardi, lui mi timbra tutti i giorni il cartellino, ma mica ha una scrivania qui, davvero).

Prima puntata: l’autorizzazione al demansionamento. Seconda puntata: la precarizzazione del lavoro. Prossima puntata: i famigerati voucher. Questo è il Jobs Act. La legge manifesto dei quattro al comando. E della Bce.

 

fonte: IL FORMAT

STIPENDI DA 92 EURO E LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

STIPENDI DA 92 EURO E LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

Leggiamo in un’ANSA della denuncia da parte del sindacato, di un Call Center che retribuisce i suoi dipendenti con degli stipendi da 92 euro PER UN MESE di lavoro.

Ma non solo, in caso di assenza di TRE minuti dalla postazione per andare in bagno, si viene pure penalizzati (!), al punto che la paga oraria scende fino a 33 CENTESIMI l’ora.

QUESTI i soli numeri che contano per noi poichè riguardano i lavoratori che sono i numeri primi della società.
Per noi, quindi, i numeri che contano non sono e non saranno mai quelli degli schieramenti elettorali che, alla fine e in buona sostanza, guardano solo a se stessi.

Si continua a pensare, anche oggi, che basti un’elezione per fare argine al sistema e che basti uno schieramento per rafforzarsi.
Per giunta con dentro un’entità politica che continua a contribuire a questa macelleria sociale.
L’appoggio al PD nelle giunte locali e al neoliberismo, restando nel gruppo UE, da parte di questa forza, dichiara palesemente che di fatto all’interno della lista “Potere al Popolo” NON esiste una concreta volontà di superamento del vecchio in favore di qualcosa di davvero diverso.

Se invece si fosse puntato a investire sulla LOTTA senza più mezzi termini, questi lavoratori, sfruttati fino al midollo, oggi avrebbero maggior sicurezza di non essere soli e di essere davvero politicamente rappresentati.

Unirsi a chi ha pesatemente contribuito e contribuisce alla definitiva sparizione della sinistra di lotta in favore di quella di governo per amministrare l’esistente e un po’ ovunque in Italia, non ci pare la soluzione giusta per combattere simili drammatiche piaghe che stanno devastando la carne viva del paese.

Allo stesso modo non ci sembra risolutivo affidare ad un movimento di giovani tanto entusiasti quanto poco addentro alla conoscenza della politica e dei problemi di TUTTO il paese, le sorti della ricostruzione della lotta di classe.

Perchè a scrivere enunciati o a lanciare proclami, siamo bravissimi tutti, ma se qualcuno non dice COME si pensa di risolvere questo massacro, poi diventa alquanto difficile essere credibili.

Non tanto presso altre entità politiche, proprio presso quei lavoratori che ormai non solo non hanno più voce e forza per reagire ma che per bisogno sono costretti ad accettare qualunque ricatto e si ritrovano a non avere nemmeno più gli occhi per piangere sui 92 euro di stipendi che dichiarano la loro schiavitù.

 

FONTE: ANSA

TEMA: COME COMBATTERE I LAVORATORI

TEMA: COME COMBATTERE I LAVORATORI

 

di Leo FARINELLI

TEMA
Come combattere i lavoratori.
Ovvero: “la classe operaia – la collettività lavoratrice che presta le proprie braccia e la mente al servizio di forze redditizie in proprio.”

IL LICENZIAMENTO

IL LICENZIAMENTO – la chiusura dell’Azienda, della fabbrica, dell’ufficio, del luogo di lavoro. Le prime alchimie magiche le vedi mascherate in piccoli provvedimenti di ammodernamento delle macchine e/o strutture, quindi di esubero di personale.

Anche di indifferenza sullo stato della produttività delle fonte di ricchezza. Nello stato successivo vedi che vengono chieste sovvenzioni governative, ovvero ”ricatto” per mantenere lo stato esistente “a tempo determinato”.

Esito negativo della richiesta? Si procede con la chiusura o lo smantellamento dell’azienda.
Si rallentala e intanto la si trasferisce in altro Stato: Albania, Romania, India, Turchia, Cina, Vietnam, ecc.

