FEMMINICIDIO: 60 ORE CONTRO LA VITA

FEMMINICIDIO: 60 ORE CONTRO LA VITA

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di Franco CAMERINI – MovES

 

Ciò che l’uomo è in grado di commettere, è insopportabile.
L’inasprimento delle leggi sulla violenza domestica, sul femminicidio, ha fallito miseramente.

Ogni 60 ore un aguzzino uccide la propria compagna, e non è che nelle rimanenti 59 tutto sia sereno.

Ben 7 milioni di donne ogni anno vengono picchiate e violentate, seviziate, ridotte a forme di schiavitù fisica o psicologica. Una violenza che mille facce e forme di cui neanche ci accorgiamo o ci vogliamo accorgere.

La Chiesa, con la Bibbia, nell’antico e nel nuovo testamento, ci mette del suo. Numerosi sono i passaggi nei quali la donna viene raccomandata ad una condizione di inferiorità per scelta divina.

Viviamo in un Paese bigotto, misogino, la parola Uguaglianza non è mai scritta nella Bibbia, ne è conseguenza uno stato sociale di sottomissione e prevaricazione nei confronti della donna stessa.

Il buon costume del nostro Bel Paese, vuole più di quanto ci si immagini, ancora l’uomo prevaricatore, l’uomo che tradisce perché è uomo e la donna segregata, madre e silente, perché una donna che parla mette in imbarazzo il proprio uomo.

Quando la mano di un assassino si leva per colpire una donna, in quel preciso istante, tutta la nostra società è complice.

Quel gesto che ogni 60 ore spegne una vita, è il gesto della nostra Società ammalata di femminicidio e di violenza.
Una Società che condanna le donne e dimentica gli orfani che ne derivano e che per la maggior parte hanno assistito all’omicidio della loro madre.

Non dobbiamo darci pace se non riusciamo a fermare tutto questo.
Siamo tutti colpevoli, tutti sporchi e lo siamo perché lasciamo che attorno a noi scivoli la morte senza fermarla.

Ogni uomo dovrebbe levare il proprio grido di condanna ed essere noi per primi a combattere la battaglia contro il femminicidio e contro ogni violenza. Troppo spesso i nostri occhi restano chiusi, troppo spesso cerchiamo un motivo razionale per un’azione che di razionale nulla ha, ma solo di violento.

Nel 2013 il Governo Italiano ha disegnato una legge per cercare di contrastare il macabro e feroce fenomeno, nell’occasione aveva deciso di stanziare 10 milioni di euro all’anno per sostenere i centri antiviolenza.

Questi soldi non sono mai arrivati a destinazione e i centri, via via, chiudono.
Di fatto non ci sono per combattere la violenza contro le donne ma ci sono per salvare le banche.

Occorre una legge che consenta ad un organismo di controllo di intercettare situazioni di violenza domestica sul nascere.

Occorrono pene certe per quei pubblici ufficiali che ignorando deliberatamente la gravità delle denunce di donne maltrattate, si rendono complici dei successivi reati.

Occorre soprattutto sensibilizzare ogni generazione, particolarmente le nuove sull’argomento.
Occorre mettere nelle corde dei giovani la capacità interpretativa per riconoscere sia il potenziale di violenza insito nella società e quindi in ciascuno di noi, sia insegnare alle ragazze la stima e il rispetto di se stesse ma soprattutto a riconoscere subito situazioni di pericolo in una relazione, qualunque essa sia, che il più delle volte conducono al femminicidio.

Occorre cambiare tutta la visione della società rispetto alla violenza insieme al femminicidio e farlo partendo dal problema dei problemi che fa sì che la più grave – perchè tollerata e accettata – e antica forma di violenza contro le donne venga sconfitta, quale è la prostituzione.
COMPRARE UN BAMBINO E CHIAMARLO DIRITTO

COMPRARE UN BAMBINO E CHIAMARLO DIRITTO

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di Ivana FABRIS – Coordinatore Nazionale Responsabile MovES

 

Per un bambino, la madre è il legame col mondo.
Se la madre è amorevole, contenitiva, rassicurante, allora lo sarà anche il mondo.
Ma una madre che abbandona o che affitta il suo utero vendendo suo figlio, che immagine genererà del mondo, in quel bambino?

