LA SCUOLA “FAST AND FURIOUS”

LA SCUOLA “FAST AND FURIOUS”

 

Chi parla è un professore che ha “dedicatao più di vent’anni agli alunni delle superiori, cercando di rispondere alle loro domande.”
E le risposte le dà, le dà precise e senza paura di dire la verità.

 

La mia opinione sul liceo breve e sulle sperimentazioni che tolgono anziché aggiungere.
Se si vuole una scuola migliore la strada è solo spenderci di più, non di meno.
In pratica, considerarla un investimento: il più importante investimento che si possa fare sul futuro.
Temo che non sia un post popolare, soprattutto per gli alunni. Fatemi sapere che ne pensate.

 

SI FA PRESTO A DIRE POPOLO DI PECORE E BUOI!

SI FA PRESTO A DIRE POPOLO DI PECORE E BUOI!

di Alberto SCOTTI

Prendi un popolo, lo fai sguazzare scientemente nella più crassa ignoranza, ad esempio distruggendo la tv pubblica, che, bene o male era un formidabile mezzo di trasmissione di buona cultura di massa, dici loro che è meraviglioso vivere in una società libera e opulenta, dove tutto è commercio e appagamento di capricci quotidiani.

Trasformi sostanzialmente questo popolo in una mandria di buoi che passano la loro esistenza transumando da un centro commerciale all’altro, poi togli loro la dignità del lavoro, diritti sociali, trasformi la democrazia in un’oligarchia con partiti e parlamenti che non rappresentano più nessuno e otterrai una massa informe di rancorosi incafoniti che stanno lì con la bocca aperta ad aspettare quel benessere che gli hai promesso e manco hanno avuto. Non hanno né benessere né cultura.

L’unico mezzo rimasto a questi esseri semi-umani, creati da te, politico, in special modo politico di “sinistra”, per sfogare la propria abnorme frustrazione è l’insulto.

Se sei uomo ti augureranno la morte violenta, la maciullazione, la decapitazione, il rinsecchimento dell’uccello e se sei donna, lo stupro di gruppo.

Questa è la società modellata dalla moderna “sinistra”, dall’ulivo mondiale, a partire dagli anni ’90.
Cos’è questa moderna “sinistra” se non la vecchia contessa che affama i suoi contadini, li fa sguazzare nell’ignoranza e poi quando questi le si rivoltano contro, come sanno e come possono, urla sdegnata: “allontanate da me quei rozzi e volgari villici!”?

LA SOLIDARIETÀ SI INSEGNA

LA SOLIDARIETÀ SI INSEGNA

di Marcella RAIOLA

Che posti come Lloret de mar siano mostruosi templi eretti al conformismo consumistico compulsivo e convulsivo mascherato da trasgressione, “zone franche dell’eccesso” predisposte come trappole dal sistema capitalistico per disarticolare le forme politiche in cui potrebbe esprimersi il disagio dei giovani, è una cosa evidente.

Di questi tempi, è da registrarsi come conquista importante dell’intelletto e come prova di residua vitalità dello spirito critico collettivo il fatto che si arrivi a creare un rapporto di causa ed effetto tra le esigenze di neutralizzazione della reattività politica e culturale dei giovani e l’esistenza di posti devoluti al loro abbrutimento. Però dobbiamo arrivare alla stessa profondità analitica anche quando passiamo dai luoghi a quelli che li frequentano.

Sì, è vero quel che abbiamo detto e quel che Aldo Masullo ha egregiamente ribadito, cioè che la gioventù è afasica, che perciò predilige posti in cui non sia possibile parlare, in cui il buttafuori è il dio che stabilisce chi accede al presunto piacere e chi no, in cui c’è promiscuità ma non rispetto dell’alterità, in cui ci si stordisce con l’iterazione robotica e meccanizzante di un ritmo forsennato; però non abbiamo detto a sufficienza che questo ottundimento procede dal modello pedagogico che abbiamo adottato e perfino istituzionalizzato, che prevede individualismo spinto fino al mors tua vita mea, competizione, accettazione di ogni gerarchia possibile come un dato “naturale”, accaparramento di risorse, qualunquismo, trasformismo interessato, doppia morale e utilitarismo etico.

