2 AGOSTO 1980: LE IMMAGINI DELLO STRAZIO

2 AGOSTO 1980: LE IMMAGINI DELLO STRAZIO

Devastazione strage Bologna

Le prime immagini della strage di Bologna che fecero gridare di orrore tutta l’Italia. Un’Italia che stava andando in vacanza, e vide arrivare l’inverno più nero.

Una cappa nera che ci ha condotto verso il dominio neoliberista che inizio dieci anni dopo.

IL VENEZUELA, L’INFORMAZIONE E NOI

IL VENEZUELA, L’INFORMAZIONE E NOI

Giovanna Botteri
di Nico MACCENTELLI

Ma secondo voi, cosa avrebbero fatto le forze dell’ordine e l’esercito in una giornata elettorale in un paese come l’Italia, la Gran Bretagna o la Germania, davanti a gruppi organizzati che tirano bombe per strada e contro i seggi, che bloccano le strade, che entrano nelle case e freddano a colpi di pistola i candidati?

Cosa sarebbe successo? Altro che dieci morti! I giornali avrebbero titolato a sei colonne: ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA NEL GIORNO DELLE ELEZIONI. Avremmo avuto arresti di massa, perquisizioni e galere piene.

Ma di tutto questo, dell’attacco a un paese sovrano e alla sua democrazia da parte di gruppi terroristici non solo non v’è traccia nelle notizie dal Venezuela da parte dei nostri media embedded, ma c’è un sostegno aperto al terrorismo golpista e antidemocratico, nella falsificazione costruita ad arte dei fatti, attribuendo una scarsa partecipazione alle elezioni per l’Assemblea Costituente, legittimando lo squadrismo violento e vendendocelo come proteste di piazza.
Eppure l’abbiamo vista tutti la bomba esplosa contro i poliziotti!

La Botteri, martedì mattina, per far risultare fischi per fiaschi e continuare la sua storiella degli oppositori “buoni”, è arrivata a dire che l’assassinio del candidato chavista Pinera, a opera di un commando armato, non è stato altro che una rapina!

Anche qui si ripete la stessa pletora di menzogne avuta con Euromaidan durante il golpe nazista in Ucraina: cecchini che sparavano indistintamente su manifestanti e polizia, bulldozer e bombe di fuoco sulla polizia di un governo democraticamente eletto, mentre i media occidentali parlavano di rivolta civile.

Non sono un fissato sul Venezuela, sono fissato sulla verità dei fatti, cosa che i nostri giornalisti che paghiamo lautamente col canone RAI hanno buttato letteralmente nel cesso.

Sono fissato sul fatto che la democrazia si basa su una corretta informazione e non sulla sistematica e permanente menzogna.

E c’è da chiedersi: se stanno facendo questa sporca operazione sul Venezuela, vendendoci puttanate che non stanno né in cielo né in terra, se hanno fatto così con la Siria, inventandosi armi chimiche quando faceva comodo… cosa ci raccontano della realtà del nostro paese?

Non basta il pluralismo per definire un sistema come democratico, quando l’informazione è in mano al sistema di potere, ai gruppi finanziari, ai centri di comando e di intelligence che condizionano in questo modo la vita politica di una nazione.

Vorrei che tutti voi comprendeste che abbiamo preso una brutta china, una strada senza ritorno. Perché ogni pezzo di democrazia, di diritto a sapere, a un’informazione corretta che ci sottraggono costerà cento volte di più riottenerlo. E alla fine, come con il fascismo, si potrà ottenere un sistema realmente democratico solo con una guerra civile o di liberazione.

Non ci stiamo rendendo conto del processo autoritario che ci stanno imponendo?

Se restiamo inermi e non facciamo nulla per esercitare il nostro spirito critico, la nostra partecipazione alla politica nel suo senso più nobile: quello dal basso, quello consiliare, la strada democratica indicataci da Gramsci e che gli è costata la dura galera fascista e la vita, se non mettiamo in gioco i nostri corpi e le nostre menti esautorando questa casta di mentecatti e scontrandoci con questi mestieranti della falsificazione e della politica delle lobby e degli interessi privati, ebbene, sarà tutto perduto nel giro di pochi anni.

E il 4 dicembre sarà stato solo un canto del cigno.

Io sono comunista, lo sapete. Ma queste riflessioni valgono per qualsiasi credo politico. Hanno la cifra, il denominatore comune che ha messo insieme le forze dell’antifascismo e che con la Resistenza aspiravano a una società democratica, di giustizia sociale e pace.

