PRIVATIZZAZIONI? ORA BASTA

PRIVATIZZAZIONI? ORA BASTA

privatizzazioni

 

 

 

di Jean DE MILLE

 

 

La cronaca di oggi mostra come la vicenda delle concessioni autostradali stia già scivolando, da tema su cui misurare il rapporto tra lo Stato e le aziende private, a puro fatto di gossip, sul quale scatenare le tifoserie.

Per cui si discute di un selfie come di un affare di importanza capitale, a cui rispondere magari ricordando un altro selfie (quello di Renzi ai funerali di Tina Anselmi). E ci si rimpallano le responsabilità fino a trasformarle in un groviglio inestricabile fatto di finanziamenti, di voti parlamentari, di clausole approvate dall’una o dall’altra maggioranza.

Tutto prevedibile, tutto orribilmente normale. Non si tratta di chissà quale complotto, ma di ordinaria manipolazione comunicativa, che ha la funzione di coprire sotto una cappa di fumo e di rumore lo snodo cruciale focalizzato in questi giorni: quello del ruolo dello Stato in economia, delle sue prerogative, della sua funzione di indirizzo politico e di controllo.

A me personalmente ed a noi profughi della sinistra sociale non importa, se non in via del tutto subordinata, di conoscere in dettaglio l’iter della concessione ad Autostrade per l’Italia.
Sappiamo benissimo quanto centrodestra e centrosinistra abbiano gareggiato nella corsa alle privatizzazioni, sorretti da un’idea del rapporto tra Stato e mercato sostanzialmente sovrapponibile, e contrassegnata dalla subordinazione del primo al secondo.

 

L’aspetto nuovo emerso in questa fase è quello di un ripensamento del processo di privatizzazione, che per la prima volta dopo trent’anni viene osservato in maniera critica da una parte cospicua della popolazione.

 

Di fronte a questo scenario la nostra posizione dovrebbe essere limpida: rigettare qualsiasi collaborazione “repubblicana” col Pd che, apertamente e smaccatamente, si pone a difesa delle lobby imprenditoriali; e dall’altro lato inchiodare il governo pentaleghista alle sue impossibili promesse.

IL DIRITTO A PROPRIO USO E CONSUMO

IL DIRITTO A PROPRIO USO E CONSUMO

diritto

 

 

di Beppe SERRELLI  (avvocato)

 

Sembra ovvio che nessuno è colpevole, finché i giudici non lo stabiliscano (stiamo freschi, risponderebbe il senso comune…).
Ma noi, nel tetragono rispetto della tripartizione dei poteri, restiamo abbarbicati a questo principio, costi quel che costi (non fa nulla che Marx e molti altri, prima e dopo, ci abbiano spiegato come il diritto rifletta i rapporti di forza tra le classi sociali…).

 

Tuttavia, pur fermi sui fondamentali, basta leggere le norme che attengono alla responsabilità contrattuale per ‘intuire’ quante cose non quadrino nel garantismo sbandierato contro la minacciata risoluzione del contratto stipulato tra lo Stato e i Benetton.

Nei contratti con prestazioni corrispettive, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni, l’altro puo’ a sua scelta chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno.”
È un principio basilare, già ben chiaro ai Romani, che da noi è fissato al I° comma dell’art.1453 C.C..

Bene: si suppone che un contratto che si rispetti sia a prestazioni corrispettive (ahimè) e che uno dei contraenti possa recedere con eventuale obbligo al risarcimento.
Un dipendente sospettato di una grave infrazione disciplinare, ad esempio, viene immediatamente sospeso dal servizio, in attesa delle sue giustificazioni. Quindi, se ritenute insufficienti le giustificazioni, viene licenziato ‘in tronco’. Poi si vede cosa diranno i giudici. Per i tre gradi passano 10 anni.

Il ragionamento del datore di lavoro è plausibile: posso tenermi un dipendente ladro, o infedele finché i giudici non decidano, in via definitiva, chi ha ragione e chi ha torto ? Evidentemente, no.

I Benetton godono di una convenzione, persino coperta da segreto di Stato, in alcune clausole, che è tutta a sfavore del concedente (lo Stato), che affida, tra l’altro, ai concessionari la ‘manutenzione’ delle strade, attraverso il corrispettivo dei pedaggi che i cittadini pagano direttamente al concessionario. Un sistema geniale (per i concessionari)…

Ma c’è un interesse vitale dello Stato. E lo Stato ha infiniti strumenti legittimi e legali per farsi rispettare, a cominciare dal potere legislativo, o semplicemente amministrativo – regolamentare. I giudici vengono dopo, molto dopo…

Crolla un ponte strategico, con decine di vittime e danni incalcolabili all’economia locale e nazionale, la sua manutenzione era affidata ad un concessionario privato ma: alt! I Benetton non si toccano. Si attendano le decisioni della magistratura! Non si tratta mica di un cameriere che si è fottuto una mancia!