Se questo è l’insegnamento, implicito e indiretto o dichiarato e vantato, non ci deve stupire che nessuno sia intervenuto a fermare il massacro di Niccolò.
Non è stata la paura; non è stato il voyerismo crudele e abominevole di una generazione “decerebrata” o “disanimata”: è stata la disabitudine alla solidarietà, la non più esperita né raccomandata partecipazione al dolore e alla gioia altrui, l’incapacità di pensare il NOI in modo non strumentale e la parallela, malsana abitudine a pensare a quel che accade a ciascuno come a qualcosa di “meritato”, o come al prodotto di una serie di circostanze immodificabili da parte di chiunque.
La solidarietà si insegna. La ribellione alla prepotenza si insegna.

La preziosità della vita umana si insegna. L’immedesimazione nella sorte altrui si insegna. La prevalenza e l’anteriorità del bene collettivo rispetto al tornaconto personale si insegnano. La sensibilità e l’indignazione si insegnano: non sono istinti. Non ci sono attitudini, sentimenti o inclinazioni morali “naturali”.

L’umanità si insegna.
Ci vuole tempo. Ci vogliono esempi. Ci vuole retorica.
Ci vuole corrispondenza tra quel che si insegna e quel che si pratica.
Ci vuole amore, profuso senza risparmio da parte di chi insegna e profuso liberamente da parte di chi lo riceve e impari a sentirlo come un potenziamento del suo essere in senso assoluto, cioè sciolto da ogni calcolo.

Meravigliarsi del fatto che nessuno sia intervenuto, considerato il milieu “educativo” di gran parte dei nostri giovani e delle nostre giovani, è un po’ come meravigliarsi che Tarzan non sappia usare le posate.

LA RIFLESSIONE DI UN PRESIDE SUI LICEI BREVI

LA RIFLESSIONE DI UN PRESIDE SUI LICEI BREVI

di Raimondo Rosario GIUNTA

Da preside mai e poi mai chiederei la sperimentazione dei licei brevi; trovo tante cose brutte dentro questa proposta, che peraltro non riguarda tutti gli indirizzi delle secondarie, ma guarda caso quelle scuole in cui vanno molti pargoli, i cui genitori pensano di saperne di più degli insegnanti, che non vedono l’ora che termini la scuola per mandare i figli all’estero, che non stimano la scuola nel suo complesso e come mondo. Parola d’ordine: meno ci si sta e meglio è.

Mi sembra un cedimento ai gusti, alle pretese e ai giudizi di gente che per censo, possibilità e risorse potrebbe fare a meno di mandare i figli a scuola. Saprebbero come istruirli e sistemarli… Una versione penosa di condiscendenza sociale.

Chi conosce la scuola sa che va riqualificata, riassettata, stabilizzata, rasserenata, sostenuta e sa che gli alunni, tutti, hanno bisogno di tempi lunghi e non di didattiche brevi per maturare sul piano umano e intellettuale.

Questa storia dei quattro anni delle superiori o quella dell’età di uscita dalla scuola, di un anno in più rispetto alle scuole europee, è una miserabile scusa per ridurre le spese sull’istruzione. Insensata, anche perchè è più che nota l’ampiezza della disoccupazione giovanile e perchè noto dovrebbe essere che queste generazioni in pensione ci andranno a 70 anni.

E allora, cui prodest?

LICEO DI 4 ANNI, OVVERO IL GROUPON DELL’ISTRUZIONE

LICEO DI 4 ANNI, OVVERO IL GROUPON DELL’ISTRUZIONE

di Matteo SAUDINO

In Italia si sa, ogni Ministro dell’Istruzione vuole passare alla storia per aver promosso e attuato una riforma che innovi il sempre vetusto e inadeguato ai tempi sistema scolastico.

Dalla scuola dell’autonomia di Berlinguer alla buona scuola dell’alternanza lavorativa di Renzi-Giannini, dalla scuola delle tre I (internet, inglese, impresa) della Moratti alla snella scuola azienda della Gelmini, abbiamo assistito a variopinti tentativi di rendere la scuola italiana del presente e del futuro più moderna ed efficiente, nonostante essa avesse nel ciclo della primaria e nei licei un punto di forza formativo ammirato in tutto il mondo.

