Charlie Gard: mia la vita, mia la morte

Charlie Gard: mia la vita, mia la morte

di Luigi BRANCATO

Come spesso accade per tanti casi mediatici come quello del povero piccolo Charlie, ci troviamo tutti a condividere, anche se in parte infinitesimale, il dolore dei familiari. Quasi come se Charlie Gard fosse un po’ figlio di tutti noi.

E ci troviamo a chiederci come avremmo reagito noi. Ad ogni persona sana di mente e con un minimo di cultura la scelta sembra ovvia: avremmo accettato i suggerimenti dei medici e della commissione etica ed avremmo posto fine alle sofferenze del povero neonato, aiutandolo a morire nel modo meno doloroso possibile.

Mi son trovato più volte, discutendo con i sostenitori della pena di morte, a dire che ‘la legge’ e ‘lo Stato’ devono ergersi a difendere il diritto fondamentale alla vita di un condannato quand’anche il coinvolgimento personale ed il dolore dei familiari, o congiunti di una vittima, dovessero far vacillare queste certezze.

Perchè lo Stato non puó in nessun caso essere autorizzato a togliere la vita.

Perchè significherebbe che le idee e le considerazioni personali, le credenze, le correnti politiche, i governi in carica, le ondate mediatiche, le considerazioni religiose ed ogni altro tipo di delirio, che appartengono ad un determinato periodo storico, hanno maggiore valenza rispetto ai diritti naturali dell’uomo.
Primi fra tutti i diritti alla vita, ed alla morte.

Nel caso del piccolo Charlie, come nel caso Englaro, credo che nessun medico o comitato etico debba avere il diritto di sostituirsi alla decisione del malato. E nel caso in cui il malato non sia in grado di esprimere la propria volontà, al testamento biologico, o alla volontà dei famigliari, o dei più vicini congiunti previo accertamento di stabilità mentale e di capacità di intendere e di volere.

Per quanto condivisibile, e di altissimo valore etico, e per quanto valida, e difficile, razionale e giusta, la decisione dei medici, supportata dal tribunale, non avrebbe dovuto essere imposta. Ma spiegata, e ragionata. Con organi di supporto psicologico e terapia.

Eppure in casi come questi, oltre i valori umani, entrano in gioco altri interessi di tipo politico ed economico.
La cura sperimentale proposta dai medici statunitensi avrebbe potuto (forse) offrire qualche speranza ai genitori ed al piccolo se fosse stata intrapresa subito e se la malattia fosse stata individuata nelle fasi iniziali.
Ma la diagnostica costa.
E, lo dico con cognizione dato che questa è la mia professione, la ricerca pure. Ed i trattamenti sperimentali anche, specialmente quelli per malattie rare che non offrono nessuna prospettiva di guadagno.

Mi sarebbe piaciuto, avendone la facoltà, accarezzare il viso di quel dolcissimo bambino e regalargli io stesso la morte degna che credo si meriti.
Ma facendolo contro la volontà dei genitori, mi sarei sentito un assassino, non un angelo liberatore.

1° MAGGIO. UNA FESTA E UNA LOTTA DEI LAVORATORI

1° MAGGIO. UNA FESTA E UNA LOTTA DEI LAVORATORI

Primo Maggio

 

di Luigi BRANCATO

… Il vero attacco ai lavoratori degli ultimi decenni tè istituzionale, e viene dalla destra prima, e dal centrosinistra poi, con le riforme dello Statuto dei Lavoratori.

Prima la legge Biagi, i co.co.pro. ed i lavoratori a progetto, poi la legge Fornero e più tardi il Jobs Act.

In questo giorno è necessario ricordare il totale svuotamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori fatto dal Governo Renzi,  un enorme passo indietro nella Costituzione materiale del nostro Paese
Con la nuova legge il precariato viene sostanzialmente supportato con il mantenimento dei contratti a tempo indeterminato. 45 su 47 forme di lavoro previste dal Jobs act sono precarie, di ‘lavoro accessorio o ‘collaborazioni’. Il tutto condito da un più facile licenziamento ‘disciplinare’.

