UNA NOTTE AL MUSEO CON FRANCESCHINI E I SUOI FANTASMI

UNA NOTTE AL MUSEO CON FRANCESCHINI E I SUOI FANTASMI

 

di Antonio CAPUANO – Coordinatore Nazionale del MovES

Una notte al Museo: Franceschini, i Direttori e i fantasmi di una Pubblica Amministrazione allo sbando.

Aveva fatto scalpore qualche mese fa la vicenda delle nomine dei Direttori di alcuni dei maggiori Musei nazionali, con l’incarico affidato a soggetti stranieri e l’impugnazione del verdetto presso il Tar del Lazio, da parte di uno dei soggetti esclusi con conseguente annullamento delle nomine stesse.

Adesso in vista della sentenza del Consiglio di Stato in merito attesa per il prossimo 26 ottobre e della polemica scoppiata in merito ai concorsi universitari pilotati, il tema della inefficienza della Pubblica Amministrazione torna più che mai d’attualità.

Quello che deve essere chiaro è che urge con forza una netta inversione del paradigma dato che la corruzione non è la causa dell’inefficienza del sistema, ma ne è l’effetto e finchè non si comprenderà questo, continuando genericamente a fare campagna elettorale sulla lotta alla corruzione, allora nel concreto non cambierà mai nulla,

Infatti se ci si limita a dire di voler combattere una generica corruzione, senza però intervenire strutturalmente riformando un settore pubblico che la facilita in tutte le sue infinite declinazioni, allora resta la mera propaganda elettoralistica e nel concreto non si aiutano i Cittadini schiacciati tra un fisco opprimente, i ricchi che evadono le tasse e uno Stato che non funziona.

Per cambiare un sistema e tutte le degenerazioni che esso crea, come appunto la corruzione, bisogna conoscerlo a fondo in tutti i suoi aspetti e non limitarsi ad una narrazione strumentale e meramente politica dei fatti, come avvenuto ad esempio appunto nella vicenda dei Musei.

Una Pubblica Amministrazione efficiente e funzionale poggia su 5 punti cardine: Efficacia, Economicità, Pubblicità, Trasparenza e un impianto normativo solido, se manca anche uno solo di questi si presta il fianco a corruzione, incompetenza e pericoli di varia natura e pansate cosa accade se, come nel nostro sistema, queste voci mancano praticamente tutte.

Accade che un Ministro dei beni culturali faccia confusione, ponendo in nullità nomine apicali e paralizzando un settore strategico chiave come il turismo e che il nostro sistema universitario lasci scappare le sue eccellenze all’estero riducendosi ad una mera rete clientelare fondata sul fitto scambio di favori, sul paternalismo e su un’incompetenza di comodo che si riflette drammaticamente sul livello della classe dirigente di questo Paese.

La soluzione non può semplicisticamente risiedere nelle privatizzazioni selvagge ovviamente, perché lavarsene le mani e cedere ai privati settori chiave per la qualità della vita dei cittadini quali Sanità, Cultura, Istruzione etc. abbandonando così al proprio destino le classi più disagiate e deboli, sarebbe l’ultimo grande favore alle destre e il vero punto di non ritorno per una Sinistra che sia sostanzialmente tale e non usi invece una certa nomenclatura classica solo per ragioni di comodo.

Un Paese civile e un Popolo felice, non possono prescindere da una macchina Statale che coinvolga il cittadino, lo supporti e lo tuteli a tutti i livelli in modo efficiente e trasparente, va da sè che un cittadino che senta lo Stato come un fedele alleato e non come un nemico pronto a pugnalarlo alle spalle, sarà anche più propenso ad adeguarsi al sistema, anziché eluderlo in maniera poco lecita.

Lavorare sulla causa, è l’unico modo per prevenire davvero l’effetto, soprattutto in un momento storico in cui la gente ha bisogno di risposte concrete ai problemi e non scappa più via appena sente gridare al lupo,

La linea sottile tra uno Stato efficiente e uno Stato allo sbando, passa dalla considerazione del proprio interlocutore di riferimento, dato che il cittadino se rispettato collabora, mentre il suddito prima o poi, inevitabilmente si ribella.

 

POVERTÀ: PADERNO DUGNANO, ITALIA

POVERTÀ: PADERNO DUGNANO, ITALIA

 

di Laura BASSANETTI

PADERNO DUGNANO HA UN CANCRO: SI CHIAMA POVERTÀ, EMARGINAZIONE, LAVORO SOMMERSO.
DOVE SONO GLI SBANDIERATORI DELLA “LEGALITA'”?
CHI TACE È COMPLICE.