Al di là delle giustificazioni pedagogiche e didattiche, sostenute con zelo dai soliti esperti menestrelli ben retribuiti dal potere, ogni riforma è stata ideata e progettata rigorosamente all’interno di due parametri, uno economico e uno ideologico, entrambi di rigida matrice liberista.

Il primo, figlio dell’Europa di Maastricht, consiste nella costante riduzione della spesa pubblica e il secondo nella modernizzazione, in senso competitivo, aziendale e tecnologico, dei processi formativi.

Per realizzare tale progetto era indispensabile superare la scuola italiana del Novecento, la quale, con tutti i suoi limiti, poggiava su un’architettura costituzionale egualitaria e solidaristica finalizzata all’emancipazione della persona.
Ogni riforma, pertanto, ha smantellato, spesso tra l’indifferenza dei cittadini e la complicità dei sindacati confederali, un pezzo di scuola statale con una manovra a tenaglia: da un lato contraendo la spesa per l’istruzione, attraverso la riduzione del personale e il taglio delle discipline, dall’altro cambiando la didattica, considerata troppo frontale e contenutistica.

La scuola negli ultimi 25 anni è stata presentata, dalla classe dirigente italiana all’opinione pubblica, come un costo da ridurre e un’auto vecchia da rottamare e da sostituire con una più smart e cool.
In quest’ottica va letto, a mio avviso, il decreto con cui il Ministro Fedeli ha deciso di attuare la sperimentazione del liceo di 4 anni, tanto desiderata e agognata da Gelmini e Aprea.

La riduzione a 4 anni del liceo, infatti, porta con sé un innegabile risparmio per lo stato, ma soprattutto permette al governo di modellare il percorso formativo degli studenti ancora di più sul mercato del lavoro e sulle esigenze delle imprese.

Per fare ciò dal Ministero fioccano banalità e bugie a dir poco imbarazzanti del tipo: ci adeguiamo all’Europa (falso, in quanto solo 8 paesi hanno le superiori di 4 anni); il programma non sarà ridotto perché gli studenti faranno in quattro anni quanto gli altri continueranno a fare in cinque (come è possibile? Gli studenti 2.0 sono più intelligenti e veloci oppure sono gli studenti “normali” ad essere tonti e lenti?).

In realtà, il liceo di 4 anni è un’ulteriore tappa di superamento dei quell’idea di scuola democratica, ormai incompatibile, con la società di mercato che il capitale nazionale e internazionale e i governi, che di quest’ultimo ne curano gli interessi, stanno costruendo per i cittadini del XXI secolo.

Serve una scuola veloce che riduca al minimo le conoscenze e il pensiero critico, che sviluppi neutre e asettiche competenze da offrire al mercato del lavoro e che consumi in modo bulimico e compulsivo tecnologia. Nella nuova scuola i contenuti evaporano, i professori si trasformano in preparatori, gli studenti diventano clienti-stagisti e i presidi indossano i panni dei manager.

In questa scuola mutante quello che si fa in 5 anni lo si può fare anche in 4 anni, o addirittura in 3. Studiare, approfondire, leggere, andare a teatro, vedere in modo critico e consapevole film, mostre e musei, discutere e fare i compiti (ORRORE!) sono pratiche secondarie nel nuovo liceo: la centralità è data dall’alternanza scuola-lavoro, dalle certificazioni linguistiche e informatiche, dall’uso delle nuove tecnologie.

La scuola veloce, usa e getta, è progettata per la società del consumo e della precarietà: bisogna diplomarsi prima, per andare prima all’università e per essere rapidamente a disposizione del mercato, il quale, come una divinità, deciderà chi è utile e quanto vale e chi, invece, è inutile e marginale.

Il liceo di 4 anni è il Groupon della formazione: un rapido assaggio di Dante, Platone, Seneca, Caravaggio, Leopardi, Shakespeare; se ti è piaciuto ci ritorni, altrimenti navigando sul tuo smartphone realizzerai altri e più eccitanti interessi. Il liceo di 4 anni è un vero e proprio furto operato sulle spalle dei giovani; è un furto di futuro, di formazione, di opportunità, di crescita individuale e collettiva.

