VIOLENZA SESSUALE A SCUOLA: INSEGNANTE ASSOLTO, COLPEVOLE LA VITTIMA

VIOLENZA SESSUALE A SCUOLA: INSEGNANTE ASSOLTO, COLPEVOLE LA VITTIMA

 

di Claudia PEPE

Dalla Tecnica della Scuola: “Per i giudici della Suprema Corte di Cassazione non si può parlare di violenza quando la ragazza «esprime gradimento» e soprattutto quando i fatti dimostrano che non c’è una condizione di inferiorità fisica o psichica dell’allieva nei confronti dell’insegnante”.

Dopo aver letto questo articolo, io come al solito, provo una rabbia e un disappunto che devo fare un giretto per casa, respirare e cercare di calmarmi.

Dopo aver fatto ciò vado a leggere cosa è successo.
I fatti sono questi: una ragazza di 17 anni affetta da «disturbo specifico misto di apprendimento», è stata oggetto di abusi sessuali da parte di un “insegnante”, prima nei locali della scuola, poi fuori dall’istituto.

Col termine disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) ci si riferisce ad un gruppo eterogeneo di disturbi consistenti in significative difficoltà nell’acquisizione e nell’uso di abilità di ascolto, espressione orale, lettura, ragionamento e matematica, presumibilmente dovuti a disfunzioni del sistema nervoso centrale.

Possono coesistere col disturbo specifico di apprendimento, problemi nei comportamenti di autoregolazione, nella percezione e nell’interazione sociale, però questi non costituiscono di per sé un disturbo specifico dell’apprendimento.

Ma cosa è successo? Un “professore” ha compiuto atti “repentini”, cioè improvvisi, istantanei: insomma delle sveltine con una ragazza all’interno della Scuola e fuori.

Bene, intanto non mi sembra di poter chiamare “insegnante”, una persona che compie atti sessuali, aggiungo anche “repentini” solo per definire il tipo di atti, e mirati solo ad uno scopo.
Non mi sembra giusto chiamare “insegnante”, una persona che consciamente non riesce a reprimere i propri istinti sessuali animali.

Se ci pensava prima di abusare di una ragazza, trovava molti modi per placare il suo sesso bollente.
Per esempio ci si può chiudere in bagno, si correggono compiti, si va a fare la spesa, si legge un libro, si fa un po’ di ginnastica, e se proprio tutto ciò non fosse sufficiente, ci si chiude in un cinema dove trasmettono film hard e ci si masturba.
E lì la sua “repentinità”, avrebbe avuto un successo enorme.

Ma l’ennesima beffa, è che per i giudici non si configura nessun reato. Neanche la pedofilia. No, perché la ragazza avrebbe dovuto esprimere “dissenso sussistente”.

Siamo alle solite, la ragazza avrebbe dovuto gridare, urlare, sbraitare.
Latrare e inveire come un animale in gabbia. Una gabbia che probabilmente neanche lei sapeva di vivere, di abitare, consegnandone le chiavi al suo carceriere.

La ragazza ha dichiarato di aver provato «sensazioni positive al contatto fisico con l’insegnante».
E su questo esprimo i miei dubbi. Una ragazza che viene penetrata in pochi minuti, che coscienza può avere dell’amore, del sesso, della complicità, del bene.

I giudici hanno escluso “l’incapacità della ragazza di determinarsi rispetto ad una scelta”.
Ma certo signori, giudichiamo come al solito una ragazza che ha dei deficit, e non condanniamo “l’uomo dalla sveltina facile”.

Avanti andiamo avanti così con le donne, con le ragazze e ora anche con le bambine.
Tanto, si sa, le donne non sanno pensare, non sanno riflettere, né considerare.
Andiamo avanti così a difendere un uomo che non mi azzardo a pensare se abbia famiglia o meno, ma nella mia rabbia so che è un “insegnante”.

Un insegnante che dovrebbe prendersi cura, aiutare, diventare un facilitatore per gli allievi in difficoltà, non diventare un facilitatore dello sporco e della menzogna.

Lui è stato giudicato innocente perché “non ha costretto la ragazza a trattenersi nei locali contro la sua volontà, non ha allontanato altri studenti per poter stare solo con lei, non si è avvalso di qualunque delle facoltà derivanti dal suo status per commettere le contestate attività sessuali” (fonte Sole 24 ore).