Senza entrare questa volta nel merito dello sfruttamento del corpo della donna, non sarebbe male – prima di parlare di diritto alla GPA (gestazione per altri o utero in affitto che dir si voglia) – pensare a quell’essere umano che nasce.

A tutti fa impressione quando i media raccontano di un bambino abbandonato mentre la GPA, no.

Perchè? Perchè ci appare come rassicurante l’idea che una donna in difficoltà economica non debba lasciarlo in strada.
Se per farlo quella donna arrivi a sottoscrivere un contratto per cedere suo figlio ad una coppia che non può averne, poco conta.
Se nel farlo quella donna sarà due volte sfruttata e punita, poco conta. Punita prima dal sistema perchè è povera e deve rinunciare a suo figlio. Punita poi anche da chi avalla una simile atrocità.
Qualunque cosa pur che la nostra ansia e il dispiacere per quel bambino abbandonato, si plachi, anche anteporre NOI stessi e il nostro benessere – da spettatori – a quello del bambino.

Beh, non cambia NIENTE.
Anzi, è doppiamente aberrante.
Quello sarà comunque un bambino abbandonato e per giunta venduto.

Di fatto è così.
È una pratica a dir poco MOSTRUOSA, una pratica narcisistica che soddisfa la frustrazione di non poter generare figli propri e GUAI a parlare di dono, perchè tutto ciò che è regolato dal denaro NON È UN DONO, tantopiù d’amore.
Non c’è nessun amore nel togliere ad una donna suo figlio solo perchè abbienti economicamente al punto di poterlo comprare.

È una distorsione grave della percezione della realtà che solo pretestuosamente parla di diritti civili mentre viola i diritti UMANI di madre e figlio.

Una pratica che mistifica liberismo con libertà.
Una pratica che compie la più grande violenza possa esistere nel sancire definitivamente che l’essere umano è SOLO MERCE.

Il legame tra madre e figlio esiste e dura per sempre.
Averne rispetto e averlo di quella persona che sta nascendo, è un atto dovuto.
Soprattutto al bambino ma conseguentemente anche all’umanità intera.
MATERNITÀ, UN DIRITTO CHE ORMAI È PRIVILEGIO

MATERNITÀ, UN DIRITTO CHE ORMAI È PRIVILEGIO

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

La maternità non può che essere una scelta consapevole perciò consapevolmente scegliamo di non diventare madri, perchè:

– ci ritroviamo a svolgere due lavori a tempo pieno di cui uno senza riconoscimento sociale, giuridico ed economico, quale è il lavoro di cura, prima grande e diffusa forma di sfruttamento da parte del sistema capitalistico;

– per avere un figlio spesso veniamo mobbizzate in ambito lavorativo, dove si arriva a farci sentirci persino colpevoli verso noi stesse e la nostra professionalità per aver esercitato il nostro diritto a diventare madri;

– troppe volte il lavoro addirittura lo perdiamo a causa dell’aver voluto un figlio, quasi fosse una manchevolezza o una condizione di inferiorità scegliere di diventare madri prendendosi il tempo necessario per gravidanza e maternità;

– non esiste uno stato sociale che tuteli le madri e i figli. Se prima di quest’ultimo ventennio e dell’avvento del neoliberismo era difficile, adesso l’accesso ai nidi è impossibile per i costi elevatissimi;

– crescere un figlio senza welfare, è disastroso in qualunque periodo della crescita del bambino: dalla scuola materna all’elementare, senza alcuna differenza;

– la disparità salariale fa sì che i costi del mettere al mondo un figlio siano tali da determinare che il nostro stipendio è insufficiente a garantire la dignità dell’esistenza a nostro figlio, a noi e al nostro nucleo famigliare;

– non possiamo neanche contare sull’aiuto famigliare a causa della posticipazione progressiva dell’età pensionabile che vede i nonni impossibilitati anche a dare supporto in tal senso;

– in virtù della precarizzazione delle vite di tutti, inoltre, si rischia di non dare futuro – ma anche una casa – ai propri figli e questo è contro ogni principio legato alla cura e la protezione della prole per tutte le madri;

– in altri casi, invece, perchè non abbiamo necessariamente bisogno di avere un figlio in quanto siamo consapevoli che la nostra affermazione come persone e come donne, non passa solo attraverso la maternità. Ma questa è un’altra storia rispetto al volerne e non poterne avere date le condizioni in cui viviamo;

– ultimo, ma non meno importante, i figli sono ancora un’arma di ricatto morale nei confronti delle donne a livello sociale e famigliare.
Impensabile dare la vita ad un essere umano partendo da questi presupposti.

