LORIS, GRAZIE PER AVERCI INSEGNATO A VIVERE

LORIS, GRAZIE PER AVERCI INSEGNATO A VIVERE

 

di Claudia PEPE

 

Loris Bertocco, 59 anni, di Fiesso d’Artico, ha abbondonato questa vita.
L’ha fatto per scelta, per sofferenza, per legittima difesa. Una legittima difesa da una vita che lo aveva reso invalido da anni e, negli ultimi tempi, anche cieco.

Viveva con una madre anziana e una sorella malata.
Solo, di fronte ad un mondo che non intravedeva la sua disperazione e la sua afflizione.

Loris era un uomo che nonostante fosse nato sotto una cattiva stella, si era aggrappato alla resilienza.
Quella capacità di reagire nonostante il sole non entrasse più nelle sue stanze senza luci.

Era invalido cieco, ma impegnato nella cultura, nelle radio.
Era un ambientalista convinto e tra i fondatori dei Verdi italiani.
Non aveva mai smesso di partecipare a lotte sia territoriali che di portata globale: contro il nucleare e i mutamenti climatici, per la riconversione ecologica, per la pace.

Loris era una di noi. Un uomo.
E proprio perché uomo senza retorica e senza enfasi, ha deciso la sua morte.
Nessuno può giudicarlo, nessuno deve voler capire.

Della sua morte hanno dato notizia gli esponenti dei Verdi Gianfranco Bettin e Luana Zanella.
Loris aveva sollecitato la Regione Veneto a legiferare in materia, ma non ha trovato risposte alla sua legittima scelta.

Allora ha abbracciato la sua morte e, corteggiandola come una fidanzata, proprio quella del primo banco con il viso più dolce del mondo, le ha dichiarato il suo amore.

Loris ha lasciato parole bellissime, parole che devono farci riflettere, che devono farci sedere un attimo, nonostante le nostre tribolazioni e farci pensare. Perché la sua scelta potrebbe essere la nostra scelta di oggi e di domani. Un giorno che non sapremo mai quando arriverà.

Un uomo, Loris, che ha lasciato alla nostra umanità distorta, il suo amore per la vita, il suo patimento, la sua lotta, e la sua protesta per l’insufficiente assistenza che le persone come lui ricevono dalle istituzioni preposte. La sua morte l’aveva programmata da tempo, ma fino alla fine ha creduto nell’approvazione di questa legge sul testamento biologico e sul fine vita in Italia.

Loris non ce la faceva più.
Desiderava la morte, desiderava non soffrire più, desiderava una morte consapevole.
Non una morte collegata a macchine, leziosa e artificiale.

Perché la morte la possiamo possedere se non abbiamo il coraggio di affrontarla.
E lui, ha deciso di chiudere gli occhi, di dormire, di non soddisfare più la sofferenza, di non darle più soddisfazione.

Ha incominciato ad anelare questa morte dolce, quella morte che nasce dal non poter più vivere.
Ha lasciato uno scritto e tutti noi, adesso, dobbiamo ascoltarlo:

“Credo che sia giusto fare questa scelta prima di trovarmi nel giro di poco tempo a vivere in un istituto e come un vegetale, non potendo nemmeno vedere, cosa che sarebbe per me intollerabile.
Proprio perché amo la vita credo che adesso sia giusto rinunciare ad essa vista la sofferenza gratuita sia fisica che spirituale che stanno progressivamente crescendo senza possibilità di revisione o di risoluzione positiva.
Il muro contro il quale ho continuato per anni a battermi è più alto che mai e continua a negarmi il diritto ad una assistenza adeguata.
Perché è così difficile capire i bisogni di tante persone in situazione di gravità, perché questa diffidenza degli amministratori, questo nascondersi sempre dietro l’alibi delle ristrettezze finanziarie, anche quando basterebbe poco, in fondo, per dare più respiro, lenimento, dignità?
Per questo il mio impegno estremo, il mio appello, è adesso in favore di una legge sul ‘testamento biologico’ e sul fine vita di cui si parla da tanto, che ha mosso qualche passo in Parlamento, ma che non si giunge ancora a mettere in dirittura d’arrivo Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte, perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità.”