Ma dove è andata a finire la coscienza dell’uomo, l’etica civile e sociale, l’educazione, il rispetto, la solidarietà? Dove stiamo atterrando, quando un insegnante è assolto per la sua repentinità sessuale, invece di essere radiato immediatamente dal suo ruolo di educatore e di professionista?

Non vorrei essere polemica, ma questi giudici sembrano essere laureati all’Università di Arcore, oppure simili a che dice “All’inizio fa male ma poi la donna si abitua”.

Ma ormai noi donne e non solo, non dobbiamo più meravigliarci.
La Cassazione, se ben ricordo, fu quella che stabilì che se una donna indossava dei jeans non poteva essere violentata.

Questo episodio mi ricorda l’antica Roma quando la pedofilia era lecita e consigliata.
Ma siamo nel 2017 signori, e un “professore” è stato assolto per non essere stato capace di mettere sotto l’acqua gelida il suo membro ricoperto di vermi.

Io sono nauseata, disgustata e stanca.
Ma continuerò a combattere e a denunciare. Finché avrò respiro.

E se per la legge non è condannabile lo è ampiamente per la scuola e per noi docenti che ogni giorno diamo la vita al più grande capolavoro che la natura ci regala. I nostri ragazzi, i nostri studenti.
BULLISMO, IL SESSISMO NON C’ENTRA PROPRIO NIENTE?

BULLISMO, IL SESSISMO NON C’ENTRA PROPRIO NIENTE?

 

di Laura BASSANETTI, insegnante
(COMITATO PER LA SCUOLA PUBBLICA PADERNO DUGNANO)

 

Bullismo, cyberbullismo, ostilità: un pugno all’insegnante.
Il sessismo non c’entra proprio niente?
Meno maschilismo = meno bullismo.

Il maschio spacca tutto è accettato, la femmina no. La sua aggressività, la sua curiosità, la sua vitalità spaventano e così vengono messe in atto tutte le tecniche possibili per indurla a modificare il suo comportamento”.
Ancora: “I movimenti del corpo, i gesti, la mimica, il pianto, il riso sono pressoché identici nei due sessi all’età di un anno o poco più mentre cominciano in seguito a diversificarsi.. a quest’età sono aggressivi maschi e femmine. […] Mentre più tardi l’aggressività del bambino continuerà ad essere diretta verso gli altri, la bambina diventerà auto aggressiva per aderire al modello che la società impone e che le vuole incanalate verso la debolezza, la passività, la civetteria”.

Queste sono riflessioni tratte da un libro pubblicato nel 1973 dalla scrittrice sociologa Elena Gianini Belotti.
Un testo, senza esagerare, in grado di cambiare l’esistenza di chi lo legge, posto che fino a quel momento sia stata vissuta (come spesso accade), nell’incoscienza e nell’adesione acritica allo stereotipo: genere maschile/genere femminile. “Dalla parte delle bambine” è stato letto e apprezzato da tante donne come testo importante nella battaglia femminista.

Si può riscontrare, anche nelle più banali esperienze personali, il fatto che ogni volta in cui si subisce la prepotenza, la denigrazione di chi è “bullo” si ripropongono gli argomenti del machismo, si estremizza la polarizzazione di genere e si ricalcano gli schemi della gerarchia tra esseri umani.

Le bambine sono vittime di illazioni, scherni o aggressioni per ciò che riguarda il loro aspetto fisico: poco attraenti, non abbastanza formose, goffe, troppo introverse, troppo “secchione”.
O al contrario: troppo vivaci, troppo appariscenti, troppo carine.

Ogni qualvolta, anche con la scusa di “educare” si propongono con (forse) buone intenzioni delle “regole”: no ai pantaloni strappati, si al codice di abbigliamento per le donne, al di là del sostenere che in un certo contesto si dovrebbe adottare l’abbigliamento adeguato, bisognerebbe tenere i piedi per terra e il contatto con la realtà.
In questa società il dress code femminile avvalla l’idea che la donna provoca un certo tipo di attenzione, è un “oggetto” per altrui sfogo e va coperto.

