FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI, MA CON LA POLITICA DEI MEDIA…

FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI, MA CON LA POLITICA DEI MEDIA…

politica

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Responsabile Movimento Essere Sinistra [MovES]

 

 

Ancora un morto sul lavoro, due giorni fa.
Era l’operaio di una cava a Carrara. Aveva 37 anni e un figlio piccolo. È rimasto schiacciato sotto ad un blocco di marmo.

Un operaio di quelli che fa il dato statistico della ripresa dell’occupazione con un contratto a tempo determinato di UNA SETTIMANA.
La politica del mainstream, proprio su questi dati ci dice infatti che va tutto alla grandissima…

 

La condizione del paese, invece, è sempre più drammatica.
A ben vedere ci sarebbe da lavorare politicamente senza sosta, giorno e notte, per mettere mano alle sempre più gravi emergenze ed urgenze, ma non lo si fa e tutto il mainstream è appiattito a parlare del pericolo Salvini, come se tutto il disastro attuale dipendesse solo da lui, come se lui solo avesse generato questo inferno dei viventi a firma PD.

Tra l’altro, con una tipica devianza che si è creata nella sedicente sinistra radicale e nel centrosinistra dal 1993 in poi, non si parla di Lega ma di Salvini, così come non si parlava di Forza Italia ma di Berlusconi e altrettanto non si è parlato di PD ma di Renzi. Non si parla e non si è parlato, dunque, di politica ma di PERSONAGGI della politica.
Anzi, i partiti che essi rappresentavano e rappresentano, sono sempre stati solo comparse su uno sfondo indistinto, comitati elettorali permanenti da muovere e nominare solo all’abbisogna.

 

Ed è così che ci troviamo, oggi, ad un totale svuotamento di ciò che invece è e DEVE essere la politica.
Ragione per la quale, man mano si è proceduto in questi ultimi 20 anni circa a destrutturarne il contenuto e il senso, si avanzava a dare forza al leaderismo.

La politica Pop, quella del gossip politico ma MAI della discussione, della crescita delle coscienze e del confronto, tantomeno della costruzione di un’alternativa seria a nessuno dei tre leader di cui sopra.

 

In virtù di quanto appena espresso, ecco che ci ritroviamo quindi dinnanzi ad un passaggio storico e politico importantissimo e, invece di occuparsene, le tifoserie si scannano sulla carta da indovinare nel solito gioco (truccato) delle tre carte messo in atto dal sistema propagandistico a reti unificate.

Peccato solo che, fuori dalla porta di casa nostra, accadano eventi che senza tema di smentita si possono definire epocali.
Il tutto nel silenzio generale dei media e inevitabilmente è proprio questo che orienta sia il dibattito sia la percezione dei reali pericoli che corriamo sia la scarsissima attenzione ai cambiamenti in atto.
Poi, però, a chiedere in giro nessuno più guarda talk-show politici e TG, salvo poi comportarsi pavlovianamente secondo ciò che questi diffondono: Salvini, Salvini, Salvini.

Infatti, proprio in queste ultime ore, Trump sta nientemeno che provocando l’Europa relativamente alla sua permanenza nella NATO e, poichè ha stabilito che questo organismo costa davvero troppo e serve davvero a poco, se intanto che sferra la mossa finale alla NATO, dà una spallata alla Germania e alla UE, si porta avanti col “lavoro” che ha in mente di fare riguardo al nostro futuro.
Il punto però è seguire attentamente quanto avviene per capire quali saranno le conseguenze e, inoltre, quali i passi successivi che Trump agirà contro la Germania e la UE.

 

La partita, quindi, si fa interessante.
Pare, però, che troppo pochi abbiano voglia di occuparsene (di questo come degli immani problemi di un popolo che sempre di più è stremato) e in generale per ciò che riguarda la discussione politica, si continua solo a farsi dettare l’agenda dei problemi di cui dibattere, dal mainstream.
Per forza poi Salvini stravince, eh?

