FOGLIOLINE E BRAVE BAMBINE: COSÌ CI VUOLE LIBERI E UGUALI

FOGLIOLINE E BRAVE BAMBINE: COSÌ CI VUOLE LIBERI E UGUALI

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

Insomma, la montagna ha generato il topolino.
Un topolino vecchio di millenni, ovvero come Liberi e Uguali considera le donne.
Foglioline…eh già, giusto un abbellimento all’albero, al patriarca, al padre, padrone e padreterno, qualcosa che origina da qualcosa, magari dalla solita vecchia costola, niente di più, niente di meno.

Siamo passate dall’essere la foglia di fico di un sistema partitico e politico cattolico di centrosinistra, quando è servito raccattare voti usando le lotte femministe, all’essere semplici, adorabili, tenere foglioline.

Son soddisfazioni, non c’è che dire, specie quando la forma delle foglie ricorda molto quelle dell’Ulivo.
Toh, che combinazione, che caso strano…

Questi politici di una certa area di sedicente sinistra, non cambiano mai, non cambiano proprio mai.
Come si possa pensare proprio oggi ad una simile simbologia e supportarla pure dalle scoranti dichiarazioni di Piero Grasso, proprio risulta assurdo, ad una prima lettura.
Poi pensandoci su, risulta chiara la riconferma della motivazione: riportarci indietro quanto più possibile, dominare e controllare la patrte più forte e determinante del paese.

Infatti, ecco come veniamo descritte nell’intervista di Grasso: “saranno le madri, le mogli, le sorelle…”.
A questo punto non ci stupiremmo se come inno dovessere scegliere “Profumi e balocchi“.

Un bel ritorno al passato, alle icone cattoliche di 60/70 anni fa.
Spose, sorelle, madri…

Vien voglia di mettere lorsignori sullo stesso piano, giusto per togliere un po’ di aura e valore alla loro identità di PERSONE.
Le conquiste ottenute dalle donne, per questi uomini del Paleolitico, sono finite tutte appese come abbellimento dell’albero del patriarcato molto ben rappresentato da Liberi e Uguali.

In fondo non c’è da stupirsi che gente simile consideri le donne a questo modo.
Da decenni il ruolo della donna è confinato nel recinto dello sfruttamento ad ogni livello.
Prima crescevamo solo i figli e prevvedevamo alla casa, alle cure parentali, poi han pensato bene di regalarci (!) una presunta parità facendoci fare DUE lavori: in casa e fuori casa, il tutto pagandone uno solo.
Probabile che si sia ispirato a questo metodo di sfruttamento chi nel marketing della grande distribuzione ha inventato il ‘paghi 1 e prendi 2‘.

Non contenti ci hanno indotto a pensare di dover rinunciare anche al viverci la maternità, da un lato, come sarebbe nostro diritto, ci hanno conformato al sistema maschile della competitività e dell’assoggettarsi ad un sistema che toglie identità e bisogni per conservare lavoro, professionalità e carriera.
Dall’altro ci vietano in ogni modo la maternità consapevole, come scelta voluta, negandoci l’applicazione della 194.

E chi ha permesso questo tipo di sfruttamento, se non ancora gli stessi che oggi ci disegnano come foglioline?

Insomma la retorica è sempre la stessa – fulgido esempio di quella che è la politica italiana di chi si definisce di centrosinistra verso le questioni legate alla condizione femminile in Italiaed è sempre più repressiva, retrograda e discriminante, soprattutto per il tempo che viviamo che vede le donne ad essere le prime usate dal neoliberismo per sopperire all’assenza dello Stato, cui impone tagli profondi al welfare e le prime ad esser sacrificate a livello occupazionale.

Il concetto che esprime Liberi e Uguali, perciò è semplice: fate le brave, bambine, e tornate al focolare domestico e a subire l’autoritarismo e lo sfruttamento famigliare e sociale.
Accettate di buon grado di essere solo fattrici anche per altri, accettate che lo Stato faccia cassa sui corpi delle donne che si prostituiscono, accettate il medioevo che vi stiamo preparando.
In fondo siete solo spose, madri e sorelle…

Siamo spiacenti. INDIETRO NON SI TORNA.
Foglioline o non foglioline, se era vero negli anni ’70 che le brave bambine vanno in paradiso ma quelle cattive vanno dappertutto‘, oggi lo è ancora di più e della consapevolezza di ciò che siamo e di quanto valiamo, della libertà soggettiva che ognuna di noi si è conquistata, sentirete parlare molto presto.