Ma nessuno si domanda se tra tutto ciò e i femminicidi esista un qualche tipo di nesso.
Per ciò che riguarda i ragazzi invece, quelli che sono disinteressati agli sport, alle squadre di calcio, al fare la lotta o che amano giocare a cucinare o alle bambole rischiano di passare gli anni scolastici additati come strani o sfigati.
Inoltre: se sono le ragazze a fare “le bulle” vanno all’attacco di quante stanno fuori “dai canoni”, di quelle che non si interessano di trucco o di abbigliamento, dei ragazzi che si distinguono come i più timidi o più riflessivi.

Senza parlare di coloro che fin dagli anni della scuola manifestano la loro personalità e se è vista come fuori dai canoni (se un maschietto volesse sposare un altro maschietto, per esempio) possono trascorrere gli anni della gioventù in un incubo dai contorni medievali: non pochi purtroppo hanno commesso gesti estremi o sono rimasti tutta la vita segnati da vili atti di razzismo subito.

È quindi così peregrino affermare che se ci fosse meno sessismo, ci sarebbe meno bullismo?

Non a caso, alcuni sistemi educativi d’avanguardia insistono molto perchè bambini e bambine facciano le stesse cose cioè entrambi accudiscano bambolotti, stirino, cucinino o giochino a calcio, rugby e quant’altro.

Però in Italia siamo ancora pieni di spot pubblicitari, cartelloni, testi scolastici nei quali
le mamme fanno rigorosamente “le mamme” (cioè puliscono, stanno dietro ai figli) e i papà (per strani, non scientificamente comprovabili, motivi) sembrano più “naturalmente” portati per dipingere le pareti e andare in bicicletta.

Nel ragazzo che colpisce l’insegnante, si può vedere una delle estreme conseguenze della filosofia maschilista?
Arrivando alla violenza fisica su una donna, si esprime una profonda incommensurabile frustrazione, un’intolleranza radicata e forse quel gesto cerca di riproporre un potere.

Quello stesso potere che venne descritto ancora, dalla stessa Elena Gianini Belotti dopo “Dalla parte delle bambine” in un successivo saggio “Prima della quiete“, che attraverso la vicenda dell’insegnante elementare Italia Donati denunciò le terribili condizioni di vita di molte maestre del primo novecento italiano.

Perseguitata dalle attenzioni violente del suo padrone di casa, calunniata e discriminata dall’intera comunità cittadina, la maestra Donati giunge al suicidio: nell’impossibilità di trovare alcun sostegno al suo dramma di sottomissione e solitudine.

I meccanismi del bullismo sono sempre identici, ogni qualvolta un gruppo di persone cerca di imporre il potere della maggioranza o mostra paura di qualcuno che mostra un punto di vista diverso.
Ecco che si manifesta come è già stato notato nelle “chat” purtroppo, di genitori.
E può finire solo in un modo.
POVERTÀ: PADERNO DUGNANO, ITALIA

POVERTÀ: PADERNO DUGNANO, ITALIA

 

di Laura BASSANETTI

PADERNO DUGNANO HA UN CANCRO: SI CHIAMA POVERTÀ, EMARGINAZIONE, LAVORO SOMMERSO.
DOVE SONO GLI SBANDIERATORI DELLA “LEGALITA'”?
CHI TACE È COMPLICE.

I numeri del lavoro nero in Italia sono uno scandalo: 6,5% del PIL nazionale.
Ognuna delle città della provincia italiana ha diversi organi di informazione ufficiosi accanto a quelli accreditati come i bollettini, l’ANSA, la stampa e anche i social network.

Chi vuole sapere come sta il proprio comune, come vanno le cose può fare qualcosa di molto semplice: stare tra la gente.
Ecco perchè nei cortili delle scuole e fuori dai cancelli di queste le cose si sanno prima. O semplicemente SI SANNO.

Dobbiamo ritenere i discorsi, i commenti e i ragionamenti e le lamentele che qui si moltiplicano come attendibili?
O potremmo metterli nell’archivio delle “bufale”? Termine che sta diventando quasi di moda, e che come tale si presta a utilizzi anche di comodo.

