CI SIAMO DENTRO E NON POSSIAMO SAPERLO

CI SIAMO DENTRO E NON POSSIAMO SAPERLO

Guitti d'avanspettacollo

di Claudio VERDE

Oltre il disagio, l’indignazione, il fastidio, la noia e quella sorda e tenace resistenza interiore che comunque ci anima non possiamo andare, mentre privatamente, giorno per giorno, inseguiamo ogni occasione di bellezza, di piccola grande gioia che possa arricchirci la vita.

Ma non possiamo sapere.

Immaginiamo un libro, un saggio o un romanzo che parli di questi nostri anni fra trenta-quarant’anni…di cosa parlerà, di “Chi” parlerà…e come.

Ma davvero chi oggi occupa un ruolo di primo piano (almeno sembra occuparlo o così crede) ed esercita potere verrà considerato importante e determinante…politicamente, culturalmente degno di un’annotazione?

Io credo che la gran parte di loro verrà vista come personaggi di avanspettacolo e anche del livello più scadente.

Sì, per quanto tutto dipenda dal contesto generale (e fra quarant’anni non sappiamo il mondo come girerà), conoscendo gli attori, davvero credo che più di un imbarazzato, stupefatto, marginale commento, non avranno…

E se usciamo per un attimo dalla confusione del contingente e proviamo a guardarli con freddezza (quello straniamento simile a quando si azzera il volume del televisore) non ci accorgiamo forse che sono proprio delle caricature già adesso?

Compreremmo mai un’auto da uno di loro?

Eppure stanno lì perché li abbiamo messi noi.

Non è del tutto così, però sì, li abbiamo messi noi.

Forse quel saggio, o romanzo, dovrebbe approfondire proprio questo.

UNA SINISTRA CHE SIA RAPPRESENTANZA POPOLARE

UNA SINISTRA CHE SIA RAPPRESENTANZA POPOLARE

di Fiorenzo MEIOLI

Sono anni che a sinistra dovrebbe nascere un nuovo percorso.

Svariati anni che si annuncia, che si lavora per un cambio di rotta.

Basterebbe ricordarsi che la sinistra è nata due secoli fa per abolire il privilegio, per distribuire democraticamente potere e risorse.

Nel giro di alcuni decenni è stata trasformata, invece, in una forza restauratrice, nella testa d’ariete contro il lavoro, a sostegno delle lobbies finanziarie e imprenditoriali, una forza che ha avallato la sovranità del profitto e la deriva postdemocratica.

Quindi, servirebbe, a mio avviso, ricominciare a lavorare per una sinistra che viva nella società, nel mondo del lavoro, nei territori prima che nel palazzo e nei talk show, una sinistra che prima della governabilità pensi soprattutto alla rappresentanza.

L’ANSA, IL TIRO AL BERSAGLIO E RODOTA’

L’ANSA, IL TIRO AL BERSAGLIO E RODOTA’

Cecchino, Canada

di Turi COMITO

Il linguaggio esprime una cultura, che sia individuale o collettiva.

È la forma, non sempre ma assai spesso, che prende la sostanza.

I giornali, i media, hanno responsabilità maggiori di altri soggetti nell’orientare l’opinione pubblica anche dal punto di vista delle parole usate per descrivere un evento, una notizia.

Lo scadimento verso il basso – verso il linguaggio della barbarie, dell’inciviltà dell’aberrazione – sembrava fosse una prerogativa di fogli buoni, al massimo, per accendere la carbonella tipo Libero o il Giornale.

Invece dobbiamo constatare che anche quella che dovrebbe essere una agenzia compassata ed equilibrata come l’Ansa fa ormai sempre più spesso uso di espressioni titolistiche da pezzente culturale.

È il caso di questo titolo di oggi sul sito internet dell’agenzia.

La “notizia” è che un combattente dell’Isis è stato ucciso da un cecchino della coalizione a guida americana da una distanza di oltre tre chilometri e mezzo segnando un nuovo “record”.

La notizia, cioè, è che nel tiro al bersaglio umano c’é un nuovo campione mondiale (cui magari dedicheranno qualche film).

La riduzione a campionato di tiro al bersaglio umano di una guerra atroce da parte di una testata giornalistica che dovrebbe misurare persino le virgole, io credo, è il segno più evidente che Stefano Rodotà aveva fin troppa ragione quando diceva che “C’è un impoverimento culturale che si fa sentire, [e che] la cattiva politica è figlia della cattiva cultura”.