Un lavoro ‘flessibile’, insomma, sul modello americano ed Europeo.

Peccato che questa flessibilità in italia è solo a favore del datore di lavoro, dato che i rapidi cambi di impiego sono un’utopia in un paese in cui la disoccupazione giovanile tocca picchi del 40%…

Giovani che per trovare lavoro sono costretti ad abbandonare il proprio paese.

Giovani che hanno studiato in Italia, a spese dell’Italia e che vanno a produrre ricchezza per altri paesi.

Il programmatico impoverimento dell’italia, e più in generale del sud dell’Europa sono il risultato delle criminali politiche economiche Neoliberiste volute ed imposte dall’ Unione Europea, e forzate dalla moneta unica.
Il diritto al lavoro non puó essere garantito in questo sistema. E’ necessario intervenire immediatamente prima che la situazione economica italiana peggiori in maniera irreversibile, rendendoci di fatto schiavi della banca centrale europea, come è successo alla Grecia.

E bisogna iniziare proprio dall’economia, e dal lavoro, investendo sull’occupazione giovanile.

Il Primo Maggio è una giornata simbolica e speciale che lega in un binoomio indissolubile festa e celebrazione alla lotta proletaria.

Una festa che ci è stata tolta durante il ventennio fascista, e della quale ci siamo riappropriati nel dopoguerra, in prossimità della quale i partiti ed i movimenti per la giustizia sociale si mobilitano verso il cambiamento.

E come scrive Ivana Fabris:

“noi del MovES le proposte le abbiamo, e sono proposte dirompenti, che mirano a costruire un altro mondo, un mondo di giustizia per tutti con uno Stato che crede nei suoi giovani e li valorizza al massimo, che consegna loro la possibilità di costruire davvero il domani.
Il solo fatto di concepire una nuova visione politica, significa avviarlo quel processo di autentico cambiamento proprio attraverso una proposta programmatica seria e mirata verso l’occupazione giovanile.

L’Italia è un paese che perdendo la sua sovranità, è diventato un malato grave ormai stremato e pronto a lasciarsi andare al suo triste destino con profonda rassegnazione.
Noi ci opponiamo a questo processo di progressiva distruzione della dignità del Lavoro con tutte le nostre forze.

Papà Cervi

Papà Cervi

“Lo so, c’é chi preferisce non ricordare il passato. E anche io vorrei.
Ma come avere la certezza che il passato non si ripeterá?
Quella notte che vennero a prenderci i miei sette figli erano vivi e forti.”

Il 25 Aprile non è il GIORNO della liberazione.

É la FESTA dalla liberazione, il prodotto di anni di lotte della resistenza italiana contro il nazifascismo.
Niente si costruisce in un giorno e senza lottare, è bene ricordarlo come monito per il nostro presente.

Il video che segue ci ricorda la storia dei fratelli Cervi.

Sette fratelli uccisi durante la resistenza, torturati fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943.
Fratelli, e figli in una famiglia contadina del 1943 che iniziava a distaccarsi dal modello patriarcale, una famiglia con sogni di riscatto dalla povertà del lavoro contadino.

Giovani che lottavano per il loro futuro.

Con sogni di giustizia sociale.

Luigi Brancato

GRECIA: COME SI INVADE UN PAESE. COME SI SOTTOMETTE UN POPOLO

GRECIA: COME SI INVADE UN PAESE. COME SI SOTTOMETTE UN POPOLO

Pasqua in Grecia

 

di Luigi BRANCATO

Nel corso degli ultimi anni, durante le mie frequenti visite in Grecia, ho avuto modo di constatare come la situazione economica del paese stia costantemente peggiorando. A causa di questioni personali, non avuto modo di visitare la bella penisola negli ultimi sei mesi.

Al mio arrivo qui, durante le vacanze pasquali ho avuto modo di percepire meglio il cambiamento ed il dramma causato dalla crisi su tanti livelli, primo fra tutti quello sociale.