Caro Loris hai scelto di chiudere la tua vita in un Paese non tuo, in una stanza d’ospedale fredda, sterile, senza i profumi della tua infanzia, senza la dolce ninna nanna di chi ti ha accompagnato nella tua vita e ti ha dovuto lasciare andare da solo ad abbracciare la morte.

No so se soffrire di più verso questo Stato che narra di avere la più bella Costituzione del mondo, oppure nella sua negligenza nel non voler applicare uno dei suoi articoli più importanti. Quell’articolo 13 che recita: “La libertà personale è inviolabile”.

Se fossi stata una tua amica, ti avrei accompagnato. Ma questo Paese ammette qualsiasi forma di violenza, e non il tuo amore per la vita.
Perché la tua morte è stato ancora una volta un inno alla vita, un inno all’amore, alla libertà, alla pietà.

Eri immerso in una notte senza fine, in una vita che ti ha visto emigrare per far rispettare la tua dignità.
Se fossi stata una tua amica, quando dicevi che volevi morire senza soffrire, avrei fatto di tutto per accontentarti.

Perché l’amore è più grande dell’egoismo, è più grande del ritornare a casa e vederti interpretare quella vita che non ti apparteneva.
Ti avrei aiutato in tutte le maniere, ma in Italia le leggi le fanno gli obiettori di coscienza, invece di persone che di coscienza vivono.
Se fossi stata una tua amica mentre urlavi i tuoi appelli disperati verso questo Governo che lascia suicidare i precari e fa finte di niente, e mentre il tuo appello sulla legge sul testamento biologico restava inascoltato nelle tenebre di notti senza fine, avrei sperato di guardarli in faccia questi responsabili della nostra esistenza, per farli vivere nei tuoi occhi che hanno cercato fino alla fine di vedere il sole.

Le persone che soffrono, non rientrano nei programmi di questo Stato sordo, cieco e muto.
Non garantiscono la scelta di uomini che vogliono esercitare la loro libertà.

Il tuo viaggio deve essere stato il calvario di un Cristo appeso alla sua croce, nell’interminabile salita verso il Golgota dove ci vede tutti innocenti.
Hai dovuto pagare anche la tua morte, dopo aver pagato la tua vita.
Sei morto in esilio, non sfiorato da dolci carezze e baci sui tuoi occhi.
Se fossi stata tua amica, adesso sarei orgogliosa di te, del tuo coraggio, della tua lotta, del tuo amore.

Per me, per i tuoi amici, per la vita. Io non sono stata una tua amica, ma sono una madre. E questo, per me, è un inno di liberazione.
Perché so che tutti quelli che ti hanno amato, non soffriranno più per il tuo dolore, per lo strazio in cui hai dovuto vivere.

Grazie Loris, oggi mi hai insegnato ad esistere, e se fossi stata una tua amica, oggi come sempre, sarei orgogliosa di te. Ma so che tu sei oltre a me e a tutti.
Essere tua amica deve essere stata una fortuna che non capita a tutti.
Grazie di essere venuto al mondo per insegnarci a vivere.
VIOLENZA SESSUALE A SCUOLA: INSEGNANTE ASSOLTO, COLPEVOLE LA VITTIMA

VIOLENZA SESSUALE A SCUOLA: INSEGNANTE ASSOLTO, COLPEVOLE LA VITTIMA

 

di Claudia PEPE

Dalla Tecnica della Scuola: “Per i giudici della Suprema Corte di Cassazione non si può parlare di violenza quando la ragazza «esprime gradimento» e soprattutto quando i fatti dimostrano che non c’è una condizione di inferiorità fisica o psichica dell’allieva nei confronti dell’insegnante”.

Dopo aver letto questo articolo, io come al solito, provo una rabbia e un disappunto che devo fare un giretto per casa, respirare e cercare di calmarmi.