 

 

LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE È LA RIVOLUZIONE DELLE ROSE

LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE È LA RIVOLUZIONE DELLE ROSE

Lettera da una donna italiana nelle YPJ.
Pubblichiamo la lettera di una compagna di Torino che ha deciso di far parte delle delle YPJ, le Unità di Difesa delle Donne nella Federazione della Siria del Nord e che spiega cosa sia e rappresenti la rivoluzione delle Rose.

 

Ciao a tutte e tutti,
vi scrivo dalla Siria del Nord, un luogo che seppur martoriato da anni di dittatura e guerra civile, grazie all’enorme sacrificio di tante e tanti è oggi una terra libera. Una terra libera e di libertà soprattutto per le donne, che sono l’avanguardia di questa rivoluzione.

Questo protagonismo poggia su una chiara presa di posizione ideologica: il ruolo delle donne nella società è centrale ma schiacciato da millenni di patriarcato, il loro sfruttamento è il più brutale e radicato; se si vuole una società libera bisogna che le donne siano libere.

Devono poter sostenersi economicamente e politicamente, formarsi, sviluppare al massimo le proprie possibilità, ambire a qualunque desiderio, sentirsi ed essere sicure e forti. Che siano in grado proteggere se stesse, le persone e la terra che amano.

Questa teoria si è fatta pratica: collettivamente si sono organizzate per rispondere a ognuna di queste esigenze e ogni giorno si trova il modo per superare i nuovi ostacoli. Le loro organizzazioni sono autonome: sono le donne la soluzione ai problemi delle donne!

Ma è laddove questi problemi nascono, nella società con le sue contraddizioni, che bisogna seminare, perché si radichi un cambiamento che costruisca un futuro libero dalla violenza patriarcale.

È con la loro autonomia e i loro saperi che le donne fanno da traino e garanzia perché si viva tutte e tutti insieme una vita libera e dignitosa.

In questo solco sono nate le YPJ, Unità di Difesa delle Donne, ed è la convinzione che tutto ciò valga anche in casa nostra che mi ha spinto a scegliere di farne parte.
Le Ypj sono un corpo militare che ha saputo riportare straordinarie vittorie sul campo di battaglia; hanno liberato migliaia di persone dall’orrore dell’isis, le proteggono dal regime siriano, non hanno mai arretrato di fronte agli attacchi di uno stato fascista e patriarcale armato di arsenali come la Turchia… ma non solo…

Sono anzitutto un’organizzazione rivoluzionaria che incarna e sviluppa un cambiamento profondo, sociale, politico e culturale.

Voglio spiegare questo concetto raccontando quella che viene chiamata la ‘teoria della rosa’; ogni creatura vivente ha le sue forme di autodifesa. Una rosa coltiva la bellezza dei suoi petali grazie alle spine che la proteggono da ciò che la minaccia.

Ogni donna è una rosa e può coltivare la propria bellezza solo grazie alle sue spine, alla sua difesa. Potersi difendere vuol dire avere delle basi culturali, filosofiche e sociali del tutto diverse da quelle su cui si fonda il patriarcato.
La rivoluzione delle donne è la rivoluzione delle rose.

Ogni fiore pianta radici che smuovono la terra su cui cresce e coltiva le spine che permetteranno il suo sbocciare rigoglioso.

Le nostre lotte quotidiane contro la violenza sociale e delle istituzioni hanno tanto da condividere con quello che accade in Siria.
La libertà e i saperi conquistati dalle donne qui sono la nostra libertà e i nostri saperi.
Come ogni nostro avanzamento è anche loro. Viviamo in contesti diversi, sì, come diverse sono le forme della violenza usata contro di noi, ma il nemico è lo stesso.

Ovunque siamo, la nostra forza sta nell’organizzare la nostra rabbia, la nostra voglia di riscatto, cambiamento e uguaglianza. Ovunque c’è violenza c’è un modo per difendersi, insieme.

A ognuna le sue battaglie, per tutte la lotta e la vittoria!
Sempre al vostro fianco,
Eddi

 

FONTE: INFOAUT

GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE: COMINCIAMO DA QUI

GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE: COMINCIAMO DA QUI

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Movimento Essere Sinistra MovES

 

Domani, 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne e come al solito su tutte le bacheche social fioriranno capolavori di post in cui troveremo paladini della battaglia delle donne, in ognidove.