Ed è proprio da questo livello che vorrei partire, per condividere alcune osservazioni con i membri del MovES, sperando nasca una discussione che aiuti a comprendere come il modello economico neoliberista sia stato in grado di distruggere ed assoggettare una nazione ed un popolo, e sperando che la discussione metta in luce i punti critici di questa progressiva e spietata colonizzazione, dandoci gli strumenti per resistere.

Una Pasqua senza rompere piatti.

Si sente spesso parlare di come la situazione economica della Grecia sia il risultato di eccessive spese, di uno stile di vita smodato e di una cattiva gestione delle finanze nel PRIVATO.

Chiunque abbia un minimo di spirito critico, saprà riconoscere che il progressivo impoverimento del paese è in effetti imputabile ad un’orrenda gestione del denaro PUBBLICO, alla forte corruzione della classe politica e soprattutto ad uno spietato piano di indebitamento con le banche centrali europee.

Passare il messaggio che i Greci sono degli spreconi, tuttavia, è funzionale al sistema.

Addirittura agenzie pubbliche europee hanno recentemente pubblicato studi faziosi che quantificano in termini economici quanto costa ogni cittadino greco ad altri cittadini europei.

Questi studi, sono chiaramente finalizzati a creare nei vari popoli europei un sentimento di ostilità verso la Grecia, che possa in qualche modo giustificare le manovre economiche a danno del paese, o quantomeno pulire qualche coscienza…

Il popolo Greco é, per chi non abbia avuto modo di visitare questo magnifico paese, un popolo ospitale e gentile, ma soprattutto orgoglioso e fiero.

Mi son trovato spesso a riflettere che, pochi altri paesi avrebbero saputo resistere alla violenza europea come la Grecia, compensando con tanta gioia e voglia di vivere le continue privazioni che hanno dovuto affrontare.

Pochi altri popoli avrebbero trovato il modo di allietare le interminabili attese al bancomat​, per ritirare 50 euro al giorno, durante i primi mesi del capital control con scherzi e risate.

Il popolo greco ha resistito per anni questa orrenda etichetta di ‘spreconi’ difendendo il proprio stile di vita, e le proprie tradizioni.

Eppure quest’anno mi son reso conto di come anche questo stia cambiando.

Lentamente, ma irrevocabilmente tutti si stanno convincendo che forse forse i padroni europei hanno ragione.

E questo soprattutto grazie al meticoloso lavoro di propaganda delle televisioni e delle testate nazionali che alimentano costantemente il terrore di una possibile uscita della Grecia dall’Unione Europea.

Il risultato è che lentamente stanno morendo anche tante tradizioni, perché semplicemente non sono più alla portata di tutti.

Chiunque abbia celebrato la Pasqua in Grecia avrà notato la strana usanza di rompere piatti e bicchieri vecchi durante le celebrazioni, mentre si parla, balla e canta attorno alla brace.

Questa tradizione contribuisce alla creazione del cosiddetto “kefi”, un’irrefrenabile espressione di emozione e gioia tipicamente greca.

Bene, ogni anno son sempre meno le famiglie che possono​ permettersi questo lusso.

Sono meno le persone che hanno voglia di ballare. E son sempre meno le famiglie che possono festeggiare con una brace. Son sempre meno le persone che hanno voglia di festeggiare. Sempre meno sono quelli che hanno da mangiare.

Noi quest’anno non abbiamo rotto piatti.

Potrebbe sembrare poco importante, o una privazione stupida o di poco conto.

Eppure,dobbiamo renderci conto che distruggere le tradizioni, e le usanze, con sensi di colpa o di vergogna contribuisce alla spersonalizzazione di un popolo. Lo rende inetto e debole. Ed è stato da sempre uno degli strumenti storici adoperati durante le guerre coloniali per assoggettare e distruggere il senso di ‘popolo’ e di conseguenza ammorbidire l’imposizione di usi e costumi degli invasori.