Svegliatevi amici, compagni. Guardate a come giorno per giorno ci stanno trasformando da cittadini in sudditi. Di fronte a questo campo di battaglia fatto di barbarie, precarietà, terrorismo false flag, guerre d’aggressione, prepotenze dei gruppi di potere, dobbiamo essere in grado di creare una nuova Resistenza.

I popoli latinoamericani che si stanno affrancando dall’imperialismo yankee ci stanno indicando la via da seguire. Ma poi ogni esperienza ha la sua originalità in base alle condizioni storiche, politiche e sociali e alle peculiarità delle classi sociali, delle popolazioni, del loro esercizio democratico.
Ci vogliono distruggere la Costituzione. Ci riproveranno ben presto. Non glielo dobbiamo permettere.

 

ATTACCO ALLE URNE, MA LA COSTITUENTE NON SI FERMA

ATTACCO ALLE URNE, MA LA COSTITUENTE NON SI FERMA

Maduro con gli operai. Venezuela

di Geraldina COLOTTI – da Caracas

Un sistema elettorale a prova di frodi, certificato nel corso degli anni e di 20 elezioni (questa la 21ma), da centinaia e centinaia di osservatori internazionali.

Lo abbiamo visto da vicino partecipando alla messa a punto delle macchine e del sistema di sicurezza informatico gestito da server locali. Soprattutto, abbiamo toccato con mano quanto tutto questo sia vicino alle persone, qualcosa di tangibile che rende concreto e pieno il concetto di “democrazia partecipata e protagonista”.

Nelle numerose sale di controllo, il personale – specializzato e motivato – è composto soprattutto da giovani, che hanno studiato – del tutto gratuitamente – in questi 18 anni di “rivoluzione bolivariana”: nessun feticismo delle forme, per tutti la consapevolezza di essere “una rivoluzione pacifica ma anche armata”.

Negli occhi del ragazzo che ci spiega come funziona il meccanismo informatico e che dirige tutto questo, c’è una scintilla diversa da quella che brucia e devasta, al soldo dei grandi poteri internazionali, e che in tre mesi ha provocato 110 morti.

Qui c’è una nuova maniera di concepire le relazioni di lavoro.

I responsabili spiegano come sono disposti i turni di lavoro, le competenze, le rotazioni, concepite in modo che nessuno subisca il peso, nessuno ne ponga uno troppo grande sulle spalle e sulla mente del singolo o della squadra che deve reggere una situazione di stress e far fronte con prontezza all’imprevisto.

“Il personale è stato selezionato in base alla competenza e alla motivazione, sperimentato nelle situazioni che richiedono un apporto addizionale”, dice il giovanissimo dirigente, e poi aggiunge: “quando ho iniziato gli studi non pensavo potessi arrivare qui, ma abbiamo realizzato tutto questo, e dobbiamo esserne all’altezza”.

La partita, adesso, è ardita.

Si tratta di rimodellare, di mettere in forma, di liberare dalle scorie quel che si è ottenuto a vantaggio degli ultimi, dei settori popolari, ma anche delle cosiddette “classi medie” che sono diventate tali proprio grazie al chavismo e che ora gli voltano le spalle, come sempre avviene nella storia delle rivoluzioni.

Dall’Assemblea Nazionale Costituente, che verrà votata domani 30 luglio, emergeranno anche rappresentanti degli imprenditori, sui 537 costituenti, a cui vanno aggiunti gli 8 rappresentanti indigeni, che i nativi voteranno secondo i propri usi e costumi e che concluderanno le loro assemblee il 1 di agosto.

Si voteranno candidati territoriali (364) e settoriali (163).

Non vi sono candidature di partiti, tutti verranno espressi dalla società, dal ruolo che esercitano, sia nel territorio (consigli comunali, comunas) sia nei posti di lavoro (contadini, pescatori, lavoratori dei distinti settori, pensionati, studenti, sia delle scuole pubbliche che delle misiones che delle scuole private). Sono abilitati al voto 19.477.388 venezuelani, su oltre 30. 600.000 abitanti.

Le destre hanno respinto l’invito al dialogo, insistendo in una “presa del Venezuela” che finora non c’è stata, perché per dare l’assalto a un paese ci vuole per lo meno un sostegno di massa, ci vogliono le forze armate.

Elementi che mancano alla Mesa de la Unidad Democratica (Mud), che ha preferito affidare la destabilizzazione del paese ai “guarimberos” e alla “comunità internazionale” subalterna ai voleri degli Usa.

Qui non c’è una “guerra”, ma una prova di forza violenta organizzata da alcuni settori della borghesia legata agli interessi transnazionali.