Sono VERE come sono VERI molti volti.
I sorrisi di rassegnazione.
Gli abiti di modesta fattura.
Gli anziani stanchi, che sono costretti a ritirare e accompagnare i bambini, perchè oggi nessuna mamma osa richiedere al lavoro un orario compatibile con esigenze di famiglia: potrebbe ritrovarsi in un attimo disoccupata.
Le donne che arrivano dalle vicine case popolari costantemente in ansia di non essere anche qui discriminate, maltrattate, emarginate.

Magari dopo una vita di violenza, di urla lanciate senza che nessuno nel fatiscente palazzone si degnasse di chiedere: hai bisogno di aiuto?

Violenza sulle donne. Già. Eccola, nella porta accanto.
Ha un responsabile: la povertà, la madre dell’ignoranza, la CAUSA dell’ingiustizia.

I bambini che cercano con occhi curiosi la loro maestra di sostegno.
I genitori che si domandano in che mese dell’anno scolastico arriverà.
Le persone che ti si rivolgono e dicono: il sistema è sbagliato, ma ho paura.
I colori dei veli che ricoprono i capelli e le mani colorate che si stringono.
Gli idiomi che si mescolano all’italiano.

La ragazza che è un’insegnante amata da tutti e ridendo coi bambini si adombra di tanto in tanto forse chiedendosi se sarà confermata a scadenza di contratto.
Questa incertezza la chiamo VIOLENZA SU UNA DONNA.
Ma la violenza sulle donne è anche altro.

È l’esercito che parte ogni mattina, in sella alle biciclette, a piedi, in auto se hai studiato quel minimo e hai la patente e punta alle case dei benestanti.
Anziani i cui figli lavorano e sono impegnati.
Possidenti, proprietari di farmacie, di locali, imprenditori. Pedalano e salutano velocemente e intanto sorridendo si scambiano notizie: “Ho trovato un lavoro 3 ore di pulizie al pomeriggio”…”conosco una signora che cerca una stiratrice”.

C’è chi è stata insultata, aggredita, ingiuriata, umiliata, impiegata senza UNO STRACCIO DI ASSICURAZIONE, LASCIATA SOLA IN CASO DI INFORTUNIO DAGLI SFRUTTATORI, DAGLI ACQUIRENTI DI QUESTO MERCATO DEL LAVORO DI MADRI, DI DONNE.

PARLATE DI VIOLENZA SULLE DONNE?
QUESTA COS’E’?
Di questo mercato.

CI PIACEREBBE, TANTO, CONOSCERE LE STATISTICHE COMUNALI SULLE REGOLARIZZAZIONI TRAMITE VOUCHER…O CONTRATTI COLLETTIVI.

Queste cose SONO SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI. Non esclusi i fan della “legalità”.
Pronti a sbandierarla quando decidono loro.

Vi aspettiamo per difendere le donne, per denunciarne lo sfruttamento per rompere la catena dell’emarginazione.
Una delle tante occasioni è adesso: buona scuola piccolo A.

ERANO IN TRE E LE HANNO STRAPPATO IL FUTURO E LA SPERANZA

ERANO IN TRE E LE HANNO STRAPPATO IL FUTURO E LA SPERANZA

 

di Claudia PEPE

Erano in tre i maledetti che hanno violentato una ragazza di 25 anni tra sabato e domenica a Catania.
Erano in tre quando uno alla volta l’hanno stuprata, le hanno vomitato addosso il loro sperma, la loro vigliaccheria, la loro incapacità di vivere.

Erano in tre, ed erano tutti italiani questi vermi che dopo averle saccheggiato ogni angolo del suo corpo, dopo averle tappata la bocca, gli occhi e spazzato via per sempre la sua vita, l’hanno gettata in mezzo alla strada. Come un sacco d’immondizia, come il letame, come il sudiciume.

Erano italiani questi tre delinquenti che hanno rubato la vita ad una ragazza.
Erano tre questi uomini di merda che probabilmente sono sposati e fidanzati, che vanno a messa la domenica e sputano sugli immigrati. 36, 34, e 23 anni questa è l’età di questi assassini che pensavano di passare una serata nella bocca di questa ragazza.

Uno dei tre la conosceva, e dopo la discoteca le ha offerto di riaccompagnarla a casa. Lei ha accettato, mai avrebbe pensato che quella notte sarebbe stata l’ultima da ragazza spensierata, da donna libera.
È entrata in macchina ancora con le note della musica che le risuonavano nelle orecchie, era felice, stava tornando a casa.