Dopo aver fatto ciò vado a leggere cosa è successo.
I fatti sono questi: una ragazza di 17 anni affetta da «disturbo specifico misto di apprendimento», è stata oggetto di abusi sessuali da parte di un “insegnante”, prima nei locali della scuola, poi fuori dall’istituto.

Col termine disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) ci si riferisce ad un gruppo eterogeneo di disturbi consistenti in significative difficoltà nell’acquisizione e nell’uso di abilità di ascolto, espressione orale, lettura, ragionamento e matematica, presumibilmente dovuti a disfunzioni del sistema nervoso centrale.

Possono coesistere col disturbo specifico di apprendimento, problemi nei comportamenti di autoregolazione, nella percezione e nell’interazione sociale, però questi non costituiscono di per sé un disturbo specifico dell’apprendimento.

Ma cosa è successo? Un “professore” ha compiuto atti “repentini”, cioè improvvisi, istantanei: insomma delle sveltine con una ragazza all’interno della Scuola e fuori.

Bene, intanto non mi sembra di poter chiamare “insegnante”, una persona che compie atti sessuali, aggiungo anche “repentini” solo per definire il tipo di atti, e mirati solo ad uno scopo.
Non mi sembra giusto chiamare “insegnante”, una persona che consciamente non riesce a reprimere i propri istinti sessuali animali.

Se ci pensava prima di abusare di una ragazza, trovava molti modi per placare il suo sesso bollente.
Per esempio ci si può chiudere in bagno, si correggono compiti, si va a fare la spesa, si legge un libro, si fa un po’ di ginnastica, e se proprio tutto ciò non fosse sufficiente, ci si chiude in un cinema dove trasmettono film hard e ci si masturba.
E lì la sua “repentinità”, avrebbe avuto un successo enorme.

Ma l’ennesima beffa, è che per i giudici non si configura nessun reato. Neanche la pedofilia. No, perché la ragazza avrebbe dovuto esprimere “dissenso sussistente”.

Siamo alle solite, la ragazza avrebbe dovuto gridare, urlare, sbraitare.
Latrare e inveire come un animale in gabbia. Una gabbia che probabilmente neanche lei sapeva di vivere, di abitare, consegnandone le chiavi al suo carceriere.

La ragazza ha dichiarato di aver provato «sensazioni positive al contatto fisico con l’insegnante».
E su questo esprimo i miei dubbi. Una ragazza che viene penetrata in pochi minuti, che coscienza può avere dell’amore, del sesso, della complicità, del bene.

I giudici hanno escluso “l’incapacità della ragazza di determinarsi rispetto ad una scelta”.
Ma certo signori, giudichiamo come al solito una ragazza che ha dei deficit, e non condanniamo “l’uomo dalla sveltina facile”.

Avanti andiamo avanti così con le donne, con le ragazze e ora anche con le bambine.
Tanto, si sa, le donne non sanno pensare, non sanno riflettere, né considerare.
Andiamo avanti così a difendere un uomo che non mi azzardo a pensare se abbia famiglia o meno, ma nella mia rabbia so che è un “insegnante”.

Un insegnante che dovrebbe prendersi cura, aiutare, diventare un facilitatore per gli allievi in difficoltà, non diventare un facilitatore dello sporco e della menzogna.

Lui è stato giudicato innocente perché “non ha costretto la ragazza a trattenersi nei locali contro la sua volontà, non ha allontanato altri studenti per poter stare solo con lei, non si è avvalso di qualunque delle facoltà derivanti dal suo status per commettere le contestate attività sessuali” (fonte Sole 24 ore).

Ma dove è andata a finire la coscienza dell’uomo, l’etica civile e sociale, l’educazione, il rispetto, la solidarietà? Dove stiamo atterrando, quando un insegnante è assolto per la sua repentinità sessuale, invece di essere radiato immediatamente dal suo ruolo di educatore e di professionista?

