I CINESI E L’ISLAM

I CINESI E L’ISLAM

Xinjiang Regional Museum (Qu Bowuguan) di Urumqi

di Maria MORIGI

Non è uno scherzo, cari Radicali italiani, affrontare il tema degli Uyguri dell’ex-Turkestan sovietico, oggi Regione Autonoma dello Xinjang-Uyghur (RPC).

La notizia del fermo di Polizia a Roma di Dolkum Isa, Segretario generale del Congresso mondiale uyguro, la state usando come una clava, cioè come se fosse un atto di subalternità alle richieste cinesi… quando invece dovunque si controllano i sospetti di terrorismo internazionale (ed è proprio questo di cui stiamo parlando).

Il fermo è durato 3 ore e si è concluso con un semplice controllo: Dolkum Isa aveva tutte le carte a posto. Peccato che ha dovuto essere spostata la conferenza stampa.

Ma a me pare un po’ esagerato ipotizzare violenze ai diritti umani, complicità poliziesche e di nuovo innescare una serie di bufale sull’ abbietto ‘regime’ di Pechino verso le minoranze etniche e religiose.

Adesso, siccome sono pigra, qui vi incollo una riduzione del paragrafo “La normalizzazione difficile, le rivolte e la non interferenza” estrapolato per voi dal mio prossimo libro che si occupa del rapporto tra Religione e Stato in Cina:

“I Cinesi musulmani sono considerati una pedina importante nel migliorare i rapporti e gli scambi con i paesi arabi, dal momento che la crescente instabilità in Medio Oriente mette a repentaglio la politica energetica di Pechino e destabilizza alcuni dei principali mercati.

Dopo gli eccessi della Rivoluzione culturale, si riscontrano primi segni di ritorno ad una maggiore libertà religiosa, nel momento in cui ci si preoccupa di non compromettere le buone relazioni con i paesi islamici stranieri. Con la politica di liberalizzazione avviata da Deng Xiaoping nel terzo Plenum del Comitato Centrale del PCC nel dicembre del 1978 si apre una nuova epoca per i musulmani cinesi. Vengono immediatamente intrapresi importanti passi: riapertura moschee, ripristino di tutti i diritti dei leader musulmani condannati prima e durante la Rivoluzione culturale, ripresa ufficiale dei pellegrinaggi alla Mecca, sostegno alla ricerca islamica e ai programmi di studio, partecipazione di alcuni rappresentanti musulmani alla Terza Conferenza Mondiale sulla pace e le religioni.

I segni di rispetto si moltiplicano: sono promosse tradizioni alimentari con l’apertura di negozi e ristoranti specializzati in piatti halal, anche in treni, aerei, mense aziendali; i lavoratori musulmani hanno bonus speciali; ispettori vengono inviati ai macelli per verificare che le leggi islamiche siano rispettate nella macellazione degli animali; ai lavoratori è concesso il congedo per la celebrazione delle feste più importanti; l’elezione dei delegati musulmani è promosso a tutti i livelli.

Nell’ aprile 1980, l’Assemblea Nazionale islamica cinese (AIC) spiega gli obiettivi: creare un ponte tra il governo e membri della comunità islamica per l’attuazione di una politica religiosa aperta e tollerante. Sforzi che sfociano nella V Assemblea Nazionale di AIC.

Ma da agosto 1980 nello Xinjiang, si verificano movimenti di protesta contro la maggioranza Han, nuove organizzazioni anti-governative predicano la guerra santa per l’indipendenza in unione con i musulmani turchi. Nella primavera del 1988 le proteste esplodono in conflitti a favore dell’ autonomia e contro la nuova legislazione statale sul controllo delle nascite (che consente un massimo di tre figli agli impiegati statali delle minoranze, mentre per i non-statali non c’è alcun limite). Nonostante i discorsi delle autorità e la difesa proclamata del ‘principio di non interferenza’ negli affari interni della regione, movimenti di protesta e disordini continuano nel 1988-89 in varie città dello Xinjiang contro i test nucleari e le installazioni missilistiche nel Lop Nor (bacino del Tarim). Hanno il sostegno palese di agitatori sovvenzionati dai servizi segreti russi che ancora credono di poter rivendicare il controllo del ‘vecchio’ Turkestan orientale appartenuto ai Sovietici (estromessi dalla Rivoluzione maoista nel 1949).