Credete sia così diverso da quello che sta accadendo in Grecia?

Il capitale umano al tempo del capitalismo

Il capitale umano al tempo del capitalismo

distributore automatico

Lo svilimento di un’energia rinnovabile.

 

di Luigi BRANCATO

 

Il continuo progresso della robotica e la sua grande influenza sulla vita di ogni giorno non può passare inosservato.

Ci interfacciamo costantemente con macchine e macchinari in maniera spontanea e quasi automatica. Come se lo avessimo fatto da sempre.

Pochi mesi fa, in Grecia ho assistito ad una scena che mi è parsa surreale.

Ero in fila in banca ed una signora che doveva fare un versamento, avrà avuto una settantina d’anni, viene invitata dal commesso ad inserire i soldi in una cassa automatica. Ho visto il terrore dipinto negli occhi della donna quando ha visto sparire le banconote in quell’aggeggio infernale. Col bastone ‘esortava’ il marito a controllare dove fossero finiti i suoi soldi, disperandosi a voce alta.

E mi son trovato a pensare che questa fiducia incondizionata che abbiamo nei robot, e nell’informatica che è un tratto acquisito durante le ultime generazioni, si sta trasformando in un caratteristica innata di quelle a venire.

Non cerco di fare del terrorismo antiprogressista o conservatore: è chiaro a tutti che la robotica e l’intelligenza artificiale apportano benefici in termini di efficienza in ambito manifatturiero, nei trasporti, in medicina, l’educazione e l’agricoltura e praticamente in ogni altro campo. Persino Marx vedeva nell’automatizzazione e nell’avvento delle macchine una possibilità di riscatto dei lavoratori: più tempo libero, più tempo per la riflessione sociale e possibile superamento dell’alienazione e del capitalismo (quantomeno quello industriale, che come lui stesso profetizzò era destinato ad evolvere nel capitalismo finanziario…).

Eppure chi tra noi ha avuto modo di leggere una lettera scritta a mano, a chilometri di distanza, è cosciente delle molteplici sfaccettature che questo fenomeno può assumere anche a livello umano.

La depersonalizzazione del lavoro ha enormi conseguenze sociali.

Riduce l’interazione umana. Rende ogni azione meccanica ed efficiente. Finalizzata al solo scopo di acquisire un servizio.

Le chiacchierate dal panettiere in Belgio non esistono. Qui il pane si compra ai distributori. 

Insomma, c’è un valore che va via via perdendosi poiché, non essendo monetizzabile, è irrilevante per la logica capitalista: il valore dell’interazione umana.

Un fenomeno complementare o quantomeno parallelo a quello descritto sopra, è quello del ‘self’. 
Cosa c’è di più intrigante del dire ‘lo faccio da solo’?

Solletica il nostro ego! Ci fa sentire capaci, e anche soddisfatti quando facciamo benzina da soli, o al supermercato passiamo da soli i nostri prodotti allo scanner. Eppure se ci fermiamo a pensare un attimo, quando facciamo benzina da soli, stiamo offrendo forza lavoro non retribuita a chi ci vende un prodotto.

Il principio è semplice: divido il carico di lavoro su un gran numero di individui, addirittura i miei stessi clienti, fino a che diventa trascurabile.

E così facendo risparmio su un paio di impiegati ed aumento i profitti.

Una situazione che vede vincitore solo chi vende, e che riduce la richiesta di forza lavoro. Al supermercato, al ristorante, al bancomat, crediamo di far la nostra parte, ed invece contribuiamo indirettamente al crimine della svalutazione del lavoro.

E non solo. Nel sociale le conseguenze sono le stesse di cui sopra.

Si diventa tutti efficienti, e al contempo ci si rinchiude in piccoli universi indipendenti destinati a sfiorarsi, o intrecciarsi, sempre più di rado. E questo ci ‘inscatola’ e ci porta a pensare ed agire per scompartimenti.