E come tutti i furti, il liceo di 4 anni, mostra la sua natura intrinsecamente classista, poiché meno scuola significa meno conoscenze, meno opportunità e meno esperienze per i figli delle famiglie più povere, sempre che esse decidano ancora di iscrivere i propri figli in un liceo.

Stiamo assistendo ad una mutazione genetica del sistema scolastico statale: scuola precaria per formare lavoratori precari, scuola azienda per educare al mercato, scuola povera di contenuti per formare sudditi consumatori, scuola show per preparare alla società dei talent, scuola dell’alternanza lavorativa per tenere bassi i salari, scuola snella per una società veloce e superficiale, scuola delle competenze per svuotare i contenuti e la creatività, scuola degli invalsi per una società di quiz, scuola dei bignami per una cittadinanza priva di spirito critico.

Il progetto è ormai chiaro da anni e chi vuole un altro tipo di scuola e di formazione pubblica deve armarsi di pazienza e volontà e, come Sisifo, continuare tenacemente ad opporsi a questa tirannia della mercificazione del sapere e delle vite, che a differenza delle altre forme di autoritarismo è molto più subdola, è come un veleno che, iniettato quotidianamente a piccole dosi, ti fa morire senza che la maggioranza degli uomini e delle donne se ne accorga. Il neo-potere democratico-autoritario sa presentarti la corda con cui impiccarti come se fosse una cravatta da indossare per andare ad una festa.

Meno scuola, meno latino, meno matematica, meno compiti, più stage, meno anni di studio, programmi ridotti, materie tagliate, prima all’università, prima nel mondo del lavoro, prima con un guadagno: ecco la mela rossa, luccicante, ma avvelenata offerta agli studenti e alle famiglie in un’epoca di crisi.

Oggi, in una società sempre più liquida e ingiusta, la via da percorrere, invece, è quella diametralmente opposta: serve più scuola, più didattica laboratoriale, più sport, più tempo per studiare, per leggere, per confrontarsi, per conoscersi, per sviluppare capacità critiche, per fare esperienze. Roma non fu costruita in un giorno e allora non si capisce perché togliendo più tempo alla scuola le nostre ragazze e i nostri ragazzi dovrebbero crescere più sani e robusti intellettualmente.

Se tolgo una torta dal forno venti minuti prima o la faccio cuocere rapidamente a 300 gradi, essa difficilmente sarà più buona. Così vale per tutti i percorsi di crescita e formazione umana, improntati alla libertà e alla dignità.

Un albero per crescere necessità di tempo.
L’anatroccolo per diventare cigno necessita di tempo.
La terra per dare i frutti ha bisogno di tempo.
Viaggiare e scoprire il mondo richiedono tempo.
La bellezza necessita di tempo.
Per essere felici ci vuole tempo.

La velocità è nemica della qualità della vita. Il potere che ruba il tempo che serve per crescere e formarsi, promettendo tempo per lavorare, guadagnare e consumare, è nemico delle persone.

BERLINGUER: USCIRE DALLE ILLUSIONI. LE STESSE DI OGGI

BERLINGUER: USCIRE DALLE ILLUSIONI. LE STESSE DI OGGI


di Fiorenzo MEIOLI

Nel 1974 si tenne, a Genova, la Sesta Conferenza Operaia del PCI e fu conclusa dal segretario Enrico Berlinguer.

Chiuse la Conferenza con queste parole: “Oggi siamo al dunque. Siamo ad una crisi che investe tutta la vita del paese, in ogni campo:l’economia, la SOVRANITA’ NAZIONALE, l’amministrazione pubblica, la giustizia, la sicurezza dei cittadini, la scuola, la vita culturale, la morale, i valori ideali. O si cambia strada o non si sa davvero dove si va a finire”.

Sono passati oltre 40 anni e quelle intuizioni sono oggi più attuali che mai.

Già allora Berlinguer aveva capito che occorreva uscire dall’illusione della possibilità di riforme condotte, come recentemente ha scritto un economista, “con successo all’interno di un modello che è stato costruito in cemento armato per non essere cosa diversa da ciò che è”.

 

(foto di Archivio de l’Unità)