Stanotte c’è stata una “camminata notturna” organizzata nella capitale dalle componenti libertarie e creative, dagli artisti, dai collettivi territoriali. La musica è risuonata dappertutto, salvo in alcuni quartieri devastati dalla “rivolta dei ricchi”.

Molti compagni che ci abitano, dopo aver concluso coraggiosamente la campagna elettorale nei quartieri dell’est della capitale, hanno dormito fuori per potersi recare alle urne senza incidenti.

Certo, dopo le sanzioni che gli Usa promettono di estendere, potrebbe anche esserci un’invasione armata.

In ogni caso, le destre contano su un “modello siriano”, con tanto di “governo parallelo” riconosciuto da fuori, illegittimo in loco. E la partita è aperta. L’isolamento del paese continua. Anche Air France ha deciso di interrompere i voli, lasciando nell’incertezza quelli che – come chi scrive – hanno il biglietto di ritorno con quella compagnia.

E domani non ci saranno voli da Madrid.

“L’opposizione ha deciso di segnare con la violenza questa giornata elettorale – ci spiega la vicepresidente del Cne, Sandra Oblitas – per questo il Cne, insieme ad altre istituzioni, ha previsto misure di sicurezza addizionali rispetto a un normale processo elettorale”.

Quali? “E’ stato ampliato a 500 metri il perimetro di sicurezza, lo stesso Cne è stato dichiarato obiettivo sensibile, dopo gli attacchi ricevuti in questi mesi. Inoltre sono stati istituiti centri di voto addizionali perché gli elettori che vivono nelle zone di violenza possono esercitare il proprio diritto in sicurezza. In Venezuela il voto è un diritto, non è obbligatorio, ma chi cerca di impedirlo commette un reato grave, attenta contro la libertà individuale”.

Molte famiglie sono state minacciate, in altre zone del paese gli è stata bruciata la casa, la macchina…

Ci sarà la “presa del Venezuela” annunciata dall’opposizione? “Le violenze sono forti ma molto circoscritte. Per avere un’idea: i focolai si verificano in 76 delle 114 circoscrizioni. Tuttavia, occorre combatterle con rigore e con misure adatte a una situazione inusuale”.

Arriva intanto la presidente del Cne, Tibisay Lucena, presa a bersaglio dalle destre che hanno tentato di bruciarla viva insieme alla sua famiglia al grido di :”Brucia, strega” e hanno speculato sulla sua malattia, un tumore da cui si sta riprendendo.

“Per tutto il 2016 – ci conferma Tibisay – sono stata oggetto di un attacco feroce, una campagna molto personalizzata contro di me e la mia famiglia. Questo non ha impedito al Cne di svolgere il suo lavoro di garanzia, e di esaminare la richiesta di referendum revocatorio presentata dall’opposizione contro il presidente Maduro.

Una violazione dei miei diritti umani che ha avuto un carattere di genere: un gran disprezzo per la donna, per la malattia, che non si sarebbe presentato in quei termini se vi fosse stato un uomo al mio posto. La violenza politica è stata brutale, barbarica contro il Cne.

Una campagna orchestrata dai media privati, che mi hanno data per morta almeno tre volte, si sono insinuati nella mia vita personale, e così è avvenuto con le reti sociali. Non posso dire che mi sono abituata alla violenza perché non ci deve abituare, ma ora sono preparata, siamo preparati”.

La presidenta del Cne è una delle venezuelane sanzionate dagli Stati uniti. Come l’ha presa?

“Si tratta di misure finanziarie contro le mie presunte proprietà negli Stati uniti, che non ho, il blocco dei miei conti, ma io non possiedo conti. In realtà sono sanzioni che, colpendo la mia persona, mirano a screditare l’autorità che presiedo. Ma noi continuiamo a lavorare, non ci fermeranno. Se mi sanzionano per garantire i diritti dei venezuelani, ben venga”.

Sono misure finanziarie contro proprietà conti, non ne ho, non ho la visa, non mi colpiscono però più di tutto è diretta a demoralizzare

Non posso entrare negli Usa perché non ho Visa, ma se è visita di carattere ufficiale non possono, sono sanzioni che cercano di demoralizzare, non a titolo personale, è contro l’istituzione e contro l’Anc e continuiamo a lavorare, questo non ci colpisce né morale né etica, se ci sanzionano per garantire i diritti dei venezuelani, ben venga.

Intanto, contro l’Assemblea Costituente, piovono minacce e ingiunzioni a livello internazionale.

Il governo colombiano ha anticipato che non riconoscerà comunque i risultati del voto per l’Anc.

Anche quello svizzero ha chiesto a Maduro di recedere dal voto.