Sono queste le ragioni che hanno portato le donne a rinunciare alla maternità ed è evidente, invece, che il sistema lavori per riportarci alla condizione di totale subalternità anche in questo senso.

Sono quindi finiti i tempi in cui le donne erano assoggettate al volere famigliare e sociale e condannate al ruolo di fattrici ubbidienti.

Diventare madri contro la propria volontà e non come scelta, è una violenza nei confronti delle donne ma anche dei figli.

Lo abbiamo capito molti anni fa e non recediamo da questo principio fondamentale per il benessere dei nostri stessi figli e nostro.

A questo proposito, lo riconfermiamo con forza: se qualcuno pensa di riuscire a ricondurci alla condizione di diventare delle madri modello anni ’50 e ’60, se ne faccia una ragione, NON PERMETTEREMO CHE ACCADA.

 

SIMBOLI: IDENTITÀ NON MARKETING POLITICO

SIMBOLI: IDENTITÀ NON MARKETING POLITICO

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

Chi crede che ci si attacchi alle foglioline di Liberi e Uguali per incapacità di fare un’analisi politica sui suoi programmi, non ha capito che valutare i simboli è già parte di quell’analisi.
Infatti, in questo caso, la rappresentazione delle foglioline appartiene all’idea dell’albero che le ha generate.

Basterebbe solo questo a definire cosa pensi questo nuovo organismo politico rispetto alla sua presunta volontà di cambiamento e messa in sicurezza delle fasce deboli del paese.

Dichiarare di voler cambiare lo sfascio prodotto dai governi Renzi e Gentiloni con uno spot di pubblicità ingannevole, quale è stato ridotto il senso di un simbolo mediante un marketing corrotto, significa voler vendere qualcosa che non ha intenzione di cambiare niente.

Ma la vulgata ha dimenticato che in politica la forma è SOSTANZA e si è eretta a giudice e a giurati di chi quell’analisi invece la fa eccome e proprio partendo dal simbolo.

È di fatto l’ennesima riprova che trent’anni di moderatismo e di markenting degli spin doctor della politica, hanno cambiato la coscienza di molti.

Se si riesce ancora a dare credito a gente che ha votato le leggi della macelleria sociale e della più profonda povertà che paghiamo – vedi Jobs Act e molto altro anche di più datato – allora significa che si pensa ad una scelta politica basata sul pentimento di chi ha operato CONTRO i lavoratori e le fasce deboli del paese.

In realtà, il pentimento è una categoria che non appartiene alla politica ma alla fede e alla Chiesa e se nel 2017 si è ancora pronti al fideismo, malgrado quanto accaduto, significa che in questo paese la strada da fare è ben più lunga di quanto si immagini.

Forse bisognerebbe rendersene consapevoli e ricordarsi anche che i simboli SONO IDENTITÀ, non brand, non marchi, non prodotti di consumo.

Probabilmente si è talmente abituati alle televendite promozionali che non si sa più distinguere tra ideali e marketing che è ciò che il neoliberismo ha voluto fare della politica.

Dovrebbe ricordarsene anche la sinistra anticapitalista e antiliberista, però, perchè in questo passaggio perdere identità in favore della presunta più elettoralmente spendibile trasversalità (almeno in apparenza) significa alimentare la narrazione del sistema di potere che lavora per la negazione della politica e quindi della rappresentatività di cui le masse popolari hanno invece urgente bisogno.

