QUANTITATIVE EASING: perchè non è servito quasi a nulla

QUANTITATIVE EASING: perchè non è servito quasi a nulla

 

easing

 

Pochi minuti per una spiegazione che da sola fa comprendere che restando in questo sistema per la nostra economia, quindi anche per noi, molto presto non ci sarà più molta speranza.
Il bravo Domenico Cortese che seguiamo dal suo blog e dalla sua pagina Facebook “Filosofia del Debito”, col suo canale Youtube ci introduce a ciò che viviamo in maniera comprensibile a tutti.

Il Quantitative Easing di Mario Draghi: come funziona e che effetti ha prodotto sulla nostra economia. In sintesi: ZERO, anzi i dati dicono che essi sono stati negativi per il credito all’economia reale. In un video successivo si affronterà la questione del risparmio sul pagamento degli interessi sul debito pubblico.

Filosofia del Debito

 

A Reggio Emilia, attacco alla Resistenza

A Reggio Emilia, attacco alla Resistenza

reggio

 

di Michele Josie Wales Becchi e Alessandro Fontanesi

 

Accade sottotraccia, in sordina, accade nella nostra città, Reggio Emilia (ndr), presso l’Hotel Le Notarie, non nuovo a eventi del genere: il 10 novembre prossimo è in programma la presentazione di un libro dal titolo “Compagno Mitra, saggio storico sulle atrocità partigiane”.

Autore ne è quel Gianfranco Stella (che si autodefinisce “di area cattolica”) già condannato per diffamazione (nei confronti di Carlo Boldrini, figlio di Arrigo, medaglia d’Oro al Valor Militare e deputato della Repubblica, e nei confronti del reggiano Nemesio Crotti, ex comandante partigiano e scrittore), assolto in un caso e prescritto in altri. Il libro, si legge nel retrocopertina, si prefigge di descrivere (testuale) “le efferatezze SCOPERTE dall’autore”, gli “episodi di forte criminalità” commessi da partigiani, membri di “quella resistenza di cui si aveva vergogna già all’indomani della liberazione”.

Sia nella pagina Facebook dell’autore, che in quella dall’evocativo nome di “partigiani con le mani rosso sangue” vi sono diversi estratti del libro, in cui sono citati (con commenti vari, che vanno dal negativo al vero e proprio epiteto infamante) diversi esponenti della resistenza reggiana, come Reclus Malaguti, Armando Attolini, Fausto Pattacini, o come Didimo Ferrari “Eros”, definito “il Boia della provincia reggiana”.

Seguono poi commenti in cui l’Anpi in particolare e i resistenti in generale vengono definiti con epiteti quali “Assassini”, “Criminali”, ”Traditori della Patria”, o altri meno “intellettuali” tipo “merde rosse”, “zecche”, o con un generalistico “figli di puttana”…

Potrebbe essere INUTILE ricordare allo Stella e ai suoi fedeli estimatori, che questi episodi ormai DA ANNI sono stati riportati, sviscerati ed analizzati su numerose pubblicazioni, fra cui vorremmo ricordare quelle del reggiano Massimo Storchi “Combattere si può vincere bisogna” (sulla violenza fra guerra e dopoguerra), o “Il Sangue dei Vincitori” (sui crimini fascisti e relativi processi), e quelle di tanti altri autori scientificamente rigorosi. Niente altro che epiteti, odio e livore sembrano invece trasparire dal lavoro dello Stella e dai commenti dei suoi estimatori.

Uno di questi (…a proposito di verità, rigore scentifico e onestà intellettuale…) descrive la “ricerca” come effettuata “…sul campo, in casa del <nemico> magari sotto mentite spoglie come mi ha raccontato personalmente il dott. Stella”. INUTILE anche ricordargli il lavoro dei vari Istituti Storici della Resistenza, in quanto definiti in retrocopertina “squallide espressioni dell’egemonia culturale della Sinistra” capaci solo di generare “imponente pubblicistica settaria”, a cui però i numerosi epigoni di Pansa sembrano non disdegnare di attingere, almeno per quanto gli è comodo, disdegnando il resto.