Sarebbe però opportuno fare in modo che questa giornata non si traducesse nella solita rappresentazione ipocrita ma divenisse motivo di discussione a sostegno di una lotta fondamentale per un’autentica trasformazione di tutta la società. Inoltre le commemorazioni NON ci piacciono, sono solo la rappresentazione di un pensiero che poi non prende mai forma nella realtà, salvo qualche raro caso, purtroppo.

Il grottesco per non dire paradossale, di questo fenomeno, è che tra le millemila bacheche di Facebook in cui ci si sperticherà a gridare contro la violenza, ci saranno anche quelle dove si continua a scrivere che le denunce tardive contro abusi, molesti e stupri, sono unicamente espressione di mero opportunismo ed egocentrismo.

Parlando di recente di quanto avviene sui socialdalla denuncia di Asia Argento, con mia figlia di 22 anni e nessun onanismo mentale, mi ha detto qualcosa che mi ha molto colpito nella sua essenzialità e nella sua concretezza ossia:

che cosa importa che le denunce siano tardive? La molestia e l’abuso ci sono stati? SÌ, allora OCCUPIAMOCI di quello perchè se è diffuso significa che il male è profondo ed è OVUNQUE.

Già di mio non avevo dubbi sulle molestie denunciate tardivamente e sono cosciente che far parlare così tanto i social, come sta avvenendo, rischia di annullare la percezione del problema in quanto tale, ma SI DEVE PARLARNE e parlarne nel merito ponendo con chiarezza il problema e dettagliandone cause ed effetti, così da non togliere evidenza e valore all’importanza della denuncia.

Ritengo però che si debba parlare anche di ABUSO PSICOLOGICO delle donne, per favore, poichè abusi, molestie, ricatti e coercizione, a qualunque livello, quindi pure economico, appartengono ANCHE a questa violenza.

Violenza di cui indirettamente siamo coinvolti in tanti, più di quanto pensiamo.
Un esempio su tutti? Pensare che la prostituzione sia insanabile e che quindi vada “statalizzata” o che, in alcuni casi, sia una libera scelta malgrado sappiamo TUTTI che QUALUNQUE rapporto regolato dal denaro, direttamente o indirettamente è SFRUTTAMENTO.


Mi auguro un’ampia e partecipata discussione ma prima di argomentare contro questo ultimo concetto, prego tutti e tutte di rileggere quanto affermava Marx proprio in merito alla madre di tutte le violenze, ovvero la prostituzione.
VENEZUELA: DIRITTI DELLE DONNE E PARITÀ DI GENERE

VENEZUELA: DIRITTI DELLE DONNE E PARITÀ DI GENERE

 

di Dario BIANZANI – Coordinatore Nazionale Movimento Essere Sinistra MovES

 

Il Venezuela potrebbe essere definito sicuramente il paese più avanzato per i diritti sociali e di conseguenza civili, al mondo.
Infatti è l’unico paese che sancisce, inserendoli addirittura nel testo della costituzione, alcuni diritti fondamentali come il riconoscimento del valore sociale del lavoro domestico e altre misure fondamentali sulle libertà femminili.

Ora con la nuova Assemblea Nazionale Costituente si sta tentando di inserire tutti i diritti sociali sanciti dai governi socialisti di Chavez e Maduro nel nuovo testo costituzionale per rendere difficile, in caso di vittoria elettorale neoliberista, lo smantellamento veloce dello stato sociale come purtroppo sta avvenendo nell’Argentina di Macri e nel Brasile di Temer.

L’ANC, discuterà infatti un progetto di legge per la creazione dell’Istituto Nazionale per la Difesa dei Diritti della Donna con facoltà di punire la violenza di genere, considerata un problema sociale di Stato e di interesse pubblico.

Il presidente, Nicolas Maduro, ha presentato la proposta di includere nella nuova costituzione un capitolo completo dedicato alle donne, alla protezione e garanzia dello sviluppo integrale della loro vita.

Infatti, in questi anni di governo bolivariano, le donne hanno ottenuto moltissimo sia come conquiste sociali sia di potere ma non hanno ancora ottenuto una legge sull’interruzione di gravidanza, sempre rimandata o boicottata anche per la forte presenza delle chiese cattolica ed evangelica.