 

 

politica

URAGANI, TERREMOTI E COLONIE AMERICANE

URAGANI, TERREMOTI E COLONIE AMERICANE

colonie-uragani

Immagine aerea degli esiti dell’uragano di Puerto Rico del settembre scorso

 

di Dario BIANZANI – Coordinatore Nazionale Movimento Essere Sinistra [MovES]

A settembre dello scorso anno, l’uragano Maria ha devastato Porto Rico, Stato associato agli USA ma non è tanto la natura a lasciarci sconcertati quanto come il paese delle libertà, dove tutto è possibile, a dispetto della narrazione differenzia i suoi stessi cittadini: sono tutti statunitensi ma alcuni più statunitensi di altri, quelli di Porto Rico sicuramente di serie b perchè abitanti di una delle colonie americane.

Puerto Rico, infatti, è stato trattato come si sono sempre trattate le colonie.
Il governo degli USA – di cui l’isola è uno stato associato senza diritto di voto – ha bellamente ignorato le richieste di aiuto.

L’uragano ha lasciato più di 3 milioni e mezzo di “cittadini statunitensi” senza l’approvigionamento necessario di cibo, acqua e carburante.

La tormenta di categoria quattro ha portato una quantità di pioggia senza precedenti e provocato inondazioni catastrofiche che hanno gravemente danneggiato la rete elettrica lasciando l’isola al buio.
Le autorità cos’hanno fatto? Hanno semplicemente avvertito che alcune aree del paese sarebbero potute restare senza energia per almeno 6 mesi.

Nonostante le richieste di aiuto delle autorità locali al governo statunitense gli aiuti hanno continuato a tardare ad affluire e le zone interne del paese sono restate isolate.

Nei giorni più drammatici dopo l’evento meteorologico, gli ospedali dell’isola hanno funzionato solo per i servizi essenziali, grazie a generatori diesel.

Circa 70 mila persone residenti nell’area della diga di Guajataca, fortemente danneggiata dal passaggio dell’uragano e a rischio di crollo, sono state costrette ad abbandonare le proprie case.

In tutto questo, in quei giorni il presidente Donald Trump si è pronunciato sul tema con un discorso criticato dai più per la scarsità di empatia che conteneva.
Inoltre con una serie di tweet il presidente è parso colpevolizzare la stessa Puerto Rico per la situazione che si è venuta a creare.

Puerto Rico in effetti ha sempre posseduto delle infrastrutture vetuste e in pessime condizioni e quando l’uragano si è abbattuto sull’isola, lo Stato si trovava già in situazione di default economico con un debito pubblico enorme pur appartenendo agli Stati Uniti.

Ma più ancora, in quei giorni tragici, il presidente Trump aveva persino annunciato che non avrebbe visitato l’isola, prima di diversi giorni.

Insomma, come sempre, le “colonie” devono essere trattate da “colonie”.

Dovremmo tenerlo a mente anche noi, visto che ormai l’Italia è di fatto una colonia della UE, cosa potrebbe significare continuare a rimanerlo e il terremoto del centro Italia di due anni fa, ne è un luminoso esempio, considerato che le baraccopoli sono ancora in piedi, che ben poco si è fatto e che dalla UE non si è proferito verbo (o intervento).

Siamo nella stessa condizione di Porto Rico e dovessimo trovarci ancora in emergenza, non dovremo aspettarci niente sia dalle amministrazioni locali impoverite dal patto di stabilità sia dalla UE che ci governa che i nostri soldi li deve regalare al sistema bancario e finanziario.

Da loro tecnocrati, quindi, niente. I paesi del sud Europa sono solo colonie e vanno trattate come tali: servono alla predazione e allo sfruttamento. Fine.

Fatto salvo, poi, ricevere il tempestivo aiuto della Russia che non aveva esitato un istante a inviare uomini e mezzi per far fronte alla catastrofe, specie quella nevosa che ha seguito il sisma estivo del sisma di Amatrice e Accumoli.