I numeri del lavoro nero in Italia sono uno scandalo: 6,5% del PIL nazionale.
Ognuna delle città della provincia italiana ha diversi organi di informazione ufficiosi accanto a quelli accreditati come i bollettini, l’ANSA, la stampa e anche i social network.

Chi vuole sapere come sta il proprio comune, come vanno le cose può fare qualcosa di molto semplice: stare tra la gente.
Ecco perchè nei cortili delle scuole e fuori dai cancelli di queste le cose si sanno prima. O semplicemente SI SANNO.

Dobbiamo ritenere i discorsi, i commenti e i ragionamenti e le lamentele che qui si moltiplicano come attendibili?
O potremmo metterli nell’archivio delle “bufale”? Termine che sta diventando quasi di moda, e che come tale si presta a utilizzi anche di comodo.

Sono VERE come sono VERI molti volti.
I sorrisi di rassegnazione.
Gli abiti di modesta fattura.
Gli anziani stanchi, che sono costretti a ritirare e accompagnare i bambini, perchè oggi nessuna mamma osa richiedere al lavoro un orario compatibile con esigenze di famiglia: potrebbe ritrovarsi in un attimo disoccupata.
Le donne che arrivano dalle vicine case popolari costantemente in ansia di non essere anche qui discriminate, maltrattate, emarginate.

Magari dopo una vita di violenza, di urla lanciate senza che nessuno nel fatiscente palazzone si degnasse di chiedere: hai bisogno di aiuto?

Violenza sulle donne. Già. Eccola, nella porta accanto.
Ha un responsabile: la povertà, la madre dell’ignoranza, la CAUSA dell’ingiustizia.

I bambini che cercano con occhi curiosi la loro maestra di sostegno.
I genitori che si domandano in che mese dell’anno scolastico arriverà.
Le persone che ti si rivolgono e dicono: il sistema è sbagliato, ma ho paura.
I colori dei veli che ricoprono i capelli e le mani colorate che si stringono.
Gli idiomi che si mescolano all’italiano.

La ragazza che è un’insegnante amata da tutti e ridendo coi bambini si adombra di tanto in tanto forse chiedendosi se sarà confermata a scadenza di contratto.
Questa incertezza la chiamo VIOLENZA SU UNA DONNA.
Ma la violenza sulle donne è anche altro.

È l’esercito che parte ogni mattina, in sella alle biciclette, a piedi, in auto se hai studiato quel minimo e hai la patente e punta alle case dei benestanti.
Anziani i cui figli lavorano e sono impegnati.
Possidenti, proprietari di farmacie, di locali, imprenditori. Pedalano e salutano velocemente e intanto sorridendo si scambiano notizie: “Ho trovato un lavoro 3 ore di pulizie al pomeriggio”…”conosco una signora che cerca una stiratrice”.

C’è chi è stata insultata, aggredita, ingiuriata, umiliata, impiegata senza UNO STRACCIO DI ASSICURAZIONE, LASCIATA SOLA IN CASO DI INFORTUNIO DAGLI SFRUTTATORI, DAGLI ACQUIRENTI DI QUESTO MERCATO DEL LAVORO DI MADRI, DI DONNE.

PARLATE DI VIOLENZA SULLE DONNE?
QUESTA COS’E’?
Di questo mercato.

CI PIACEREBBE, TANTO, CONOSCERE LE STATISTICHE COMUNALI SULLE REGOLARIZZAZIONI TRAMITE VOUCHER…O CONTRATTI COLLETTIVI.

Queste cose SONO SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI. Non esclusi i fan della “legalità”.
Pronti a sbandierarla quando decidono loro.

Vi aspettiamo per difendere le donne, per denunciarne lo sfruttamento per rompere la catena dell’emarginazione.
Una delle tante occasioni è adesso: buona scuola piccolo A.

CETA, SIAMO AL PUNTO DI NON RITORNO. MA COS’È IL CETA?

CETA, SIAMO AL PUNTO DI NON RITORNO. MA COS’È IL CETA?

da STOP TTIP PUGLIA

 

Da ieri il CETA prende il via in maniera provvisoria in attesa che i paesi UE approvino questo trattato capestro per i poli europei e che darà il colpo di grazia a quello che definiamo Stato con conseguenze mostruose.

Così è stato deciso da Jean-Claude Juncker e dal premier canadese Justin Trudeau.

MA COS’È IL CETA? Questo video lo spiega in maniera immediata, diretta e comprensibile a tutti.