Non vorrei essere polemica, ma questi giudici sembrano essere laureati all’Università di Arcore, oppure simili a che dice “All’inizio fa male ma poi la donna si abitua”.

Ma ormai noi donne e non solo, non dobbiamo più meravigliarci.
La Cassazione, se ben ricordo, fu quella che stabilì che se una donna indossava dei jeans non poteva essere violentata.

Questo episodio mi ricorda l’antica Roma quando la pedofilia era lecita e consigliata.
Ma siamo nel 2017 signori, e un “professore” è stato assolto per non essere stato capace di mettere sotto l’acqua gelida il suo membro ricoperto di vermi.

Io sono nauseata, disgustata e stanca.
Ma continuerò a combattere e a denunciare. Finché avrò respiro.

E se per la legge non è condannabile lo è ampiamente per la scuola e per noi docenti che ogni giorno diamo la vita al più grande capolavoro che la natura ci regala. I nostri ragazzi, i nostri studenti.
ZAIA, I PROF. DEL SUD E IL REFERENDUM DELLO SQUALLORE

ZAIA, I PROF. DEL SUD E IL REFERENDUM DELLO SQUALLORE

 

di Claudia PEPE

Io sono veneta e nata per caso in Veneto, ma la mia famiglia è calabrese e ne sono fiera. Siamo cresciuti in un Veneto degli anni ’60, molto restia verso i meridionali, ma comunque in una terra che ci ha accolti, ci ha fatto crescere.
Eravamo 5 fratelli, la mamma casalinga e il papà Direttore del Telegrafo. Un papà che quando gli hanno proposto il trasferimento non ha pensato a lui, alle comodità, ma alle opportunità per i figli.

Nelle fredde serate d’inverno senza termosifone, ci siamo uniti ancor di più contro una cortina di nebbia che ci separava dal sole dei nostri cieli.
Nel 1960 eravamo i meridionali, gli attuali profughi, gli immigrati, le facce nere in un Nord che parlava solo in dialetto, che affittava le case solo ai residenti.

Siamo cresciuti con un doppio sacrificio per farci onore. Era un dovere che ci ha insegnato mio padre, un dovere, una responsabilità per tutti noi.

E adesso, leggo che Luca Zaia, governatore del Veneto, parla di docenti del nord e del sud, in vista del referendum autonomista del 22 ottobre.

Sono diventata insegnante, mi sono specializzata, insomma la Scuola è diventata la mia vita in Veneto.
Una scuola che mi ha insegnato tanto e in cui ripongo il mio piccolo futuro.

Luca Zaia, dal suo profilo Facebook, ha scritto un post in cui spiega i motivi per votare SI al referendum: “Grazie all’autonomia – fa intendere il governatore veneto – risolveremo i problemi della continuità didattica, perché qualsiasi docente per essere immesso in ruolo dovrà prima garantire la permanenza in Veneto per almeno un decennio.”

Quindi anche quelli del Sud. I quali, non di rado, sottoscrivono il contratto a tempo indeterminato e poi cercano di avvicinarsi a casa subito dopo aver superato l’anno di prova.
Con l’#autonomia – scrive Zaia su Facebook – creeremo una scuola funzionale alle esigenze dei nostri studenti: basta cattedre scoperte perché i docenti reclutati dal Sud rinunciano al ruolo! I bandi di reclutamento degli insegnanti saranno su base regionale, prevedendo compensi adeguati con accordi di secondo livello per chi si impegna a risiedere in Veneto per almeno 10 anni”.

È un modo come un altro per mascherare il consueto razzismo che noi insegnanti cerchiamo di combattere. Un razzismo esternato anche con le cravatte verdi che si battezzano con l’acqua del Po.

Noi insegnanti, abbiamo un campionario di esternazioni che fanno capire quanto il vostro “clima intellettuale” sia distante da noi.
«Ma mai nessuno che se la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato? Vergogna». L’auspicio choc arrivò da Dolores Valandro, consigliere leghista di quartiere a Padova, indirizzato all’allora ministro per l’Integrazione Cècile Kyenge, perché questo reato, naturalmente, lo commettono solo gli immigrati, quindi che integrazione?
Consigliera poi espulsa, certo, ma non finisce qui.