Nel novembre 1988 sono chiamati a Pechino tutti i segretari generali AIC delle province e regioni autonome, insieme ai direttori dei seminari islamici, nel tentativo di sedare gli animi. Le parole d’ordine sono: rendere trasparente l’amministrazione democratica delle moschee, aumentare qualitativamente il livello dei seminari di formazione, facilitare ed incrementare l’autonomia finanziaria dell’AIC. Nel luglio del 1989, dopo l’intervento militare in piazza Tiananmen, l’intera dirigenza AIC si riunisce per ribadire il proprio sostegno alle posizioni di Deng Xiaoping: il sostegno è ideologico-politico e riguarda una migliore educazione patriottica dei giovani, cioè “distinguere giusto e sbagliato, mantenere la pace e l’unità del Paese per continuare ad aiutare il governo ad attuare la sua politica nei confronti delle minoranze e delle religioni”. Nel rafforzare l’unità tra il popolo e coscienziosamente adempiere agli obblighi dei credenti, l’AIC infatti segue le indicazioni del Partito per l’organizzazione delle professioni religiose e delle masse musulmane.

Nel marzo 1990 una campagna governativa supportata dai circoli religiosi musulmani viene lanciata contro il fondamentalismo islamico e contro le ‘forze ostili straniere’ che cercano di fare proseliti e di creare tensioni. La campagna contro il fanatismo islamico regionale ha il fine di mantenere l’ordine e la stabilità, sugli obiettivi di “amare la patria, osservare le leggi, contrastare il separatismo e salvaguardare l’unità nazionale, prevenire i tentativi di infiltrazione di nemici della patria che mettono a rischio l’unità nazionale e violano la legge e la disciplina”.

Ma sempre nel 1990 un gruppo di musulmani organizzati in Turkestan Islamic Party of East proclama la guerra santa per una repubblica indipendente. L’intervento della polizia nei pressi di Kashgar fa un centinaio di morti. Poi verranno gli arresti (6.000 secondo le cifre esagerate di Amnesty International), interrogatori ed esecuzioni, moschee e scuole chiuse. Una campagna è lanciata per convincere leader religiosi e fedeli musulmani ad opporsi al separatismo e tuttavia la regione dello Xinjiang e le altre implicate sono chiuse al turismo, generando a valanga una serie di ipotesi (da parte della stampa occidentale) sulla gravità dell’intervento repressivo governativo. Ma è da registrare quanto riportato dalla stampa cinese (1991) per cui nella regione autonoma del Xinjiang Uygur il sentimento religioso musulmano si sarebbe sempre più rafforzato nelle masse.

Una ‘febbre religiosa’ che si è manifestata nella rapida costruzione o negli ingrandimenti spettacolari di moschee e nella moltiplicazione delle scuole coraniche, tutte attività con ricadute positive su amministrazione, magistratura, educazione, famiglia e agricoltura (la famosa uva) sempre meglio meccanizzata.

Fino all’eccezionale allestimento del Xinjiang Regional Museum (Qu Bowuguan) di Urumqi che raccoglie ampie testimonianze e reperti provenienti da sepolture dell’area del Tarim: le famose mummie dal DNA caucasico (utilizzate impropriamente per la propaganda del separatismo uyguro) e documenti commerciali e religiosi, scritti in varie lingue di comunità non cinesi, che testimoniano il fertile scambio tra culture centroasiatiche e cultura cinese fin dagli albori degli scambi linguistici, culturali e di merci della Via della Seta, nel primi secoli d.C..

Al Museo di Urumqi le didascalie sono plurilingue: Cinese, Uyguro, Inglese, Arabo e Russo… tanto per essere precisi!

 

 

MACRON IN SUPPOSTE (OVVERO LA CURA NEOLIBERISTA)

MACRON IN SUPPOSTE (OVVERO LA CURA NEOLIBERISTA)

di Maria MORIGI

“Disperato il paese che deve scegliere tra fascismo e liberismo”.