P.S.: mi viene obiettato: ma ci sono le penali, (le clausole vessatorie che Delrio avrà sottoscritto una per una?). E sì, un privato cittadino che vuole impugnare al TAR un abuso di un Ente territoriale o dello Stato, non può farlo per i costi esorbitanti imposti.
A tutela di un superiore interesse pubblico. Si dice…
Quando cascano i ponti dove sta l’interesse pubblico e prevalente?
CASSESE E LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

CASSESE E LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

cassese

 

 

 

di Carlo FORMENTI

 

Note ferragostane sul numero del Corriere del 13 agosto.
L’ineffabile Sabino Cassese, in un fondo dal titolo <<Gli Stati non sono sovrani>> scopre l’acqua calda: citando i vincoli imposti dai trattati internazionali, ma soprattutto dai mercati (!!!), ci spiega che gli Stati del mondo non sono più (perché lo sono mai stati!?) isole separate e che quindi, checché ne dicano i <<sovranisti>>, non sono interamente sovrani (vedi lo scarto rispetto al titolo dove l’interamente è soppresso, perché la linea del Corriere, com’è noto, è che solo i mercati sono sovrani).
Poi, con sublime faccia nei bronzo, aggiunge che quelli che chiamiamo mercati (forse si è accorto che il riferimento a questa entità fantasmatica non incanta più nessuno) sono fatti di persone cioè…di risparmiatori, investitori, quindi di <<popolo>>.

Incredibile: una volta vigeva l’identificazione (vedi Gramsci) popolo-nazione oggi impera quella popolo-mercati.
Ma se i piccoli risparmiatori sono l’unico dei soggetti qui nominati che faccia effettivamente parte del popolo, che ci azzeccano i grandi investitori (cioè quelli che comandano i mercati, che manipolano, ingannano e sfruttano i piccoli risparmiatori e che campano parassitariamente sui debiti pubblici privati)?

Cassese così getta la maschera e ci dice per conto di chi scrive, e ancora più chiaramente ce lo dice nella conclusione: populisti e sovranisti <<hanno un concetto troppo elementare della democrazia, intesa come un rapporto esclusivo, stretto soltanto fra un popolo e il suo governo>>.

Sottinteso: qual è la vera democrazia? Naturalmente quella in nome della quale i greci hanno dovuto accettare contro la loro volontà liberamente espressa in un referendum i diktat della Troika, che ha un concetto molto più ampio della democrazia (cioè gli interessi del popolo-mercato).
Ricordate cosa ha detto quel papavero di Bruxelles dopo lo scontro fra Mattarella e il governo giallo verde: i mercati insegneranno agli italiani come votare…

Altro piccolo appunto: a pagina 5, dedicata al dibattito sulla proposta di Salvini di reintrodurre il servizio militare obbligatorio, nel taglio basso si cita l’ex Capo di Stato Maggiore Camporini che dice: <<servono specialisti, non giovani inesperti>>.

Ora io non condivido assolutamente le motivazioni che Salvini adduce per reintrodurre la naja (così educhiamo i giovani e gli insegnano la disciplina!), però mi chiedo: la sinistra dovrebbe preferire un esercito fatto di cittadini <<inesperti>> che però pensano con la loro testa e possono rifiutare di eseguire ordini che reputano ignobili (tipo sparare su una folla di manifestanti o simili) oppure un esercito di professionisti <<esperti>> che esegue di default qualsiasi ordine gli venga impartito perché quello è il suo mestiere?

TURCHIA: POSSIBILITÀ, EFFETTI ED ESITI DELLA CRISI

TURCHIA: POSSIBILITÀ, EFFETTI ED ESITI DELLA CRISI

turchia

 

 

di Giuseppe MASALA

 

Questi (nel grafico, ndr)  sono i sistemi finanziari maggiormente esposti con la Turchia. Ad occhio e croce complessivamente il sistema finanziario dell’area euro è esposto per buoni 200 miliardi di dollari. Quanto basta per terremotare tutto.

Ora il punto è semplice ed è una regola aurea eterna: quando il debito è grosso il problema non è del debitore ma del creditore. Dunque l’Europa si trova a dovrer inventarsi qualcosa perché la cosa non precipiti.