Giancarlo Gentilini con la sua “ironia” dice: «Io gli immigrati li schederei a uno a uno. Purtroppo la legge non lo consente. Errore: portano ogni tipo di malattia: TBC, AIDS, scabbia, epatite».
Poi, in occasione della festa della Lega del settembre 2008: «Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n’è più neanche uno. Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anziani. Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero».
E ancora, rivolgendosi agli “extracomunitari perdigiorno”: «Bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile».

Ma non facciamoci mancare nulla, dai. Borghezio: «Agli immigrati bisognerebbe prendere le impronte dei piedi per risalire ai tracciati particolari delle tribù»
Matteo Salvini: «Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani

Questa è una breve sintesi di chi si vorrebbe occupare di scuola e creare una scuola funzionale.
Ma funzionale a chi? Al razzismo, alla discriminazione, all’intolleranza.

Vorrei dire al governatore Zaia che senza gli insegnanti meridionali (perché questo è il suo sogno segreto, altro che tenerli per dieci anni), questo termine discrimina ancora una volta.
Diciamo che senza i docenti italiani la scuola del nord o del sud, la Scuola tutta, non potrebbe andare avanti.

La cosa evidente è che di fronte ad un referendum consultivo che non legittimerà nulla, i politici dividono l’Italia tra i baroni e i terroni.
E a chi conviene dividere un Popolo, secondo me non è un uomo che può rappresentare lo Stato.

Certo, ognuno di noi preferirebbe insegnare nella propria città, accanto ai propri figli e familiari, ma se dovessero andare via loro, chi chiamereste?

Francamente, sono stanca di sentir parlare di razza superiore e inferiore.
Non parliamo più di inclusione, aggregazione, integrazione, quando un governo ci divide in razze.
Noi insegnanti siamo tutti uguali, siamo tutti professionisti del nostro lavoro.
Per accalappiare voti non c’è bisogno di parlare ancora male degli insegnanti.
Noi siamo docenti italiani.

Un referendum che costerà 50 milioni di euro.
E se invece di spenderli in questo modo non ci occupassimo di assicurare agli edifici scolastici il certificato antisismico, il certificato di agibilità?

Inutile tentare di dividerci cari politici, sappiate che non ci riuscirete mai.
Perché noi siamo insegnanti. Non politici.

VIOLENZA NELLA SCUOLA: SIAMO TUTTI INSEGNANTI

VIOLENZA NELLA SCUOLA: SIAMO TUTTI INSEGNANTI

 

di Claudia PEPE

Sono entrata in aula.
Io sono insegnante in un Istituto Alberghiero di Monserrato, in provincia di Cagliari.
Sono entrata in aula, già prostrata dal dolore in cui la violenza aveva pervaso la mia Scuola.

Prima una lite tra due studenti fuori e dentro l’istituto, sedata solo dall’intervento dei Carabinieri.
Per un’insegnante vedere le forze dell’ordine entrare nella propria “casa”, ti fa capire che proprio quei ragazzi in cui dovremo appoggiare le nostre speranze, sono già perduti.

Ho pensato molto, ho cercato di capire, e ho pensato che avrei fatto sempre e comunque il mio dovere. Il mio dovere deve essere sempre rispettare al massimo la mia professione.

La mia professione e me lo ripeto ogni giorno, non è una missione, non è un apostolato, non può essere un centro missionario per ragazzi che nel loro passato e nel loro presente, usano la violenza come modus vivendi. E non è una violenza nata con loro, ma con la loro storia e il loro passato.

Quel giorno sono entrata in classe, un mio studente di 14 anni stava utilizzando il cellulare. In tutti i regolamenti scolastici l’uso del cellulare non è consentito durante le ore di lezione. L’ho rimproverato. Però non mi aspettavo quel pugno sul mio viso.