 

1. « Se fossi disoccupato, non aspetterei tutto dall’altro, prima proverei a battermi. »

2. « Abbiamo bisogno di giovani francesi che abbiano voglia di diventare miliardari. »

3. « Spesso la vita di un imprenditore è molto più dura di quella di un salariato, non dimentichiamocelo. Può perdere tutto, lui, e ha meno garanzie»

4. « In questa società (Doux) c’è una maggioranza di donne. E molte di loro sono, per la maggior parte, incolte. »

5. « I salariati francesi sono pagati troppo. I salariati devono poter lavorare di più, senza essere pagati di più»

6. « Il Front National è, a parità di condizioni, una specie di Syriza di estrema destra »

7. « Guardate che non mi intimidite con la vostra maglietta, il miglior modo di pagarsi un vestito è lavorare. »

8. « Gli inglesi hanno la fortuna di aver avuto Margaret Thatcher. »

9. « Dico ai giovani: Non cercate un padrone, cercate dei clienti. »

10. « Sono per una società senza statuti. »

11. « Non sono qui per difendere dei jobs esistenti. »

12. « La disoccupazione di massa in Francia è dovuta al fatto che i lavoratori sono troppo protetti. »

G20: COSA PENSIAMO DI VOI, GRANDI DELLA TERRA

G20: COSA PENSIAMO DI VOI, GRANDI DELLA TERRA

Zombie protesta Amburgo

di Maria MORIGI

Il G20 rappresenta i due terzi del commercio e della popolazione mondiale, oltre all’80% del PIL mondiale (Wikipedia).

Vabbè e chi se ne frega?

Il G20 rappresenta in realtà una percentuale molto parziale e selezionata di commercio mondiale (per l’Africa c’è solo il Sudafrica) e una percentuale assolutamente trascurabile di popolazione mondiale (alzi la mano chi si sente rappresentato).

Quanto al PIL sarebbe bene cambiare musica, visto che la confusione e l’approssimazione nella sua determinazione è ormai cosa conclamata.

E poi non interessa altro che a quelli che fanno indagini di mercato e di banche.

Se proprio volete riunirvi, voi Potenti della Terra, per sentirvi protagonisti di una comunità previlegiata, sappiate che esistono le video-conferenze e altri mezzi per togliersi le caccole dal naso.

Già così ogni giorno rompete su Twitter e avete una visibilità che la vostra statura etica non merita.

Si potrebbero anche evitare delusioni alla povera Melania che non ha potuto andare a fare lo shopping per colpa di quei fanatici scassatori.

Se poi volete discutere di cose serie, cioè che interessino l’Umanità e non la Finanza, potete comunque farlo con meno grancassa e un po’ più di discrezione e intelligenza.

Al di là di quello che rappresentate, quindi, mi fate davvero schifo, voi Grandi della Terra.

ESSERE DEMOCRATICI CON LA PROPRIA COSCIENZA

ESSERE DEMOCRATICI CON LA PROPRIA COSCIENZA

di Maria MORIGI

Ieri ho partecipato (si fa per dire) ad una riunione per l’”analisi del voto” indetta dal locale piddì attraverso un’associazione culturale e con la partecipazione di SWG (monitoraggio statistico sulle propensioni di voto e varie altre realtà politico-sociali).

Ottima analisi.

Sono seguite acute interpretazioni dell’astensionismo e delle giravolte di gruppi, movimenti e partiti alla ricerca del consenso.

Si è parlato anche del fatto che qualcuno tra i leader vada finalmente a casa, perché ha stufato anche gli adepti del minestrone (o zuppa Leopolda).

Vedo tuttavia che un dubbio atroce attanaglia: votare o non votare?

Il secondo interrogativo è: qualora si vada al voto, come si potrà essere di Sinistra vera?

Ecco, io non voglio fare la predicatrice, mai e poi mai mi metterò a stimolare le persone né mi permetterò di suggerire missioni.

Anche perché sono fortemente contraria al VOTO UTILE e ho le mie gatte da pelare con gli adepti della Chiesa perseguitata nel mondo.

Credo e spero e prometto (anche se non giuro):

1- che ognuno ha il dovere morale di fare i conti con se stesso.

2- che non è obbligatorio andare a votare per sentirsi la coscienza a posto.

3- che, per sentirsi la coscienza a posto, è inderogabile sottrarsi ai ricatti della finta Democrazia del piatto di lenticchie.

4- che il futuro non sarà migliore se io ho contribuito a votare per uno o un altro dei guitti che ci rappresentano. Uno più o meno razzista, l’altro un po’ più populista, il terzo più o meno esagitato. Tutti comunque inutili alla mia coscienza che non si farà travagliare oltre.

Care statistiche andate a farvi il vostro minestrone, con tanta cipolla e peperoncino!

