L’UOMO BIANCO NEL PENSIERO DI MALCOLM X

L’UOMO BIANCO NEL PENSIERO DI MALCOLM X

Fratelli e sorelle, sono qui per dirvi che accuso l’uomo bianco.
Accuso l’uomo bianco di essere il più grande assassino della Terra.
Accuso l’uomo bianco di essere il più feroce rapinatore della Terra. Non ci è luogo in questo mondo dove l’uomo bianco possa andare a dire di aver portato la pace e l’armonia. Ovunque è andato ha portato la rovina e la distruzione.

Per questo lo accuso. Lo accuso di essere il più ignobile carnefice della Terra.
Lo accuso di essere il più violento rapinatore e schiavista della Terra.
Lo accuso di essere il più ubriacone della Terra.

Egli non può negare le accuse. Voi non potete negare le accuse.
Noi siamo la prova vivente di tale accuse. Voi e io ne siamo la prova.
Voi non siete parte dell’America. Siete le vittime dell’America.

Non avete avuto scelta venendo qui.
Lui non ci ha detto: “Uomo nero, donna nera, viene con me, aiutami a costruire l’America”.
Ha detto: “Sporco negro, entra nella stiva di quella nave. Ti porto in America in catene, perche devi aitarmi a costruire l’America.
No non abbiamo visto mai la democrazia.
Abbiamo visto soltanto l’ipocrisia.
Noi non vediamo alcun Sogno Americano.
Abbiamo vissuto solo l’incubo Americano.

 

Malcolm X

PASOLINI E LA FORZA DELLA RAGIONE

PASOLINI E LA FORZA DELLA RAGIONE

Io, per me, sono alieno dalla violenza: e spero, lo ripeto, che mai più si debba scendere in piazza a morire.
Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà.

È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai.

I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi, alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento con il sentimento.
E allora taceranno: il loro castello di ricatti, violenze e di menzogne crollerà.

Pier Paolo Pasolini

PASOLINI E L’ITALIA CHE SAREMMO DIVENTATI

PASOLINI E L’ITALIA CHE SAREMMO DIVENTATI

L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.

Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli.

Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.

~ Saggi sulla politica e sulla società

 

Pier Paolo PASOLINI

MANDELA: È L’ISTRUZIONE CHE…

MANDELA: È L’ISTRUZIONE CHE…

L’istruzione è il grande motore dello sviluppo personale.
È attraverso l’istruzione che la figlia di un contadino può diventare medico, che il figlio di un minatore può diventare dirigente della miniera, che il figlio di un bracciante può diventare presidente di una grande nazione.
È quello che facciamo di ciò che abbiamo, non ciò che ci viene dato, che distingue una persona da un’altra.

Nelson Mandela

ANNA FRANK: VEDO IL MONDO CHE…

ANNA FRANK: VEDO IL MONDO CHE…

È davvero meraviglioso che io non abbia lasciato perdere tutti i miei ideali perché sembrano assurdi e impossibili da realizzare.
Eppure me li tengo stretti perché, malgrado tutto, credo ancora che la gente sia veramente buona di cuore.
Semplicemente non posso fondare le mie speranze sulla confusione, sulla miseria e sulla morte.

Vedo il mondo che si trasforma gradualmente in una terra inospitale; sento avvicinarsi il tuono che distruggerà anche noi; posso percepire le sofferenze di milioni di persone; ma, se guardo il cielo lassù, penso che tutto tornerà al suo posto, che anche questa crudeltà avrà fine e che ritorneranno la pace e la tranquillità.

Anna Frank

CONFESSO CHE HO VISSUTO

CONFESSO CHE HO VISSUTO

 

L’ultimo capitolo del libro di PABLO NERUDA “Confesso che ho vissuto”, è dedicato a Salvador Allende e venne scritto tre giorni dopo l’uccisione del presidente.
Solo 13 giorni dopo anche il Poeta moriva.

Maria Morigi

 

“Il mio popolo è stato il più tradito di quest’epoca. Dai deserti del salnitro, dalle miniere sottomarine di carbone, dalle alture terribili dove sta il rame estratto con lavoro inumano dalle mani del mio popolo, sorse un movimento liberatore di grandiosa ampiezza.

Quel movimento portò alla presidenza del Cile un uomo chiamato Salvador Allende affinché realizzasse riforme e misure di giustizia non più rinviabili, affinché riscattasse le nostre ricchezze nazionali dalle ginfie straniere […]

Dal nostro lato, dal lato della rivoluzione cilena, stavano la costituzione e la legge, la democrazia e la speranza.
Dall’altro lato non mancava nulla. C’erano arlecchini e pulcinella, pagliacci a mucchi, terroristi con pistola e con catene, frati falsi e militari degradati.