Perché il giornalismo è una delle forme della politica, la più vicina alle masse, la più accessibile.

E un giornalismo che, attraverso il linguaggio che usa, fa passare per record sportivo la morte di un nemico è il segno che è svanito definitivamente il confine tra informazione e intrattenimento. Tra notizia e spazzatura mediatica. Il segno che siamo nelle mani di piccoli scarti culturali che si fanno passare per giornalisti.

QUELLO CHE CI HA DATO STEFANO RODOTA’

QUELLO CHE CI HA DATO STEFANO RODOTA’

di Giovanni NUSCIS

La morte è e resta una contraddizione, comprensibile solo nella dimensione freddamente chimica del mondo, in cui la vita e la morte, nel lento, implacabile passaggio di ere, altro non sono che brevi, accidentali eventi presto seppelliti dal flusso incessante delle trasformazioni.

Non dimenticheremo il suo impegno per la strenua difesa della Costituzione.

Non dovremmo però neanche dimenticare il suo impegno di giurista finissimo e sensibile in un’altra importante causa: la codifica dei beni comuni, quei beni che appartengono alle comunità in quanto funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali (acqua, energia, terreni, edifici…); beni, dunque, per loro natura inalienabili.

Un percorso importantissimo, questo, svoltosi all’interno di una commissione parlamentare, ma purtroppo interrottosi e non più ripreso, salvo alcuni tentativi in anni recenti.

Il concetto di bene comune, è bene chiarirlo, non alberga nel cuore dei governi liberisti; il suo disconoscimento determina la cedibilità e la svendita, come infatti scelleratamente è avvenuto e avviene con la scusa di fare cassa in tempo di crisi, a vantaggio di ricchi aquirenti e a svantaggio dei cittadini e delle future generazioni che si ritroveranno spogliati di tutto, costretti a mendicare ciò che in un mondo normale dovrebbe invece spettargli di diritto.

Gli sia dunque lieve la terra, augurando invece a noi una discendenza che ne replichi almeno in parte l’acutezza e la passione di uomo e di giurista.

2018: ELEZIONI IN ITALIA E PANICO FINANZIARIO SUI TITOLI DI STATO E SULLE BANCHE

2018: ELEZIONI IN ITALIA E PANICO FINANZIARIO SUI TITOLI DI STATO E SULLE BANCHE

onde agitate

di Alfredo SPANO

Cosa succederà nel 2018?

Intanto, a gennaio terminerà il cosiddetto “Bazooka” di Draghi, il QE della Banca Centrale Europea che acquista i titoli di Stato italiani rimasti invenduti sul mercato, consentendo al nostro Paese di finanziarsi.

Poi, tra febbraio e marzo, si dovrebbe finalmente votare, ma quasi certamente sarà molto difficile formare maggioranze parlamentari e governi stabili e duraturi.

A causa di questi due fattori congiunti, in primavera saremo quindi pesantemente attaccati dalla speculazione finanziaria sui nostri titoli di Stato: lo spread salirà alle stelle e tornerà la questione del vincolo esterno, cioè dell’impossibilità per l’attuale classe politica di uscire dalla gabbia neoliberista imposta dai Trattati dell’Unione Europea.

Se a questo aggiungiamo la scarsa capacità di tenuta di molte banche italiane, la cui pancia è piena di crediti deteriorati, la situazione si prospetta veramente grave: sarebbe ora che le sinistre antagoniste iniziassero seriamente a riflettere su questo scenario se vogliono farsi trovare pronte e suggerire le più opportune soluzioni ai gravi problemi che si annunciano.

LE NUOVE TECNOLOGIE: TRA SEMPLIFICAZIONE COMUNICATIVA E “FASCISMO” ANTROPOLOGICO

LE NUOVE TECNOLOGIE: TRA SEMPLIFICAZIONE COMUNICATIVA E “FASCISMO” ANTROPOLOGICO

Schaivi dello smartphone

di Jean DE MILLE

È ormai opinione diffusa che la recente rivoluzione digitale abbia prodotto una tale massa di informazioni, ed insieme ad essa un correlato flusso comunicativo, che fino a pochi decenni fa sembravano addirittura impensabili.