ELEZIONI NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN

ELEZIONI NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN

Elezioni Iran

 

di Maria MORIGI

Sono annichilita dalla pervicace banalità dei media per cui tutto è ridotto ad una gara tra turbanti bianchi e turbanti neri.

Si insinua che la Persia non è ancora un paese entrato nella modernità che noi apprezziamo… mentre invece ci sono proprio tutti: Moderati, Riformisti Moderati, Conservatori (cioè Turbanti Neri che sono poi i Rivoluzionari), Conservatori Moderati, Riformisti Conservatori… Pragmatici di ambedue gli schieramenti… l’opzione per le sfumature di grigio non è ammessa, quasi come da noi col maggioritario.

Ci sono sullo sfondo: il problema mai chiarito del nucleare, la sfida ideologica e di sanzioni con gli USA.

L’annunciato ritiro delle famose sanzioni ha segnato un punto a favore del Presidente americano, ma scarsi risultati nella società iraniana, ben al di sotto delle speranze e aspettative cavalcate dalla moderata diplomazia del Presidente uscente Hassan Rouhani.

Aumentata la disoccupazione, la gente è sempre più povera per colpa sua, ha sbagliato a fidarsi degli americani’, dicono di Rouhani molti giovani.

Nei quattro anni dell’attuale presidenza la disoccupazione è passata dal 10,5 a oltre il 12 per cento, alcune fabbriche hanno chiuso, altre hanno smesso di pagare i dipendenti. La crescita riguarda solo il settore petrolifero. Le sanzioni bancarie Usa restano in vigore e i miliardi di investimenti stranieri non si sono materializzati.

L’apertura immaginata e proclamata dai moderati-riformisti è stata infatti poco incisiva e soprattutto poco apprezzata dalla gente comune (chiamiamolo il Popolo) che rimprovera alla classe di governo inconcludenza sulle riforme… mai giunte a compimento le varie promesse di modernizzazione.

Ecco quindi che rispunta -in questa competizione pur democratica- il nero dei Turbanti che poi non se ne era mai andato, come sanno coloro che hanno visto un po’ di Persia e le grandi manifestazioni di popolo a celebrare la Rivoluzione khomeinista del ’79.

Il loro candidato è Ebrahim Raïssi da trent’anni in magistratura, noto più che altro perché nel 1988 sarebbe stato uno dei quattro membri della cosiddetta “Commissione della Morte”, che fece giustiziare migliaia di prigionieri politici.

Su Raissi comunque veglia la Guida Suprema del clero Sciita, l’ Ayatollāh Khamenei.

Dallo stesso Khamenei, un anno fa Raissi è stato messo a capo del più grande santuario sciita dell’Iran e della sua ricca fondazione. E c’è chi crede che Raissi sarà il successore (alla morte di Khamenei ) per la carica di Guida Suprema.

Il popolo, che populista è per definizione, lo segue.

E getta ancora un’ombra lunga sulle vicende iraniane il compianto Akbar Hashem Rafsanjani (Turbante bianco), ex Presidente iraniano e della “Assemblea degli esperti”, cioè l’organo incaricato di eleggere e rimuovere la Guida suprema dell’Iran, ex Presidente anche del cosiddetto “Consiglio per discernimento”, incaricato di risolvere le dispute fra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani della Costituzione, insomma un “conservatore pragmatico”.

E’ mancato nel gennaio 2017 provocando un vuoto, perché i Persiani, specie nei ceti popolari e contadini, continuano a non voler essere abbandonati dall’ autorità dei Guardiani della Rivoluzione e perché nel ceto medio si sente la necessità di un pragmatismo economico competente.

Ideologia democratica e severo conformismo religioso finora sono stati abbondantemente svenduti in Iran.

Ma con qualche variante il sistema funziona così, anche per noi!

Quindi è vietato e inutile fare il tifo.

IL NUOVO SACCO DI ROMA

IL NUOVO SACCO DI ROMA

Rifiuti Roma

di Maria MORIGI
Dopo la storica sciagura dei Lanzichenecchi, sui romani sta per abbattersi una nuova invasione: quella dei renziani.

Domenica mattina le truppe renziane si sguinzaglieranno per le strade di Roma con la ramazza in mano per dar vita a una clamorosa prova di Populismo e inonderanno i social di selfie con cassonetto sullo sfondo.

All’utile grido “Lazzaretti, al posto di cassonetti”!