Ma nella macchina non ha trovato l’amico che le faceva una cortesia, ma tre schifosi che si sono messi d’accordo per vomitarle addosso la loro rabbia e la loro sessualità malata.
Sono proprio quegli “uomini” che baciano la mano alla mamma, che la moglie non deve essere guardata da nessuno, e di fronte ad una ragazza che si diverte e vive la propria vita la fotografano come “puttana”, come una cosa di cui si può abusare, e prendere a calci dopo averla sommersa di escrementi.

Perché sono proprio questo che sono, la feccia del nostro mondo. “Uomini che baciano il santo protettore, si inchinano davanti alla casa del boss, e poi vanno a rovesciare la loro urina su un viso che ne porterà sempre i segni. Io come insegnante non posso fare a meno di informare i miei studenti, di allarmare le famiglie che stiamo attraversando uno dei periodi più difficili per noi donne.

Per i ragazzi, per i sogni e per delle lacrime che non finiranno mai. Io voglio ribellarmi a questo Stato che non difende le donne, acconsente con il silenzio allo sterminio di visi innocenti, che lascia uccidere nei loro respiri, visi riversi per terra.
Abbracciate ad un selciato che diverrà la loro storia.

Questa ragazza buttata su una strada, dopo essere salita sul Golgota e abbracciata la croce, è stata conficcata con chiodi che nessuno mai potrà levarle, incoronata da una corona di spine che continuerà a sanguinare per tutta la sua vita.
Dopo averle fatto bere aceto, e infilzata da lance nel costato, inchiodata da mani sporche di sacrilegio, irrisa e devastata, è stata notata da un vicino di casa, che ha lanciato l’allarme.

Cento donne in Italia, ogni anno, vengono uccise da uomini, e sono quasi sempre quelli che sostengono di amarle. È una vera e propria strage.

Ai femminicidi si aggiungono violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare altre vittime: sono infatti migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso.

Domani potrei essere io, potremo tutte essere uccise, perseguitate, violentate e scalciate su una strada come i rifiuti di una società.

Erano in tre le bestie che hanno rovinato la vita ad una ragazza, sono stati fermati certo, ma quando sconteranno la loro pena? Andranno a chiedere scusa al patrono della citta, diranno che sono stati provocati, che in fondo le donne non vogliono altro che farsi tappare i buchi. Perché per loro è questa la nostra natura.

Ed io insegnante, lotterò fino al mio ultimo respiro, perché nessuno dei miei ragazzi debba scontare la morte mentre sta vivendo. Insegnerò questa poesia di Alda Merini che insegna l’amore, la vita, la tenerezza, il calore e la dolcezza.

 

“E poi fate l’amore.
Niente sesso, solo amore.
E con questo intendo i baci lenti sulla bocca,
sul collo, sulla pancia, sulla schiena,
i morsi sulle labbra, le mani intrecciate,
e occhi dentro occhi.
Intendo abbracci talmente stretti
da diventare una cosa sola,
corpi incastrati e anime in collisione,
carezze sui graffi, vestiti tolti insieme alle paure,
baci sulle debolezze,
sui segni di una vita
che fino a quel momento era stata un po’ sbagliata.
Intendo dita sui corpi, creare costellazioni,
inalare profumi, cuori che battono insieme,
respiri che viaggiano allo stesso ritmo,
e poi sorrisi,
sinceri dopo un po’ che non lo erano più.
Ecco, fate l’amore e non vergognatevene,
perché l’amore è arte, e voi i capolavori.”


A voi miei grandi ragazzi, capolavori della mia vita.

LESBICA, SPOSATA CON UNA STRANIERA E NAZISTA

LESBICA, SPOSATA CON UNA STRANIERA E NAZISTA

 

di Ivana FABRIS

 

Cosa dovrebbe mai delineare il fatto che, ioDonna il periodico del Corriere della Sera, abbia titolato il suo articolo “Lesbica e sposata con una straniera“, relativamente ad Alice Weidel, la leader dell’AfD, l’estrema destra tedesca?

 
Da quando le tendenze sessuali di una persona ne definiscono la caratura umana o l’identità politica o il ruolo sociale e quant’altro?
 