Gli uni e gli altri giravano nel carosello della disperazione. Andavano tenendosi per mano il fascista Jarpa e i suoi cugini di “Patria e Libertà”, disposti a rompere la testa e l’anima a quanto esiste, allo scopo di recuperare la grande azienda che per loro era il Cile.

Insieme a loro per rendere più amena la farandola, danzava un grande banchiere e ballerino, un po’ macchiato di sangue: era il campione di rumba Gonzales Videla, che ballando la rumba consegnò tempo fa il suo partito ai nemici del popolo. Adesso era Frei che offriva il suo partito democristiano agli stessi nemici del popolo, e ballava alla musica che questi suonavano, e con lui ballava l’ex colonnello Viaux, delle cui malefatte fu complice.
Questi erano i principali artisti della commedia. […]

Il Cile ha una lunga storia civile con poche rivoluzioni e molti governi stabili, conservatori e mediocri. Molti presidenti piccoli e solo due presidenti grandi: Balmaceda e Allende. E’ curioso che entrambi venissero dallo stesso ceto, dalla borghesia ricca, che qui si fa chiamare aristocrazia.

Come uomini di principi, impegnati ad ingrandire un paese rimpicciolito dalla mediocre oligarchia, i due furono portati a morte allo stesso modo. Balmaceda fu costretto al suicidio per essersi opposto alla svendita della ricchezza del salnitro alle compagnie straniere.

Allende fu assassinato per aver nazionalizzato l’altra ricchezza del sottosuolo cileno, il rame. In entrambi i casi l’oligarchia cilena ha organizzato delle rivoluzioni sanguinose. In entrambi i casi i militari hanno svolto la funzione della muta dei cani.

Le compagnie inglesi nel caso di Balmaceda, quelle nordamericane nel caso di Allende, fomentarono e finanziarono questi movimenti militari. In entrambi i casi le case dei presidenti furono svaligiate per ordine dei nostri distinti “aristocratici”. I saloni di Balmaceda furono distrutti a colpi d’ascia. La casa di Allende, grazie al progresso del mondo, è stata bombardata dall’aria dai nostri eroici aviatori…

Allende non è mai stato un grande oratore. E come statista era un governante che chiedeva consiglio per tutte le misure che prendeva. Fu un antidittatore, il democratico per principio fin nei minimi particolari. Gli toccò un paese che non era più il popolo principiante di Balmaceda; trovò una classe operaia potente, che sapeva di cosa si trattava. Allende era un dirigente collettivo, un uomo che, senza provenire dalle classi popolari, era un prodotto della lotta di quelle classi contro la stagnazione e la corruzione dei loro sfruttatori.

Per queste cause e ragioni, l’opera realizzata da Allende in così breve tempo è superiore a quella di Balmaceda; non solo, è la più importante nella storia del Cile. Solo la nazionalizzazione del rame è stata un’impresa titanica. E la distruzione dei monopoli, e la profonda riforma agraria, e molti altri obiettivi che vennero realizzati sotto il suo governo collettivo.

Le opere e i fatti di Allende, di incancellabile valore nazionale, resero furiosi i nemici della nostra liberazione. Il simbolismo tragico di questa crisi si rivela nel bombardamento del palazzo del governo, evoca la guerra lampo dell’aviazione nazista contro indifese città straniere, spagnole, inglesi, russe; adesso succedeva lo stesso crimine in Cile; piloti cileni attaccavano in picchiata il palazzo che per due secoli è stato il centro della vita civile del paese.

Scrivo queste rapide righe a soli tre giorni dai fatti inqualificabili che hanno portato alla morte il mio grande compagno, il presidente Allende. Sul suo assassinio si è voluto fare silenzio; è stato sepolto segretamente; soltanto alla sua vedova fu concesso di accompagnare quell’immortale cadavere.

La versione degli aggressori è che trovarono il suo corpo inerte, con visibili segni di suicidio.
La versione che è stata resa pubblica all’estero è diversa. Immediatamente dopo il bombardamento aereo entrarono in azione i carri armati, molti carri armati, a lottare intrepidamente contro un sol uomo: il Presidente della repubblica del Cile, Salvator Allende, che li aspettava nel suo ufficio, senz’altra compagnia che il suo grande cuore, avvolto dal fumo e dalle fiamme.

Dovevano approfittare di un’occasione così bella.
Bisognava mitragliarlo perché non si sarebbe mai dimesso dalla sua carica.

Quel corpo è stato sepolto segretamente in un posto qualsiasi.
Quel cadavere che andò alla sepoltura accompagnato da una sola donna che portava in sé tutto il dolore del mondo, quella gloriosa figura morta era crivellata e frantumata dai colpi delle mitragliatrici dei soldati del Cile, che ancora una volta avevano tradito il Cile. (…)”

PABLO NERUDA

 

grazie a Maria Morigi per aver proposto il testo

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