Meditate, gente, meditate…

“AIUTAMOLI A CASA LORO”. CI PENSA L’ENI

“AIUTAMOLI A CASA LORO”. CI PENSA L’ENI

aiutiamoli-nigeria

 

Mentre in provincia di Padova, circa due mesi fa, due imprenditori agricoli sono stati arrestati per schiavitù e maltrattamenti gravissimi nei confronti degli immigrati che lavoravano per loro e per il danno erariale compiuto coi mancati versamenti, poi ci si ritrova a leggere di come ENI intende il famoso “aiutiamoli a casa loro”.

 

di Luca SOLDI

 

C’è voluto l’intervento del gup di Milano, Giuseppina Barbara, per scoperchiare l’ennesima ipotesi di sfruttamento e prevaricazione nei confronti del continente Africa.

E giustamente crea scandalo la notizia del rinvio a giudizio, a Milano, della società Eni, dell’attuale a.d, Claudio Descalzi, e del suo predecessore, Paolo Scaroni, nel procedimento sulla maxi tangente che, secondo l’accusa, sarebbe stata pagata per lo sfruttamento di un giacimento petrolifero in Nigeria.

Qualora venissero confermate le ipotesi accusatorie dei pm si tratterebbe di sistema non nuovo, utilizzato dalle grandi multinazionali per fare gli affari a casa loro. Per mantenere viva e vitale una classe dirigente che tutto fa all’infuori che distribuire in modo equo le ricchezze del continente.
Anche la nostra Eni si ritroverebbe coinvolta nello sfruttare quella terra ed il suo popolo.

E’ quanto emergerebbe dall’indagine che ha portato la magistratura italiana al rinvio a giudizio tutti i 15 imputati, tra cui Claudio Descalzi e Paolo Scaroni, (rispettivamente attuale amministratore delegato e ex a.d dell’Eni), il Cane a sei zampe e Shell, per il caso della presunta maxi tangente versata dalle due società a pubblici ufficiali e politici nigeriani per lo sfruttamento del giacimento petrolifero Opl 245.

Il motto ‘aiutarli a casa loro’ così continua a risuonare ma gli aiuti pare che vadano nella direzione dei soliti corrotti che dissanguano le ricchezze di un continente che continua ad essere colonia delle grandi multinazionali.

Da parte sua il Cda dell’Eni, in una nota, conferma la massima fiducia nella correttezza e integrità dell’operato dell’azienda e del suo amministratore delegato.
Naturalmente, verrebbe da dire, mentre gli sbarchi proseguono, mentre centinaia di migliaia di persone vengono accatastate nei lager libici.

Ancora una volta emerge che mentre la politica e le istituzioni lanciano proclami, cercano improbabili accordi a livello nazionale ed europeo, le grandi multinazionali fanno a gara per portare avanti le solite politiche di sfruttamento che dire colonialistico suona eufemistico.

Niente di nuovo e niente che non si conosca da decenni. L’evidenza di un Occidente, ma anche della Cina e dei paesi Arabi, che spremono l’Africa fino al midollo rende ridicole e tragiche le ipocrisie di quanti raccontano con sufficienza dei fenomeni migratori.

Ma oltre allo “spolpamento” delle risorse naturali emerge un sistema di tipo mafioso che impedisce la formazione e la crescita di una classe dirigente africana che possa rendersi libera dalla sudditanza nei confronti dei grandi gruppi sovranazionali.

Emerge una consapevole distruzione attraverso un devastante sistema corruttivo delle classi dirigenti e politiche dei paesi africani.

Una operazione vergognosa che oltretutto toglie, sopprime, ogni capacità di crescita morale.

Impedisce il riscatto delle nuove generazioni che se pure volessero compiere un benché minimo tentativo si trovano di fronte a delle vere e proprie caste agguerrite ed intoccabili nei privilegi.