FOGLIOLINE E BRAVE BAMBINE: COSÌ CI VUOLE LIBERI E UGUALI

FOGLIOLINE E BRAVE BAMBINE: COSÌ CI VUOLE LIBERI E UGUALI

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

Insomma, la montagna ha generato il topolino.
Un topolino vecchio di millenni, ovvero come Liberi e Uguali considera le donne.
Foglioline…eh già, giusto un abbellimento all’albero, al patriarca, al padre, padrone e padreterno, qualcosa che origina da qualcosa, magari dalla solita vecchia costola, niente di più, niente di meno.

Siamo passate dall’essere la foglia di fico di un sistema partitico e politico cattolico di centrosinistra, quando è servito raccattare voti usando le lotte femministe, all’essere semplici, adorabili, tenere foglioline.

Son soddisfazioni, non c’è che dire, specie quando la forma delle foglie ricorda molto quelle dell’Ulivo.
Toh, che combinazione, che caso strano…

Questi politici di una certa area di sedicente sinistra, non cambiano mai, non cambiano proprio mai.
Come si possa pensare proprio oggi ad una simile simbologia e supportarla pure dalle scoranti dichiarazioni di Piero Grasso, proprio risulta assurdo, ad una prima lettura.
Poi pensandoci su, risulta chiara la riconferma della motivazione: riportarci indietro quanto più possibile, dominare e controllare la patrte più forte e determinante del paese.

Infatti, ecco come veniamo descritte nell’intervista di Grasso: “saranno le madri, le mogli, le sorelle…”.
A questo punto non ci stupiremmo se come inno dovessere scegliere “Profumi e balocchi“.

Un bel ritorno al passato, alle icone cattoliche di 60/70 anni fa.
Spose, sorelle, madri…

Vien voglia di mettere lorsignori sullo stesso piano, giusto per togliere un po’ di aura e valore alla loro identità di PERSONE.
Le conquiste ottenute dalle donne, per questi uomini del Paleolitico, sono finite tutte appese come abbellimento dell’albero del patriarcato molto ben rappresentato da Liberi e Uguali.

In fondo non c’è da stupirsi che gente simile consideri le donne a questo modo.
Da decenni il ruolo della donna è confinato nel recinto dello sfruttamento ad ogni livello.
Prima crescevamo solo i figli e prevvedevamo alla casa, alle cure parentali, poi han pensato bene di regalarci (!) una presunta parità facendoci fare DUE lavori: in casa e fuori casa, il tutto pagandone uno solo.
Probabile che si sia ispirato a questo metodo di sfruttamento chi nel marketing della grande distribuzione ha inventato il ‘paghi 1 e prendi 2‘.

Non contenti ci hanno indotto a pensare di dover rinunciare anche al viverci la maternità, da un lato, come sarebbe nostro diritto, ci hanno conformato al sistema maschile della competitività e dell’assoggettarsi ad un sistema che toglie identità e bisogni per conservare lavoro, professionalità e carriera.
Dall’altro ci vietano in ogni modo la maternità consapevole, come scelta voluta, negandoci l’applicazione della 194.

E chi ha permesso questo tipo di sfruttamento, se non ancora gli stessi che oggi ci disegnano come foglioline?

Insomma la retorica è sempre la stessa – fulgido esempio di quella che è la politica italiana di chi si definisce di centrosinistra verso le questioni legate alla condizione femminile in Italiaed è sempre più repressiva, retrograda e discriminante, soprattutto per il tempo che viviamo che vede le donne ad essere le prime usate dal neoliberismo per sopperire all’assenza dello Stato, cui impone tagli profondi al welfare e le prime ad esser sacrificate a livello occupazionale.

Il concetto che esprime Liberi e Uguali, perciò è semplice: fate le brave, bambine, e tornate al focolare domestico e a subire l’autoritarismo e lo sfruttamento famigliare e sociale.
Accettate di buon grado di essere solo fattrici anche per altri, accettate che lo Stato faccia cassa sui corpi delle donne che si prostituiscono, accettate il medioevo che vi stiamo preparando.
In fondo siete solo spose, madri e sorelle…

Siamo spiacenti. INDIETRO NON SI TORNA.
Foglioline o non foglioline, se era vero negli anni ’70 che le brave bambine vanno in paradiso ma quelle cattive vanno dappertutto‘, oggi lo è ancora di più e della consapevolezza di ciò che siamo e di quanto valiamo, della libertà soggettiva che ognuna di noi si è conquistata, sentirete parlare molto presto.

