DUEMILA MORTI IMMOLATI. VAJONT, IERI E ANCHE OGGI

DUEMILA MORTI IMMOLATI. VAJONT, IERI E ANCHE OGGI

 

di Bruno DELL’ORTO – Coordinatore Nazionale MovES

Ad una prima visita non guidata, seppur impressionati dal dislivello creatosi tra le parti a monte ed a valle della diga, si tende a scambiare la frana ricoperta oramai dalle conifere per il monte Toc, quello da cui la frana si è staccata.

 

(foto di Ivana Fabris)

Solo dopo attenta osservazione e percorrendo la strada che sale parallela all’ex invaso si comprende appieno ciò che l’occhio vede ma la mente non riesce a concepire: l’inferno di parte una intera montagna che si stacca e precipita, 260 milioni di metri cubi di materiale che ad una velocità inaudita si scagliano tutti assieme verso un lago riempito bel oltre il livello di guardia prendendone il posto…

E chi avrebbe potuto evitare tutto questo ne era perfettamente cosciente. Semplicemente decise che più importante di ogni altra cosa fosse il rientro dal proprio cospicuo investimento.

È così che l’Ambiente urla il suo NO! e si ribella alla volontà di profitto e abuso dell’uomo.
È così che l’Ambiente ci ricorda chi siamo, che ci rammenta quale sia il nostro posto, che ci dice che il rispetto deve essere sancito proprio perchè l’Ambiente ci tutela solo in uno scambio reciproco e continuo di rispetto.

Non è quasi mai così ma il Movimento che io rappresento VUOLE  e SEGUIRÀ SEMPRE e SOLO questo principio.

Proprio perchè nessuno ha mai voluto quel rispetto, il tutto è avvenuto e in pochissimi istanti.

Duemila innocenti seppelliti sotto un’onda spaventosa di acqua e fango strappato alla montagna.

Duemila vite di persone terminate in un minuto mentre ignare adempivano alle loro faccende quotidiane, chiacchieravano al bar, guardavano una partita di calcio.

Duemila tragedie immani, rese ancor più tragiche perché dolose furono le cause, perché si diede priorità al potere ed al danaro di una casta immonda, ignorando ogni segnale che la natura aveva inviato in tempi ampiamente utili ad evitare il disastro.

Duemila morti immolati al profitto di pochi che ancora attendono una giustizia che non verrà.

Ed alcune logiche, a ben vedere, non sono mai mutate, anzi, si sono inasprite nella loro applicazione su scala più ampia e perseguite tramite ben più sofisticati e subdoli strumenti.

CETA, SIAMO AL PUNTO DI NON RITORNO. MA COS’È IL CETA?

CETA, SIAMO AL PUNTO DI NON RITORNO. MA COS’È IL CETA?

da STOP TTIP PUGLIA

 

Da ieri il CETA prende il via in maniera provvisoria in attesa che i paesi UE approvino questo trattato capestro per i poli europei e che darà il colpo di grazia a quello che definiamo Stato con conseguenze mostruose.

Così è stato deciso da Jean-Claude Juncker e dal premier canadese Justin Trudeau.

MA COS’È IL CETA? Questo video lo spiega in maniera immediata, diretta e comprensibile a tutti.

 

 

Fonte: STOP TTIP PUGLIA

PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA, L’ABUSO DI POTERE CONTINUA

PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA, L’ABUSO DI POTERE CONTINUA

di Massimiliano DE ANGELIS

Acea, Hera, Iren e A2a, tutte aziende quotate in borsa, i cui azionisti rispondono a nomi tutt’altro che rassicuranti (come ad esempio Francesco Gaetano Caltagirone e la multinazionale francese Suez) riforniscono quindici milioni di persone e continuano a concentrare il controllo dell’acqua in poche mani attraverso la privatizzazione dell’acqua.

Ma poco conta questo, quello che fa pensare è il fatto che malgrado la privatizzazione di un bene prezioso come l’acqua, non si fanno interventi per evitare sprechi e perdite nelle linee idriche gestite da queste società.
Come al solito la regola è sempre la stessa: massimo rendimento con la minima spesa.
Il dettato del sistema privato, del capitalismo, della privatizzazione, del cosiddetto libero mercato.