 

 

Fonte: STOP TTIP PUGLIA

EPA: COME LA UE CLONA SE STESSA IN AFRICA OCCIDENTALE PER SACCHEGGIARE

EPA: COME LA UE CLONA SE STESSA IN AFRICA OCCIDENTALE PER SACCHEGGIARE

 

Quello che si può dire con certezza dell’EPA – l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Africa Occidentale – è che è straordinariamente poco conosciuto. I mass media non si preoccupano di spiegare che un gruppo di stati tra i più poveri del mondo sono stati – volenti o nolenti – inclusi in un accordo commerciale con l’Unione europea che li costringe a condizioni svantaggiose, riproducendo – in un contesto di povertà ben più drammatico – regole fiscali assurde sul tipo di quelle imposte agli Stati membri dell’Eurozona. L’economista Bill Mitchell espone sul suo blog i risultati dell’analisi dell’EPA realizzata dall’organizzazione indipendente svedese CONCORD: questo trattato non è coerente con gli obiettivi di sviluppo dell’Africa Occidentale, e ha conseguenze addirittura opposte, intrappolando un gruppo di nazioni per la maggior parte già poverissime in una crescita bassa e discontinua e perpetuando le condizioni misere delle popolazioni.

 

di Bill Mitchell, 10 luglio 2017

In un post recente – Se l’Africa è ricca – perché è così povera? – ho preso in esame la questione del perché le risorse che rendono ricca l’Africa non siano state impiegate per il benessere della popolazione indigena che vive sul posto. Abbiamo visto che la povertà in Africa dilaga, benché sia evidente a chiunque che il continente è abbondantemente ricco di risorse.

La risposta a questo paradosso è che la rete di aiuti per lo sviluppo nonché la supervisione messe in atto dalle nazioni più ricche e mediate da enti come FMI e Banca Mondiale possono essere viste più come un gigantesco aspiratore, ideato per risucchiare risorse e ricchezza finanziaria dalle nazioni più povere, con sistemi legali o illegali, a seconda di quali generino i flussi maggiori.

Così benché l’Africa sia ricca, la sua interazione con il sistema monetario e di commercio mondiale lascia milioni dei suoi abitanti in condizioni di povertà estrema – non in grado di procurarsi neppure il cibo per vivere.

L’accordo di libero scambio (EPA) tra l’UE e gli stati dell’Africa Occidentale è una di queste istituzioni-aspiratore. Gli stati dell’Africa Occidentale, infatti, sono ancora impantanati in una dipendenza di stampo post-coloniale non perché siano privi delle risorse necessarie ad attuare il loro cammino di sviluppo, ma piuttosto a causa delle istituzioni post coloniali, create per mantenere il controllo su queste risorse da parte degli ex colonialisti. Non paga di avere distrutto la prosperità nell’eurozona, l’Unione europea sta esercitando pressioni su alcune delle nazioni più povere del mondo perché adottino lo stesso tipo di accordo monetario e fiscale fallimentare e perché vadano oltre, firmando accordi di “libero scambio” con reciproca apertura dei mercati. Le altre nazioni dell’Africa occidentale dovrebbero seguire l’esempio della Nigeria e abbandonare questi accordi.

Dodici dei 16 Paesi dell’Africa occidentale sono considerati Paesi in via di sviluppo (Least Developed Countries – LDC), o in parole più semplici paesi poveri. I 12 Paesi LDC sono Benin, Burkina Faso, Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Mauritania, Niger, Senegal, Sierra Leone, Togo; mentre i quattro non considerati LDC sono Capo Verde, Costa d’Avorio, Ghana e Nigeria.

Questa è una mappa dell’Africa Occidentale (fonte).

 

La pubblico per i lettori statunitensi, ricordando la vecchia battuta “La guerra è il sistema con cui Dio insegna la geografia agli americani”. A proposito delle conoscenze geografiche degli americani, potete vedere questo sketch dell’umorista statunitense Paul Rodriguez al Comic Relief del 1987. E se volete farvi un’altra risata, potete guardare questo video famoso.

Durante la cosiddetta “corsa all’Africa” del 19° secolo, l’Africa Occidentale fu spartita tra le potenze coloniali, per la maggior parte europee.

Queste erano le relazioni coloniali:

Benin – Francia
Burkina Faso – Francia
Gambia – Gran Bretagna
Guinea – Gran Bretagna
Guinea-Bissau – Portogallo
Liberia – Usa
Mali – Francia
Mauritania – Francia
Niger – Francia
Senegal – Francia
Sierra Leone – Gran Bretagna
Togo – Francia
Capo Verde – Portogallo
Costa d’Avorio – Francia
Ghana – Gran Bretagna
Nigeria – Gran Bretagna

Ho letto un rapporto del 2015 – L’EPA tra UE e Africa Occidentale: chi ne trae vantaggio? – pubblicato nella serie dei loro Spotlight Report Policy Paper dall’organizzazione Concord Europe, con sede in Svezia.

CONCORD è la confederazione europea delle ONG di aiuto e sostegno allo sviluppo.