Ci fa perdere l’abilità di fare collegamenti mentali, di pensare in maniera creativa ed indipendente e quindi, alla lunga, ci rende sudditi.

Rapite, picchiate, sfruttate. La schiavitù del ventunesimo secolo sostiene l’agricoltura siciliana

Rapite, picchiate, sfruttate. La schiavitù del ventunesimo secolo sostiene l’agricoltura siciliana

Nuove schiave

Traduzione di Luigi BRANCATO dell’articolo Raped, beaten, exploited: the 21st-century slavery propping up Sicilian farming, pubblicato su The Guardian.

Migliaia di donne romene, lavoratrici della terra, soffrono tremendi abusi.

Per quasi tre anni, Nicoleta Bolos è rimasta sveglia ogni notte su di un materasso sporco in un capanno in provincia di Ragusa in Sicilia, in attesa del suono di passi fuori dalla porta.
Mentre le ore passavano, lei si preparava a sentir la porta aprirsi, scricchiolando. Il tonfo metallico di una pistola poggiata sul tavolo accanto alla sua testa. Il peso del suo datore di lavoro sul materasso grigio sporco accanto a lei.

L’unica cosa che temeva più del suono dei passi del contadino davanti alla sua porta era la minaccia di perdere il lavoro. Così ha sopportato, notte dopo notte, stupri e percosse mentre il marito, fuori, beveva fino a perdere i sensi.

“La prima volta, è stato mio marito a dirmi che dovevo farlo.
Il proprietario della serra dove lavoravamo voleva fare sesso con me e disse che se avessimo rifiutato lui non ci avrebbe pagato e ci avrebbe mandato via dalla sua terra”, racconta.

“Ho pensato che fosse pazzo, ma quando mi sono rifiutata, mi ha picchiata. Ha detto che avrei dovuto fare tutto ciò che avesse detto il nostro capo, era l’unico modo per mantenere il nostro lavoro.
Quando venne il mio datore di lavoro, mi minacciò con una pistola. Mi disse che se mi fossi mossa mi avrebbe fatto saltare la testa. Quando ha finito, è semplicemente andato via”.

La mattina dopo Bolos era di nuovo al lavoro, accovacciata accanto al marito in una serra soffocante, a raccogliere i prodotti che avrebbero contribuito a rendere l’Italia il più grande produttore ed esportatore di frutta e verdura in Europa.

La provincia di Ragusa è il terzo più grande produttore di ortaggi in Europa.

Durante la loro permanenza in azienda, dice Bolos, alle lavoratori vengono assegnati alloggi a malapena abitabili, ricevono cibo per gatti per cena e gli viene rifiutato ogni trattamento medico.
Di notte, Bolos e le altre lavoratrici romene diventano l’intrattenimento degli agricoltori ed i loro amici, violentate ripetutamente ed abusate per molti anni.

“Quando sono arrivata qui credevo che in un altro paese europeo avremmo trovato un lavoro duro ma decente. Invece abbiamo finito per diventare schiavi”, dice.

Nascoste tra i campi tra tende di plastica bianca agitata dal vento in tutta la provincia di Ragusa, 5.000 donne romene come Bolos lavorano come lavoratrici agricole stagionali. Il modo in cui vengono trattate è un crescente abuso dei diritti umani, perpetrato con quasi totale impunità.

Una forza lavoro femminile vulnerabile

Una organizzazione per i diritti dei migranti italiani, l’Associazione Proxyma, stima che più della metà delle donne romene che lavorano nelle serre sono costrette ad avere rapporti sessuali con i loro datori di lavoro. Quasi tutte lavorano in condizioni di lavoro forzato e di grave sfruttamento.
La polizia stima che fino a 7.500 donne, la maggior parte delle quali romene, vive in condizioni di schiavitù in aziende agricole di tutta la regione. Guido Volpe, un comandante dei carabinieri, ha detto all’ Observer che Ragusa è il centro dello sfruttamento in Sicilia.