E spiega perché malgrado le infinite ricchezze non ci siano possibilità di riscatto e speranza

ALBERT CAMUS E IL COLONIALISMO FRANCESE

ALBERT CAMUS E IL COLONIALISMO FRANCESE

Camus

 

 

di MARIA CAFFARRA TORTORELLI [MovES]

Albert Camus è uno degli autori francesi moderni che più ho amato.
Camus, un pied-noir.

Mi è piaciuto più di Sartre, padre dell’esistenzialismo con cui il Nostro ha avuto scontri ideologici, forse perchè lo trovo più vicino alla mia sensibilità e non solo in senso umanistico o letterario.

 

“nel trovarlo simile a me, finalmente,così fraterno,
ho sentito che ero stato felice”

Camus ebbe il coraggio di mettersi di traverso anche al PCF che era diventato piuttosto tollerante verso il colonialismo.
La sua battaglia in favore dell’Algeria, terra in cui era nato da genitori francesi – detto perciò pied-noir con chiara ed evidente intonazione dispregiativa – si ritrova in tutti i suoi scritti.

Il suo impegno a favore della gente di quella terra, per la giustizia, il riscatto economico, culturale, sociale, è il fulcro di tutte le sue Opere.

Intransigente, rifiuta i compromessi e appoggia la rivolta del ’45 in Algeria e chiede che la Francia costruisca davvero una democrazia nei Paesi Arabi.
Lo hanno preso in parola, ma nella maniera più distorta e aberrante che potesse immaginare.

Camus, quindi, è contro la Francia e il Capitalismo Coloniale che infatti continuano, ancora oggi, ad essere ipocriti, prepotenti e imperialisti e creano squilibri spaventosi che hanno finito con l’alterare non solo il paese colonizzato.
Basta pensare a quanto avvenuto dopo l’intervento in Libia per eliminare Gheddafi o pensare a cosa hanno generato in Niger e Nigeria e in tutti i paesi delle ex colonie francesi che hanno adottato il franco CFA: debito e ancora colonialismo, sempre e solo colonialismo, ancora oggi e sempre.

Riporto una frase, tratta da una sua inchiesta sulla “Miseria della Cabilia”, la regione più povera dell’Algeria, che sembra essere premonitrice dell’attuale tragico presente.

Un monito, quello di Camus, opportunamente dimenticato.

 

A lungo termine,
tutti i continenti, giallo, nero, bistrò,
si rovesceranno sulla Vecchia Europa
Sono centinaia e centinaia di milioni.
Hanno fame e non temono la morte…

MATEMATICA DELLA POVERTÀ

MATEMATICA DELLA POVERTÀ

povertà

 

 

di EmmeTI – [MovES]

 

Non sono un’appassionata di matematica, anzi, detesto i numeri, le percentuali, le statistiche e tutto quello che ne deriva. Ricodo che alle superiori in contabilità e amministrazione avevo 3 nel primo quadrimestre e nel secondo trovavo sempre qualche compagno/a che impavido e sprezzante del pericolo, mi aiutava a recuperare, così raggiungevo il 4.

Negli ultimi mesi, mio malgrado, ogni volta che leggo un quotidiano o guardo un TG, mi ritrovo prepotentemente inserita in una di quelle statistiche che tanto aborro.  Quali direte voi? Quelle sulla povertà.

 

Adesso non sto qui a snocciolare numeri e percentuali per i motivi di cui sopra. In alcuni casi, a seconda della testata giornalistica, faccio parte della schiera dei poveri assoluti, in altri vengo collocata in quella a rischio povertà.

Tali statistiche, però, non includono l’incazzatura e la frustrazione che io ed altri come me, proviamo.
Faccio parte dei lavoratori dipendenti ed ho iniziato a lavorare a 13 anni. Ricordo bene le prime buste paga e anche quelle successive.

Mi preme sottolineare che mi sono sempre mantenuta e ho vissuto da sola pagando l’affitto e fino all’avvento dell’euro maledetto, riuscivo, non solo ad avere un tenore di vita decoroso, ma a risparmiare per le vacanze e per eventuali brevi gite spalmate nell’arco dell’anno, nonostante avessi pure dei vizi piuttosto costosetti.