Le donne, dalla costituzione del 1999, hanno ottenuto altri diritti fondamentali come quelli sanciti dalla Ley Orgánica del Trabajo, Trabajadores y Trabajadoras, la quale stabilisce che le lavoratrici in stato interessante hanno diritto ad un riposo di sei settimane prima del parto e venti settimane dopo, durante le quali conservano il salario e il lavoro. Si prevedono inoltre orari flessibili per l’allattamento durante la giornata di lavoro.

Inoltre molti sono i progetti e le missioni del governo bolivariano a sostegno delle donne che spesso sono a capo della famiglia, con interventi quindi a sostegno di donne con figli.

Per lo sviluppo integrale della donna sono stati creati programmi e misiones sociales come il Banco de la Mujer, la Misión Madres del Barrio, Hogares de la Patria, il programma di finanziamento Soy Mujer, il Plan Nacional de Parto Humanizado.

Le donne hanno anche diritto per legge a metà delle cariche politiche elettive.

Esiste una legge contro la violenza di genere fin dal 2007 poi riformata nel 2014, per inserire come reato il femminicidio ma vi sono problemi applicativi e boicottaggi.
Anche per questo, a partire dal 1° Novembre, ha preso il via la campagna per il diritto delle donne ad una vita libera dalla violenza. La campagna durerà fino al 10 dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani, e sarà accompagnata dallo slogan: “La pace comincia in casa, basta violenza contro le donne“.
Per l’occasione, il Panteon Nazionale ed altri edifici storici, a Caracas, si sono illuminati di viola, il colore che rappresenta la lotta contro la violenza di genere.

Inaugurando l’iniziativa, la ministra del Poder Popular para la Mujer y la Igualdad de Género, Blanca Eekhout, ha detto che “non può esserci socialismo se la metà della popolazione è esclusa o maltrattata ed ha lanciato un appello agli uomini e alle donne venezuelani a sradicare la discriminazione di genere che contrasta con i valori di convivenza e di unità, propri del “socialismo femminista bolivariano”.

Ora è sempre più chiaro perchè il Venezuela chavista e bolivariano che riconosce i diritti dell’essere umano e particolarmente delle donne, dà tanto fastidio all’imperialismo e al neoliberismo imperante.

 

 

 

VIOLENZA SESSUALE A SCUOLA: INSEGNANTE ASSOLTO, COLPEVOLE LA VITTIMA

VIOLENZA SESSUALE A SCUOLA: INSEGNANTE ASSOLTO, COLPEVOLE LA VITTIMA

 

di Claudia PEPE

Dalla Tecnica della Scuola: “Per i giudici della Suprema Corte di Cassazione non si può parlare di violenza quando la ragazza «esprime gradimento» e soprattutto quando i fatti dimostrano che non c’è una condizione di inferiorità fisica o psichica dell’allieva nei confronti dell’insegnante”.

Dopo aver letto questo articolo, io come al solito, provo una rabbia e un disappunto che devo fare un giretto per casa, respirare e cercare di calmarmi.

Dopo aver fatto ciò vado a leggere cosa è successo.
I fatti sono questi: una ragazza di 17 anni affetta da «disturbo specifico misto di apprendimento», è stata oggetto di abusi sessuali da parte di un “insegnante”, prima nei locali della scuola, poi fuori dall’istituto.

Col termine disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) ci si riferisce ad un gruppo eterogeneo di disturbi consistenti in significative difficoltà nell’acquisizione e nell’uso di abilità di ascolto, espressione orale, lettura, ragionamento e matematica, presumibilmente dovuti a disfunzioni del sistema nervoso centrale.

Possono coesistere col disturbo specifico di apprendimento, problemi nei comportamenti di autoregolazione, nella percezione e nell’interazione sociale, però questi non costituiscono di per sé un disturbo specifico dell’apprendimento.

Ma cosa è successo? Un “professore” ha compiuto atti “repentini”, cioè improvvisi, istantanei: insomma delle sveltine con una ragazza all’interno della Scuola e fuori.

Bene, intanto non mi sembra di poter chiamare “insegnante”, una persona che compie atti sessuali, aggiungo anche “repentini” solo per definire il tipo di atti, e mirati solo ad uno scopo.
Non mi sembra giusto chiamare “insegnante”, una persona che consciamente non riesce a reprimere i propri istinti sessuali animali.

Se ci pensava prima di abusare di una ragazza, trovava molti modi per placare il suo sesso bollente.
Per esempio ci si può chiudere in bagno, si correggono compiti, si va a fare la spesa, si legge un libro, si fa un po’ di ginnastica, e se proprio tutto ciò non fosse sufficiente, ci si chiude in un cinema dove trasmettono film hard e ci si masturba.
E lì la sua “repentinità”, avrebbe avuto un successo enorme.