Le possibilità sono tre:

1) Salvare la Turchia con una linea di credito probabilmente della BCE. Ma è politicamente praticabile che la UE intervenga anche per salvare la Turchia? Sarebbe benzina sul fuoco del populismo;

2) Lasciar affondare la Turchia e salvare le banche europee impelagate nelle sabbie mobili anatoliche. Ma anche questo è politicamente costosissimo;

3) Andare a Washington e strisciare ai piedi di Trump implorando pietà. Solo i fessi non capiscono che il repentino crollo della lira turca è figlio dell’utilizzo di armi finanziarie della Full Spectrum Dominance USA. Utilizzo dovuto a questioni di ordine politico e militare. Detto questo, anche questa scelta non è priva di costo per gli europei: Trump chiederà un contraccambio molto alto.

L’intervento del FMI (a parte il fatto che Erdogan non lo chiederà mai) mi pare un’ipotesi difficile davvero: ma voi ce lo vedete il Sultano della Sublime Porta a prendere ordini da un Cottarelli? Possibile invece un intervento della Cina (e della Russia) se richiesto dai turchi. Di fatto significherebbe l’uscita di Istambul dall’orbita Nato e occidentale. Con le conseguenze politiche facilmente immaginabili.

Tutto il resto sono chiacchiere.

Ci sarebbe invece da domandarsi su cosa sia l’Euro e se esso sia davvero utile.
A me pare che i costi siano ormai più alti dei benefici.
Poi bisognerebbe domandarsi anche che cosa faccia la vigilanza della BCE se non ha messo uno stop ai prestiti nei confronti di un sistema-paese esterno all’area euro.

 

Se poi tutti dicono che era evidente il deterioramento degli indici macro della Turchia perché la BCE non si è accorta di nulla? Mah.
POPULISMO, DEMOCRAZIA E IL RUOLO DEGLI INTELLETTUALI

POPULISMO, DEMOCRAZIA E IL RUOLO DEGLI INTELLETTUALI

intellettuali

 

 

di Andrea ZHOK

 

Ho appena letto un interessante articolo di Paolo Ercolani (“Vaccini: l’ignoranza è più popolare della conoscenza”) che mi ha fatto riflettere. Mi ha fatto riflettere in particolare perché avevo appena dialogato con alcune persone, culturalmente formate e ben informate, che però nell’articolo di cui sopra, in quanto scettici verso le autorità, ricadrebbero nell’ambito dei “sudditi ideali”.

Nell’articolo, con un certo involontario senso del paradosso, questi cittadini, definiti “scienziati improvvisati e tuttologi dilettanti” sarebbero “sudditi ideali” perché NON obbediscono all’autorità, ma cercano di farsi attivamente una propria opinione. In sostanza, dopo che per una vita ci hanno insegnato che pensare con la propria testa è il sale di una cittadinanza consapevole, ora chi non accetta acriticamente l’autorità sarebbe addirittura carne da “totalitarismo”.

 

A scanso di equivoci, l’autorità di cui si parla non è mai una pura e semplice autorità scientifica, ma un’autorità scientifica cui ricorre ad hoc un’autorità politica.

 

Ora, in questo pezzo, come in molte altre riflessioni dello stesso tenore, vi è a mio avviso un fraintendimento di fondo del fenomeno generale cui stiamo assistendo, fraintendimento che va ben al di là della questione dei vaccini, di cui qui mi disinteresserò.

Parrebbe che il confronto attuale trovi da un lato autorità indiscusse, al di fuori di ogni tentazione e di ogni pressione, che essendo guidate dalla purezza del bene pubblico, si ritrovano per puro spirito di servizio a prendere iniziative politiche. E dall’altro lato ci sarebbe un popolo carogna, presuntuoso e diffidente che – vai a capire perché – non si fida a scatola chiusa oramai di nulla.

Ora, nelle moderne società complesse siamo tutti, senza eccezioni, degli ignoranti. Nessuno ha competenze all’altezza degli specialisti in nessun settore di pubblico interesse, salvo, per gli specialisti appunto, il proprio.
Ma al contempo tutti sono chiamati dalla forma stessa del governo democratico ad esprimere la propria volontà, NON su contenuti scientifici, ma, eventualmente, sulle conseguenze politiche di tali contenuti.

Da nessuna verità di fatto, anche concesso sia tale, discende mai per deduzione alcuno specifico dovere, alcuna specifica norma o imposizione. Tra la constatazione di un fatto e l’applicazione politica ci sono molte intermediazioni.