“Queste donne lavorano come schiave nei campi e sappiamo che vengono forzate, dietro ricatto, ad avere rapporti sessuali con i proprietari delle aziende agricole” dice. “Non è facile indagare o evitare che questo succeda, perchè le donne sono per lo più troppo spaventate per denunciare.”

Molte delle donne romene lasciano bambini e famiglia a casa e si sentono costrette a fare le scelte disperate che hanno scolpito le profonde rughe di dolore sul viso di Bolos.
“Da dove vengo io, la Moldavia romena, nessuno ha un lavoro”, dice Bolos, mentre accudisce la sua figlia di cinque mesi in un magazzino buio che adesso è la sua casa in un altro podere in provincia di
Ragusa. “Il salario medio lì è di € 200 al mese. Qui si può fare molto di più, anche se è necessario soffrire”.

L’Observer ha parlato a 10 donne romene che lavorano nelle aziende agricole a Ragusa. Tutte hanno descritto nei dettagli le aggressioni sessuali subite e lo sfruttamento, incluso il lavorare 12 ore al giorno sotto al sole senza acqua, il mancato pagamento dei salari e l’ essere costrette a vivere in condizioni degradanti e insalubri in capannoni isolati. I loro giorni lavorativi spesso comprendono violenza fisica, minacce armate e ricatti con minacce per i loro figli e le loro famiglie.

La Prof. Alessandra Sciurba dell’Università di Palermo ha partecipato alla scrittura di un rapporto nel 2015, che ha documentato gli abusi ricevuti dalle donne romene in Sicilia. Lei dice che oggi le condizioni sono anche peggiorate.

“Le donne ci dicono che hanno bisogno di migrare per garantire ai loro figli di non vivere in completa povertà in Romania, ma di essere costrette a sopportare abusi e condizioni terribili” dice.

“Non c’è altro lavoro, ci raccontano le donne, quindi al fine di provvedere alle loro famiglie, sentivano di dover accettare questo accordo. Si tratta di una scelta consapevole che si trovano a dover fare. Quello che abbiamo visto è a tutti gli effetti lavoro forzato e traffico di uomini stando alla definizione dell’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite”.

Il procuratore Valentina Botti sta perseguendo molteplici accuse di violenza sessuale e sfruttamento del lavoro contro i contadini. Dice che l’abuso di donne romene è un “fenomeno enorme”.

“Sequestro di persona, violenza sessuale e schiavitù sono le tre accuse principali descritte nelle nostre indagini fino ad oggi,” dice.
“Stiamo parlando di migliaia di donne romene vittime di gravi abusi. Pochissime donne si stanno facendo avanti con le loro storie. La maggior parte accetta l’abuso come il sacrificio personale che deve fare per non perdere il posto di lavoro.
La prospettiva di perdere il lavoro per molte di loro è devastante.”

Eliza, una donna romena di 45 anni, ha detto all’Observer che si sentiva di non aver scelta quando il suo nuovo datore di lavoro la spinse e la prese con forza in un capannone il suo primo giorno di lavoro.

“Ho cercato di scappare, ma lui mi ha detto chiaramente che se non avessi fatto quello che mi chiedeva avrei dovuto andar via,” dice. “Ero senza lavoro da mesi. Ho capito che se fossi voluta rimanere in Italia avrei dovuto accettare.”
L’enorme aumento del numero di donne romene che fa richiesta per abortire in Sicilia è allarmante per i medici e per i gruppi per i diritti umani.
Secondo Proxyma, mentre le donne romene costituiscono solo il 4% della popolazione femminile della provincia di Ragusa, sono loro a richiedere il 20% degli aborti registrati.

“Il numero di aborti tra le donne romene è molto allarmante”, dice Ausilia Cosentini, coordinatore del progetto Fari che fornisce assistenza per le donne romene in una clinica. Racconta che molte delle donne che vengono a chiedere di abortire vengono accompagnate dai loro datori di lavoro o altri uomini italiani. “Anche se chiaramente non si può concludere che tutte queste gravidanze siano il risultato di violenza sessuale o la paura di perdere il posto di lavoro, l’elevato numero di aborti delle poche migliaia di donne romene della provincia deve essere preso molto sul serio.”