Il capo dei mediatori, l’ex presidente spagnolo Zapatero, ha invece chiesto il rispetto del voto. E così ha fatto l’Onu a Ginevra. La Mud ha confermato blocchi stradali in ogni Stato e una manifestazione a Caracas, che partirà da sei punti della capitale.

Nel Merida, un centinaio di incappucciati ha fatto irruzione in un centro di votazione del Cne sequestrando i presenti e ha bruciato le urne per le schede.

LA SCORTA DI BORSELLINO, STORIE DI UN’ITALIA DI POVERTÀ E DEDIZIONE

LA SCORTA DI BORSELLINO, STORIE DI UN’ITALIA DI POVERTÀ E DEDIZIONE

da Coordinamento Nazionale del MovES

Cinque vite spezzate, famiglie devastate dal dolore.

Cinque vite più una, quella di chi è sopravvissuto.
Vite come quelle di tanti altri giovani del sud che entrano in Polizia perchè in questo paese è all’interno delle forze dell’ordine che si riesce a garantire un futuro a se stessi e alle proprie famiglie.
Il lavoro nelle scorte, tra l’altro, garantiva un guadagno maggiore ma il prezzo da pagare è stato orrendo.
 
AGOSTINO CATALANO: 43 ANNI, Caposcorta. Era rimasto vedovo il 23 ottobre 1989. La moglie era morta per un tumore, lasciandolo solo con i tre figli. Per guadagnare qualche soldo in più per sbarcare il lunario, aveva cominciato a fare da agente di scorta. Nel 1991 si sposò con Maria Fontana.
Il giorno della Strage di via d’Amelio era in ferie, ma era stato chiamato per raggiungere un numero sufficiente per la scorta di Borsellino: solitamente Catalano era assegnato alla scorta di padre Bartolomeo Sorge.
 
WALTER EDDIE COSINA: 31 ANNI. Figlio di migranti friulani, perso il padre a 21 anni, entrò in Polizia.
Dopo la Strage di Capaci, accettò di prendere servizio a Palermo, dove il Ministero degli Interni aveva intensificato le scorte ai magistrati. Venne così assegnato a Paolo Borsellino. Il giorno della Strage di via d’Amelio Cosina non doveva prendere servizio: un collega da Trieste avrebbe dovuto dargli il cambio, ma l’agente decise di lasciarlo riposare dal lungo viaggio e di sostituirlo quella domenica nella scorta al magistrato.
 
CLAUDIO TRAINA: 27 ANNI. Agente scelto della Polizia di Stato, era sposato e padre di un bimbo piccolo. Dopo il militare fatto nell’aeronautica decide di entrare in Polizia. Quindi Accademia di Polizia ad Alessandria, squadra volanti a Milano e poi il trasferimento, come da sua richiesta a Palermo. E’ il 1990 e Claudio decide di farsi assegnare all’ufficio scorte.
 
EMANUELA LOI: 24 ANNI. Dopo vari servizi di piantonamento, tra cui quello a Sergio Mattarella, nel giugno del 1992 venne affidata al magistrato Paolo Borsellino. Emanuela aveva molta paura del nuovo incarico affidato tanto da rassicurare i genitori, dopo la strage di Capaci, che non le sarebbe successo niente. Stava preparando le nozze poco prima di saltare in aria. Era tornata a casa, a Sestu, per un’influenza ed era rientrata il 16, nonostante la madre e il medico le avessero chiesto di trattenersi fino al 20. Da anni sua sorella Claudia tiene vivo il suo ricordo nelle scuole e anche grazie all’Associazione Libera contro le mafie.
 
VINCENZO FABIO LI MULI: 22 ANNI. Era il più giovane della pattuglia. Da tre anni nella Polizia di Stato, aveva ottenuto pochi mesi prima la nomina ad agente effettivo. La sorella racconta con amarezza la consapevolezza del fratello che, in fondo, sapeva a cosa stava andando incontro: “Qualche sera prima mi chiese di ricordargli come si recitava il padre nostro”.
 