Quando verità, o presunte tali, si traducono in iniziative politiche tutti sappiamo che quelle verità devono essere entrate in una valutazione complessiva di costi e benefici, che ne ha reso la componente veritativa soltanto, nel migliore dei casi, un punto di partenza.
Nel caso, il più frequente, di pretese verità economiche la natura stessa della scienza economica fa spazio per un’ampia componente normativa, che esula dallo spazio delle mere ‘verità di fatto’.

In questo contesto la valutazione pubblica del ‘valore di verità’ delle decisioni politiche passa attraverso una serie di presupposti prospettici.

1) Non c’è bisogno di essere dei teorici del complotto per sapere che tutte le decisioni pubbliche sono sottoposte ordinariamente a pressioni e contropressioni da parte di agenti economici che pensano di poter trarne vantaggi o svantaggi. Solo piccola parte di tali pressioni e contropressioni avviene in forma pubblica.

2) Non c’è bisogno di immaginare alcun complotto di un grande fratello mediatico, per sapere che la gran parte delle iniziative politiche, da quando esistono i media, vengono prese sulla scorta di emergenze e allarmi mediaticamente amplificati. Le cosiddette ‘fake news’ sono esistite da sempre, ben prima che ci fosse niente di simile a internet, e molto spesso si è trattato di orchestrazioni rivolte ad ottenere specifici risultati politici (dalle fake news scioviniste sui giornali che preparavano alla Prima Guerra Mondiale alle fialette di presunte armi chimiche sventolate all’Onu, o, nel nostro piccolo, alle ‘piste anarchiche’ dello stragismo italiano, ecc. ecc.).

3) Tutti sappiamo che la capacità di pressione di organismi economici privati sulla politica non è mai stata così forte nella storia (e gli stati mai così deboli). Al tempo stesso, il principale movente che viene politicamente, e anche eticamente, legittimato ovunque è la ricerca del successo economico.

 

Date queste tre premesse, è sensato attendersi che l’infida plebe non nutra alcuna diffidenza rispetto ai proclami che tutto si fa nell’esclusivo e purissimo interesse del bene pubblico?

 

Quest’impasse, proprio per l’oggettiva difficoltà odierna di ciascun cittadino di farsi un’idea informata su temi complessi, non può essere affrontata, come invece accade, con la sufficienza e l’arroganza di chi sbotta sulla comoda e presuntuosa ignoranza della plebe.

Chi, sul piano politico, reputa che gli sia dovuta una qualche fiducia aprioristica non ha proprio capito in quali tempi viviamo. È non solo inevitabile, ma profondamente giusto che le persone cerchino di informarsi autonomamente, rispetto a quanto gli viene proposto dall’autorità politica protempore in carica. E il mezzo più potente per farlo oggi passa attraverso la rete. Naturalmente in rete si trova di tutto, dalle bufale agli articoli scientifici. Ma questo non è un buon motivo, una volta di più, per assumere toni sprezzanti rispetto ad informazioni derivate dalla rete, tanto più di fronte alla sempre minore autorevolezza e profondità delle fonti mediatiche ufficiali. Oggi qualunque ricercatore scientifico in qualsiasi disciplina trova in rete più o meno tutto ciò di cui si serve sul piano documentale. Naturalmente la sua expertise sta nel sapere come e dove cercare, e ciò è cruciale. Ma ogni atteggiamento di sufficienza verso il mezzo è pateticamente fuori luogo.

In questo quadro, che non è il frutto di occasionali complottismi o della presunzione della plebe, ma il frutto obbligato delle odierne dinamiche democratiche e politiche, l’atteggiamento più sbagliato che si possa concepire da parte degli intellettuali (giornalisti come accademici), è quello di arroccarsi in qualche forma di ‘ipse dixit’ fuori tempo massimo.

Non c’è mai stata un’epoca della storia in cui un ruolo pubblico degli intellettuali, nutrito dall’intento bicipite di cercare l’obiettività e di farsi capire, sia stato più necessario. Questo proprio perché anche persone che dedicano tutta la propria vita allo studio sono, di volta in volta necessariamente ignoranti su questo o quel tema, e nel momento in cui si tratti di temi che portano a decisioni normative (politiche) quelle stesse persone hanno l’esigenza, il diritto, e persino il dovere, di farsi un’opinione autonoma.

Sciaguratamente, invece di uno sforzo di ascolto e comunicazione, la reazione cui ci si trova di fronte sempre più spesso è o l’arroccamento dogmatico in molteplici ‘si sa’ (difetto prevalentemente accademico), oppure, peggio, a campagne mediatiche strumentali e a senso unico, che screditano ulteriormente l’autorevolezza di chi fa informazione.