 

 

LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE È LA RIVOLUZIONE DELLE ROSE

LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE È LA RIVOLUZIONE DELLE ROSE

Lettera da una donna italiana nelle YPJ.
Pubblichiamo la lettera di una compagna di Torino che ha deciso di far parte delle delle YPJ, le Unità di Difesa delle Donne nella Federazione della Siria del Nord e che spiega cosa sia e rappresenti la rivoluzione delle Rose.

 

Ciao a tutte e tutti,
vi scrivo dalla Siria del Nord, un luogo che seppur martoriato da anni di dittatura e guerra civile, grazie all’enorme sacrificio di tante e tanti è oggi una terra libera. Una terra libera e di libertà soprattutto per le donne, che sono l’avanguardia di questa rivoluzione.

Questo protagonismo poggia su una chiara presa di posizione ideologica: il ruolo delle donne nella società è centrale ma schiacciato da millenni di patriarcato, il loro sfruttamento è il più brutale e radicato; se si vuole una società libera bisogna che le donne siano libere.

Devono poter sostenersi economicamente e politicamente, formarsi, sviluppare al massimo le proprie possibilità, ambire a qualunque desiderio, sentirsi ed essere sicure e forti. Che siano in grado proteggere se stesse, le persone e la terra che amano.

Questa teoria si è fatta pratica: collettivamente si sono organizzate per rispondere a ognuna di queste esigenze e ogni giorno si trova il modo per superare i nuovi ostacoli. Le loro organizzazioni sono autonome: sono le donne la soluzione ai problemi delle donne!

Ma è laddove questi problemi nascono, nella società con le sue contraddizioni, che bisogna seminare, perché si radichi un cambiamento che costruisca un futuro libero dalla violenza patriarcale.

È con la loro autonomia e i loro saperi che le donne fanno da traino e garanzia perché si viva tutte e tutti insieme una vita libera e dignitosa.

In questo solco sono nate le YPJ, Unità di Difesa delle Donne, ed è la convinzione che tutto ciò valga anche in casa nostra che mi ha spinto a scegliere di farne parte.
Le Ypj sono un corpo militare che ha saputo riportare straordinarie vittorie sul campo di battaglia; hanno liberato migliaia di persone dall’orrore dell’isis, le proteggono dal regime siriano, non hanno mai arretrato di fronte agli attacchi di uno stato fascista e patriarcale armato di arsenali come la Turchia… ma non solo…

Sono anzitutto un’organizzazione rivoluzionaria che incarna e sviluppa un cambiamento profondo, sociale, politico e culturale.

Voglio spiegare questo concetto raccontando quella che viene chiamata la ‘teoria della rosa’; ogni creatura vivente ha le sue forme di autodifesa. Una rosa coltiva la bellezza dei suoi petali grazie alle spine che la proteggono da ciò che la minaccia.

Ogni donna è una rosa e può coltivare la propria bellezza solo grazie alle sue spine, alla sua difesa. Potersi difendere vuol dire avere delle basi culturali, filosofiche e sociali del tutto diverse da quelle su cui si fonda il patriarcato.
La rivoluzione delle donne è la rivoluzione delle rose.

Ogni fiore pianta radici che smuovono la terra su cui cresce e coltiva le spine che permetteranno il suo sbocciare rigoglioso.

Le nostre lotte quotidiane contro la violenza sociale e delle istituzioni hanno tanto da condividere con quello che accade in Siria.
La libertà e i saperi conquistati dalle donne qui sono la nostra libertà e i nostri saperi.
Come ogni nostro avanzamento è anche loro. Viviamo in contesti diversi, sì, come diverse sono le forme della violenza usata contro di noi, ma il nemico è lo stesso.

Ovunque siamo, la nostra forza sta nell’organizzare la nostra rabbia, la nostra voglia di riscatto, cambiamento e uguaglianza. Ovunque c’è violenza c’è un modo per difendersi, insieme.

A ognuna le sue battaglie, per tutte la lotta e la vittoria!
Sempre al vostro fianco,
Eddi

 

FONTE: INFOAUT

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