L’UNICO SOPRAVVISSUTO È L’AGENTE ANTONINO VULLO, 31 anni, quell’anno, che racconta:
Era una bella giornata, ma man mano che ci avvicinavamo sembrava che diventasse scura”. L’auto viaggiava ad altissima velocità, l’assassinio del giudice Falcone e della sua scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Morinari, aveva cambiato le regole degli spostamenti.
Arrivati sotto casa della madre di Borsellino, Vullo si allontana per parcheggiare la macchina. Quello che ricorda lo racconta lui stesso: “Il giudice è sceso dalla macchina e si è acceso una sigaretta. I ragazzi si sono messi a ventaglio intorno a lui per proteggerlo, come sempre.
Sono entrati nel portone, poi… sono uscito dall’auto distrutta.
Ho camminato e camminato. Ero disperato, vagavo. Gridavo.
Ho sentito qualcosa sotto la scarpa. Mi sono chinato. Era un pezzo di piede.
Mi sono svegliato in ospedale. Ogni volta, quando cade l’anniversario, sto malissimo
”.
(biografie ricostruite dal MovES dalla rete: Wikipedia, Wikimafia e altri siti, AgoraVox per la testimonianza di Vullo)
 
 
DESECRETATI GLI ATTI SULLA MORTE DI BORSELLINO: AVREMO DAVVERO LA VERITÀ?

DESECRETATI GLI ATTI SULLA MORTE DI BORSELLINO: AVREMO DAVVERO LA VERITÀ?

da Coordinamento Nazionale del MovES

Dopo 25 lunghi anni in cui è cambiata radicalmente la faccia del nostro paese proprio a causa della Trattativa Stato-Mafia, ma non del sistema mafioso che ha infiltrato lo Stato, il Consiglio Superiore della Magistratura ha deciso di desecretare gli atti riguardanti la strage di Via D’Amelio e l’uccisione del Giudice Paolo Borsellino.

Saperlo, a fronte dell’assoluzione in Corte d’Appello a Catania di TUTTI gli imputati, genera amarezza perchè sembra una totale e assoluta presa in giro.

Da un lato si compiono scelte che hanno la pretesa di voler dimostrare l’assoluta trasparenza dello Stato.

Dall’altro la stessa Magistratura prende decisioni mostruose sugli imputati coinvolti nella strage.

Una sceneggiata continua quella delle Istituzioni di questo paese e addolora dirlo perchè si va avanti con il dover constatare come le stesse Istituzioni stiano ormai suicidando anche se stesse, insieme alla giustizia e alla verità, insieme a tutto il popolo italiano.

Siamo dunque piuttosto scettici su quanta luce verrà mai fatta in merito a questa orrenda vicenda che ha avviato una stagione drammatica per l’Italia, in cui lo Stato si è piegato al volere mafioso ed ha trattato la resa della democrazia alle organizzazioni criminali che minano la Repubblica Italiana e il suo impianto istituzionale ormai da fin troppo tempo.

Dopo quanto accaduto in Corte d’Appello a Catania, alla luce della notizia della secretazione, la domanda che sorge alla mente è: perchè dovrebbero veramente dire la verità, specie in un simile momento storico?

Quindi ancora una volta toccherà A NOI.

Toccherà a noi CHIEDERE CON FORZA che venga fatta chiarezza una volta per tutte.
Toccherà a noi, mantenere viva la memoria di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone e delle persone delle loro scorte assassinate insieme a loro.

Non dimentichiamoci UN SOLO GIORNO del nostro impegno a far sì che uomini che hanno dato la vita per servire le Istituzioni, finiscano dimenticati e soprattutto NON SMETTIAMO MAI di chiedere che sia fatta davvero giustizia.

NOI VOGLIAMO LA VERITÀ.

 

 

PAOLO BORSELLINO: ONORARNE LA MEMORIA SIGNIFICA COMPRENDERE

PAOLO BORSELLINO: ONORARNE LA MEMORIA SIGNIFICA COMPRENDERE

dal Coordinamento Nazionale del MovES

UN DOCUMENTO IMPORTANTE E MOLTO SIGNIFICATIVO: È UN DOCUMENTARIO SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA AL TEMPO DELLE STRAGI DI CAPACI E DI VIA D’AMELIO.

Non servono commemorazioni.

Perchè Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non siano morti invano, serve comprendere la nostra Storia.

Questo video è un ottimo modo per farlo.

È stato realizzato dagli allievi della Scuola di Giornalismo della Fondazione Lelio Basso.
Contiene interviste a Massimo Ciancimino, Antonio Ingroia, Gianfranco Donadio, Danilo Ammannato, pentiti di mafia, Gianni Barbacetto, Giuseppe de Lutiis.

Il dialogo delle Stragi” è un documentario che parla della trattativa Stato-Mafia attraverso le interviste fatte a magistrati, collaboratori di giustizia, pentiti, avvocati.
Abbiamo ricostruito le vicende riguardanti la trattativa seguendo le inchieste giudiziarie sui i fatti delle stragi di Capaci e Via D’Amelio.

Il documentario è stato presentato al Premio Ilaria Alpi, seguito da un dibattito con il Procuratore Aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e al giornalista Saverio Lodato.

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