Le condizioni di lavoro sono in alcuni casi estremamente pericolose. Una giovane donna romena ci ha detto che lei si ammalò quando fu costretta a gestire, e lavorare con, prodotti chimici agricoli senza indumenti protettivi. “Ho dovuto gestire gli alimenti coperti di pesticidi e mi ha fatto davvero male. Tossivo e non riuscivo a respirare”, dice.

“Ero incinta ed ho iniziato a star male. Ho dato alla luce il mio bambino quando ero incinta di solo cinque mesi. I medici hanno detto che era prematuro a causa del lavoro e che è destinato probabilmente ad avere danni cerebrali a causa delle sostanze chimiche “.
Quelle, tra le donne abusate, che hanno segnalato gli abusi alle autorità raccontano spesso di avere problemi a trovare lavoro altrove. “Ho lavorato con mio marito nelle serre e il proprietario ha voluto venire a letto con me,” dice Gloria, 48. “Ho rifiutato e mi ha sparato. L’ho denunciato alla polizia, ma da allora non riesco a trovare un lavoro. Gli altri proprietari di aziende agricole sanno che sono andata alla polizia e non vogliono che lavori per loro “.

Alla fine, gli abusi notturni per Nicoletta Bolos sono diventati troppo. Ha lasciato la fattoria ed il marito, ma è rimasta senza lavoro e impossibilitata a mandare a casa i soldi per i suoi due bambini in Romania.

Nel frattempo i suoi amici avevano raccolto abbastanza soldi per pagarle il biglietto dell’autobus per tornare a casa dove aveva perso la custodia legale di entrambi i bambini. Loro adesso vivono con lo zio del suo ex-marito, e a lei non è stato permesso vederli da allora.
Eppure, nonostante l’abuso, è tornata al lavoro a Ragusa, tra le serre, con un viaggio in autobus di 50 ore da Botosani, Romania.

L’economia locale sopravvive grazie al lavoro dei migranti

Le opportunità di lavoro agricolo occasionale a Ragusa sono abbondanti. Negli ultimi anni, le esportazioni italiane di prodotti ortofrutticoli freschi sono cresciute e ora fruttano circa 366 milioni € all’anno. Gran parte di questi prodotti viene dalle 5.000 aziende agricole in tutta la provincia di Ragusa.

L’agricoltura italiana è stata per molti anni fortemente dipendente dal lavoro dei migranti. La Coldiretti stima che circa 120.000 migranti lavorano nel settore nell’ Italia meridionale.

Dopo anni di accuse di sfruttamento e il conseguente giro di vite del governo italiano, gli agricoltori siciliani che un tempo riempivano le serre di migranti irregolari e rifugiati che arrivano in barca, si sono rivolti ai migranti che provengono dell’UE.

Il numero di donne romene che viaggiano per lavorare in Sicilia è aumentato enormemente negli ultimi dieci anni. Secondo le cifre ufficiali, solo 36 donne romene lavoravano in provincia di Ragusa, nel 2006, e sono auentate costantemente fino a diventare pim di 5.000 quest’anno. I romeni hanno superato i tunisini quest’anno, diventando il gruppo di lavoro più numeroso nei campi di Ragusa.

“I proprietari delle serre adesso hanno paura di essere perseguiti per aver facilitato l’immigrazione clandestina con l’assunzione di immigrati senza documenti”, dice Giuseppe Scifo, un leader sindacale della Cgil. “Così i nuovi obiettivi per lo sfruttamento sono i cittadini dell’UE, che sono disposti ad accettare bassi salari a causa della disperata situazione economica dei loro paesi d’origine.”

Gianfranco Cunsolo, presidente della Coldiretti a Ragusa, dice di non avere altra scelta che pagare bassi salari.

