I BAMBINI SIRIANI E LA PIETÀ MEDIATICA

I BAMBINI SIRIANI E LA PIETÀ MEDIATICA

bambini-siriani

 

di Luigi BRANCATO – MovES

 

A quanto pare la vita di bambini, civili e i diritti dei siriani tutti sono importanti solo quando gli ipotetici attacchi avvengono a casa loro.

Non importa a nessuno dei siriani che, da anni, muoiono di freddo, di fame in Europa, o di quelli che perdono la vita cercando di attraversare la Manica.
Non si occupa nessuno dei 10.000 bambini spariti nel nulla, bambini che non si sa in quali mani, quale orrendo mercato saranno andati a nutrire con le loro piccole vite.
Non interessa a nessuno delle migliaia di profughi che vivono nel fango ed in condizioni sanitarie disumane senza accesso a nessun tipo di servizio sociale, nei campi profughi sparsi in Europa. O di quelli che annegano in mare.

 

bambini-profughi

 

E non ha nessuna importanza se questa sofferenza la possiamo vedere in prima persona ed è sotto il nostro naso. Semplicemente perchè se certe immagini non vengono trasmesse in TV non hanno risonanza.

Peró le immagini non verificate e fatte girare abilmente sui social network ed i telegiornali ci fanno DAVVERO inorridire.

Perchè la sola verità che cerchiamo, meschini, la sola verità che muove i nostri animi catatonici e la nostra finta commiserazione e pietà, è la verità mediatica.

Assad, il “dittatore” PARE abbia lanciato armi chimiche.
Per il momento, l’unico ad aver data per vera, quindi ad aver confermato la notizia è il Presidente (definito di sinistra, di sinistra come Renzi) Macron.

E subito mezzo mondo si mobilita, pronto a bombardare un paese democratico e progressista. Intanto gli schieramenti mondiali si preparano.

Mi chiedo, quanti anni dovranno passare prima che i Capi di Stato si toglieranno questa maschera e dichiareranno apertamente e senza cercare pretesti che questa è una guerra imperialista?

Prepariamoci. L’arciduca Francesco Ferdinando è morto.
O forse no, ma che importa? L’ho visto in TV.
ZUCKERBERG AL SENATO, IL SOCIAL FA POLITICA

ZUCKERBERG AL SENATO, IL SOCIAL FA POLITICA

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di Luigi BRANCATO – MovES

 

Mark Zuckerberg, Il CEO (Chief Executive Officer, in inglese americano, ndr) del più grande social network del mondo, è stato interrogato ieri, martedí 10 Aprile, da diversi senatori degli Stati Uniti riguardo la presunta fuga di informazioni alla Cambridge Analytica che avrebbe influenzato i risultati delle ultime elezioni presidenziali USA.

La politica “tradizionale”, fatta dalle cattedre di un Parlamento, da leggi e consultazioni e da rappresentanti più o meno democraticamente eletti riconosce – ormai anche ufficialmente – lo sconfinato potere politico del social network.

Durante la testimonianza di Zuckerberg tutti i dettagli, dal suo modo di vestire, al suo modo di rivolgersi ai senatori, la sua postura ed i riflettori puntati su di lui, fanno capire come questo “bravo” ragazzo sia ben più di un imprenditore di successo, o un talentuoso virgulto.
Mark Zuckerberg è a tutti gli effetti, uno dei maggiori attori nella definizione degli equilibri politici mondiali.

Due miliardi e mezzo di persone usano Facebook regolarmente.
Questo offre alla società un profiling pressoché completo della stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Un profiling che spazia dalle preferenze personali, attitudinali e psicologiche a quelle economiche, commerciali, estetiche, sessuali, politiche e sociali.
I dati di queste persone, sono al momento concentrati nelle mani di una piovra che estende i suoi tentacoli in quasi tutto il mondo.