La pagina di informazioni sull’Africa Occidentale della Commissione europea sostiene che l’accordo di “libero scambio” (The Economic Partnership Agreement – EPA) tra Europa e Africa Occidentale ha apportato benefici.

Un altro documento dell’UE (18 settembre, 2015) – Economic Partnership Agreement with West Africa-Facts and figures – fa ulteriore promozione.

Nel marzo 2016, la Direzione generale per il Commercio della Commissione europea ha pubblicato L’impatto economico dell’accordo di collaborazione economica tra Africa Occidentale e UE.

Ma l’analisi di CONCORD è in disaccordo con la linea ufficiale “libero mercato”.

L’ho già sottolineato altre volte, ma dovremmo tenerlo sempre in mente: le nazioni avanzate, oggi, non avrebbero potuto diventare ricche, se avessero seguito le strategie che ora stanno imponendo alle nazioni povere.

Per capire questo punto, raccomando la lettura del Report del 2008 di Dieter Frisch – La politica di sviluppo dell’Unione europea – pubblicato come rapporto ECDPM il 15 marzo 2008 (il documento è in francese).

L’ECDPM è il Centro europeo per la gestione delle strategie di sviluppo (European Centre for Development Policy Management) e Dieter Frisch è stato direttore generale per lo Sviluppo alla Commissione europea.

Frisch è un veterano delle strategie di sviluppo. Ecco cosa scrive (p.38):

En effet, on ne connaît historiquement aucun cas où un pays au stade précoce de son évolution économique se serait développé via son ouverture à la concurrence internationale. Le développement s’est toujours amorcé au gré d’une certaine protection qu’on a pu diminuer au fur et à mesure que l’économie s’était suffisamment fortifiée pour affronter la concurrence extérieure. Mais un tel processus s’étend sur de longues années …

Il che significa che non si conosce nella storia alcun caso in cui un Paese in uno stadio precoce della sua evoluzione economica si sia sviluppato attraverso l’apertura alla concorrenza internazionale. Lo sviluppo si è sempre innescato grazie a un certo grado di protezionismo, che si è potuto ridurre gradualmente mano a mano che l’economia si irrobustiva a sufficienza per affrontare la concorrenza esterna. Ma questo processo si estende per molti anni…

Si potrebbe anche aggiungere che le nazioni non si sono sviluppate costringendo i governi a mantenere il bilancio pubblico in pareggio, se non addirittura generare un surplus.

Tutte le nazioni avanzate hanno beneficiato di importanti spese pubbliche per infrastrutture: strade, trasporti, sanità, istruzione, porti, energia, comunicazioni e tutto il resto.

Inoltre, hanno goduto di importanti investimenti pubblici volti allo sviluppo di competenze.

Quindi, il contesto in cui è stato negoziato questo “accordo di libero commercio” è fin dal principio distorto in modo da ostacolare lo sviluppo.

Cercare di svilupparsi mantenendo costantemente il bilancio statale in surplus avrebbe impedito a qualsiasi nazione avanzata di fare alcun progresso.

Gli stati membri della Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale (West African Economic and Monetary Union – UEMOA) sono Benin, Guinea-Bissau, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo; questi stati condividono una moneta comune (franco CFA), agganciata all’euro.

Questo accordo riflette il controllo “post” coloniale da parte dei Francesi, che durante il processo di decolonizzazione tra il 1954 e il 1962 hanno limitato le sovranità nazionali, creando diversi protocolli che prevedevano che gli Stati francofoni dell’Africa Occidentale dal punto di vista finanziario dovessero rispondere in molti modi al Tesoro francese.

Lo scopo di questa restrizione era costringere le nazioni dell’Africa Occidentale appartenenti all’area monetaria a rispettare quella che i Francesi chiamavano “una rigorosa disciplina monetaria”. Per esempio, la Banca centrale dell’Africa Occidentale (BCEAO) resta sotto il controllo dei francesi, tanto che non può svalutare il franco CFA senza l’approvazione di questi ultimi.

I primi accordi, in ogni caso, sono falliti.

Arrivando velocemente al 1994, vediamo che allo stesso modo in cui gli europei stessi sono passati dal fallimento del serpente monetario nel tunnel, al fallimento del serpente fuori dal tunnel, al fallimentare SME nel 1978, fino all’addirittura peggiore Unione Monetaria ed Economica (eurozona), così gli Stati francofoni dell’Africa Occidentale sono transitati attraverso una serie di accordi economici e monetari sotto la guida dei francesi, fino che non hanno clonato la UEM nella forma della Unione economica e monetarie dell’Africa Occidentale (WAEMU).

Otto degli Stati membri sono paesi in via di sviluppo (esclusa la Costa d’Avorio).