No, non mi sarei mai aspettata che un mio allievo, un ragazzo che tante volte avevo aiutato, compreso, capito, sferrasse su di me tutta la sua rabbia.

Ho perso l’equilibrio, sono caduta a terra e sono svenuta per alcuni secondi. Non mi ricordo chi mi abbia aiutato. Ero a terra, in balia di un mondo che mi vomitava addosso il suo malessere.

È arrivata l’ambulanza, i Carabinieri e mi hanno portata in ospedale.
Nel tragitto ho pensato a tutto il mio passato, a tutto quello che la Scuola è diventata.

Mi sono resa conto che siamo in nelle mani di una società che partorisce violenza senza pensare di arginarla. Un mondo che non capisce questi ragazzi.

Vittime di una collettività malata, infettata, contagiosa.
Ragazzi figli di una classe genitoriale troppo accondiscendente e permissiva.
Ma la colpa non è solo della famiglia. La vita ha colpito anche loro con i suoi tentacoli malati e squilibrati.

Mentre ero in barella, non trovavo parole per l’imbarbarimento della società, e nonostante il dolore aumentasse, provavo tristezza per quei genitori che difendono a spada tratta i figli.
Il significato della storia, della memoria e del nostro futuro, risiede nell’educazione.

Mentre il mio viso si gonfiava pensavo che sono un pubblico ufficiale.
Anche se la guancia mi faceva male mi sono messa a ridere: “Ma quale pubblico e quale ufficiale?

Noi siamo finiti nel substrato di una cultura che non è più degna di questa parola. Siamo diventati servi dell’ignoranza, dell’analfabetismo, dell’incompetenza.
Penso che avrò un processo, forse mi accuseranno, troveranno le colpe che non ho commesso.

Perché è così che succede. Ormai siamo colpevoli di ogni cosa, noi insegnanti.

Ma la colpa sovrana, è di essere insegnanti e soprattutto di esistere.
Forza, toglieteci di torno, tappateci la bocca, bendate i nostri occhi, riduceteci a sordi, a malati mentali, a residui della società.

Sono in barella e penso che dovrò probabilmente avere un processo per aver fatto il mio dovere, ma il mio dovere è anche andare avanti contro tutto.
Contro una “Buona scuola” che ci ha assassinati come intellettuali, contro una legge che vuole lo smartphone in classe, contro quei genitori che difendono a spada tratta i figli.

Ora sto arrivando all’ospedale e mentre il mio occhio pulsa, mi rammento che negli anni ’60, ’70, ’80 se tornavi a casa con una nota, i genitori prendevano sempre la parte dei professori e ora siamo arrivati alla violenza fisica contro gli insegnanti.

Forse perché anche noi ce la cerchiamo, anche noi provochiamo, anche noi sfidiamo le tenebre di questa società. E così, oggi, che mi trovo buttata su questa barella, coperta di lacrime di umiliazione.

Mentre arrivavo all’ospedale la mia mente vagava.
Pensavo che oggi si guarda più al buon nome della scuola che a salvaguardare un docente.

Ecco, mi stanno trasportando in Pronto Soccorso e penso: “Di cosa ci meravigliamo? I docenti sono al centro di una campagna denigratoria: ruolo, autorevolezza, competenze e modalità operative. Poi se uno studente tira un pugno all’insegnante, ci meravigliamo? Tutto bene, non è successo nulla. È solo un insegnante.”

Adesso sono stanca, non voglio pensare a nulla, non voglio pensare che la mia vita sia questa.
Ho un occhio nero, ma sono un’insegnante.
Ho la mandibola che mi fa male, ma sono un’insegnante.
Ho il cuore spaccato. Ma sono solo un’insegnante.