Adesso, pur lavorando, sono finita in povertà, io sono povera!
A metà mese ho già finito i soldi e questo mi spinge a chiedere prestiti e a rincorrere continuamente i debiti perché non ce la faccio mai a tappare tutti i buchi.

Negli ultimi anni poi, abitando in campagna mi sono organizzata un piccolo orto, qualche gallina per le uova, ma non basta. Avevo l’auto e a mano a mano che la cambiavo ne prendevo una sempre più piccola di cilindrata per risparmiare fino ad eliminarla del tutto in cambio di uno scooter 50 del ’97.

Insomma, mi è venuto a mancare non solo il soddisfacimento dei bisogni secondari, ma anche di quelli primari perché sempre più spesso mi manca il cibo in tavola.

Ora il mio scritto va guardato solo come uno sfogo, non voglio fare la vittima e per principio non mi piace l’assistenzialismo. Sono una donna non più giovane che ha sempre lavorato con dignità e dedizione e vorrei essere ripagata con altrettanta dignità.

Non basta creare occupazione, come non basta quel ridicolo decreto ‘dignità’, ma dignità di cosa?
Se prima ti liquidavano dopo 36 mesi, adesso lo faranno dopo 24 e di casuali se ne possono inventare a iosa.

 

Io rivendico il diritto al lavoro con la L maiuscola, quello dignitoso con la D maiuscola.
Per spazzare via la povertà, con ciò che significa e comporta, non basta creare occupazione, è necessaria la qualità dell’occupazione.
VLADIMIRO GIACCHÈ: GOVERNO CONTE E SOVRANITÀ COSTITUZIONALE

VLADIMIRO GIACCHÈ: GOVERNO CONTE E SOVRANITÀ COSTITUZIONALE

giacchè

 

 

 

Intervista a Vladimiro GIACCHÈ, economista marxista, di Francesco Valerio Della Croce per la FGCI

 

1) E’ stato evidenziato che il voto del 4 marzo ha aperto una fase nuova nella vita del Paese: le forze su cui si è retta la cosiddetta “democrazia dell’alternanza” nel bipolarismo – ma in realtà speculari nell’applicazione servile delle politiche economiche UE – sono uscite pesantemente sconfitte, aprendo la strada all’ascesa di Movimento 5 stelle e Lega. Credi che si sia aperta effettivamente una fase nuova di transizione per il nostro Paese?

Mi sembra presto per dirlo. Una cosa però possiamo affermarla con ragionevole certezza. La maggioranza dei votanti ha inteso dare un segnale di cambiamento e di rottura precisamente per quanto riguarda il tema, cruciale, dei rapporti con l’Unione Europea. Che questa volontà, che a me appare chiara, possa poi tradursi davvero in politiche che rappresentino un punto di svolta rispetto “all’applicazione servile delle politiche economiche UE” dei precedenti governi, è un’altra faccenda. Che dipende da molti fattori: la coesione interna del governo e l’effettiva capacità (e volontà) di tenere fede all’obiettivo dichiarato di far sentire la propria voce nel consesso europeo, la pressione ricattatoria che sarà esercitata sul governo affinché venga a più miti consigli (qualche saggio sui mercati l’abbiamo già avuto), infine – la cosa non sembri secondaria – gli orientamenti dell’opposizione in Italia. È evidente infatti che un’opposizione attestata su una linea di ottuso lealismo europeo, in continuità con le politiche rinunciatarie degli ultimi anni, non soltanto si suiciderebbe, ma indebolirebbe le chance del nostro Paese di vedere riconosciute le sue ragioni, e in ultima analisi diminuirebbe le possibilità di un esito non traumatico della crisi dell’Unione. Perché qui c’è un punto cruciale che non va dimenticato: il progetto europeo si trova in una crisi molto grave, che si deve in parte a “difetti” della sua stessa costruzione istituzionale (i Trattati, almeno dall’Atto unico europeo del 1986 in poi), in parte alla gestione criminosa della crisi economica. La crisi europea può essere solo aggravata da atteggiamenti, in particolare da parte dei governi tedesco e francese, che puntino a continuare a sfruttare le rendite di posizione costruite a danno dell’Italia e di altri paesi, utilizzando rapporti di forza favorevoli (e interlocutori accomodanti).