II problema vero è che questi colossi – che ci conoscono ben più di quanto ci conosciamo noi stessi – esulano dal controllo democratico.
Il loro potere politico è, allo stato attuale delle cose, pericolosamente illimitato.

Facebook, così come Google, Microsoft e Apple sono ‘sovrastrutture politiche’, che influenzano, guidano e modificano le opinioni ed il pensiero della collettività.
Un ‘social’, un nome davvero fuorviante, dove tutti hanno la possibilità di esporre la propria opinione potrebbe sembrare il luogo perfetto per il fiorire del pensiero democratico.

Ed invece no. Perché dietro questo apparente strumento democratico si nascondono infimi meccanismi di controllo che possono influenzare, e di fatto influenzano, la diffusione di certe posizioni piuttosto che altre.

Molti potrebbero considerare eccessive queste preoccupazioni, ma forse non sono al corrente che non si tratta di pure speculazioni.
Brad Parscale è stato nel 2016 a capo della campagna elettorale – e raccolta fondi – di Donald Trump sui social.

Gli elettori venivano individuati e bombardati di messaggi personalizzati grazie al data base della compagnia inglese Cambridge Analytica. E in quegli uffici c’erano anche gli analisti di Google e Facebook.

Come mai dentro Facebook non avevano capito che qualcosa non andava avendo là i propri uomini?
La domanda arriva dalla senatrice Maria Cantwell. Zuckerberg, nell’omertà tipica di ogni buon mafioso, dice di non saper rispondere.

Non solo le ridicole giustificazioni, ma anche la vuotezza delle sue promesse, e le finte ammissioni di colpa, sono tipiche non di un imprenditore privato, ma di fatto di un primo ministro – non eletto – di un paese ‘internazionale’ anche se virtuale.

Quello che Zuckerberg ha ripetuto in maniera noiosa ed asfissiante durante l’interrogazione è che gli utenti di Facebook sono in possesso dei propri dati e che accettando le condizioni di utilizzo hanno liberamente deciso di dare accesso a quei dati.
Giustificazioni stupide e ridicole, che esulano dalla possibilità pratica di qualunque utente di leggere qualche centinaio di pagine piene di tecnicismi e di note a piè di pagina all’atto della registrazione ad ogni piattaforma.
LE DICHIARAZIONI DI GUERRA SI FANNO SU TWITTER

LE DICHIARAZIONI DI GUERRA SI FANNO SU TWITTER

Max Cavallari ph.

 

di Luigi BRANCATO

La macchina della guerra abbraccia sapientemente i nuovi mezzi di comunicazione perché a lei perfettamente funzionali.
E mette a nudo ancora una volta la sua malata antidemocratica retorica.

Ovviamente i social network difendono la decisioni di non rimuovere il tweet di Donal Trump. I suo tweet, dicono, sono di interesse pubblico. Ovvimente posizioni contrastanti vengono prontamente rimosse in quanto ‘non conformi alle politiche del social network‘.

E così, come accadeva con le tv e le testate giornalistiche di regime, solo una verità traspare. Ma adesso senza la ‘supponenza’ di voler fare informazione, quindi in maniera ancora piú subdola.

E così durante la pausa caffè al lavoro, ci rendiamo conto che il parrucchino più amato in USA ha distrattamente dichiarato guerra alla Corea del Nord in meno di 25 parole.

Non serve dare motivazioni politiche articolate per raggiungere il popolo e convincerlo, a chi servono elogi della guerra? È sufficiente impressionare con frasi forti e violente.
Possibilmente in pochi caratteri, con un tweet. Perché diciamocelo, al giorno d’oggi chi ha tempo di leggere lunghi e complessi articoli di analisi politica. Chi ha voglia di informarsi per costruirsi un pò di senso critico?

Perché per fare politica non servono consapevolezza, coscienza e conoscenza. Coerenza e onestá sono sopravvalutate.
No, bisogna avere l’ X-Factor.