Perciò, cosa volevano dire il giornalista o il titolista con quel titolo relativo all’articolo dell’inserto del Corriere?
Forse che le lesbiche sono ascrivibili alla categoria della destra estrema?
Non è per nulla chiaro l’intento. O, meglio, lo è ma non è dichiarato al lettore meno politicizzato e meno addentro alla comunicazione del mainstream, alla propaganda occulta del sistema.
 
Risulta per caso a qualcuno che nel momento in cui una etero si presta alla politica e diventa un personaggio pubblico, qualche giornale abbia mai titolato “ETERO e sposata con uno straniero“?
 
Ora, A PRESCINDERE dalla contraddittorietà del personaggio che penso sia chiaro non sto difendendo in quanto tale data la distanza siderale che mi separa da lei, è opportuno rilevare che tra i titolisti e i giornalisti di testate cotte, mangiate e digerite da una massa di persone, sia in atto una precisa volontà che di certo non è espressione di un certo (falso) puritanesimo, ma della veicolazione di un particolare messaggio su larga scala.
 
Il taglio della comunicazione effettuata in questi termini è francamente di bassa lega (ogni riferimento al partito dei razzismi di vario genere, è tutt’altro che casuale) e non mira di sicuro all’identità sessuale della Weidel.
 
L’operazione è un bel po’ più sporca.
Da un lato etichetta tutta una parte della società tedesca e non, dall’altro afferma una SUPREMAZIA degli etero che è tale per il solo fatto che fa RILEVARE che questa donna sia lesbica.
 
Invece di titolare “Alice Weidel, leader antisistema allevata da Goldman Sachs” che avrebbe avuto BEN ALTRO impatto e significato, ioDonna si rivolge alla contraddizione di una lesbica che difende la famiglia tradizionale allegando tutti gli eccetera che la riguardano ma IN TAL SENSO e non per il reale pericolo sociale e politico che rappresenta.
 
Certo, si dirà che quel periodico ne fa un fatto di costume più che politico ma è ancora una volta una menzogna.

Se parli di un leader politico e fai un titolo partendo dalla parola LESBICA, compi nè più nè meno che un indirizzamento dell’opinione pubblica verso lo screditamento e la discriminazione su base SESSUALE, tipico della cultura patriarcale, cui fa tanto comodo usare questi modelli comunicativi per manipolare l’opinione pubblica e mantenere intatto il suo dominio.

 
Senza parlare di come opera subdolamente nel far percepire come un pericolo tale fascia di persone poichè, nel pensiero comune, ragionare per sillogismi non è affatto raro: la Weidel è una lesbica, è una lesbica nazista, le lesbiche sono naziste.
 
Perchè se una lesbica è questo, di fatto lo sono tutte o tutti e, pertanto, nel pensiero comune diventa vero che sono loro la minaccia alla famiglia tradizionale cattolica – che invece non è per nulla capace di mostruosità e aberrazioni (!) – per cui come tali è legittimo negare i loro diritti umani e sociali, NON solo civili.
 
Indubbio, un problema marginale rispetto alla disoccupazione, ma fino ad un certo punto.
Oggi sono le lesbiche e gli omosessuali, l’altroieri sono stati i comunisti (vedasi le proposte di alcuni comuni italiani in quest’ultima settimana e di alcune forze politiche di rendere il comunismo fuorilegge, privandolo quindi di cittadinanza e di diritto all’esistenza), un mese fa i profughi e chissà, magari domani la scuola, i malati, i pensionati.
Di sicuro anche QUALUNQUE altra donna (bruna, bionda, con una squadra di calcio di figli o una novella Erode Antipa, separata o bigama, magra o curvy, ogni ragione sarà buona per la discriminante necessaria) che si schieri politicamente contro il sistema e ottenga consensi.
 
Insomma, nel gioco del “Cecco mi tocca, toccami Cecco” delle campagne mediatiche del potere, non resta che constatare il sotto a chi tocca quando il sistema teme di essere toccato nel vivo.
PERCHÈ SBATTERE LO STUPRO IN PRIMA PAGINA

PERCHÈ SBATTERE LO STUPRO IN PRIMA PAGINA

 

di Massimiliano DE ANGELIS

Sbattere lo stupro in prima pagina, farlo diventare volutamente un tassello delle tante paure che formano un mosaico, meglio se commesso dallo “straniero” per renderlo più utile all’opera.