Qui mi sembra che nulla si possa sperare dall’opposizione del Pd, indistinguibile – su questo come su altri temi – da quella di Forza Italia.

E’ quindi della massima importanza che le forze che si collocano a sinistra di quel partito riescano a profilare una posizione che critichi ciò che è giusto criticare nelle azioni del governo, ma ponendosi da un punto di vista diverso: quello della difesa dei diritti del lavoro, e quindi della sovranità costituzionale.

Ritengo che essere giunti alle elezioni senza avere una posizione corretta e chiara su questo punto, senza aver compreso – cioè – che la difesa della sovranità costituzionale è l’unica trincea che consente di difendere i diritti del lavoro nell’attuale fase della “guerra di posizione”, sia uno dei fondamentali motivi del disastro elettorale della sinistra in tutte le sue declinazioni.

Ho recensito l’ottimo libro di Domenico Moro (La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra) pochi giorni prima delle elezioni. Concludevo la mia recensione sostenendo che una ripresa della sinistra dopo le elezioni avrebbe dovuto passare per una riflessione sui problemi trattati in quel libro. Continuo a pensarla così.

2) Lo scontro che si è generato negli ultimi giorni prima della gestazione del nuovo governo tra le prerogative delle istituzioni nazionali ed i voleri di quelle comunitarie ha probabilmente reso palese l’immanenza del conflitto tra vincolo interno costituzionale e vincolo esterno UE, di cui ti sei occupato intensamente negli anni passati: in che modo la nascita del nuovo governo interviene nel processo di integrazione europea e nei suoi sviluppi recenti (costituzione Fondo Monetario UE, Ministro delle finanze UE, ecc.)?

Questa anomalia politica potrà portare l’Italia a divenire “l’anello debole” del processo di integrazione europea o prevarrà una normalizzazione come avvenuto con la Syriza greca (anche alla luce dei primi obiettivi indicati dal governo in materia economica e sociale)?

Io credo che la formazione del nuovo governo italiano sia stato un evento dirompente quanto inatteso. E a ragione, visto che il nostro era sino a qualche anno fa il paese più “europeista” – il che poi in pratica purtroppo ha significato: il paese i cui rappresentanti hanno sacrificato gli interessi rappresentati, e in particolare quelli dei lavoratori e degli strati sociali più colpiti dalla crisi nel nostro paese, sull’altare dell’integrazione europea (considerata – soltanto da noi – come buona e progressiva a prescindere dai suoi concreti contenuti).

E’ chiaro che ora si è aperta una partita durissima, e che la posta in gioco è precisamente la “normalizzazione greca” del nuovo governo.

Anche per questo è importante che la sinistra di opposizione, quale che sia il giudizio che ritiene di dare dell’operato governativo, profili in modo molto netto la propria posizione su questo punto. Rifiutando ogni compromesso con i poteri dominanti in Europa e ovviamente, ancora prima, evitando di illudersi che questi poteri possano rappresentare un alleato fosse anche solo “tattico” dell’opposizione al governo attuale.

3) ll governo 5 Stelle-Lega nasce su una consenso interclassista, registrando nettamente il sostegno anche di una parte della borghesia nazionale. La stessa priorità data alla riduzione delle tasse sulle imprese rappresenta un timbro pesante posto dalle classi dominanti del Paese sulla politica fiscale del nuovo governo, in piena continuità col passato recente. Già dai primi giorni d’insediamento si sono registrate ambiguità e conflitti su questioni significative come la politiche estera, il rapporto del Paese con l’imperialismo americano, politiche sociali, politiche del lavoro, solo per citare alcuni esempi.