Accadde così che nella nostra nazione si creano settori di lavoratori, “persone” necessitanti: disoccupati, esodati, cassaintegrati, licenziati, lavoratori in nero, pranzo e cena nel cassonetto, alla Caritas.
Letto in auto, sigaretta di foglie, panino dal fornaio dopo la chiusura, ecc.

Creare disoccupazione è l’arma più meschina e disumana che venga usata per combattere il lavoratore, le sue richieste per vivere, i suoi diritti, il suo salario, per combattere la sua famiglia e separarla. E’ dare martellate sui suoi calli.

Disoccupare, Disgregare, Disarmare il suo essere partecipe alla vita di tutto il pianeta. L’unico intento di quel 20% di miliardari del pianeta è di Frantumare l’idea unitaria dei lavoratori che creano la ricchezza. Combattere il significato non recondito di Unità (Concordia).
Prezzolare i media affinché siano i giullari al loro soldo è ordinamento assodato.

Il lavoratore viene relegato nell’angolo e così non ha più diritti, non ha leggi o aiuti divini al suo arco, non ha nessuna assistenza, alcuna speranza.

Quindi, come è stato studiato da Lor Signori, per lui giungono la delusione e la ripicca che nessuno ha aiutato questo singolo (milioni di singoli).

Ecco che si spezza l’unione ideologica di sinistra, di unità.
Si spezza il partito comunista Gramsciano in diverse caselle, in camere stagne amareggiate.

Ecco la magia: i lavoratori divisi in tante categorie e la sinistra divisa in tante bandiere.
Et voilà, ecco la magia: il coniglio che esce dal cappello – il gioco è fatto.

THYSSENKRUPP, LA STRAGE VOLUTA DAL PROFITTO

THYSSENKRUPP, LA STRAGE VOLUTA DAL PROFITTO

 

 

Sono passati DIECI ANNI da quella notte spaventosa in cui Antonio Schiavone, 36 anni, Roberto Scola, 32 anni, Angelo Laurino, 43 anni, Bruno Santino, 26 anni, Rocco Marzo, 54 anni, Rosario Rodinò, 26 anni, Giuseppe Demasi, 26 anni persero orrendamente la vita per una VOLUTA mancanza di sicurezza dell’azienda ThyssenKrupp di Torino.
Giovani vite spezzate dalla mano feroce del neoliberismo che usa gli esseri umani come fossero carta straccia. Morti anch’essi senza giustizia.
Da allora nulla è cambiato se non in peggio.
Li vogliamo ricordare con il testo di qualche tempo fa, scritto da un loro collega, ma non per deporre un fiore su chi è stato immolato come un agnello sacrificale sull’altare del sistema ma per non dimenticare MAI, che questo sistema di potere e di dominio va SPAZZATO VIA al più presto per ridare dignità e sicurezza a tutti i lavoratori.
Perchè nessun essere umano sia più costretto a perdere la vita in nome del massimo profitto per guadagnarsi da vivere.

Il Coordinamento Nazionale del MovES

 

 

di UN OPERAIO della ThyssenKrupp di Torino

Il profitto, i soldi, capitale, volume d’affari, budget, target, aumenti, tagli, ottimizzazioni, flessibilità, deroga, libero mercato, liberismo, merce.
Ecco, io vorrei raccontarvi, una storia, con parole mie, molti la conoscono, superficialmente, altri la eludono, altri pensano che sia frutto del caso e che sia un caso, altri credono nella sfortuna, certuni credono in Babbo Natale.
La strage della ThyssenKrupp di Torino.

La ThyssenKrupp è un’azienda tedesca, la più importante azienda d’Europa nel settore siderurgico. Tra le molte aziende che controlla c’è pure l’acciaieria di Terni.
Ma qui siamo a Torino, la fabbrica oramai obsoleta, improduttiva e che continua a produrre acciaio anziché oro, deve essere smembrata e trasferita a Terni. I dirigenti decidono e impongono il trasferimento, senza però smettere di produrre. L’acciaio va fatto fino all’ultimo giorno, senza se e senza ma.
E la sicurezza? Inutile. Il gioco non vale la candela.