Un mosaico che una volta completo servirà allo scopo: quello di arrivare insieme a tanti altri di essi ad ingenerare nella popolazione quel senso di precarietà, di incertezze e di timori al fine di barattare le paure con una presunta sicurezza imposta da una entità tramite, in questo caso, la formazione di una opinione pubblica all’uopo.

In questo è necessario l’apporto di un pensiero che sia anche xenofobo e comunque limitato, superficiale, colpevolmente complice, salvo poi nascondere o minimizzare – perché di “sistema” – reati quali la pedofilia quando toccano il Vaticano in alcuni suoi componenti o politici (caso Ruby), prostituzione, prostituzione minorile e turismo sessuale (e noi italiani abbiamo un record tristemente notorio al riguardo) e che sono gli aspetti più estremi.

Oppure registrare e archiviare velocemente, a volte quasi in sordina, fatti di cronaca anch’essi estremi come il femminicidio e le violenze sulle donne che scaturiscono dalle paure di alcuni uomini che le combattono con differenti modi e mezzi perchè temono la loro forza e la loro indipendenza, non rivestendole della dovuta importanza e gravità quando i fatti non concorrono a creare un mostro comodo al sistema.

Partono dall’interno delle nostre mura domestiche (i panni sporchi vanno lavati in casa) trovando poi riscontro e terreno fertile in una società maschilista, aggressiva e arrogante, volta all’annientamento, al non rispetto, alla cultura del nemico, alla mercificazione dei corpi (non solo mediante la pubblicità) togliendo dignità all’essere, e il più delle volte la donna non riesce a sottrarsi essendone vittima più o meno inconsapevole.

Lo stupro sbattuto in prima pagina serve allo scopo, data la sua gravità, e quindi sono più evidenti gli effetti che sortisce nel volerli vedere risolti ai fini della sicurezza senza analizzarne però mai, sia la causa dalla quale scaturisce e sia le concause per le quali viene favorita nel manifestarsi.

Lo stupro è una malattia sociale ma anche mentale sia come forma di dominio sia come forma di depravazione e come tale deve essere considerata e trattata, ma qualcosa non quadra: sbattere lo stupro in prima pagina e mai le concause, il continuo sottrarre risorse da parte del governo e delle istituzioni per effetto domino alla salute dell’individuo negandogli il diritto all’accesso anche in chiave preventiva è volto al perseguimento di questo obiettivo ed è lo stesso modus operandi utilizzato in tutti i settori del sociale che concorrono allo stato di fatto.

Il tutto viene intenzionalmente ignorato, i mass media asserviti lo devono ignorare, l’opinione pubblica non deve rendersi conto che anche lo stupro viene usato, violentando due volte la donna, per alimentare paure e fra sì che si punti ad uno stato repressivo ma che non sa fare prevenzione, anzi, non vuole farme.

Il maschilismo invece è storico ed ha una sua origine storica che coincide con la scoperta della pratica dell’agricoltura facendo essa da spartiacque nel passaggio dalla società matriarcale a quella patriarcale e rafforzato poi dalle posizioni ideologiche delle religioni monoteiste: per questo il maschilismo è sempre attuale ma fa meno paura dello stupro proprio perché strutturato e portato alla normalizzazione all’interno della società.

Di certo non è meno grave, anzi, visto che millenarmente ha mietuto molte più vittime e ne miete ancora.

Bisogna rifondare la società ripartendo dalle famiglie, dalla scuola, dal lavoro, dalla società intera ma vivere una condizione politica che sottrae volutamente le risorse all’educare e dove possibile, rieducare al rispetto e al riconoscimento dei diritti delle donne – che logica vorrebbe invece essere destinate in quanto naturali ad un adeguato sviluppo sociale a 360 gradi – impedisce di prendere la via di questo processo di presa di coscienza.

Il pesce puzza dalla testa e si continuerà a fare i conti invece con donne stuprate, donne ammazzate, donne abusate, si continuerà a sbattere lo stupro in prima pagina utilizzandolo come notizia del giorno per orientare la massa e al tempo stesso per nascondere impunemente i reati del sistema.