Così come lo SME si era trovato di fronte a costanti tensioni a causa delle disuguaglianze nella capacità commerciale dei suoi Stati Membri, il che alla fine lo trasformò in una zona del marco e lo trascinò verso recessione e stagnazione, così gli accordi dell’Africa Occidentale si trovarono sottoposti a pressioni simili.

E proprio come l’Eurozona è stata azzoppata dal Patto per la stabilità e la crescita (SGP) e dalle sue più recenti varianti (“Two Pack”, “Six Pack”, “Fiscal Compact”), così la WAEMU ha introdotto nel 1999 un “Patto regionale di convergenza, stabilità, crescita e solidarietà”.

Sia nel linguaggio sia negli intenti questo è clonato dal Patto per la stabilità e la crescita europeo. Così come il SGP impone una camicia di forza fiscale agli Stati membri dell’Eurozona, che spinge le economie alla recessione, così il patto della WAEMU obbliga gli Stati membri ad avere bilanci in pareggio o in surplus.

Se un Paese non rispetta questa regola viene sanzionato (esattamente come avviene per la procedura prevista in eurozona in caso di sforamento del deficit) e può non avere più l’accesso a fondi o la possibilità di effettuare spese.

Ci sono poi altre severe regole che riguardano l’inflazione, il debito pubblico, gli impegni verso i pagamenti esteri, la proporzione tra spesa per salari pubblici e tasse, che pongono ulteriori limiti alla sovranità nazionale.

La WAEMU ha un “Consiglio dei Ministri”, che bullizza gli Stati Membri che non riescono a rispettare le regole.

E, esattamente come avviene per l’eurozona, per le nazioni che fanno parte della WAEMU risulta virtualmente impossibile sottomettersi alle regole, visto che i cicli economici impattano sul bilancio pubblico e sulla povertà dilagante che persiste.

Queste nazioni, che vivono soprattutto di esportazione di materie prime ed importano prodotti industriali, devono fronteggiare enormi sbalzi nelle entrate nazionali, legati alla variabilità del clima e alla instabilità delle condizioni commerciali sui mercati internazionali.

Il FMI e la Banca Mondiale fanno pressioni fortissime perché esportino quanto più possibile, ma questo significa che inondano i mercati internazionali dei loro beni, facendone calare i prezzi.

Il guadagno mancato li mette sotto pressione per quanto riguarda il loro debito estero (che in parte non piccola è stato contratto con il FMI) e quindi rende frequenti ulteriori richieste di tagli di bilancio.

Questa strategia di sviluppo incastra le nazioni in una crescita bassa e discontinua e in una povertà persistente.

Per questo non c’è da sorprendersi che la Commissione europea, con i suoi artigli ben piantati nelle nazioni povere dell’Africa Occidentale, abbia deciso di consolidare questa posizione di vantaggio andando oltre, con un “accordo di libero scambio” conosciuto come l’Economic Partnership Agreement (EPA).

La ricerca di CONCORD ha verificato l’attendibilità di diverse affermazioni fatte dalla Commissione Europea che ripete il mantra “il commercio è sviluppo”.

Ma se questa è la domanda di partenza:

…l’EPA, accordo negoziato tra l’Africa Occidentale e l’UE, cioè tra una delle regioni più ricche e una delle regioni più povere del pianeta, è davvero coerente con gli obiettivi di sviluppo dell’Africa Occidentale?

La risposta è un no.

È importante notare che:

Fino al 2000… l’UE consentiva alle esportazioni provenienti dall’Africa Occidentale un accesso quasi completamente libero ai mercati europei… Queste concessioni commerciali unilaterali erano però contrarie alle regole della WTO, in vigore dal 1994. La WTO consente di creare zone di libero scambio, per esempio tra UE e Africa Occidentale, e l’UE decise di adottarne una al posto delle condizioni precedenti, anche se in queste zone le concessioni devono essere reciproche, il che significa che l’Africa Occidentale doveva consentire le stesse condizioni all’UE… L’UE avrebbe potuto chiedere alla WTO un’esenzione, come ha fatto per la Moldavia… (ma) …ha rifiutato di concedere lo stesso trattamento all’Africa Occidentale.

E oltre:

Durante le trattative, la UE è andata anche molto oltre le richieste della WTO in tema di liberalizzazioni, includendo servizi, investimenti e acquisizioni oltre ai beni. L’Africa Occidentale si opponeva, dichiarando di voler mantenere la possibilità di proteggere questi settori dalla concorrenza con l’UE.

Nel 2007, l’UE non riuscì a concludere gli accordi con le nazioni dell’Africa Occidentale, in parte perché

…l’Unione Europea garantisce ai Paesi in via di sviluppo concessioni commerciali unilaterali nel quadro del regime “Tutto tranne armi”, che offre loro accesso libero ai mercati europei senza costringerli a restituire le medesime liberalizzazioni in cambio.