Ma l’ennesima beffa, è che per i giudici non si configura nessun reato. Neanche la pedofilia. No, perché la ragazza avrebbe dovuto esprimere “dissenso sussistente”.

Siamo alle solite, la ragazza avrebbe dovuto gridare, urlare, sbraitare.
Latrare e inveire come un animale in gabbia. Una gabbia che probabilmente neanche lei sapeva di vivere, di abitare, consegnandone le chiavi al suo carceriere.

La ragazza ha dichiarato di aver provato «sensazioni positive al contatto fisico con l’insegnante».
E su questo esprimo i miei dubbi. Una ragazza che viene penetrata in pochi minuti, che coscienza può avere dell’amore, del sesso, della complicità, del bene.

I giudici hanno escluso “l’incapacità della ragazza di determinarsi rispetto ad una scelta”.
Ma certo signori, giudichiamo come al solito una ragazza che ha dei deficit, e non condanniamo “l’uomo dalla sveltina facile”.

Avanti andiamo avanti così con le donne, con le ragazze e ora anche con le bambine.
Tanto, si sa, le donne non sanno pensare, non sanno riflettere, né considerare.
Andiamo avanti così a difendere un uomo che non mi azzardo a pensare se abbia famiglia o meno, ma nella mia rabbia so che è un “insegnante”.

Un insegnante che dovrebbe prendersi cura, aiutare, diventare un facilitatore per gli allievi in difficoltà, non diventare un facilitatore dello sporco e della menzogna.

Lui è stato giudicato innocente perché “non ha costretto la ragazza a trattenersi nei locali contro la sua volontà, non ha allontanato altri studenti per poter stare solo con lei, non si è avvalso di qualunque delle facoltà derivanti dal suo status per commettere le contestate attività sessuali” (fonte Sole 24 ore).

Ma dove è andata a finire la coscienza dell’uomo, l’etica civile e sociale, l’educazione, il rispetto, la solidarietà? Dove stiamo atterrando, quando un insegnante è assolto per la sua repentinità sessuale, invece di essere radiato immediatamente dal suo ruolo di educatore e di professionista?

Non vorrei essere polemica, ma questi giudici sembrano essere laureati all’Università di Arcore, oppure simili a che dice “All’inizio fa male ma poi la donna si abitua”.

Ma ormai noi donne e non solo, non dobbiamo più meravigliarci.
La Cassazione, se ben ricordo, fu quella che stabilì che se una donna indossava dei jeans non poteva essere violentata.

Questo episodio mi ricorda l’antica Roma quando la pedofilia era lecita e consigliata.
Ma siamo nel 2017 signori, e un “professore” è stato assolto per non essere stato capace di mettere sotto l’acqua gelida il suo membro ricoperto di vermi.

Io sono nauseata, disgustata e stanca.
Ma continuerò a combattere e a denunciare. Finché avrò respiro.

E se per la legge non è condannabile lo è ampiamente per la scuola e per noi docenti che ogni giorno diamo la vita al più grande capolavoro che la natura ci regala. I nostri ragazzi, i nostri studenti.
BULLISMO, IL SESSISMO NON C’ENTRA PROPRIO NIENTE?

BULLISMO, IL SESSISMO NON C’ENTRA PROPRIO NIENTE?

 

di Laura BASSANETTI, insegnante
(COMITATO PER LA SCUOLA PUBBLICA PADERNO DUGNANO)

 

Bullismo, cyberbullismo, ostilità: un pugno all’insegnante.
Il sessismo non c’entra proprio niente?
Meno maschilismo = meno bullismo.

Il maschio spacca tutto è accettato, la femmina no. La sua aggressività, la sua curiosità, la sua vitalità spaventano e così vengono messe in atto tutte le tecniche possibili per indurla a modificare il suo comportamento”.
Ancora: “I movimenti del corpo, i gesti, la mimica, il pianto, il riso sono pressoché identici nei due sessi all’età di un anno o poco più mentre cominciano in seguito a diversificarsi.. a quest’età sono aggressivi maschi e femmine. […] Mentre più tardi l’aggressività del bambino continuerà ad essere diretta verso gli altri, la bambina diventerà auto aggressiva per aderire al modello che la società impone e che le vuole incanalate verso la debolezza, la passività, la civetteria”.