“Lo sfruttamento dei lavoratori a Ragusa è anche la conseguenza delle politiche dell’UE,” dice. “Io non voglio giustificare le azioni di agricoltori e proprietari delle serre che pagano salari bassi ai lavoratori migranti, ma queste persone spesso non hanno alternativa se vogliono competere con gli altri mercati europei.
“Quando si tratta di abuso sessuale delle lavoratrici, non v’è, ovviamente, nessuna scusa. Chi fa una cosa del genere deve essere arrestato e incarcerato. Le donne sono benvenute a lavorare qui a Ragusa e devono essere trattate in maniera equa.
Noi condanniamo completamente questo fenomeno.”
Secondo la legge italiana, i proprietari delle aziende agricole devono fornire ai lavoratori stagionali contratti ufficiali ed una paga giornaliera di € 56 per una giornata di otto ore. Eppure le donne romene che arrivano in Sicilia spesso trovano una realtà ben più brutale.
“Le donne romene sono pagate tre volte meno del salario minimo previsto dalla legge, e la maggior parte di loro non ha contratti legali”, dice Scifo. Molte delle donne intervistate dall’ Observer dicono che raramente vengono pagate più di € 20 al giorno.
Eppure c’è poco incentivo politico o economico affinchè le autorità agiscano e pongano fine a questi abusi. Anche se la polizia dice di avere decine di casi aperti e azioni penali in corso, solo un agricoltore finora è stato accusato e condannato per aver violentato delle lavoratrici romene.

“Il problema è che gli agricoltori non sono uomini ricchi”, dice Scifo. “Se i datori di lavoro pagassero ai loro lavoratori lo stipendio stabito per legge, perderebbero troppi soldi e l’intera economia agricola della provincia imploderebbe. Questo è il motivo per cui le autorità guardano dall’altra parte e per cui è così difficile per chiunque fermare tutto questo.”

I tentativi di sollevare la questione nel parlamento italiano annaspano. Nel 2015, il pubblico ministero Marisa Nicchi ha lanciato un’inchiesta parlamentare per schiavitù tra i lavoratori romeni a Ragusa e ha chiesto al primo ministro di avviare un’indagine.

“Due anni dopo il governo italiano non ha ancora preso alcun provvedimento”, dice dal suo ufficio parlamentare a Roma. “Ma noi non ci arrendiamo. Questi crimini devono finire.”

A Ragusa, i politici locali dicono che stanno cercando di fornire servizi sociali alle lavoratrici romene che subiscono abusi. Giovanni Moscato, che lo scorso giugno è diventato sindaco di Vittoria, una città nella parte occidentale della provincia di Ragusa, ha detto che lo sfruttamento persisteva perché c’erano troppi interessi economici, ma che la città stava aprendo un ostello rifugio per donne romene in fuga dai violenti datori di lavoro.
Da quando è tornata in Italia, Nicoleta Bolos ha incontrato un uomo romeno e ha avuto altri due figli. Ha denunciato il suo precedente datore di lavoro alla polizia, e l’uomo è stato accusato di sfruttamento del lavoro, ma il suo caso è ancora in attesa di processo.

Ora, dice, è provata dall’abuso. Ha deciso di rendere pubblica la sua storia nella speranza di ottenere giustizia per sé e per le altre donne romene incastrate in una rete di sfruttamento e di impunità.
Tenendo il suo bambino in braccio, seduta su una sedia di plastica rotta, ci indica la sua casa. Le pareti sono bagnate e non c’è riscaldamento o acqua corrente.

“Guarda come viviamo. Ma la nostra vita è qui. Io non ho intenzione di perdere di nuovo i miei figli. Sono la ragione per cui ho combattuto, il motivo per cui sono diventata una schiava” ,dice.
“E ‘stato per loro che ho dovuto lasciare entrare quell’uomo nel mio letto ogni notte.
Ora voglio che la gente sappia che questo sta accadendo -. E voglio che tutto ció finisca”.

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Alcuni nomi potrebbero essere stati cambiati per proteggere le identità.