CARA PICCOLA, L’AMORE VERO NON CONTA I CROMOSOMI

CARA PICCOLA, L’AMORE VERO NON CONTA I CROMOSOMI

 

di Claudia PEPE

Cara piccola bambina mia, abbandonata da una donna che non è stata mai tua madre, e da un padre che di fronte al tuo viso è scappato, ora vorrei cullarti tra le mie braccia. Ti hanno lasciata ancora prima di che tu potessi allungare le tue manine per cercare quel seno che ti avrebbe dovuto nutrire.
Ti hanno lasciata da sola, in questo mondo ottenebrato dalla notte.

Cara piccola bambina mia, sei nata con il sapore delle mandorle negli occhi, con un cromosoma che fa la differenza. Una differenza infinita tra te e la più cupa ignoranza. Un cromosoma che illumina questa vita di con la tua gioia e il fragore della tua letizia.

Cara piccola bambina mia, io mamma orfana di un figlio e insegnante di sostegno darei tutto per poterti stringere a me, per poteri amare, per far di te una stella tra le stelle.
Ti hanno dato subito in adozione, ma le persone che desideravano avere un figlio, ti hanno rifiutata.

Come un residuo di questa società malata di conformismo e di una borghesia celata da una falsa solidarietà. Ancora una volta il diverso, il profugo abbandonato nelle maree increspate di bigottismo, non ti hanno voluto neppure guardare in faccia.
Non hanno voluto sentire il tuo calore, il tuo vagito. Hanno rifiutato il tuo sorriso, la tua dolcezza, la tua tenerezza.

Hanno preferito nascondersi nell’ombra di una parvenza di famiglia, dove tutto procede bene, e i bambini sono biondi con gli occhi azzurri, recitando rosari perché non diventino omosessuali, transgender.
Pregando che siano i primi della classe, obbedienti e che frequentino catechismo una volta alla settimana, pianoforte e lezioni di danza.

Cara piccola bambina mia, a cui adesso bacerei tutto il corpo, a cui la vita ha negato la vita, il mondo dal primo momento, ti aveva già condannata all’esilio dell’esistenza.
Come vorrei adottarti subito.
Ma non ho mai fatto domanda, sono troppo vecchia, e la burocrazia dell’amore è più lunga di quella della giustizia.

Sette coppie ti hanno rifiutato, sette coppie che non potranno mai conoscere la bellezza che porterai in questo deserto di umanità.
Ma forse quella luce che hai dispensato senza rendertene conto, ti ha illuminato, ti ha baciato sulla fronte. È spuntata una richiesta diversa: quella di un single che vorrebbe dedicarsi ad accudire un piccolo disabile.

Condizioni richieste? Nessuna. Ma un single, però, non è una famiglia e questo non lo renderebbe idoneo all’adozione.
Per fortuna la legge prevede delle eccezioni, e in questo caso un giudice ha avuto la possibilità di valutare il caso diversamente.

Come riporta Il Mattino, grazie alla legge 184 del 1983 (articolo 44), ora per l’aspirante papà inizierà il periodo di prova con la piccola. Un tempo che dovrebbe durare intorno ai dieci mesi e che, se tutto andrà per il verso giusto, potrebbe concludersi con l’adozione definitiva della piccola down da parte dell’uomo. Uno dei pochissimi casi in Italia.

E allora cara piccola bambina mia, hai lasciato genitori che non ti meritavano e hai trovato probabilmente una persona straordinaria.
Una persona che non conta i cromosomi, ma guarda l’orizzonte, sa leggere l’aurora, interpreta i tramonti, trova la poesia nelle pieghe di chi soffre.

Un uomo single, un uomo che non ti ha voluto negare la tua voglia di ridere, di essere persona in un mondo di fantocci mascherati da persone. L’importante, e ne sono sicura, è che ti dia tanto amore.

Quell’amore che non con conosce la diversità, perché dobbiamo capire che i diversi siamo proprio noi. Noi che giudichiamo una bambina dal numero dei suoi cromosomi.
E più, cara piccola bambina mia scrivo, più mi rendo conto che l’adozione deve essere un grande atto d’amore e non debba essere escluso a nessuno.
Anche a vecchie mamme come me.