Cosa fa allora l’Unione europea? Ecco cosa fa:

…ha minacciato tutte le nazioni ACP non incluse tra i Paesi in via di sviluppo di togliere loro l’accesso libero al mercato europeo… (e)… ha stabilito una nuova deadline per il completamento degli accordi.

Vi ricorda qualcosa?

E qui non stiamo parlando della Grecia, che in termini di ricchezza è una nazione avanzata. Queste sono per la maggior parte nazioni poverissime, che lottano per sfamare la loro popolazione.

Il report di CONCORD spiega che molte nazioni dell’Africa Occidentale hanno ceduto di fronte alle minacce e “hanno deciso di firmare… il 30 giugno 2014”.

Ma il processo di ratificazione è lento e alla fine del 2016 è entrato provvisoriamente in vigore solo il cosiddetto “accordo base di partenza per la collaborazione economica” (Stepping Stone Economic Partnership Agreements) con la Costa d’Avorio e il Ghana.

Inoltre, mentre 13 Stati dell’Africa Occidentale hanno firmato, Nigeria, Gambia e Mauritania se ne tengono fuori.

In particolare, la Nigeria non vuole cedere la sua sovranità all’Unione europea e “vuole sviluppare la sua industria e le sue vendite nel resto dell’Africa Occidentale, riducendo nel contempo la sua dipendenza dall’esportazione di petrolio”.

Il report di CONCORD conclude che la Nigeria non sarebbe in grado di avere questa indipendenza strategica all’interno dell’EPA.

Per illustrare i motivi per cui l’EPA non è coerente con lo sviluppo dell’Africa Occidentale, il report di CONCORD passa al vaglio diverse affermazioni avanzate dall’UE a sostegno dell’EPA.

1- L’EPA offre libero accesso al mercato europeo ai prodotti dell’Africa Occidentale?

Sì, ma l’EPA non comporta per le nazioni dell’Africa Occidentale alcun vantaggio in più, mentre introduce evidenti svantaggi nella concorrenza.

Inoltre perché i Paesi in via di sviluppo “dovrebbero affrontare questi sacrifici”, quando “hanno diritto alle concessioni commerciali unilaterali legate al regime “‘tutto tranne le armi’”?

2 – L’EPA supporterà l’integrazione regionale dell’Africa Occidentale?

“Ampiamente falso”.

“Il livello di integrazione regionale in Africa Occidentale è molto debole” quindi sarebbe stato meglio avviare processi per diversificare il commercio all’interno dell’Africa occidentale.

3 – “I prodotti agricoli dell’Africa Occidentale sono esclusi dalla liberalizzazione”?

“Vero e falso”

“L’EPA… comporta un grosso rischio per l’agricoltura dell’Africa Occidentale…(che)… è un settore importante… e offre il 60% del lavoro e soddisfa l’80% delle esigenze alimentari della regione”.

L’EPA protegge solo “il 18% dei prodotti”, ma in linea generale liberalizza l’accesso a tutto il resto. Per esempio, il latte in polvere importato più economico danneggerà “la produzione locale di latte”.

È importante capire che in base alla Politica agricola comunitaria, l’UE può “vendere i prodotti della sua agricoltura a un prezzo inferiore al costo, praticando una concorrenza sleale nei confronti dell’agricoltura del’Africa Occidentale”.

4 – “L’EPA promuoverà aiuti che permetteranno all’Africa Occidentale di trarre beneficio dall’EPA?”

“Vero e falso”

C’è in atto un programma per lo sviluppo dell’Africa Occidentale, che è una strategia del tipo FMI, basata sul taglio delle spese interne e sull’orientamento delle attività verso le esportazioni che portano liquidi.

Sia come sia, la proposta corrente non è garantita e i fondi sono “molto al di sotto i bisogni stimati” per far fronte ai costi dovuti al passaggio al nuovo acordo.

Inoltre, i governi dell’Africa Occidentale utilizzano i dazi per finanziare ospedali e tutto il resto. Ora, i sostenitori della Modern Monetary Theory (MMT) obietteranno subito che questi Stati potrebbero finanziare queste infrastrutture essenziali usando la propria capacità monetaria.

In parte è vero. Ma nel mondo reale della politica dell’Africa Occidentale e con la camicia di forza in cui si sono infilati questi governi sotto lo sguardo inquisitore di grandi bulli internazionali come l’UE e il FMI, le entrate legate ai dazi offrono un non piccolo aiuto per sottostare alle grottesche regole che costringono le loro scelte fiscali.

L’EPA quindi inciderà seriamente sulla loro situazione fiscale (all’interno delle attuali costrizioni) tanto che saranno costretti a tagliare drasticamente la spesa pubblica.