Ce ne accorgeremo però, che la vita non è un film.
Con le bombe ad idrogeno, con esplosioni degne dei migliori film di Hollywood, con sangue che schizzerá come fosse ketchup.

Ma non perderemo tempo a piangere.
Posteremo video dei nostri cari sotto le macerie, selfies con bambini macellati e donne stuprate. E ci indigneremo.

Su Facebook, però, con post incazzati e faccine arrabbiate. E poi condivideremo foto di gattini e 10 cose incredibili che non sapevi di poter fare con i tappi di sughero.
Amen.
Charlie Gard: mia la vita, mia la morte

Charlie Gard: mia la vita, mia la morte

di Luigi BRANCATO

Come spesso accade per tanti casi mediatici come quello del povero piccolo Charlie, ci troviamo tutti a condividere, anche se in parte infinitesimale, il dolore dei familiari. Quasi come se Charlie Gard fosse un po’ figlio di tutti noi.

E ci troviamo a chiederci come avremmo reagito noi. Ad ogni persona sana di mente e con un minimo di cultura la scelta sembra ovvia: avremmo accettato i suggerimenti dei medici e della commissione etica ed avremmo posto fine alle sofferenze del povero neonato, aiutandolo a morire nel modo meno doloroso possibile.

Mi son trovato più volte, discutendo con i sostenitori della pena di morte, a dire che ‘la legge’ e ‘lo Stato’ devono ergersi a difendere il diritto fondamentale alla vita di un condannato quand’anche il coinvolgimento personale ed il dolore dei familiari, o congiunti di una vittima, dovessero far vacillare queste certezze.

Perchè lo Stato non puó in nessun caso essere autorizzato a togliere la vita.

Perchè significherebbe che le idee e le considerazioni personali, le credenze, le correnti politiche, i governi in carica, le ondate mediatiche, le considerazioni religiose ed ogni altro tipo di delirio, che appartengono ad un determinato periodo storico, hanno maggiore valenza rispetto ai diritti naturali dell’uomo.
Primi fra tutti i diritti alla vita, ed alla morte.

Nel caso del piccolo Charlie, come nel caso Englaro, credo che nessun medico o comitato etico debba avere il diritto di sostituirsi alla decisione del malato. E nel caso in cui il malato non sia in grado di esprimere la propria volontà, al testamento biologico, o alla volontà dei famigliari, o dei più vicini congiunti previo accertamento di stabilità mentale e di capacità di intendere e di volere.

Per quanto condivisibile, e di altissimo valore etico, e per quanto valida, e difficile, razionale e giusta, la decisione dei medici, supportata dal tribunale, non avrebbe dovuto essere imposta. Ma spiegata, e ragionata. Con organi di supporto psicologico e terapia.

Eppure in casi come questi, oltre i valori umani, entrano in gioco altri interessi di tipo politico ed economico.
La cura sperimentale proposta dai medici statunitensi avrebbe potuto (forse) offrire qualche speranza ai genitori ed al piccolo se fosse stata intrapresa subito e se la malattia fosse stata individuata nelle fasi iniziali.
Ma la diagnostica costa.
E, lo dico con cognizione dato che questa è la mia professione, la ricerca pure. Ed i trattamenti sperimentali anche, specialmente quelli per malattie rare che non offrono nessuna prospettiva di guadagno.

Mi sarebbe piaciuto, avendone la facoltà, accarezzare il viso di quel dolcissimo bambino e regalargli io stesso la morte degna che credo si meriti.
Ma facendolo contro la volontà dei genitori, mi sarei sentito un assassino, non un angelo liberatore.

1° MAGGIO. UNA FESTA E UNA LOTTA DEI LAVORATORI

1° MAGGIO. UNA FESTA E UNA LOTTA DEI LAVORATORI

Primo Maggio

 

di Luigi BRANCATO

… Il vero attacco ai lavoratori degli ultimi decenni tè istituzionale, e viene dalla destra prima, e dal centrosinistra poi, con le riforme dello Statuto dei Lavoratori.