L’intento delle pubblicazioni come questa è sempre il medesimo, equiparare i partigiani ai fascisti, l’antifascismo al fascismo, proprio per indulgere il fascismo stesso, derubricandone il devastante portato storico e polico non solo per il nostro Paese, ma per l’intera Europa e questo anche dopo la fine della guerra.

E’ sempre bene ricordare che, lasciando da parte le vittime e i soprusi accumulati in 20 anni di regime, lasciando da parte i caduti nelle guerre coloniali e nella Guerra Civile Spagnola, lasciando da parte i caduti nella guerra 1940-1945, lasciando da parte i caduti Partigiani (in quella Guerra di Liberazione che proprio A CAUSA dei Fascisti Repubblicani ebbe ANCHE carattere di guerra civile), è sempre bene ricordare che Reggio Emilia e la sua provincia subirono, nel solo periodo 1943-1945, la perdita di circa 1600 caduti CIVILI (fonte Albi della Memoria di Istoreco), vittime incolpevoli sia di operazioni nazifasciste, che di deportazioni verso la Germania, in cui i fascisti repubblicani ebbero parte attiva.

Di contro, è storicamente accertato che gli scomparsi in provincia di Reggio (che Stella attribuisce alla presunta “mattanza marxista”) sono circa 500, la cui morte, secondo le citate pubblicazioni, è in parte sì attribuibile a violenza politica di pochi e identificati elementi, ma anche a diffuso risentimento popolare (per i motivi sopra accennati), a vendette personali o di “semplice” criminalità, caratteristiche comuni a tutti i dopoguerra e frutto avvelenato che ogni guerra lascia come lunga e pesante eredità, come ampliamente illustrato nelle ricerche sopra citate. E bene anche ricordare che, a fronte di 259 condanne a morte pronunciate in Italia contro criminali fascisti, ben 168 NON vennero eseguite, che dei 5.594 condannati, ben 5.328 furono liberati, amnistiati o graziati, e che dei 1.200 criminali di guerra italiani presenti nelle liste delle Nazioni Unite, non uno venne consegnato o perseguito.

Al contrario, ad essere perseguiti e incarcerati nel periodo della Guerra Fredda, furono i partigiani di ogni colore, tuttavia con particolare predilezione per quelli comunisti, spesso con motivazioni pretestuose e artatamente costruite, come nel caso di Nicolini e di Baraldi, che solo dopo molti anni sono stati pienamente riabilitati e assolti da quelle che furono invece vere e proprie macchinazioni politico giudiziarie. Altro che il “conformismo culturale” evocato da Stella.

Questa forzatamente lunga introduzione è necessaria per esprimere, con le dovute motivazioni, (come cittadini reggiani e cittadini di questa Repubblica, di cui la Resistenza era e rimane uno degli ATTI FONDATIVI) il nostro sdegno per le frasi riportate, per il loro contenuto diffamatorio nei confronti del nostro territorio e dei suoi abitanti, e per l’insulto che il chiaro intento propagandistico dei contenuti visionati (lungi dal potersi chiamare saggio storico) comporta nei confronti delle istituzioni, di tutte le Associazioni Partigiane, dei familiari dei resistenti chiamati in causa, e di tutti i caduti di una guerra IMPOSTA, nel reiterato e puerile tentativo di ribaltare responsabilità storicamente accertate.

Per gli stessi motivi, esprimiamo anche il senso di INOPPORTUNITA’ che proprio a REGGIO EMILIA, città insignita di Medaglia d’Oro al Valore della Resistenza, vengano ospitati simili eventi.
Qualora si riterranno diffamati, i familiari dei resistenti citati e le Associazioni procederanno autonomamente nel muovere i passi necessari nel confronto dell’autore. Riteniamo però che sia necessaria, se non altro, almeno una presa di distanza da parte delle Istituzioni.