Come nota il report di CONCORD, questa spesa è:

“…indispensabile per consentire il finanziamento stabile degli edifici per scuole e ospedali, per supportare le famiglie di coltivatori e per altri servizi pubblici.”

L’EPA è quindi un altro strumento attraverso il quale viene impedito alle nazioni più povere di utilizzare le loro proprie capacità di spesa per migliorare le condizioni della loro popolazione.

5 – L’EPA rispetterà lo spazio politico dell’Africa Occidentale?

“In grande misura è falso”

“L’Africa Occidentale perderà lo spazio politico necessario a sviluppare la sua propria politica commerciale, al servizio delle esigenze dei suoi popoli, e perderà entrate fiscali che potrebbero aiutare a finanziare il suo sviluppo”.

Notando che quest’ultima conclusione si pone nel contesto delle costrizioni politiche e istituzionali che ho menzionato sopra.

Di conseguenza, il report di CONCORD conclude che:

“…l’EU, la maggiore zona economica del mondo, sta cercando di ottenere concessioni commerciali sproporzionate da una delle regioni più povere del mondo. Con l’EPA, l’Africa Occidentale avrà meno spazio politico per usare strumenti importanti per lo sviluppo di alcuni settori economici, al fine di migliorare le condizioni di vita dei suoi popoli. Allo stesso tempo l’UE non ha formalmente assunto alcun impegno per lo stanziamento a lungo termine di fondi aggiuntivi che sarebbero necessari per aiutare l’Africa Occidentale a reggere la concorrenza dei prodotti importati e compensare le entrate fiscali perdute. Come conseguenza, l’EPA non è coerente con lo sviluppo dell’Africa occidentale”.

E questo per oggi è abbastanza.

Fate girare…

 

fonte: VOCI DALL’ESTERO

JEAN CLAUDE NON SI SMENTISCE MAI. E LE CAPRE EUROPEISTE SBAVANO

JEAN CLAUDE NON SI SMENTISCE MAI. E LE CAPRE EUROPEISTE SBAVANO

 

di Luca TIBALDI

Juncker, discorso sullo Stato dell’Unione.
Dovrebbe rappresentare la svolta (la quarantasettesima, probabilmente, giusto? Ormai solo gente con problemi seri potrebbe crederci ancora, gente come i piddini o i gggiovani renziani).

Ovvio, tra una settimana salteranno fuori Macron, o la Merkel, o Weidmann, o un primo ministro di un Paese dall’altra parte del continente, e rinnegheranno qualunque cosa, qualunque ipotetica ed irrealizzabile svolta.

Ma torniamo al buon vecchio Gilderoy Allock de noartri.
Qual è l’unica vera proposta?

Per il futuro il fondo Esm deve gradualmente diventare un fondo monetario europeo e serve un super ministro europeo dell’economia e delle finanze per promuovere le riforme strutturali negli Stati membri”.

Quindi,
1) Creare un Fondo con maggiori poteri. Fa prestiti agli Stati (una cosa che dovrebbe far ridere a crepapelle ogni persona sana di mente) e in cambio li commissaria e decide tutte le politiche economiche, monetarie, industriali, fiscali.

2) Confermare questa tendenza con la creazione di un super ministro delle finanze europeo, che nelle parole degli stessi tedeschi della BuBa, che lo proposero mesi fa insieme alla Banque de France, è solo ed esclusivamente un nuovo super Commissario per controllare i bilanci dei Paesi, cioè un uomo con poteri superiori al semplice Commissario per proseguire eternamente con l’austerità e la disciplina di bilancio.
Questa è la grande svolta. Bravo Jean Claude!!! Abbasso i populistih!!!111!!

Ma siete seri!?

Volete la svolta? Quella vera? Una svolta che non renderebbe le cose ottimali ma comunque migliori dell’abisso attuale?

Bene (anche se tutto questo andrebbe comunque contro la Costituzione, quindi è un’analisi per massimi sistemi, ma irrealizzabile a livello giuridico, oltre che politico).

– Banca Centrale Europea sotto controllo pubblico. La BCE deve diventare una Banca Centrale vera, non una parodia, non una Bundesbank a livello europeo. Non sta nè in cielo nè in terra che una Banca Centrale sia indipendente e non possa finanziare gli Stati.

– Creazione di un vero Parlamento, non l’altra parodia che abbiamo adesso, dove in un amen la Commissione può comunque fare tutto quello che vuole.

– Trasferimenti monetari. E qui daje a ride. Se la Germania è
strutturalmente avvantaggiata dall’Euro debole, ci può anche stare bene. Però, cari caproni e pigri tedeschi, ci deve essere qualcosa in cambio.