Invece di una politica che alimenta la trasparenza dei processi decisionali e che supporta la capacità di formazione/informazione autonoma da parte di tutti, ci siamo ritrovati costantemente di fronte ad una politica intessuta di doppie verità (una edulcorata per la plebe, l’altra per gli addetti ai lavori), ad una politica capace di muovere leve mediatiche, e poi anche di agire sulla base di emergenze mediatiche, e infine ad una politica che di fronte al crescente distacco della gente replica con lo sprezzo verso gli ‘ignoranti’.

 

 

 

GRECIA TRA PASSATO E PRESENTE

GRECIA TRA PASSATO E PRESENTE

grecia

 

 

di Maria CAFFARRA TORTORELLI – [MovES]

 

 

Nell’estate del 1975, appena un anno dopo la caduta della dittatura dei Colonnelli – militari ferocemente anticomunisti – mi recai in Grecia con amici.
Eravamo felici per la riconquistata libertà di quel popolo ed eccitati di visitare, finalmente, la Terra, il cui detto popolare, “una faccia-una razza”, ci sottolineava la similarità di cultura, come i principi e valori, dei nostri due popoli.
Trovammo un Paese molto povero, arretrato nei Servizi ma ricco di umanità e ospitalità, qualità tipiche di quella civiltà.

 

La gente che incontravamo nelle stradine che portavano al mare, pur non conoscendoci ci invitava dagli usci delle case a bere un caffè o almeno un sorso d’acqua.
Ci chiedevano se avessimo mangiato, disposti a privarsi del loro, per generosità.
Si respirava a pieni polmoni, insomma, l’entusiasmo per la ritrovata libertà dal fascismo.

Nel Peloponneso, prima tappa del nostro viaggio, facevano a gara per ospitarci.
Avere un turista da esibire agli amici, quasi come un trofeo, era la dimostrazione d’essere dei privilegiati scelti dagli Italiani
La sera ci offrivano immancabilmente i ‘souvlaki’ pur non avendo grandi disponibiltà economiche e noi li accettavamo sia per non offenderli e sia perchè ci venivano incontro economicamente essendo anche noi in bolletta.
Tra ‘Kalimera’ e Parakalo’ ci veniva il desiderio di abbracciarli tutti per l’empatia che sprigionavano con i loro sorrisi.

Sono tornata piu volte in Grecia e l’ho ritrovata sempre piu ricca ed evoluta, dopo il riscatto dal Regime dei Colonnelli. Fortunatamente anche noi eravamo più agiati e potevamo concederci maggiori comodità, che quella Terra, ormai, arrichitasi dalla propria operosità, offriva ai turisti.

Se ripenso a quel lontano 1975 mi sembra di aver vissuto un bel sogno che purtroppo non esiste più.
Leggo, nel presente, di una Grecia sofferente che sta vendendo, addirittura, il proprio patrimonio artistico perchè una spietata UE l’ha messa in ginocchio.

 

Una Grande Dama inginocchiata agli strozzini!

 

Non è vero che questa Nazione ha vissuto sperperando e conducendo una vita al di sopra delle proprie possibilità; è vero, invece, che solo alcuni si sono arricchiti impunemente con le speculazioni finanziarie delle borse europee.

Il piano “Salva Grecia” è servito per prendere tempo e permettere alle Banche tedesche di liberarsi di titoli greci non piu buoni.
La mortalità è cresciuta per malattie e suicidi.
Il sistema sanitario è stato demolito
La povertà con l’accordo Troika–Tsipras è aumentata quasi del doppio.
Lo stipendio medio è di 300 euro e molti vivono di carità.
Gli entusiasmi al grido “Abbiamo salvato la Grecia e l’Euro”, sono stati una truffa.
La Troika ha colpito profondamente nella vita e negli affetti dei Greci, portando solo disperazione.

Dov’è finita la Grecia della speranza e dell’ottimismo, dei Kalimera sorridenti, che avevo conosciuto nel passato?
Non posso credere che il sorriso di quel popolo sia definitivamente spento, sconfitto dai signori della guerra in giacca e cravatta.

Anzi, sono sicura che, anche in Grecia, presto verrà il giorno della Liberazione da un’occupazione silente e maligna come questa e sono altresì certa che per fare in modo che accada, ogni paese europeo vi contribuirà. Dovrà farlo.
La Storia insegna, proviamo tutti almeno una volta ad essere scolari.
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