Lo scorso 25 aprile, nel corso delle celebrazioni a Reggio, il Presidente della Regione Bonaccini ha affermato: “Qualcuno dice che la storia la scrivono i vincitori: quello che è certo, è che è profondamente sbagliato non riconoscere che c’era chi combatteva dalla parte di fascisti e nazisti, contro ogni forma di democrazia, e c’era chi combatteva per la libertà e per la democrazia. E da loro, dalla loro scelta di campo e dal loro sacrificio, non da altro, è nata la Costituzione repubblicana, l’Italia libera e democratica”.

Ha proseguito il Sindaco Vecchi: “Oggi, nel commemorare quei fatti – contro ogni forma di revisionismo e di dimenticanza – abbiamo molti motivi per celebrare il 25 aprile con spirito attento e con coscienza vigile. E’ sufficiente non voltare lo sguardo colpevolmente davanti a episodi sempre più frequenti in Italia, ma anche in Europa, per dover constatare come i ‘sostenitori’ di nuove forme di discriminazione, razzismo e fascismo abbiano rialzato la testa e cerchino di imporsi nel dibattito pubblico. Contro tutti costoro Reggio Emilia, città Medaglia d’oro della Resistenza, non abbasserà mai gli occhi. Un impegno, il nostro, che si sostanzia tutto l’anno, attraverso i Viaggi della Memoria, il lavoro nelle scuole e nei luoghi di confronto politico e democratico, nell’attività quotidiana dell’istituzione pubblica”.

Oggi, se i discorsi del 25 aprile hanno davvero un valore e un peso, e non sono solo parte di un rito svuotato di ogni contenuto, chiediamo ai nostri amministratori di dare un seguito concreto a quelle parole stigmatizzando chiaramente l’evento, atto più che mai necessario nel momento politico che stiamo vivendo, e di fronte a una così esplicita provocazione antistorica e revisionista. Restiamo in attesa.

UTERO IN AFFITTO: NON C’È PROPRIO PIÙ RITEGNO

UTERO IN AFFITTO: NON C’È PROPRIO PIÙ RITEGNO

utero

 

di JEAN DE MILLE

 

Senza alcun ritegno. Qualche giorno fa (ndr), Vendola, ospite di Matrix, ha parlato della “assoluta felicità” con la quale una donna ridotta a incubatrice avrebbe portato nel grembo il bambino destinato all’adozione.

A differenza di Vendola mi chiedo quale manifestazione più eclatante di egoismo si possa immaginare rispetto alla mercificazione del corpo materno e del suo piccolo abitante, ridotti a oggetto di una transazione economica.

Attraverso questa pratica aberrante si noleggia una donna riducendola a mero strumento di riproduzione, a macchina-fattrice: si sfrutta la sua povertà, la sua condizione di bisogno, e la si priva del figlio.
Qualcuno potrà ribattere che la madre-utero è libera di scegliere, scordando però che la marginalizzazione socio-economica è un pessimo coadiuvante della libertà.

Utero e neonato vengono trattati al pari di un qualsiasi bene di consumo, portando alle estreme conseguenze il processo di mercificazione indotto dal capitalismo. Qualcuno ci sente odore di sinistra?!
A me sembra piuttosto la pratica del lavoro fordista, della catena di montaggio, in cui ora gli umani prendono il posto della macchine e ne diventano sostanzialmente omologhi.

L’affitto di un utero si inserisce nell’ambito di quelle pratiche mediche che recentemente sono state definite come “biolavoro”. Si tratta sostanzialmente di una colonizzazione dei corpi da parte dell’industria medica e farmaceutica, con la sua prassi compiutamente capitalistica basata sulla generalizzazione del profitto, e sulla sua estensione a tutti gli spazi vitali. Il corpo perde la sua qualità di soggetto-che-lavora, e si trasforma nel luogo stesso della produzione, o meglio in oggetto lavorato, pura appendice materica di un processo economico e monetizzante che lo ingloba ed al contempo lo scavalca.