Queste sono riflessioni tratte da un libro pubblicato nel 1973 dalla scrittrice sociologa Elena Gianini Belotti.
Un testo, senza esagerare, in grado di cambiare l’esistenza di chi lo legge, posto che fino a quel momento sia stata vissuta (come spesso accade), nell’incoscienza e nell’adesione acritica allo stereotipo: genere maschile/genere femminile. “Dalla parte delle bambine” è stato letto e apprezzato da tante donne come testo importante nella battaglia femminista.

Si può riscontrare, anche nelle più banali esperienze personali, il fatto che ogni volta in cui si subisce la prepotenza, la denigrazione di chi è “bullo” si ripropongono gli argomenti del machismo, si estremizza la polarizzazione di genere e si ricalcano gli schemi della gerarchia tra esseri umani.

Le bambine sono vittime di illazioni, scherni o aggressioni per ciò che riguarda il loro aspetto fisico: poco attraenti, non abbastanza formose, goffe, troppo introverse, troppo “secchione”.
O al contrario: troppo vivaci, troppo appariscenti, troppo carine.

Ogni qualvolta, anche con la scusa di “educare” si propongono con (forse) buone intenzioni delle “regole”: no ai pantaloni strappati, si al codice di abbigliamento per le donne, al di là del sostenere che in un certo contesto si dovrebbe adottare l’abbigliamento adeguato, bisognerebbe tenere i piedi per terra e il contatto con la realtà.
In questa società il dress code femminile avvalla l’idea che la donna provoca un certo tipo di attenzione, è un “oggetto” per altrui sfogo e va coperto.

Ma nessuno si domanda se tra tutto ciò e i femminicidi esista un qualche tipo di nesso.
Per ciò che riguarda i ragazzi invece, quelli che sono disinteressati agli sport, alle squadre di calcio, al fare la lotta o che amano giocare a cucinare o alle bambole rischiano di passare gli anni scolastici additati come strani o sfigati.
Inoltre: se sono le ragazze a fare “le bulle” vanno all’attacco di quante stanno fuori “dai canoni”, di quelle che non si interessano di trucco o di abbigliamento, dei ragazzi che si distinguono come i più timidi o più riflessivi.

Senza parlare di coloro che fin dagli anni della scuola manifestano la loro personalità e se è vista come fuori dai canoni (se un maschietto volesse sposare un altro maschietto, per esempio) possono trascorrere gli anni della gioventù in un incubo dai contorni medievali: non pochi purtroppo hanno commesso gesti estremi o sono rimasti tutta la vita segnati da vili atti di razzismo subito.

È quindi così peregrino affermare che se ci fosse meno sessismo, ci sarebbe meno bullismo?

Non a caso, alcuni sistemi educativi d’avanguardia insistono molto perchè bambini e bambine facciano le stesse cose cioè entrambi accudiscano bambolotti, stirino, cucinino o giochino a calcio, rugby e quant’altro.

Però in Italia siamo ancora pieni di spot pubblicitari, cartelloni, testi scolastici nei quali
le mamme fanno rigorosamente “le mamme” (cioè puliscono, stanno dietro ai figli) e i papà (per strani, non scientificamente comprovabili, motivi) sembrano più “naturalmente” portati per dipingere le pareti e andare in bicicletta.

Nel ragazzo che colpisce l’insegnante, si può vedere una delle estreme conseguenze della filosofia maschilista?
Arrivando alla violenza fisica su una donna, si esprime una profonda incommensurabile frustrazione, un’intolleranza radicata e forse quel gesto cerca di riproporre un potere.

Quello stesso potere che venne descritto ancora, dalla stessa Elena Gianini Belotti dopo “Dalla parte delle bambine” in un successivo saggio “Prima della quiete“, che attraverso la vicenda dell’insegnante elementare Italia Donati denunciò le terribili condizioni di vita di molte maestre del primo novecento italiano.

Perseguitata dalle attenzioni violente del suo padrone di casa, calunniata e discriminata dall’intera comunità cittadina, la maestra Donati giunge al suicidio: nell’impossibilità di trovare alcun sostegno al suo dramma di sottomissione e solitudine.

I meccanismi del bullismo sono sempre identici, ogni qualvolta un gruppo di persone cerca di imporre il potere della maggioranza o mostra paura di qualcuno che mostra un punto di vista diverso.
Ecco che si manifesta come è già stato notato nelle “chat” purtroppo, di genitori.
E può finire solo in un modo.