La fabbrica non è a norma. Ma non rispetto al D.Lgs 81/2008 e successive modifiche, non rispetta nemmeno i dettami dell’abrogato D.P.R. 547 del 1955.

I nastri trasportatori, non sono MANUTENUTI, nemmeno registrati, lo sfregamento dei fogli d’acciaio causa scintille, che almeno una o due volte per turno causano piccoli INCENDI.
Sempre domati dagli operai con i presidi antincendio presenti e disponibili.

I nastri non hanno cordelle di blocco, i pulsanti di emergenza sono stati DISATTIVATI, (potrebbero nuocere alla produzione).

I “funghi” di emergenza, (non funzionanti), furono progettati, per sezionare parti delle linee di produzione, ma NON tutte. Omicidio progettuale.

I bacini di contenimento degli oli lubrificanti, posti sotto ai nastri sono stracolmi di liquido infiammabile, per la mancata manutenzione. Non ha senso manutenere una linea da ELIMINARE.

I fogli di carta che separano i fogli di lamiera, per SCELTA direttiva, non vengono eliminati, ma sono bruciati nel processo, per RISPARMIARE.

Carta, olio in pozze su tutte linee, ma tanto fra poco si dismette.
Gli estintori, idonei, per spegnere gli incendi da idrocarburi sono quelli a polvere, mentre quelli a CO2 si utilizzano sui quadri elettrici. Ed infatti per scelta aziendale, TUTTI gli estintori a polvere vengono sostituiti con quelli a CO2, meno efficaci, certo, ma almeno non “sporcano” l’acciaio.
Mica abbiamo tempo di pulire. Dobbiamo produrre. Fino alla fine. Fino alla fine.

La ditta che effettua la manutenzione e revisione semestrale OBBLIGATORIA dei presidi antincendio, non riesce a tenere il passo degli estintori vuotati e consumati.
Certo, con due principi di incendio a turno, se non di più non è facile ricaricare TUTTI gli estintori.
Il getto di CO2 è poco efficace sugli olii, ha però l’AGGRAVANTE di spostare ed ACCUMULARE i liquidi all’interno dei bacini di contenimento, creando così grossi accumuli di materiale infiammabile.
Una BOMBA.

Sette operai, stanno facendo il turno di notte sulla linea 5 dell’acciaieria di Torino.
E’ l’una di notte del 6 Dicembre 2007, quando, il solito piccolo incendio ha inizio sulla linea.
L’addetto al nastro, scorge il solito, piccolo, ennesimo, principio d’incendio. Prova a domarlo con l’estintore più vicino, senza risultato. L’incendio aumenta.

L’operaio chiama gli altri sei colleghi in turno. Escono dalla piccola sala quadri che controlla la produzione.
Si precipitano agli estintori. La maggior parte sono scarichi.

I lavoratori cercano altri mezzi di estinzione, sulle colonne, dietro la linea, davanti alla linea.
Un operaio corre alla manichetta di un idrante. La srotola.
E’ tardi.

La linea in pressione, degli oli idraulici, non sezionata, non bloccata da nessun interruttore di emergenza, per il grande calore esplode.
La flangia viene ritrovata a circa 250 metri dalla zona del primo innesco.
Scoppia l’inferno. I colleghi chiamano i vigili del fuoco, le ambulanze arrivano all’una e quindici minuti.

Alle 4 del mattino muore il primo operaio, si chiama Antonio Schiavone.
Nei giorni che seguiranno, dal 7 al 30 dicembre 2007, moriranno le altre sei persone ferite in modo gravissimo dall’olio bollente: si chiamavano Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino.

Degli operai coinvolti nell’incidente, l’unico superstite e testimone oculare si chiama Antonio Boccuzzi: lavora nella Thyssen da 13 anni, è un sindacalista della UILM, il suo ruolo sarà centrale nella denuncia delle colpe dell’azienda.