Prima la legge Biagi, i co.co.pro. ed i lavoratori a progetto, poi la legge Fornero e più tardi il Jobs Act.

In questo giorno è necessario ricordare il totale svuotamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori fatto dal Governo Renzi,  un enorme passo indietro nella Costituzione materiale del nostro Paese
Con la nuova legge il precariato viene sostanzialmente supportato con il mantenimento dei contratti a tempo indeterminato. 45 su 47 forme di lavoro previste dal Jobs act sono precarie, di ‘lavoro accessorio o ‘collaborazioni’. Il tutto condito da un più facile licenziamento ‘disciplinare’.

Un lavoro ‘flessibile’, insomma, sul modello americano ed Europeo.

Peccato che questa flessibilità in italia è solo a favore del datore di lavoro, dato che i rapidi cambi di impiego sono un’utopia in un paese in cui la disoccupazione giovanile tocca picchi del 40%…

Giovani che per trovare lavoro sono costretti ad abbandonare il proprio paese.

Giovani che hanno studiato in Italia, a spese dell’Italia e che vanno a produrre ricchezza per altri paesi.

Il programmatico impoverimento dell’italia, e più in generale del sud dell’Europa sono il risultato delle criminali politiche economiche Neoliberiste volute ed imposte dall’ Unione Europea, e forzate dalla moneta unica.
Il diritto al lavoro non puó essere garantito in questo sistema. E’ necessario intervenire immediatamente prima che la situazione economica italiana peggiori in maniera irreversibile, rendendoci di fatto schiavi della banca centrale europea, come è successo alla Grecia.

E bisogna iniziare proprio dall’economia, e dal lavoro, investendo sull’occupazione giovanile.

Il Primo Maggio è una giornata simbolica e speciale che lega in un binoomio indissolubile festa e celebrazione alla lotta proletaria.

Una festa che ci è stata tolta durante il ventennio fascista, e della quale ci siamo riappropriati nel dopoguerra, in prossimità della quale i partiti ed i movimenti per la giustizia sociale si mobilitano verso il cambiamento.

E come scrive Ivana Fabris:

“noi del MovES le proposte le abbiamo, e sono proposte dirompenti, che mirano a costruire un altro mondo, un mondo di giustizia per tutti con uno Stato che crede nei suoi giovani e li valorizza al massimo, che consegna loro la possibilità di costruire davvero il domani.
Il solo fatto di concepire una nuova visione politica, significa avviarlo quel processo di autentico cambiamento proprio attraverso una proposta programmatica seria e mirata verso l’occupazione giovanile.

L’Italia è un paese che perdendo la sua sovranità, è diventato un malato grave ormai stremato e pronto a lasciarsi andare al suo triste destino con profonda rassegnazione.
Noi ci opponiamo a questo processo di progressiva distruzione della dignità del Lavoro con tutte le nostre forze.

Papà Cervi

Papà Cervi

“Lo so, c’é chi preferisce non ricordare il passato. E anche io vorrei.
Ma come avere la certezza che il passato non si ripeterá?
Quella notte che vennero a prenderci i miei sette figli erano vivi e forti.”

Il 25 Aprile non è il GIORNO della liberazione.

É la FESTA dalla liberazione, il prodotto di anni di lotte della resistenza italiana contro il nazifascismo.
Niente si costruisce in un giorno e senza lottare, è bene ricordarlo come monito per il nostro presente.

Il video che segue ci ricorda la storia dei fratelli Cervi.

Sette fratelli uccisi durante la resistenza, torturati fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943.
Fratelli, e figli in una famiglia contadina del 1943 che iniziava a distaccarsi dal modello patriarcale, una famiglia con sogni di riscatto dalla povertà del lavoro contadino.

Giovani che lottavano per il loro futuro.

Con sogni di giustizia sociale.

Luigi Brancato

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