Appare invece molto meno scontata la consapevolezza che, insieme a questo enorme sviluppo quantitativo, l’ultima veste indossata dalla tecnologia del capitale abbia generato nuovi e stringenti imperativi: primi tra tutti l’obbligo alla sintesi ed alla semplificazione, che i nuovi media inglobano nella loro struttura costitutiva, sotto l’apparente neutralità della tecnica.

“Il medium è il messaggio” scriveva McLuhan oltre mezzo secolo fa. Intendendo significare, con questo, che non risultano affatto fondamentali i contenuti trasmessi da uno strumento mediatico, quanto piuttosto la logica con cui il medium organizza la comunicazione, e le inevitabili ricadute di questa forma relazionale/cognitiva su tutto l’immaginario collettivo.

La tv ha plasmato due o tre generazioni di occidentali, ora è la volta dei media digitali.

I social media – questo è il punto che mi interessa ribadire e sottolineare – stanno cambiando alla radice le modalità della comunicazione, con riflessi evidenti sull’intera società e sulla stessa forma del pensiero.

La rapidità e la sintesi sono caratteristiche strutturali dei nuovi media, come possiamo constatare quotidianamente.

Chiunque si sottragga a questi imperativi rischia di vedere il suo messaggio ridotto all’insignificanza, il suo spazio comunicativo completamente azzerato.

Rapidità e sintesi, naturalmente, non passano senza determinare conseguenze: una semplificazione estrema delle modalità relazionali, l’incapacità di argomentare e di svolgere un confronto su basi logico-razionali, di incontrarsi dialetticamente sul terreno delle idee e delle mediazioni, sostituite tutte quante dalla logica binaria del mi-piace/non-mi-piace.

Se allarghiamo il nostro angolo visuale, possiamo vedere come l’effetto di questa rivoluzione comunicativa tenda inevitabilmente a generalizzarsi.

L’istanza semplificatrice indotta dalle nuove tecnologie travalica il loro ambito più o meno ristretto, ed influenza l’intera dinamica socioculturale.

Anche nel settore formativo proliferano modalità interattive basate su scelte rapide e non discorsive: è il caso dei famigerati quiz a risposta multipla, ad esempio, sempre più presenti all’interno delle istituzioni scolastiche.

Il circolo vizioso procede senza cesure, e prepara i suoi mostri.

Ed i mostri sono infatti tra noi, si manifestano nella pratica diffusa dei social e della più ampia comunicazione politica, attraverso forme sempre più radicate di autoreferenzialità, di chiusura, di incomunicabilità strutturale, di irrazionalismo, di intolleranza, di fanatismo, di violenza verbale.

Fino a sfociare in una rottura aperta del nostro paradigma discorsivo ed ermeneutico fondato sulla ragione illuminista.

Questa semplificazione indotta dalle tecnologie del capitale, questo impoverimento cognitivo e linguistico che impedisce la realtà autentica della com-partecipazione e del dialogo, approda infine a modelli culturali di stampo totalitario.

Diciamolo chiaramente: la semplificazione genera “fascismo”.

Un fascismo non ancora declinato politicamente e storicamente, ma che assume in modo sempre più netto dominanza antropologica.

Cosa c’è di più semplice ed irriflesso del fascismo, infatti? Il fascismo, e quei modelli politico-culturali che ad esso si richiamano, non conosce complessità o necessità di confronto.

Esiste la parola del Capo.

Verbo incarnato che non abbisogna di spiegazioni, ma che diventa immediatamente articolo di fede.

Esiste la furia orgiastica del branco, luogo in cui gli individui si sommano senza incontrarsi, al contempo isolati e omologati nell’apoteosi di una guerra rituale che esige e crea i suoi nemici, bersaglio di ogni frustrazione e ricettacolo di tutte le colpe.

Ed esiste, ancora, il sogno millenarista della palingenesi, della redenzione, della purezza ritrovata.

Esiste il mito fondativo della stirpe: un mito di sangue e terra, semplice, viscerale, in certa misura pre-umano, in quanto nelle sue forme irriflesse presente anche nella territorialità degli animali, e precedente alla cultura ed alla coscienza.

Esiste – ancora – l’impermeabilità ad ogni obiezione logica.

Esiste il feticcio di un pensiero che nega il pensiero in quanto tale: quello critico, relazionale, fondato sul dubbio e sulla ragione.

Esiste, per finire, una necessità storica: quella di interrogarsi sulla forma produttiva che ha generato le nuove tecnologie, e con esse i germi di un rinnovato fascismo.