Non è stato un incidente, non sono stati infortuni, non è stato il caso.
La strage della ThyssenKrupp di Torino è un emblema è la vittoria del profitto sulla vita, è la vittoria del capitale sugli uomini, è la vittoria di un sistema, di un modus operanti, di una inciviltà che mette i soldi davanti a tutto.

Gli omicidi della acciaieria ThyssenKrupp di Torino, sono la vittoria di un sistema malato sulla dignità.
In tuta blu. Quella notte, sulla linea 5 muore l’Umanità, schiacciata dal demone insanguinato del neoliberismo criminale e corrotto.
ORGANIZZAZIONE NELLA P.A., UN’ARABA FENICE

ORGANIZZAZIONE NELLA P.A., UN’ARABA FENICE

 

 

In risposta alla riflessione di Antonio Capuano, sulla condizione della Pubblica Amministrazione in Italia, proponiamo la risposta di un’iscritta al MovES che è dipendente della P.A. e che in poche battute ha tratteggiato un quadro a dir poco disperante.
Si colpiscono sempre i dipendenti facendoli passare tutti come lazzaroni impuniti e come privilegiati ma la condizione che vivono è davvero sconcertante, nel 2017.
Inoltre, quello che proprio risulta PIÙ che evidente, è la volontà di NON far funzionare la macchina pubblica a dispetto dei tanti proclami.
Si comprende benissimo, malgrado la sinteticità del testo, che la responsabilità è dei Dirigenti della P.A. se un dipartimento funziona e quando avviene che nessuno di essi è all’altezza del compito richiesto soprattutto dal nostro tempo è perchè a monte e non a valle, non c’è la volontà di farli funzionare.

Coordinamento MovES

 

 

di S.G.

L’organizzazione amministrativa è un’araba fenice, un sogno utopico.

Quando si viene assunti nella pubblica amministrazione, generalmente da giovani, ci si sente in grado di osare e di sfidare il sistema.

Finora il sistema ha vinto perchè, nonostante all’interno del suo corpo esistano conoscenze ed eccellenze, si riesce ad annullare tutto con l’apporto della BUROCRAZIA, braccio armato del sistema che gattopardesco  proclama grandi cambiamenti per poi poter lasciare tutto come prima e peggio di prima.

Quando si parla di Italia digitale, ad esempio, viene sinceramente e teneramente da ridere se, all’interno della struttura, ogni dipartimento informatizza con il suo linguaggio che NON DEVE parlare con gli altri.

Dove si assumono tutti dirigenti e il lavoratore sta senza fare niente e il suo collega della stanza di fronte non sa a chi dare i resti ma non ci si può spostare perchè il numero è importante.

Il lavoratore è un numero ed una pedina su una scacchiera su cui si gioca a Risiko. 

E poi che dire dell’anticorruzione? Rotazione ogni due anni ma solamente di alcuni settori, di alcuni lavoratori e con criteri che servono solo ad intralciare il lavoro ed il buon funzionamento dei servizi.

Una notte al museo con Franceschini? Ah behh, io ci andrei ma me lo dovete tenere fermo!

PENSIONI: MA LA CLASSE LAVORATRICE CI VA IN PARADISO?

PENSIONI: MA LA CLASSE LAVORATRICE CI VA IN PARADISO?

 

di Massimiliano DE ANGELIS – Coordinatore Nazionale del MovES

La classe lavoratrice in Paradiso? Solo se esce viva dall’inferno che le ha preparato e servito il governo.

Dice il sito del Ministero del lavoro che “la previdenza complementare (FONDINPS, ndr) è disciplinata dal D. Lgs. nr 25 del 5 dicembre 2005 e rappresenta un sistema pensionistico il cui scopo è quello di integrare la previdenza di base obbligatoria” (i cosiddetti contributi obbligatori a carico del datore di lavoro, ndr).

E ancora: “Essa ha come obiettivo quello di concorrere ad assicurare al lavoratore un livello adeguato di tutela pensionistica, insieme alle prestazioni garantite dal sistema” di base in età pensionistica.