E non si pensi che il biolavoro si fermi alla maternità surrogata: produzione di ovociti, di spermatozoi, di tessuti riproduttivi per le cellule staminali vanno a completare il quadro. Fino a giungere, in un crescendo di aberrazione, a quei corpi che (nei paesi poveri ma anche negli Usa) si prestano alla sperimentazione di farmaci, in cambio di denaro o delle cure stesse cui altrimenti non potrebbero accedere.

Con tutto questo, la vulgata radicaldemocratica vorrebbe che non si esprimessero giudizi morali. Mi chiedo se la tacita liberalizzazione di queste pratiche debba essere festeggiata.

Ed ovviamente mi rispondo che la sola festa possibile è quella del capitale, che continua il suo trionfale processo di espansione, e di sussunzione di tutto ciò che è umano entro le sue logiche.

NAZIONALIZZERANNO O NON NAZIONALIZZERANNO I 5 STELLE?

NAZIONALIZZERANNO O NON NAZIONALIZZERANNO I 5 STELLE?

nazionalizzeranno

 

 

 

di Mauro GEMMA  [MARX XXI]

 

Nazionalizzeranno o non nazionalizzeranno i 5 Stelle? “Ai posteri l’ardua sentenza”.

Io sono di quelli che preferirebbero che i comunisti insistessero con tutte le loro forze perché ciò avvenga, senza dare per scontato nulla. Se i 5 Stelle non lo faranno e si limiteranno a proclami, si assumeranno le loro responsabilità e ne renderanno conto a chi li ha votati.

Quello che però è certo è il fatto che a nazionalizzare non sarà mai una “sinistra radicale” tanto presente con le “dichiarazioni di principio” (che, paradossalmente, aiutano anch’esse una Lega recalcitrante, se non ostile, sull’argomento a costringere il governo a marce indietro), quanto assente dalla scena politica ed elettorale del nostro paese.

I proclami a questa “sinistra” che sembra aver dimenticato che fino al 28 maggio 2018 al governo per molti anni c’è stato il centro-sinistra (anticipato da Monti nel 2011, con il colpo di Stato del presidente piddino Giorgio Napolitano) non costano nulla.

Per questo, alcuni di costoro se la prendono con il “popolo bue” che non capisce quanto sono bravi e decisi nel mettere in pratica i loro proclami. Mai un’autocritica da parte di questa “sinistra”, perché la colpa è sempre degli altri, anche del popolo che, come scrisse sarcasticamente Brecht, siccome non ha capito, “andrebbe abolito“.

E a proposito di coerenza tra il dire e il fare, perché non sentiamo mai una parola critica, anche blanda, nei confronti di quello Tsipras, a cui hanno intitolato anche una lista elettorale?

 

Con lui si che la Grecia è tutta “nazionalizzata”. Dalla miseria, dalle banche tedesche e dal 2,8% del bilancio destinato alle spese militari per assecondare l’alleato statunitense.
Ma guai a chi lo tocca: il semidio greco non sbaglia mai.
C’ERA UNA VOLTA UN PAESE BELLO…

C’ERA UNA VOLTA UN PAESE BELLO…

paese

 

 

di Daniele PERGAMO

 

 

C’era una volta un paese bello e pieno di grandi opportunità ma oppresso dallo statalismo, dai monopoli fiscali, dalla tirannia dei boiardi di stato, seppellito dalle inefficienze.

La popolazione era ormai esasperata, tutti si sentivano soffocati e senza speranza e tiravano a campare a stento chiusi nella rigida gabbia del posto fisso spesso statale. Questo triste paese non era il Venezuela o la Korea del nord, era l’italia.

Ebbene si, c’è stato un tempo in cui tutto o quasi, dai supermercati alla compagnia dei telefoni, era statale. Non c’era scelta, non c’era libero mercato, non si poteva nemmeno licenziare.

Poi arrivò il blairismo e tutto cambiò: di colpo potevi “scegliere”, comparvero mille operatori di qualsiasi cosa, le banche divennero private e finalmente potevano pure fare finanza, tutti potevano risparmiare grazie alla “concorrenza” e tutti potevano sperare, anzi avere la certezza, di diventare ricchi.