Ad oggi, l’approccio governativo verso questi grandi temi sta riscontrando una sostanziale continuità con il passato. Nella stessa aggressività usata in materie come l’immigrazione verso il nostro Paese, è possibile notare l’assoluto silenzio nei confronti delle responsabilità dell’Occidente nel passato e, conseguentemente, l’assenza di interventi in discontinuità con le politiche imperiali e di saccheggio. Come ritieni che i comunisti e le organizzazioni comuniste debbano porsi di fronte a queste contraddizioni ed, in generale, a questa fase politica?

Premetto che non ho alcun titolo per dare indicazioni a nessuno, e in particolare a nessuna organizzazione politica, meno che mai nella fase attuale. È una premessa doverosa da parte di chi, come il sottoscritto, non fa parte di alcuna organizzazione e non ritiene di essere dotato di ricette magiche per suggerire “linee” a chicchessia. Credo più in generale che ci si debba guardare dall’attribuire un ruolo di indirizzo attribuito a “intellettuali di area” che spesso finiscono per essere portatori soltanto delle proprie personalissime riflessioni.

Detto questo, sui temi che mi hai proposto penso questo.

Dal punto di vista sociale credo che il massimo radicamento questo governo lo abbia tra i disoccupati, la classe operaia e la piccola borghesia. Mi sembra per contro che la grande borghesia non si sia ancora abituata a quanto avvenuto il 4 marzo e a quello che ne è seguito.

Dal punto di vista sia del programma di governo che della sua composizione, mi sembra evidente che esistano linee diverse, a volte confliggenti tra loro. Solo il tempo potrà dirci quali interessi/linee prevarranno.

Quale atteggiamento tenere? Nel merito, mi aiuto con un esempio. Personalmente non sono un fautore della flat tax. Mi sembra che essa sia più un tributo alla piccola borghesia che al grande capitale o agli evasori (che come noto la flat tax se la procurano da soli in altri modi). Credo che da sinistra abbia senso opporsi a questa proposta in nome di provvedimenti alternativi (investimenti in infrastrutture fisiche e della conoscenza che finanzino un piano del lavoro, ad esempio). Ma credo anche che si debba assolutamente evitare di farlo in nome dei “conti in ordine” e dell’obbedienza al fiscal compact o alle “regole di Maastricht”. Questo significa che bisogna avere una propria agenda.

Quanto al resto, francamente per ora non vedo tutta questa continuità in politica estera. E precisamente per il motivo che ricordavi anche tu: le ambiguità e le diverse opinioni che sussistono tra i due partiti di governo su aspetti anche molto significativi. Io però preferisco le “ambiguità” alle posizioni di inequivocabile e assoluta sudditanza a cui ci avevano abituato i governi precedenti. Vedo ora qualcosa di diverso: un tentativo di smarcarsi da alcuni degli errori più gravi commessi in passato, in particolare per quanto riguarda la politica nei confronti della Russia. E’ ovviamente possibile che prevalgano i richiami all’ordine in sede UE e Nato. Ma lo scenario più probabile a mio avviso non è questo, bensì lo smarcamento su alcuni temi e la continuità su altri, magari attraverso una “politica dei due forni” che proverà a giocare gli uni contro gli altri alleati europei e statunitensi.

Più in generale, penso che su tutti i temi chiave (politiche economiche dell’eurozona, euro, politica internazionale, immigrazione, unione bancaria ecc.) a sinistra bisognerebbe per prima cosa chiarirsi le idee e assumere posizioni sensate. E su quelle, poi, sviluppare un’autonoma iniziativa.

Purtroppo invece la sensazione che giunge all’esterno è oggi quella di una babele di voci da cui si distinguono al massimo degli slogan autoconsolatori ma privi di qualsiasi effetto politico.

Tutto questo dovrà cambiare, e in fretta. Pena la fine della sinistra politica in questo Paese. Il messaggio che viene dalle amministrative del 24 giugno mi sembra chiaro.

 

 

fonte dell’intervista a Vladimiro Giacchè: MARX XXI

Dimensione carattere
Colors