Altro non sarebbe che la pensione integrativa in mancanza di forme pensionistiche di riferimento per una ormai larga fascia di lavoratori e risulta quindi “costituita dai contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro alla forma pensionistica complementare e dai rendimenti ottenuti, al netto dei costi, negli investimenti nei mercati finanziari dei contributi stessi.”

Come leggiamo sempre dal sito, tra i destinatari dei fondi pensione ci sono i lavoratori dipendenti privati e pubblici e i soci e i lavoratori dipendenti delle cooperative di produzione e lavoro.

Sempre da ciò che si legge, tra le varie tipologie dei fondi ci sono i fondi pensione negoziali, i quali sono istituiti dai rappresentanti dei lavoratori e dai datori di lavoro in ambito della contrattazione nazionale di settore o aziendali e l’adesione è libera e volontaria.

Il lavoratore dipendente, entro sei mesi dall’assunzione sulla scorta dei presupposti di cui parlavamo più sopra, si vede destinare la propria quota di TFR, dal proprio datore di lavoro, alla forma pensionistica complementare istituita appositamente presso l’INPS (appunto FONDINPS). Questo è quanto regolamentato in materia.

In sede di liquidazione anticipata per il lavoratore devono essere rispettati dei requisiti, sia che si decida di riscattare le proprie quote al 50% sia che nella totalità della somma.

Ed è qui che si svela l’arcano che io personalmente ho scoperto nel vuoto legislativo relativamente a ciò: ossia che per poter riscattare la propria quota è necessario che l’ultima azienda per la quale si ha lavorato abbia compilato, necessariamente, un modulo di liquidazione coi propri dati aziendali in base a dei requisiti richiesti al lavoratore.

Perciò il problema nasce quando la propria azienda di riferimento è ”sparita” o nel caso delle aziende che sono “scatole cinesi” dove con una serie di architettture mirate ad evadere e sfruttare al massimo il lavoratore nei suoi diritti, proprio grazie al lassismo degli organismi tenuti a vigilare, controllare, come succede spesso per tante società in Italia: se non vi è la società quindi che compili tale documento, di conseguenza non vi è alcuna possibilità per l’ex lavoratore di ritirare la propria somma.

Se poi sia che si rimanga disoccupati o che si trovi un lavoro in “nero” o retribuito coi voucher o altre forme di precariato, la situazione non cambia e l’avente diritto vede pian piano sparire il proprio denaro proprio per via dei costi di gestione sostenuti dal FONDINPS.

Questo vuoto fa in modo che il lavoratore in oggetto venga abusato ben due volte: sia dall’azienda per la quale ha lavorato che sparisce grazie al mancato controllo capillare degli organi preposti e, alla fine del percorso, non venga riconosciuto neanche dall’Ente Previdenziale che, mancante di documentazione che non ha controllato alla fonte nella sua esistenza, e non eroga il dovuto proprio perchè non contemplato.

Possono essere poche centinaia di euro o molte migliaia per coloro con oltre dieci anni di lavoro (dalla data di entrata in vigore della legge in materia) ma non cambia nella sostanza: molti lavoratori potrebbero avere questa brutta sorpresa col trascorrere degli anni lavorativi fino a perdere decine di migliaia di euro se non si mette mano a tale situazione.

C’è da domandarsi se il legislatore sia stato così “sprovveduto” o se quanto avviene sia stato intenzionale da parte del governo al fine di appianare i buchi e gli sprechi dell’INPS o per pagare i superstipendi o le superpensioni agli amministratori dello Stato.

A me personalmente un dubbio sulla seconda ipotesi viene, dato che negli ultimi anni è stato messo in atto un pesante attacco ai diritti dei lavoratori che sono comodi da usare come pronta cassa per il governo, un bancomat che non delude mai.

Lecito quindi pensare, viste le attuali condizioni cui il mercato del lavoro obbliga, che un terremoto avverrà da qui ai prossimi anni con buona pace della classe lavoratrice. Eterna, però, dopo aver vissuto all’inferno.

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