NAZIONALIZZERANNO O NON NAZIONALIZZERANNO I 5 STELLE?

NAZIONALIZZERANNO O NON NAZIONALIZZERANNO I 5 STELLE?

nazionalizzeranno

 

 

 

di Mauro GEMMA  [MARX XXI]

 

Nazionalizzeranno o non nazionalizzeranno i 5 Stelle? “Ai posteri l’ardua sentenza”.

Io sono di quelli che preferirebbero che i comunisti insistessero con tutte le loro forze perché ciò avvenga, senza dare per scontato nulla. Se i 5 Stelle non lo faranno e si limiteranno a proclami, si assumeranno le loro responsabilità e ne renderanno conto a chi li ha votati.

Quello che però è certo è il fatto che a nazionalizzare non sarà mai una “sinistra radicale” tanto presente con le “dichiarazioni di principio” (che, paradossalmente, aiutano anch’esse una Lega recalcitrante, se non ostile, sull’argomento a costringere il governo a marce indietro), quanto assente dalla scena politica ed elettorale del nostro paese.

I proclami a questa “sinistra” che sembra aver dimenticato che fino al 28 maggio 2018 al governo per molti anni c’è stato il centro-sinistra (anticipato da Monti nel 2011, con il colpo di Stato del presidente piddino Giorgio Napolitano) non costano nulla.

Per questo, alcuni di costoro se la prendono con il “popolo bue” che non capisce quanto sono bravi e decisi nel mettere in pratica i loro proclami. Mai un’autocritica da parte di questa “sinistra”, perché la colpa è sempre degli altri, anche del popolo che, come scrisse sarcasticamente Brecht, siccome non ha capito, “andrebbe abolito“.

E a proposito di coerenza tra il dire e il fare, perché non sentiamo mai una parola critica, anche blanda, nei confronti di quello Tsipras, a cui hanno intitolato anche una lista elettorale?

 

Con lui si che la Grecia è tutta “nazionalizzata”. Dalla miseria, dalle banche tedesche e dal 2,8% del bilancio destinato alle spese militari per assecondare l’alleato statunitense.
Ma guai a chi lo tocca: il semidio greco non sbaglia mai.
C’ERA UNA VOLTA UN PAESE BELLO…

C’ERA UNA VOLTA UN PAESE BELLO…

paese

 

 

di Daniele PERGAMO

 

 

C’era una volta un paese bello e pieno di grandi opportunità ma oppresso dallo statalismo, dai monopoli fiscali, dalla tirannia dei boiardi di stato, seppellito dalle inefficienze.

La popolazione era ormai esasperata, tutti si sentivano soffocati e senza speranza e tiravano a campare a stento chiusi nella rigida gabbia del posto fisso spesso statale. Questo triste paese non era il Venezuela o la Korea del nord, era l’italia.

Ebbene si, c’è stato un tempo in cui tutto o quasi, dai supermercati alla compagnia dei telefoni, era statale. Non c’era scelta, non c’era libero mercato, non si poteva nemmeno licenziare.

Poi arrivò il blairismo e tutto cambiò: di colpo potevi “scegliere”, comparvero mille operatori di qualsiasi cosa, le banche divennero private e finalmente potevano pure fare finanza, tutti potevano risparmiare grazie alla “concorrenza” e tutti potevano sperare, anzi avere la certezza, di diventare ricchi.

Fu una stagione breve ma fantastica: gli abitanti di questo fortunato paese erano come bambini che scoprivano per la prima volta le gioie del libero mercato. Lo Stato diventava sempre meno invasivo, dismetteva, e una nuova generazione di politici “liberalsocialisti” e poi solo “liberal” ci raccontava che i privati avrebbero “investito”, “ammodernato”, fatto le cose che lo Stato non sa o non vuole fare e tutto questo ci avrebbe fatto anche spendere meno.

E tutti bensavano “Bene! Avrò più soldi da investire in Borsa“.
Erano i primi anni ’90, l’età dell’oro del libero mercato in italia. Guardavamo Blair e dicevamo “quanto è fico“, poi guardavamo D’Alema e dicevamo “Beh, accontentamose“.

Poi cominciarono ad arrivare le fregature a sangue.

Banca 121 che vendeva carta straccia ai pensionati dicendo che erano BTP, l’IRI decimo gruppo industriale al mondo spacchettato e venduto a prezzi da ferrovecchio, Tronchetti Provera che compra la SIP con soldi non suoi, la spoglia di tutto e poi la rivende dopo aver cacciato metà del personale, Autostrade regalate in cambio di niente, Cragnotti che comprava Centrali del Latte come fossero noccioline coi soldi di Banca di Roma e un giorno lo arrestano e va a puttane tutto, Tanzi che fa lo stesso con le merendine e finisce uguale.
L’ultima grande epica fu come i privati avrebbero rifatto gli acquedotti aggratis, e furono calci in culo pure lì.

Il resto è storia di oggi: Europa, Troika, euro, Jobs Act, ponti che crollano e cervelli all’ammasso.
PRIVATIZZAZIONI? ORA BASTA

PRIVATIZZAZIONI? ORA BASTA

privatizzazioni

 

 

 

di Jean DE MILLE

 

 

La cronaca di oggi mostra come la vicenda delle concessioni autostradali stia già scivolando, da tema su cui misurare il rapporto tra lo Stato e le aziende private, a puro fatto di gossip, sul quale scatenare le tifoserie.

Per cui si discute di un selfie come di un affare di importanza capitale, a cui rispondere magari ricordando un altro selfie (quello di Renzi ai funerali di Tina Anselmi). E ci si rimpallano le responsabilità fino a trasformarle in un groviglio inestricabile fatto di finanziamenti, di voti parlamentari, di clausole approvate dall’una o dall’altra maggioranza.

Tutto prevedibile, tutto orribilmente normale. Non si tratta di chissà quale complotto, ma di ordinaria manipolazione comunicativa, che ha la funzione di coprire sotto una cappa di fumo e di rumore lo snodo cruciale focalizzato in questi giorni: quello del ruolo dello Stato in economia, delle sue prerogative, della sua funzione di indirizzo politico e di controllo.

A me personalmente ed a noi profughi della sinistra sociale non importa, se non in via del tutto subordinata, di conoscere in dettaglio l’iter della concessione ad Autostrade per l’Italia.
Sappiamo benissimo quanto centrodestra e centrosinistra abbiano gareggiato nella corsa alle privatizzazioni, sorretti da un’idea del rapporto tra Stato e mercato sostanzialmente sovrapponibile, e contrassegnata dalla subordinazione del primo al secondo.

 

L’aspetto nuovo emerso in questa fase è quello di un ripensamento del processo di privatizzazione, che per la prima volta dopo trent’anni viene osservato in maniera critica da una parte cospicua della popolazione.

 

Di fronte a questo scenario la nostra posizione dovrebbe essere limpida: rigettare qualsiasi collaborazione “repubblicana” col Pd che, apertamente e smaccatamente, si pone a difesa delle lobby imprenditoriali; e dall’altro lato inchiodare il governo pentaleghista alle sue impossibili promesse.

IL DIRITTO A PROPRIO USO E CONSUMO

IL DIRITTO A PROPRIO USO E CONSUMO

diritto

 

 

di Beppe SERRELLI  (avvocato)

 

Sembra ovvio che nessuno è colpevole, finché i giudici non lo stabiliscano (stiamo freschi, risponderebbe il senso comune…).
Ma noi, nel tetragono rispetto della tripartizione dei poteri, restiamo abbarbicati a questo principio, costi quel che costi (non fa nulla che Marx e molti altri, prima e dopo, ci abbiano spiegato come il diritto rifletta i rapporti di forza tra le classi sociali…).

 

Tuttavia, pur fermi sui fondamentali, basta leggere le norme che attengono alla responsabilità contrattuale per ‘intuire’ quante cose non quadrino nel garantismo sbandierato contro la minacciata risoluzione del contratto stipulato tra lo Stato e i Benetton.

Nei contratti con prestazioni corrispettive, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni, l’altro puo’ a sua scelta chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno.”
È un principio basilare, già ben chiaro ai Romani, che da noi è fissato al I° comma dell’art.1453 C.C..

Bene: si suppone che un contratto che si rispetti sia a prestazioni corrispettive (ahimè) e che uno dei contraenti possa recedere con eventuale obbligo al risarcimento.
Un dipendente sospettato di una grave infrazione disciplinare, ad esempio, viene immediatamente sospeso dal servizio, in attesa delle sue giustificazioni. Quindi, se ritenute insufficienti le giustificazioni, viene licenziato ‘in tronco’. Poi si vede cosa diranno i giudici. Per i tre gradi passano 10 anni.

Il ragionamento del datore di lavoro è plausibile: posso tenermi un dipendente ladro, o infedele finché i giudici non decidano, in via definitiva, chi ha ragione e chi ha torto ? Evidentemente, no.

I Benetton godono di una convenzione, persino coperta da segreto di Stato, in alcune clausole, che è tutta a sfavore del concedente (lo Stato), che affida, tra l’altro, ai concessionari la ‘manutenzione’ delle strade, attraverso il corrispettivo dei pedaggi che i cittadini pagano direttamente al concessionario. Un sistema geniale (per i concessionari)…

Ma c’è un interesse vitale dello Stato. E lo Stato ha infiniti strumenti legittimi e legali per farsi rispettare, a cominciare dal potere legislativo, o semplicemente amministrativo – regolamentare. I giudici vengono dopo, molto dopo…

Crolla un ponte strategico, con decine di vittime e danni incalcolabili all’economia locale e nazionale, la sua manutenzione era affidata ad un concessionario privato ma: alt! I Benetton non si toccano. Si attendano le decisioni della magistratura! Non si tratta mica di un cameriere che si è fottuto una mancia!

P.S.: mi viene obiettato: ma ci sono le penali, (le clausole vessatorie che Delrio avrà sottoscritto una per una?). E sì, un privato cittadino che vuole impugnare al TAR un abuso di un Ente territoriale o dello Stato, non può farlo per i costi esorbitanti imposti.
A tutela di un superiore interesse pubblico. Si dice…
Quando cascano i ponti dove sta l’interesse pubblico e prevalente?
CASSESE E LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

CASSESE E LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

cassese

 

 

 

di Carlo FORMENTI

 

Note ferragostane sul numero del Corriere del 13 agosto.
L’ineffabile Sabino Cassese, in un fondo dal titolo <<Gli Stati non sono sovrani>> scopre l’acqua calda: citando i vincoli imposti dai trattati internazionali, ma soprattutto dai mercati (!!!), ci spiega che gli Stati del mondo non sono più (perché lo sono mai stati!?) isole separate e che quindi, checché ne dicano i <<sovranisti>>, non sono interamente sovrani (vedi lo scarto rispetto al titolo dove l’interamente è soppresso, perché la linea del Corriere, com’è noto, è che solo i mercati sono sovrani).
Poi, con sublime faccia nei bronzo, aggiunge che quelli che chiamiamo mercati (forse si è accorto che il riferimento a questa entità fantasmatica non incanta più nessuno) sono fatti di persone cioè…di risparmiatori, investitori, quindi di <<popolo>>.

Incredibile: una volta vigeva l’identificazione (vedi Gramsci) popolo-nazione oggi impera quella popolo-mercati.
Ma se i piccoli risparmiatori sono l’unico dei soggetti qui nominati che faccia effettivamente parte del popolo, che ci azzeccano i grandi investitori (cioè quelli che comandano i mercati, che manipolano, ingannano e sfruttano i piccoli risparmiatori e che campano parassitariamente sui debiti pubblici privati)?

Cassese così getta la maschera e ci dice per conto di chi scrive, e ancora più chiaramente ce lo dice nella conclusione: populisti e sovranisti <<hanno un concetto troppo elementare della democrazia, intesa come un rapporto esclusivo, stretto soltanto fra un popolo e il suo governo>>.

Sottinteso: qual è la vera democrazia? Naturalmente quella in nome della quale i greci hanno dovuto accettare contro la loro volontà liberamente espressa in un referendum i diktat della Troika, che ha un concetto molto più ampio della democrazia (cioè gli interessi del popolo-mercato).
Ricordate cosa ha detto quel papavero di Bruxelles dopo lo scontro fra Mattarella e il governo giallo verde: i mercati insegneranno agli italiani come votare…

Altro piccolo appunto: a pagina 5, dedicata al dibattito sulla proposta di Salvini di reintrodurre il servizio militare obbligatorio, nel taglio basso si cita l’ex Capo di Stato Maggiore Camporini che dice: <<servono specialisti, non giovani inesperti>>.

Ora io non condivido assolutamente le motivazioni che Salvini adduce per reintrodurre la naja (così educhiamo i giovani e gli insegnano la disciplina!), però mi chiedo: la sinistra dovrebbe preferire un esercito fatto di cittadini <<inesperti>> che però pensano con la loro testa e possono rifiutare di eseguire ordini che reputano ignobili (tipo sparare su una folla di manifestanti o simili) oppure un esercito di professionisti <<esperti>> che esegue di default qualsiasi ordine gli venga impartito perché quello è il suo mestiere?

TURCHIA: POSSIBILITÀ, EFFETTI ED ESITI DELLA CRISI

TURCHIA: POSSIBILITÀ, EFFETTI ED ESITI DELLA CRISI

turchia

 

 

di Giuseppe MASALA

 

Questi (nel grafico, ndr)  sono i sistemi finanziari maggiormente esposti con la Turchia. Ad occhio e croce complessivamente il sistema finanziario dell’area euro è esposto per buoni 200 miliardi di dollari. Quanto basta per terremotare tutto.

Ora il punto è semplice ed è una regola aurea eterna: quando il debito è grosso il problema non è del debitore ma del creditore. Dunque l’Europa si trova a dovrer inventarsi qualcosa perché la cosa non precipiti.

Le possibilità sono tre:

1) Salvare la Turchia con una linea di credito probabilmente della BCE. Ma è politicamente praticabile che la UE intervenga anche per salvare la Turchia? Sarebbe benzina sul fuoco del populismo;

2) Lasciar affondare la Turchia e salvare le banche europee impelagate nelle sabbie mobili anatoliche. Ma anche questo è politicamente costosissimo;

3) Andare a Washington e strisciare ai piedi di Trump implorando pietà. Solo i fessi non capiscono che il repentino crollo della lira turca è figlio dell’utilizzo di armi finanziarie della Full Spectrum Dominance USA. Utilizzo dovuto a questioni di ordine politico e militare. Detto questo, anche questa scelta non è priva di costo per gli europei: Trump chiederà un contraccambio molto alto.

L’intervento del FMI (a parte il fatto che Erdogan non lo chiederà mai) mi pare un’ipotesi difficile davvero: ma voi ce lo vedete il Sultano della Sublime Porta a prendere ordini da un Cottarelli? Possibile invece un intervento della Cina (e della Russia) se richiesto dai turchi. Di fatto significherebbe l’uscita di Istambul dall’orbita Nato e occidentale. Con le conseguenze politiche facilmente immaginabili.

Tutto il resto sono chiacchiere.

Ci sarebbe invece da domandarsi su cosa sia l’Euro e se esso sia davvero utile.
A me pare che i costi siano ormai più alti dei benefici.
Poi bisognerebbe domandarsi anche che cosa faccia la vigilanza della BCE se non ha messo uno stop ai prestiti nei confronti di un sistema-paese esterno all’area euro.

 

Se poi tutti dicono che era evidente il deterioramento degli indici macro della Turchia perché la BCE non si è accorta di nulla? Mah.
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