Questo vorrebbe dire che Paesi come la Germania dovrebbero letteralmente pagare le aree del continente più svantaggiate dall’uso di una moneta troppo forte.

Visto che solo qualche mese fa sui giornali era uscita la notizie che gli abitanti della estremamente solidale (pfff) Baviera sono stufi di dare soldi alle altre aree della Germania, immagino che per voi sia naturale pensare che per “salvare lo spirito europeo” siano disposti a dare i loro soldi ai greci o agli spagnoli, vero?

– Fine del liberismo. Se anche si creasse uno Stato europeo, ma poi la linea continuasse ad essere quella liberista, mi spiegate che cazzarola cambierebbe, furboni???

Siete ridicoli, europeisti.
Siete alla frutta.
Sarete gettati nel cesso della storia, e noi saremo lì ad aspettare.
POSSONO ESSERE GLI STATI UNITI D’EUROPA LA NOSTRA SOLUZIONE?

POSSONO ESSERE GLI STATI UNITI D’EUROPA LA NOSTRA SOLUZIONE?


di Giulio BETTI

Spesso si dice: “Anzichè tornare alle valute nazionali, dobbiamo creare gli Stati Uniti d’Europa, infatti gli USA utilizzano il dollaro tranquillamente, anche se sono un’unione di più Stati!”

Ma è corretta questa affermazione, sovente fatta dai federalisti europei?
La situazione statunitense è adattabile anche gli Stati nazionali europei?

A mio avviso questa affermazione presenta diverse falle.

E’ sì vero che, a livello di dimensioni economiche, l’Eurozona è simile agli Stati Uniti d’America, ma è anche vero che negli USA la spesa pubblica e la tassazione sono decise, in aggregato, dal governo federale, il quale attraverso la Fed determina l’entità dei trasferimenti fiscali ai vari Stati federati.

Una cosa ben diversa dagli Stati dell’Eurozona, i quali possono solo fare pareggio di bilancio, senza possibilità di ottenere altri trasferimenti se le cose dovessero andare male.

Ricordiamo anche che tra gli obiettivi statutari della Fed c’è il raggiungimento della piena occupazione, a differenza della BCE che cerca inanzitutto di raggiungere la stabilità dei prezzi.

Va detto che gli USA sono differenti dall’Europa pure per il fatto che essi sono realmente uno stato unitario: vi è un’identità culturale, nazionale e linguistica che l’Europa non ha. Ci si sente prima statunitensi, e POI californiani, o newkorkesi; da noi ci si sente prima tedeschi, francesi, italiani, e poi (semmai) europei.

Che significa tutto ciò? Che trasferimenti fiscali verso gli Stati deboli europei sono visti con molto scetticismo, se non addirittura rifiutati, dagli Stati europei che si trovano in posizione di forza, politica ed economica. Negli USA, per ragioni di identità culturale, sono più facilmente accettati.

Va precisato che è già molto difficile e divisivo far accettare trasferimenti fiscali all’interno degli Stati nazionali, per sovvenzionare le aree più arretrate (vedi Nord/Sud in Italia, o Ovest/Est in Germania) e tali sovvenzioni creano inoltre svariati problemi.

Perciò gli Stati Uniti D’Europa sono, nei fatti, una strada difficilmente praticabile.

Altro fattore da considerare è che la popolazione USA ha un alto grado di mobilità, per quanto riguarda il lavoro. Un disoccupato del Colorado potrà trasferirsi con più facilità in California per cercare lavoro, rispetto a chi ha lavorato una vita in Italia e deve oggi trasferirsi in Finlandia per cercare un’occupazione.

Ci sono ovvi ostacoli linguistici, culturali ecc., a differenza degli Stati Uniti d’America.

*Da ultimo, gli squilibri in termini di reddito pro-capite in Europa sono molto più intensi in Europa rispetto agli Stati Uniti, infatti paesi come Spagna, Portogallo e Grecia hanno un reddito pro-capite inferiore al 20% rispetto alla media degli altri Stati europei.
Negli Stati Uniti, gli Stati federati in questa condizione sono solo 3, cioè il Mississipi, l’Arkansas e il West Virginia, squilibrio che riguarda 9 milioni di residenti. In Europa riguarda dunque svariate decine di milioni di abitanti in più!
Ciò vuol dire che sarebbero necessari ingenti trasferimenti fiscali, molto più che negli Stati Uniti, e ciò rende gli USE ancora meno accettabili dai paesi europei attualmente egemoni.

Quindi negli USA una valuta unica comporta sì degli svantaggi, ma essi sono più facilmente superabili che in continenti come l’Europa.

Il gioco non vale la candela. Sarebbe, anzi, ancora più dannoso di quanto non lo sia già oggi.

 

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*Fonte: “La Soluzione per l’Euro” (2014) di Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi.