IL MITE, PACATO, LETALE PAOLO GENTILONI

IL MITE, PACATO, LETALE PAOLO GENTILONI

 

di Sergio SCORZA per CONTROPIANO

 

C’è chi “a sinistra” continua a plaudire allo “stile pacato e mite” di #PaoloGentiloni, “preferibile al divisivo Renzi”. E certo, tutto si può dire del nostro flemmatico e compassato Presidente del Consiglio meno che non manchi mai di mostrare una naturale propensione alla calma ed una imperturbabile tranquillité.

Infatti, molto pacatamente, #Gentiloni ha voluto e poi firmato (con l’avallo #UE) quello sciagurato accordo italo-libico che ha consegnato alle mafie libiche una moltitudine di esseri umani in fuga disperata da guerre, carestie e regimi sanguinari. In base a quell’accordo i migranti, dopo aver attraversato centinaia di chilometri nel deserto ed essere sopravvissuti a ciò, possono finalmente essere rinchiusi e torurati negli infernali lager libici, oppure possono essere rivenduti come schiavi o fatti annegare davanti le coste libiche. Ma tutto ciò, va detto, succederà “ legalmente”. E che importa se l’Onu ha giudicato “disumana” la cooperazione tra l’#UnioneEuropea e la #Libia per la gestione dei flussi dei migranti? Si vede che l’ONU non sa apprezzare la pacatezza e la calma con cui Paolo è arrivato a quel grandissimo e prezioso risultato.

Non contento, il buon Paolo sì gentile ha fatto, poi, da battistrada niente meno che a Donald Trump e sulla via della prossima guerra mediorientale, chinando, molto pacatamente, il capo davanti al duro diktat Israeliano contro la dicitura “ Gerusalemme ovest” al Giro d’Italia 2018 . E’ notizia di oggi, infatti, che l’eccentrico e traballante President of United States ha annunciato l’intenzione di trasferire l’ambasciata statunitense proprio lì, a Gerusalemme, riconoscendola de facto quale capitale dello stato di Israele in barba a tutte le Risoluzioni dell’ONU. Diavolo di un pacato Gentiloni.

Infine, non è difficile immaginare che – dopo aver rimandato l’ambasciatore al Cairo a fronte di una decina di depistaggi egiziani delle indagini su ragioni, mandanti ed assassini del povero Giulio Regeni – il nostro pacatissimo ed assai mite Presidente del consiglio subirà con calma ieratica, mistico silenzio e senza mai perdere il proverbiale ed immancabile aplomb, l’arroganza mostrata dai tedeschi sul caso #Thyssenkrupp , dal momento che il “faro dell’Unione Europea” ha deciso di considerare nulla la conferma da parte della Cassazione delle condanne inflitte ai dirigenti responsabili del rogo di 10 anni fa in cui furono arsi vivi 7 operai.

Quando si dice la “banalità del male”.

fonte: CONTROPIANO

E DEL FISCAL COMPACT NON PARLA PIÙ NESSUNO

E DEL FISCAL COMPACT NON PARLA PIÙ NESSUNO

 

di Luca FANTUZZI

 

In questa campagna elettorale permanente, a ciascun giorno basta davvero la sua pena.
Leggi elettorali approvate per decreto, ius soli calendarizzato a dispetto non tanto della volontà popolare, ma del puro buon senso, tentativi di censura sempre più scoperti (di libri di testo, ma anche di semplici like sui social).
In questo marasma, è normale perdere un po’ di vista temi che – per loro natura – tendono a svilupparsi più sottotraccia, salvo poi influenzare pesantemente il futuro del Paese. Uno di questi temi cruciali, faceva notare Alberto Bagnai, è il Fiscal Compact, che il nostro Parlamento dovrebbe ratificare entro fine anno.

 

 

Giusto. Parliamone, allora. Intanto: cosa è il Fiscal Compact? Si tratta di un Trattato internazionale (“Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”) sottoscritto il 2 marzo 2012 da 25 Stati membri dell’UE (negarono il loro assenso Gran Bretagna e Repubblica Ceca, la Croazia all’epoca non faceva ancora parte dell’Unione Europea).

Il “cuore” dell’Accordo si trova nel Titolo III. L’art. 3, infatti, statuisce l’obbligo del “pareggio di bilancio”, sia pure inteso non in senso ragionieristico, ma come rispetto di un “obiettivo di medio termine ” (OMT) da raggiungere nei tempi definiti dalla Commissione, anche in base ai rischi specifici di sostenibilità per gli Stati (di “percorso di avvicinamento” all’OMT parla già – in connessione con la valutazione della spesa pubblica nel suo complesso – il c.d. six pack, del 2011). Nella pratica, la differenza è minima: all’Italia è stato, concesso, al massimo, un disavanzo dello 0,75% (è la famosa “vittoria di Renzi” sulla “flessibilità”). Deviazioni da questo “sentiero stretto”, per dirla con Padoan, sono permesse soltanto in presenza di “eventi eccezionali” (calamità naturali, grave recessione economica); altrimenti, devono essere previsti meccanismi di “correzione automatica” delle divergenze.

Quanto al pareggio di bilancio, il principio è stato costituzionalizzato sotto il governo Monti (con la sola opposizione della Lega e di un gruppetto abbastanza nutrito dissidenti del Popolo delle Libertà), mentre dei meccanismi di correzione automatica si sente parlare a ogni Legge di Stabilità, sotto il nome di “clausole di salvaguardia” (tradotto: se non si fanno abbastanza tagli, aumenti l’Iva).

Se l’art. 3 si occupa di deficit, l’art. 4 si riferisce alla regola del debito: se il rapporto tra debito e PIL è superiore al 60% (in Italia è al 132%), gli Stati membri provvederanno a ridurlo a un tasso medio (su base triennale) di un ventesimo per anno (salve deroghe in ragione del ciclo economico negativo). Il percorso di avvicinamento alla soglia, peraltro, può essere più lento in ragione di alcuni altri elementi – previsti all’art. 2, del Reg. (CE) n. 1467/1997 (rivoluzionato dal six pack) – quali la posizione in termini di risparmi netti del settore privato, il livello del saldo primario, l’attuazione di riforme pensionistiche.

In caso di mancato rispetto dei patti da parte di un Paese membro (a meno che non si tratti di un Paese più uguale degli altri: art. 126, TFUE), quest’ultimo dovrà mettere in atto un programma di partenariato economico e di bilancio contenente una descrizione dettagliata delle riforme strutturali da realizzare per garantire una correzione efficace e durevole dei
disavanzi eccessivi. Si tratta della ben nota “condizionalità” cui sono subordinati anche gli eventuali aiuti richiesti al MES.

In pratica, costituzionalizzando il Fiscal Compact l’Italia ha costituzionalizzato il principio dello Stato minimo e non interventista, cioè l’opposto dello Stato sociale immaginato dai nostri Costituenti. Il tutto senza dibattito, né in Parlamento, né nel Paese. E, diciamo la verità, in violazione dell’art. 138 della Costituzione. Questo è quello che davvero lasciano alle generazioni future il PD e il (defunto) PDL, altro che debito pubblico! E, per essere sicuri, hanno anche previsto una specie di “manganello automatico”, sia mai che qualche populista decidesse di fare il bene dell’Italia, anziché delle banche estere. Magari, nell’urna, vedete di ricordarvelo.

Il Trattato è entrato in vigore dal 1° gennaio 2013 ed i controlli sulla “regola del debito” sono iniziati nel 2016. E allora, di che ratifica stiamo parlando?

Sì come avvenuto per l’istituzione del MES, anche in questo caso le regole sopra descritte non si trovano nei Trattati UE (TUE e TFUE), ma in un accordo a parte, ancorché “applicato e interpretato in conformità con i Trattati… e con il diritto dell’Unione…, comprese le sue norme procedurali ogniqualvolta l’adozione della legislazione secondaria sia richiesta”. Ciò comporta che le disposizioni del Fiscal Compact si applichino “nella misura in cui sono compatibili con i trattati europei e con il diritto dell’Unione” e non “pregiudichino le competenze dell’Unione in materia di Unione economica”.

Tradotto: le norme del Fiscal Compact hanno rango sub-costituzionale anche nella bizzarra interpretazione della nostra Corte sul rapporto fra Carta italiana e Trattati UE (dal che si dovrebbe come minimo dedurre che l’art. 81 è sotto-ordinato ai Principi fondamentali del nostro ordinamento, cosa che alla Consulta riconoscono a giorni alterni) e lo stesso dicasi, a maggior ragione, per regolamenti e direttive che da esso sono promanati. Non solo: come ha riconosciuto il Parlamento Europeo, se molte delle previsioni del Fiscal Compact sono state già introdotte nella legislazione dell’Unione con atti di secondo livello, ciò non è possibile per la “regola d’oro” (pareggio di bilancio), la “maggioranza qualificata inversa” (le proposte della Commissione in caso di deficit eccessivi sono approvate, salvo una maggioranza qualificata di Stati membri contrari), la competenza della Corte di Giustizia. Tre temi molto importanti.

Per questo motivo, l’art. 16 del Trattato dispone che “al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate in conformità del trattato sull’Unione europea e del trattato sul funzionamento dell’Unione europea le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea”.

Un’operazione di routine? Certo che no, come dimostrano non solo la mozione del M5s volta alla abrogazione del Trattato, ma anche le voci aspramente critiche sia di Marco Zanni e della leghista Mara Bizzotto (e fin qui tutto regolare), sia di Vincenzo Boccia (e questo sorprende di più).

Siamo di fronte all’ennesimo bivio fondamentale. Ma di questo, come dice Alberto Bagnai, non parla nessuno.

 

fonte: IL FORMAT

NO TAP: LA MACCHINA DEL FANGO SI È MESSA IN MOTO

NO TAP: LA MACCHINA DEL FANGO SI È MESSA IN MOTO

 

dalla pagina Facebook del Comitato No Tap

“Brum Brummm, La Macchina Del fango si è messa in Moto”
La macchina del fango si è messa in moto … ma a noi il fango non fa paura, ci siamo abituati, il fango della nostra terra è stato compagno dei nostri migliori giochi. Siamo allenati al fango, anche come popolazione. Il vostro fango ci fa solo ridere.

La vostra macchina, con motore da 500 giardinetta, crea una serie di notizie che vanno dal ridicolo al grottesco, con uno stile da far invidia all’ultimo numero di Novella 2000.

Ci state provando. Provate in ogni modo a screditare un intero movimento la cui spinta propulsiva è data da mamme, nonni e ragazzi, insomma da una popolazione.

Provate forzatamente, con la forza perché di ragione non ne avete, muovendovi con la grazia di un elefante, a cucirci sopra un costume da violenti, ci provate da sempre e ci proverete ancora. Ma i vostri goffi sforzi sono la dimostrazione che vi fa paura l’onestà.

Infiltrati nel corteo studentesco“, avete scritto, ed invece eravamo invitati.
Di un corteo nato per protesta al sistema delle privatizzazioni in atto nelle università, e dunque anche alla presenza di TAP come conquistatore delle coscienze, avete erroneamente riportato che si trattava di un comune corteo di inizio anno scolastico, un corteo di protesta contro lo stato delle scuole.

Una notizia, così fatta, sminuisce anche il lavoro di quegli studenti che si stanno creando una coscienza critica, coscienza che le università non curano più, cedendo la propria dignità al capitale.

Cosa avevate scritto il giorno prima? Ah si, gli attivisti NO TAP hanno creato momenti di tensione presso il rettorato.
Chiediamo scusa se molti, moltissimi, NO TAP sono studenti e, regolarmente accreditati per l’evento, non sono stati fatti passare.

Chiediamo scusa di dover esser pronti, sempre, a presentare documenti e farci riconoscere, chiediamo scusa per voler frequentare le università.

Chiediamo scusa se, per aver chiesto di passare, si son visti volare manganelli.

E che dire di ciò che abbiamo letto oggi, come cambiare gli avvenimenti.
Un nostro amico soccorre un’altra nostra amica che, rea di aver distribuito un volantino, è stata aggredita da un minorenne, e voi riportate che un NO TAP ha aggredito e dato una capocciata a un minorenne?
Che ci siamo persi? Dove si è perso il giornalista? Dove la sua etica?

Ci avete raccontato della devastazione di locali del PD o di TAP.
Pensiamo che i vostri giornalisti vedano bene cosa gli chiedete di vedere e malissimo ciò che è reale, o forse il vostro giornalista è reduce da un viaggio a Kabul dove ha svolto il suo pericolosissimo lavoro di reporter dalle zone di guerra, potrebbe avere dei flash/miraggi di quella esperienza, non deve essere stato facile vivere mesi sotto i bombardamenti e/o i papaveri da oppio, forse per questo ha delle allucinazioni mentre scrive, e così, un vetro imbrattato, diventa la terza guerra mondiale.

Che poi, se questo giornalista ha nostalgia di Kabul, basta che si sposti di qualche Km direzione San Basilio per assistere alla devastazione incontrollata e senza regole perpetrata dalla multinazionale.

E quando ci avete accusato delle molotov?
Una, caduta su un muro, e l’altra, su una fascina che sembrava messa li di proposito? Per farci fare centro facilmente?
Quanto sdegno, quanto sono cattivi i ragazzi NO TAP, e non lo dimenticate noi siamo pericolosissimi, per i vostri interessi.

Nessuno ha creduto a quelle accuse mai dimostratesi veritiere.
Noi abbiamo un’Idea, perché non chiedere lumi ai vostri contractor? Magari hanno visto qualcosa, forse sanno qualcosa. Ah dimenticavamo, uno è scappato, ha passato la sua tuta da Robocop.
Per sconfiggerci avrete bisogno di un’armata di Supereroi.

Ma sentitevi tranquilli ed in buona compagnia, non siete gli unici ad aver voglia di terroristi da affrontare e di violenze da esercitare, non siete gli unici ad aver paura del libero pensiero.

Lo abbiamo sentito ieri: un ragazzo, esasperato della continua presenza delle forze dell’ordine a difesa del malaffare e che rendono la vita difficile a tutti, ha avuto l’ardire di mostrare un dito, uno a caso, quello che gli è venuto più comodo, voleva denunciare l’oltraggio che si sta compiendo alla sua terra, si è beccato un oltraggio a pubblico ufficiale “che terrorista” “che cattivone” “che violento” altro che i pacifici e soffici manganelli usati contro di noi.

Avete visto le foto del cantiere? E quelle delle strade limitrofe?
Non eravamo noi, a vostro dire, che distruggevamo i muretti a secco?
Noi vediamo che sono giù per far passare i mezzi e mettere cancellate.

Ohi giornalista, tranquillo, siamo lucidi, per noi niente oppio.

Ma non sarete mica invidiosi di noi: è vero, tutti quanti, abbiamo giocato in quelle campagne, e ricordiamo che molti avevano tra le mani i puffi, quei piccoli pupazzetti blu che tanto piacevano ai bambini degli anni ’80. invidiosi, ora volete giocarci voi con i pupazzi e il fango?

La differenza è che il vostro gioco è violento e distrugge ogni cosa!

Ci viene da ridere e, lo sappiamo, non sarebbe la situazione adatta perché la violenza che subiamo ogni giorno genera solo rabbia per le ingiustizie che state legittimando con la forza.

Ma il sorriso è una delle nostre armi, e vi fa veramente tanto male.
PERCHÈ SIAMO TUTTI IN PERICOLO

PERCHÈ SIAMO TUTTI IN PERICOLO

 

Pier Paolo Pasolini a Furio Colombo

 

Il suo testamento, le sue parole che oggi pesano come macigni.
Quelle che pronunciò nelle ultime ore della sua vita.
Era Furio Colombo a raccoglierle per un’intervista che non fu mai completata e che oggi ci racconta di noi stessi.
Solo con 42 anni di anticipo.

 

 

Nel pomeriggio del  1° novembre 1975 Pasolini rilasciò a Furio Colombo un’intervista di cui pensò anche il titolo: “Siamo tutti in pericolo”. Avrebbe dovuto rivederla il giorno dopo, ma il destino volle diversamente. L’intervista, uscita poi l’8 novembre 1975  su “La Stampa-Tuttolibri”, fu riproposta con una premessa di Furio Colombo su “l’Unità” del 9 maggio 2005. Il testo è leggibile anche nel volume Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W.Siti e S. De Laude, “Meridiani” Mondadori, Milano 1999, pp. 1723-1730)

“Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato.
Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione, che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista.
Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».” (Furio Colombo)

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…

Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo», non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.

Ecco, descrivi allora la «situazione». Tu sai benissimo che i tuoi interventi e il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa la polvere. È un’immagine bella ma si può anche vedere (o capire) poco.

Grazie per l’immagine del sole, ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di li, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione Parigi brucia tutti sono lì con le lacrime agli occhi e una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita (un frutto del tempo è che «lava» le cose, come la facciata delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per «scegliere». Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia). Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e «collabora» (mettiamo alla televisione) sia per campare sia perché non è mica un delitto. L’altro – o gli altri, i gruppi – ti vengono incontro o addosso – con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e con slogan, ma che cosa li separa dal «potere»?

Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?

Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo. È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

E qual è la verità?

Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire «evidenza». Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?

A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

Come dire che hai nostalgia di quel mondo.

No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse – se ha ancora un soffio di vita – in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa-effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la «situazione». È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. L’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.

Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che viene con maschere e con bandiere diverse. E’ vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri, per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente, salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»…

Che mi fa rabbrividire.

Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?

Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non so quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Pasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande.

«Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».

 

fonte: Pier Paolo Pasolini – Centro Studi Casarsa della Delizia

UCCISIONE DI PASOLINI: SIAMO TUTTI IN PERICOLO

UCCISIONE DI PASOLINI: SIAMO TUTTI IN PERICOLO

 

di Giovanni GIOVANNETTI

 

L’uccisione di Pasolini e le molte verità negate

«Chi tocca il Principe avrà del piombo; chi non lo tocca avrà dell’oro», scrive Giorgio Steimetz in “Questo è Cefis”: piombo tipografico o di un qualche calibro?

Un ragazzo di 17 anni, Pino Pelosi detto “Pelosino”, si è autoaccusato dell’omicidio di Pasolini.
Il 7 maggio 2005, in una intervista televisiva a Franca Leosini, conduttrice di Ombre sul giallo, Pelosi ha ammesso che quel giorno non era solo, che altri avevano partecipato al pestaggio: «Erano in tre, sbucarono dal buio. Mi dissero tu fatti i cazzi tuoi e iniziò il massacro. Io gridavo, lui gridava…Avranno avuto 45, 46 anni, gli gridavano “sporco comunista”, “arruso”, “fetuso”»

Stando a questa che è la seconda versione di Pelosi, Pasolini viene massacrato da «tre siciliani o calabresi». Lo stesso racconto viene poi riproposto con varianti e nuovi particolari a Claudio Manicola del “Messaggero” (23 luglio 2008), agli autori di Profondo nero Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Chiarelettere, 2009) e nell’autobiografico Io so… come hanno ucciso Pasolini (Vertigo, 2011): non più tre «siciliani o calabresi» (nel 2005 «diedi una falsa pista dichiarando che gli aggressori parlavano dialetto siciliano o calabrese»), ma «in tutto cinque persone»; non più una sola auto ma due («una fiat 1500 scura e una GT identica a quella di Pier Paolo»).

E sopra una moto Gilera c’erano anche i fascistissimi fratelli catanesi Franco e Pino Borsellino – ormai deceduti – indicati quali autori materiali del furto delle “pizze” originali del film Salò o le 120 giornate di Sodoma rubate in agosto a Cinecittà per conto di Sergio Placidi, un “pappone” che mirava a un riscatto: “pizze” forse usate come esca, e mai più ritrovate.

I due (all’epoca minorenni) l’anno successivo confidano a Renzo Sansone (appuntato dei carabinieri infiltrato nella bisca di via Donati a Roma) la loro partecipazione al delitto «insieme a un certo Johnny il biondino» ovvero il bergamasco “Johnny lo zingaro”, nome d’arte di Giuseppe Mastini, pluriomicida ergastolano vicino alla destra fascista nonché amico di Pelosi, ora in libertà vigilata.

Mastini, “scagionato” da Pelosi, in carcere avrebbe vantato l’uccisione di Pasolini. Nel racconto di “Pelosino” si fa largo soprattutto «un certo Mauro G., un tizio ben vestito, pettinato con la riga e l’aria misteriosa – Franco me lo dipinse in quel modo – che gravitava nell’ambiente fascista e particolarmente nella sede del Movimento Sociale di via Subiaco». Bugie? Mezze verità e per giunta a rate? Verità monche. La notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, sotto un cielo senza luna Pasolini e Pelosi sono all’idroscalo di Ostia, in attesa – sostiene Pelosi – della restituzione di Salò:

«Dal buio assoluto, quasi irreale, vidi spuntare i fari di due autovetture, davanti a una di loro una moto. Le macchine si fermarono a raggiera puntando entrambe gli abbaglianti verso la GT, come fosse la scena di un film. Non capivo cosa stesse succedendo. I fari delle auto si incrociarono, riconobbi immediatamente la Gilera dei Borsellino. Franco era alla guida, Giuseppe dietro di lui. Riuscii a riconoscere le due auto: una FIAT 1500 scura e una GT identica a quella di Pier Paolo. Dalla GT non scese nessuno mentre dalla FIAT uscirono tre uomini. Uno, alto, grosso e con la barba folta venne dritto verso di me. Mi afferrò per il giubbetto e mi sbatté con violenza addosso alla rete. «Adesso fatti i cazzi tua. Statte fermo qui e non te move»

«Gli altri due si diressero verso la macchina di Pier Paolo, il quale non era riuscito neppure a rendersi conto di quello che stava accadendo. Non fece neppure in tempo a rimettersi gli occhiali e a percepire il pericolo. Avrebbe potuto rimettere in moto e scappare, ma i due furono così veloci che aprirono di scatto la portiera, lo afferrarono per il collo della camicia e lo tirarono violentemente fuori dalla macchina. Per evitare qualsiasi reazione lo colpirono immediatamente alla testa e al volto con delle mazze di ferro.»

«Pier Paolo cominciò a urlare, si mise una mano in testa e si accorse che sanguinava, provò a divincolarsi cercando di rientrare in macchina per tentare disperatamente la fuga. Poggiò le mani sul tetto dell’auto, ma venne trascinato via e gettato a terra. Io cercai di reagire, di liberarmi per andare a soccorrerlo. Strillai per richiamare l’attenzione di qualcuno, urlando: «Ma che cazzo state a fa’, lasciatelo stare!». Il tipo che mi teneva fermo mi diede prima un pugno sul naso poi, siccome insistevo, mi colpì in testa con un corpo contundente. Stordito dalla botta, fui costretto a desistere. La mia reazione distolse l’attenzione dei malfattori, permettendo a Pier Paolo di scappare verso il buio, nella direzione della moto dei Borsellino.»

«La seconda GT si avviò; fece marcia indietro per tentare di fermarlo. Gli girò intorno, ma la strada era troppo sconnessa per riuscire a prenderlo. Pier Paolo riuscì ad allontanarsi ma le sue urla intervallate da ripetuti colpi di legno che si rompeva non lasciavano adito a una possibile fuga. Io ormai non lo vedevo più ma immaginavo dove fosse dalle urla sue e dei suoi aggressori che provenivano dal buio. Mi colpì specialmente quando disse: «Aiutami mamma» che ripeté urlando più volte, fino a spegnersi del tutto. Erano delle urla tremende, disumane, come di un animale ferito a morte. Poi il silenzio.»

Un resoconto molto simile è quello di Ennio Salvitti a Furio Colombo, la mattina di quel 2 novembre:

«Il mio cognome si scrive co’ due t: Salvitti Ennio. E lei tanto pe’ correttezza?» Lavoro per “La Stampa”, mi chiamo Furio Colombo. «“La Stampa”, ah, Agnelli» Sì, Agnelli. «Lo scriva che è tutto ‘no schifo, che erano in tanti, lo hanno massacrato quel poveraccio. Pe’ mezz’ora ha gridato mamma, mamma, mamma. Erano quattro, cinque». Ma lei questo lo ha detto alla polizia? «Ma che, so’ scemo?»

Del testimone Salvitti non si è più saputo nulla. Lì nei pressi sembra ci fossero 12 baraccati, ma solo due di loro saranno interrogati. Un altro anonimo testimone oculare, un pescatore ormai deceduto ha poi raccontato l’omicidio a Sergio Citti. E il regista a Dino Martiano del “Corriere della Sera” il 7 maggio 2005, lo stesso giorno dell’intervista televisiva a Pelosi:

«Quella notte Pelosi era insieme ad altre quattro persone e quelle persone erano lì per uccidere Pier Paolo. Pier Paolo era scomodo. Scriveva cose scomode, anche sul “Corriere”. No, non fu un incidente, una lite: Pier Paolo fu giustiziato. Qualcuno aveva deciso che Pasolini dovesse morire. […] Picchiarono per uccidere, professionisti. Ho sempre pensato che, quei quattro, potessero essere anche poliziotti o agenti segreti. Pier Paolo era scomodo. Aveva attaccato la Democrazia cristiana».

Quanto alle auto presenti in quella tragica notte, Giorgio Iorio, subito accorso a Ostia, quella mattina vede «tracce estese in un’ampia zona, orme di scarpe diverse fra loro e anche di macchine diverse: tracce di più macchine, sicuramente recenti». Lo stesso anonimo pescatore ha poi riferito a Citti di «due autovetture

Di chi era la seconda? Forse era del quarantaduenne Antonio Pinna, legato al Clan dei Marsigliesi.
Secondo Silvio Parrello detto “er Pacetto” (è tra i protagonisti di Ragazzi di vita) l’Alfa 2000 di Pinna – quasi identica alla GT di Pasolini – il giorno dopo l’omicidio viene portata in una carrozzeria sulla via Portuense: «Era sporca di sangue e di fango, aveva una botta sulla fiancata». Il 22 febbraio 1976, subito dopo l’arresto dei fratelli Borsellino, Pinna scompare.
L’auto, la stessa, sarà infine ritrovata all’aeroporto di Fiumicino.

Ma in quanti erano lì a infierire su Pasolini o comunque presenti al massacro? C’era Pelosi, c’erano quello «alto, grosso e con la barba folta» e i due in auto con lui; c’erano i fratelli Borsellino e almeno un’altro alla guida della «GT identica a quella di Pier Paolo»: almeno sette persone. Il 26 aprile 1976 il Tribunale di Roma ha condannato “Pelosino” alla pena di nove anni, sette mesi e dieci giorni di carcerazione per omicidio volontario «in concorso con altre persone rimaste ignote», oltre a una multa di 30.000 lire per atti osceni. Lezione all’“arruso”?

Delitto politico? Comunque sia, fu un agguato e forse il diciassettenne era solo un’improvvisato tramite (consenziente?). Stando ancora a Pelosi:

«L’uomo con la barba mi tirò via dalla mano l’anello che indossavo. Lo gettò via. Poi mi minacciò: «Caro ragazzo. Scordati tutto, perché questa sera tu non hai visto niente e nessuno. Pino» mi chiamò per nome «noi sappiamo chi sei e dove abiti. Conosciamo tua madre, tuo padre e tua sorella. Se fai lo stronzo tu sai che vi succede, no?». Montarono sulla Fiat e si allontanarono.»

Non saranno le uniche intimidazioni (un biglietto nel carcere di Civitavecchia: «L’appello è vicino. Comportati bene. Ricordati che qui fuori ci sono mamma e papà»; un carcerato di nome Franco: «Pino continua così, che salvaguardi te e la tua famiglia»).

L’avvocato Rocco Mangia «mi suggerì di accollarmi l’omicidio e di mantenere questa linea, sostenendo a spada tratta che sul luogo del delitto ci fossi solamente io. […] Mi disse che c’erano alcune foto fatte dalla Scientifica relative al sormontamento del corpo da far sparire ma che a questo ci avrebbe pensato qualcun altro».

Rocco Mangia viene indicato ai famigliari di Pelosi dal giornalista del “Tempo” Franco Salomone: nessun problema per l’onorario, già che «ci avrebbe pensato qualcuno molto in alto».

Mangia (tra i suoi assistiti, i neofascisti assassini e violentatori del Circeo Andrea Ghira, Angelo Izzo e Giovanni Guido) nomina suoi periti di parte il professor Franco Ferraguti (tessera P2 n. 849) e lo psichiatra neofascista e massone Aldo Semerari, altro piduista. Legato alla Banda della Magliana e alla destra eversiva di Ordine Nuovo, Semerari era diplomatico del Sovrano militare Ordine di Malta nonché a libro paga del Sismi. Il 1° aprile 1982 verrà rapito e decapitato dalla nuova Camorra cutoliana.

Lo stesso giorno muore anche la dottoressa Maria Fiorella Carraro, terzo perito di parte del Pelosi, compagna di Semerari. Nel frattempo altri avrebbero provveduto a sottrarre da Petrolio il capitolo Lampi sull’Eni. Il cugino di Pasolini, Guido Mazzon (a voce, il 24 ottobre 2005):

Mia cugina Graziella [Chiarcossi, erede del poeta] mi telefonò due volte: il giorno del delitto – «I fascisti hanno ucciso Pier Paolo» – e qualche tempo dopo, un mese, non ricordo bene. Mi ricordo bene quello che mi disse: «sono venuti i ladri in casa, hanno rubato della roba, gioielli e carte di Pier Paolo».

Mazzon lo ha poi ripetuto a Paolo Di Stefano (sul “Corriere della Sera”, 4 marzo 2010):

«Nel ’75, dopo la tragedia di Pier Paolo, Graziella chiamò mia madre per dirle di quel furto. Quando mia madre me lo riferì, pensai: “Accidenti, con quel che è capitato ci mancava pure questa”. E pensai anche: “Strano però, che senso ha andare a trafugare le carte di un poeta?”. Il mio stato d’animo sul momento fu proprio quello. Avevo 29 anni e ricordo bene la sensazione che ebbi. Poi il particolare del furto mi tornò alla mente leggendo Petrolio e venendo a sapere della parti scomparse»

Perché l’imbarazzo? «Perché non riesco a capire come mai mia cugina continui a negare quel fatto. Dopo l’annuncio del ritrovamento, l’ho cercata al telefono, ma senza successo: vorrei chiarire, cercare di ricomporre il ricordo. Mia madre è morta due anni fa e non posso più chiederle conferma, ma quella comunicazione telefonica ci fu e si verificò dopo la morte di Pier Paolo, non potrei dire esattamente quanti giorni dopo».

Ancora Mazzon a Matteo Sacchi (“il Giornale”, 4 marzo 2010):

«Io ricordo bene che dopo la morte di Pasolini mia madre ricevette una telefonata proprio da Graziella Chiarcossi che le comunicava che c’era stato un furto. Avevano portato via delle carte e dei gioielli. Mia madre era molto turbata. All’epoca non pensammo affatto a Petrolio. Ma col senno di poi e con queste rivelazioni, tutto potrebbe assumere un senso».

«L’ho letto, è inquietante, parla di temi e problemi dell’Eni, parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese». Così parlò Marcello Dell’Utri il 2 marzo 2010, annunciando che di Lampi sull’Eni – il capitolo mancante di Petrolio – proprio di quelle pagine proprio lui, beffardamente era entrato in possesso.

Una notizia clamorosa due volte: perché l’amico dello stalliere di Arcore stava dando (inconsapevolmente?) una “notizia di reato” e perché nonostante Dell’Utri ci saremmo trovati di fronte a pagine di rilevante interesse sia storico che letterario. Presto Dell’Utri si corregge: «in realtà non l’ho letto… me ne hanno riferito un sunto… sembra che in quelle pagine Pasolini parli… parli dell’Eni… di Cefis… di Mattei…».

E a Paolo Di Stefano (“Corriere della Sera”, 12 marzo 2010): ma lei li ha visti? «Li ho avuti tra le mani per qualche minuto, sperando di poterli leggere con calma dopo». Che fisionomia avevano? «Una settantina di veline dattiloscritte con qualche appunto a mano».

Poi si preciserà che sono esattamente 78 «di un totale di circa duecento». Potrebbe essere il famoso capitolo mancante, intitolato Lampi sull’Eni? Risposta: «Più esattamente Lampi su Eni».

Alessandro Noceti (collaboratore di Dell’Utri) su “il Giornale” del 4 marzo 2010 dice che quelle pagine «erano all’interno di una cassa. La cassa apparteneva ad un Istituto che ne è anche proprietario». A quanto sembra, le veline sparite sarebbero in mano a un antiquario – un intermediario – che le avrebbe offerte a Dell’Utri.

Nell’ottobre 1974 Pasolini dichiara di essere arrivato a 600 pagine (un mese prima erano 337), mentre al filologo Aurelio Roncaglia la cugina Graziella Chiarcossi ne consegna 522: 492 pagine dattiloscritte, le altre a mano, «senza contare – osserva Gianni D’Elia nel suo prezioso libro-inchiesta Il Petrolio delle stragi – che in pochi mesi ne aveva scritte circa 200». Chi sono i veri assassini? Quali i mandanti? Domande in sospeso su cui insistono oltre a D’Elia anche Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero (lo stesso titolo di uno dei capitoli del libro di D’Elia, che i due autori correttamente indicano tra le principali fonti d’ispirazione del loro lavoro). Lo Bianco e Rizza:

Ragioniamo. Se il delitto Pasolini è un delitto «politico» complesso, effettuato su commissione, ordinato dagli stessi ambienti che hanno voluto la morte di Mattei e depistato le indagini su De Mauro, per comprendere bene la dinamica bisogna fare ricorso alla teoria dei «cerchi concentrici», più volte utilizzata per spiegare i delitti eccellenti. Quelli in cui non c’è un rapporto diretto, un vero e proprio contatto tra mandanti ed esecutori, ma un sistema di «cerchi concentrici», che, partendo dall’interno, trasmette l’ordine (o, meglio, «la volontà») all’esterno per l’esecuzione, in una compartimentazione di informazioni che tutela i livelli più alti ed espone solo la manovalanza.

Assieme al dossier di Carlo Lucarelli e Gianni Borgna uscito su “Micromega” n. 6/2005, alle tante firme italiane e internazionali raccolte dalla rivista “Il primo amore” per la riapertura del processo e al presunto ritrovamento di una parte del capitolo mancante Lampi sull’Eni, i libri di D’Elia e Lo Bianco e Rezza hanno portato ad una nuova più approfondita indagine sulla morte del grande regista e poeta friulano. Nuova anche l’ipotesi di reato: omicidio volontario aggravato dalla premeditazione.

Il 27 marzo 2009 l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno depositato alla Procura di Roma un’istanza di riapertura delle indagini sulla morte di Pasolini, affidata al sostituto procuratore Diana De Martino. L’identità degli esecutori materiali potrebbe essere oggi accertata analizzando le tracce ematiche sulla camicia di Pasolini, conservata in uno scatolone al Museo criminologico di Roma insieme agli altri reperti ritrovati sull’auto, alcuni dei quali (un maglione verde, un plantare misura 41 e altri ancora) non appartenenti a Pasolini.

Secondo il comandante del Reparto Carabinieri Investigazioni Scientifiche (Ris) Luciano Garofano (in Delitti e misteri del passato, Rizzoli 2008), «la disponibilità degli abiti di Pasolini ma soprattutto di quelli di Pelosi ci consentirebbe di ottenere importanti informazioni sulle modalità dell’aggressione».

Quasi quarant’anni dopo. Quarant’anni di verità negate agli italiani, in un Paese esposto alle pulsioni mafiose del Potere.

È la pasoliniana «mutazione antropologica della classe dominante», che ritroviamo nel linguaggio narcotizzante della televisione, (la grande scommessa P2 persa da Cefis, vinta da Berlusconi), nelle parole vuote – menzognere e terroristiche – della pseudopolitica e nell’immutata logica del Potere, che ha portato al mondo in cui viviamo adesso.

Scrive Gianni D’Elia nel suo Petrolio delle stragi: «le parti di Petrolio che non si trovano più davano forse molto fastidio al Nuovo Potere, che si andava consolidando. Forse avrebbero fatto lo stesso botto di Mani pulite, contro la Tangentopoli stragista di quella stagione, invece sepolta nella rimozione che siamo diventati, pasolinianamente, “a mutazione criminale avvenuta».

E allora leggiamo il mutilato Petrolio, il «viaggio dantesco dentro i “gironi” della notte repubblicana, della sua “mutazione antropologica” e politica infernale».

 

fonte: Il primo amore

PIER PAOLO PASOLINI, L’INCHIESTA INFINITA DI UNA MORTE ANNUNCIATA

PIER PAOLO PASOLINI, L’INCHIESTA INFINITA DI UNA MORTE ANNUNCIATA

immagine di Eretico e Corsaro

 

di Simona ZECCHI (pubblicata il 4 novembre 2014)

 

Una volta, un noto estremista di destra che avrebbe poi confessato la sua partecipazione ad alcuni eventi efferati che stavano insanguinando il Paese, confidò a un suo intimo amico: «Se non trovano niente nei primi 10 giorni non scopriranno più la verità». È quella delle indagini confuse, mescolate e senza logica, infatti, una delle caratteristiche che contraddistinguono la vicenda giudiziaria sul massacro perpetuato a Pier Paolo Pasolini.

Restando fedeli alla massima estremista poco fa espressa, basta allora tornare già alle prime quarantott’ore dopo il delitto, quarantott’ore scandagliate subito da L’Europeo il 21 novembre 1975 con un elenco preciso e puntuale di tutti gli errori fondamentali (almeno 6) iniziali. Il settimanale proseguirà poi in una lunga contro-inchiesta a firma di Oriana Fallaci e del suo collaboratore morto in strane circostanze molti anni dopo, nel 1989 (Mauro Volterra):

1. ad accorrere sul luogo del delitto in quella che era una stradina sterrata sputata sul mare di Ostia, due Giulia della polizia che non pensa nemmeno lontanamente di allontanare la folla accalcatasi intorno al corpo martoriato, inquinando così sin da subito quella scena criminis tanto dipinta e raccontata negli anni avvenire.

 

2. Nessuno ha tracciato sul foglio allora apposito degli inquirenti, i punti esatti dei vari ritrovamenti “di solito contraddistinti da lettere dell’alfabeto” come sottolinea il giornalista Gian Carlo Mazzini quel 21 novembre.

 

3. Dalla domenica del ritrovamento fino al giovedì successivo, la macchina di Pasolini è rimasta sotto una tettoia nel cortile di un garage, aperta e senza sorveglianza (è poco noto inoltre e quindi è anche bene ricordarlo qui, che quella stessa Alfa GT che Pasolini voleva destinare comunque a Ninetto Davoli, dopo la sua morte, un suo desiderio espresso in un foglietto, è stata fatta rottamare dallo stesso Davoli senza minimamente pensare che poteva essere un corpo di reato ancora da analizzare).

 

4. Alla scomparsa delle tracce già inquinate, subito dopo l’omicidio, si aggiunge anche la lenta adempienza degli investigatori che a parte il sopralluogo all’alba di quel 2 novembre faranno ritorno sul luogo del delitto soltanto il lunedì successivo, 3 novembre,quando ormai la strada era solcata da buche profondissime tanto era stato il traffico in quei due giorni.

 

5. Contrariamente a quanto fatto da Furio Colombo la mattina stessa del ritrovamento del corpo, che intervistò un pescatore del posto, il quale sin da subito nel racconto parla di più persone e dello stesso grido (“Mamma mamma m’ammazzano”) che anche Pelosi nelle interviste successive tra rimandi e dinieghi e qualche verità aveva da un certo punto in poi, 2005, cominciato a raccontare, gli investigatori cominciarono a interrogare gli abitanti di quelle che allora si chiamavano “baracche” e i frequentatori della stazione Termini dove, dice la vulgata e una ricostruzione ormai labile, “per la prima volta” si incontrano Pelosi e Pasolini solo molti giorni dopo mentre quel pescatore non fu mai sentito.

 

6. Infine, sul luogo del delitto non è mai stato chiamato il medico legale. E’ come quando in certi casi insomma si nega l’esame autoptico perché si pensa che la persona sia morta d’infarto: con Pasolini è stato cosi. La certezza di avere già degli elementi e di trovarsi di fronte a un “omicidio nel mondo del vizio”, come qualcuno scrisse già nel marasma di giudizi e preconcetti sul terribile evento, ha creato dei precedenti che da subito ha macchiato d’incertezza e oscurità quella dinamica così complessa secondo i testimoni e gli aneddoti emersi poi negli anni, che ormai districarsi per chi non segue ogni rivolo giudiziario diventa una scommessa.

 

Nel 2010, dopo un tamtam politico-mediatico senza precedenti, battuto per primo da Marcello Dell’Utri in occasione di una mostra del libro antico a Milano e alcune testimonianze che l’avvocato Stefano Maccioni, insieme alla criminologa Simona Ruffini nel 2009 hanno portato alla conoscenza del magistrato titolare delle indagini preliminari tuttora aperte, Francesco Minisci, la procura di Roma decide di riaprire le ricerche fino ad arrivare nel dicembre del 2013 a prelevare il Dna di decine di persone sospettate e a sentire 120  testimoni.

Nonostante le nuove testimonianze, pure molto importanti di cui parleremo nella seconda parte, e un’inchiesta giornalistica pubblicata nel 2008 da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Profondo Nero, Chiarelettere) il vero incentivo a riaprire il caso è stato appunto quello politico. Dopo le esternazioni di Dell’Utri che riferivano novità sul famoso “Appunto 21″, l’appunto cui Pasolini stesso in Petrolio si riferisce con un titolo Lampi su Eni, infatti, Walter Veltroni cominciò a pungolare l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano per la riapertura del caso, fino a che non ottenne una risposta. Quel pungolo arrivò anche alla procura la quale alla fine si decise.

Succede purtroppo quando un caso diventa motivo di indignazione o visibilità spesso al limite della speculazione (guarda il recente caso Cucchi, ndr) con al centro di tutto non la ricerca della verità ma l’esaltazione mediatica o il tornaconto di qualcuno (Dell’Utri in quel momento, marzo 2010, già condannato per mafia era in attesa del verdetto della cassazione e nei giorni successivi tra pentimenti sulle esternazioni e rimandi continui ha riempito i giornali nazionali). Il 5 dicembre 2011, poi, Dell’Utri fu interrogato dai pm di Palermo su ciò che avrebbe visto a Milano durante quella mostra, ossia alcune veline di quell’appunto o capitolo senza però cavarne granché.

La familiare più stretta ed erede di Pier Paolo Pasolini, Graziella Chiarcossi, a ogni riferimento sospinto al riguardo fa scudo e sottolinea che quell’appunto non esiste. Lo ha fatto anche in un recente articolo apparso sulle pagine del Domenicale de Il Sole 24 Ore in risposta a un semplice excursus sul fatto.

È cosi che le parole di quell’estremista tornano cocenti e vere come non mai in questa storia. Non sono i soli “errori” disseminati e qui ricapitolati, posto che gli errori possono sempre sussistere, a complicare tutto sin dall’inizio, a imbrogliare le carte, ma molto altro in un’inchiesta infinita che ancora non permette di leggere Pasolini senza più quel corpo martoriato davanti agli occhi.

 

fonte: Pier Paolo Pasolini – Eretico e Corsaro