Mi arrabbio sai, di fronte all’ipocrisia di uno Stato che nega le adozioni ai single/omosessuali, ma se poi i “normali” eterosessuali o le coppie consacrate da Santa Romana Chiesa rifiutano un bambino con problemi, allora ben vengano quelle categorie di genitori definiti “sbagliati”.

L’amore, il faro di questa misera esistenza, è l’amore che trasforma il letame in diamanti, è un miracolo un cromosoma in più in un capolavoro che solo tu, bambina mia, potrai dipingere.
Non vedi più i lineamenti. Vedi l’amore.
Questo è l’amore per un figlio, cara piccola bambina mia.
FORMAZIONE E LAVORO: UNA SERATA DA CAMERIERI DEL POTERE

FORMAZIONE E LAVORO: UNA SERATA DA CAMERIERI DEL POTERE

 

di Claudia PEPE

 

I Partigiani della Scuola pubblica è un gruppo nato per la difesa della Scuola e della Costituzione. Insegnanti che mettendoci il cuore, la faccia, il coraggio e la consapevolezza, hanno denunciato l’ennesimo scempio della legge 107.

Una legge che sta distruggendo come nessuno mai la Scuola di tutti noi e dei nostri figli. Non c’è dubbio che la 107 abbia rappresentato l’ennesimo intervento “riformatore” ai danni della Scuola italiana, a lungo vero esempio di competenza e di visione illuminista del saper essere.

Per provocare questi danni gli estensori della legge hanno introdotto non didattica, ma solo malessere. Malessere condiviso da tutti gli insegnanti, mai ascoltati, ma solo manganellati al primo vagito di ribellione. E ora, grazie a loro, scopriamo un altro sopruso.

In un comunicato su Facebook si legge: «Urgentissimo: mi servono 10 ragazzi disponibili e con la divisa completa di sala per una manifestazione con la presenza della ministra dell’Istruzione – ricordatevi che passano come crediti formativi e che potrebbe esserci anche un rimborso spese». Peccato che nessuno dei ragazzi e delle loro famiglie fossero stati informati che i crediti formativi non erano nient’altro altro che fare da camerieri a una festa politica.

Proprio quella politica che dei ragazzi se ne frega, una politica che ha deciso a tavolino di negare ai nostri studenti un futuro, la speranza e l’illusione di sogni legittimi. Si prova orrore nel vedere che dei ragazzi siano trattati da manichini, da burattini in mano a chi, pur di mantenere questo Stato di cose, siano strumentalizzati e inconsciamente collusi con forze politiche.

I ragazzi, soprattutto oggi, devono conoscere, scegliere ed essere informati. La politica l’aveva ben spiegata Don Milani quando diceva: “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.”

Ma forse a questi insegnanti e alla loro dirigente, Don Milani deve apparire come Don Abbondio: il codardo servo dei padroni.

I ragazzi “arruolati” dalla loro Scuola, sono diventati per una serata “servi del potere”.

In un set in cui loro sono state le comparse senza rimborso, e gli attori principali sono stati proprio chi li ha voluti ingabbiare in mansioni che non s’hanno da fare. In questo scenario apocalittico, non poteva mancare la nostra Ministra.

Chissà cosa avrà pensato guardando i nostri studenti con la divisa d’ordinanza fare i camerieri, a prestare servizio gratuitamente, a dover subire l’ennesimo schiaffo alla loro dignità.

Ma il ridicolo si sfiora pensando che il tema della festa era: “Formazione e lavoro: la sfida dell’occupazione”. Ed è così che lanciano la loro sfida sfacciata.

Lavoro senza retribuzione con la promessa di crediti formativi, condita da una minaccia che non ha nulla a che fare con la democrazia scritta a grandi lettere sulla nostra Costituzione. Se questo è un progetto formativo, signori, bruciamo i libri perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo. (Fahrenheit 451).

Ricordiamoci sempre che la democrazia garantisce libertà di pensiero e di espressione, e la nostra scuola, ultimamente, si è dimenticata cosa voglia dire questa magnifica parola.

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