Fu una stagione breve ma fantastica: gli abitanti di questo fortunato paese erano come bambini che scoprivano per la prima volta le gioie del libero mercato. Lo Stato diventava sempre meno invasivo, dismetteva, e una nuova generazione di politici “liberalsocialisti” e poi solo “liberal” ci raccontava che i privati avrebbero “investito”, “ammodernato”, fatto le cose che lo Stato non sa o non vuole fare e tutto questo ci avrebbe fatto anche spendere meno.

E tutti bensavano “Bene! Avrò più soldi da investire in Borsa“.
Erano i primi anni ’90, l’età dell’oro del libero mercato in italia. Guardavamo Blair e dicevamo “quanto è fico“, poi guardavamo D’Alema e dicevamo “Beh, accontentamose“.

Poi cominciarono ad arrivare le fregature a sangue.

Banca 121 che vendeva carta straccia ai pensionati dicendo che erano BTP, l’IRI decimo gruppo industriale al mondo spacchettato e venduto a prezzi da ferrovecchio, Tronchetti Provera che compra la SIP con soldi non suoi, la spoglia di tutto e poi la rivende dopo aver cacciato metà del personale, Autostrade regalate in cambio di niente, Cragnotti che comprava Centrali del Latte come fossero noccioline coi soldi di Banca di Roma e un giorno lo arrestano e va a puttane tutto, Tanzi che fa lo stesso con le merendine e finisce uguale.
L’ultima grande epica fu come i privati avrebbero rifatto gli acquedotti aggratis, e furono calci in culo pure lì.

Il resto è storia di oggi: Europa, Troika, euro, Jobs Act, ponti che crollano e cervelli all’ammasso.
PRIVATIZZAZIONI? ORA BASTA

PRIVATIZZAZIONI? ORA BASTA

privatizzazioni

 

 

 

di Jean DE MILLE

 

 

La cronaca di oggi mostra come la vicenda delle concessioni autostradali stia già scivolando, da tema su cui misurare il rapporto tra lo Stato e le aziende private, a puro fatto di gossip, sul quale scatenare le tifoserie.

Per cui si discute di un selfie come di un affare di importanza capitale, a cui rispondere magari ricordando un altro selfie (quello di Renzi ai funerali di Tina Anselmi). E ci si rimpallano le responsabilità fino a trasformarle in un groviglio inestricabile fatto di finanziamenti, di voti parlamentari, di clausole approvate dall’una o dall’altra maggioranza.

Tutto prevedibile, tutto orribilmente normale. Non si tratta di chissà quale complotto, ma di ordinaria manipolazione comunicativa, che ha la funzione di coprire sotto una cappa di fumo e di rumore lo snodo cruciale focalizzato in questi giorni: quello del ruolo dello Stato in economia, delle sue prerogative, della sua funzione di indirizzo politico e di controllo.

A me personalmente ed a noi profughi della sinistra sociale non importa, se non in via del tutto subordinata, di conoscere in dettaglio l’iter della concessione ad Autostrade per l’Italia.
Sappiamo benissimo quanto centrodestra e centrosinistra abbiano gareggiato nella corsa alle privatizzazioni, sorretti da un’idea del rapporto tra Stato e mercato sostanzialmente sovrapponibile, e contrassegnata dalla subordinazione del primo al secondo.

 

L’aspetto nuovo emerso in questa fase è quello di un ripensamento del processo di privatizzazione, che per la prima volta dopo trent’anni viene osservato in maniera critica da una parte cospicua della popolazione.

 

Di fronte a questo scenario la nostra posizione dovrebbe essere limpida: rigettare qualsiasi collaborazione “repubblicana” col Pd che, apertamente e smaccatamente, si pone a difesa delle lobby imprenditoriali; e dall’altro lato inchiodare il governo pentaleghista alle sue impossibili promesse.

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