Il voto referendario si era palesemente dichiarato CONTRO la privatizzazione quasi plebiscitariamente ma ci ha pensato questo governo burattino del neoliberismo con uno dei decreti Madia (anche se parzialmente bloccato dalla Consulta) del Parlamento e infine del Consiglio di Stato, di fatto hanno azzerato l’esito del voto POPOLARE che ha detto NO alla privatizzazione generando così un sistema che privatizza di continuo, un sistema che sta diventando sempre più predominante.

Un sistema che si ritiene libero di sprecare una risorsa che non è infinita e di far ricadere sempre solo su di noi il costo di tutto questo spreco e abuso.
Non a caso, il Blue Book di Utilitalia, dichiara che su 100 litri di acqua distribuiti, ben 39 si perdono per strada.
Oltre 1/3 di quanto è indotto nelle reti idriche, si perde.

Quindi, a nulla è valsa – come prevedevamo in tanti – la privatizzazione, specialmente per aver un buon servizio e una gestione che preveda interventi a salvaguardia di un simile bene, ma è logicamente servita solo ad effettuare un intenso sfruttamento e a continuare a generare e concentrare l’arricchimento di sole poche mani.
Il dramma vero è che è un processo in espansione continua, nel silenzio generale.

Tutti tacciono perchè se l’informazione spiegasse la situazione ad un popolo che ha votato NO con convinzione al referendum, qualche fastidio si genererebbe a questo sistema di potere.
Anzi, non si deve proprio sapere perchè questo è un processo che il governo italiano vuol far apparire come “normale“ agli occhi di tutta la popolazione con azioni non solo a livello di legiferazione parlamentare che vanno in senso contrario alla volontà popolare espressa col referendum, ma soprattutto non creando e non applicando una politica ambientale a tutto campo nel preservare un diritto fondamentale alla vita come lo è l’acqua.

Il solo fatto che ogni anno si riparano solo 8,3 metri di tubature per chilometro dice tutto, tant’è che è stato stimato che per sostituirla interamente ci vorrebbero due secoli e mezzo.
Nessuna azienza che faccia profitto mediante la privatizzazione attraverso l’erogazione e con la gestione dell’acqua, può avere interesse a questi interventi.
La privatizzazione serve dunque solo allo sfruttamento intensivo ed estensivo delle risorse di una nazione.

Eppure si potrebbe fare moltissimo per evitare un’altra catastrofe da qui ai prossimi 20-30 anni ma anche evitare quanto sperimentiamo di continuo nel presente.
A partire dagli investimenti di impianto per riparare e per evitare gli sprechi e imponendo una politica dei consumi in agricoltura dove le nuove tecniche di irrigazione a goccia, ad esempio, abbasserebbero i consumi di svariate volte ma pure facendo in modo che ad esempio in Sicilia, dove ci sono molteplici invasi, l’acqua possa giungere alle case degli abitanti imponendosi alla mafia che ha tutto l’interesse affinché questo non avvenga.

Per non parlare del fatto che si dovrebbe limitare l’uso dei diserbanti in agricoltura responsabili della presenza dell’arsenico in falda in aggiunta ad una seria politica di gestione dei rifiuti in modo che non si debba più assistere alla drammatica realtà di discariche abusive a cielo aperto o, ancora peggio interrate, dove le falde acquifere ne escono completamente compromesse.

Altrettanto vale per quanto riguarda l’intervenire sulla miriade di scarichi illegali civili (pensiamo all’abusivismo edilizio in tal senso soprattutto al centro e al sud Italia) e industriali.

E non va trascurato nemmeno il problema della desertificazione che va invece affrontato quanto prima perchè già oggi, in Italia, una larga fetta di territorio ha subito la desertificazione anche a causa del continuo interrare i corsi d’acqua per costruire o come anche intervenire con una politica seria che impedisca i continui disboscamenti.

Non vale il discorso della eventuale scarsità di acqua nel nostro paese se pensiamo che a fronte di un consumo di circa 200 litri di essa per abitante ogni giorno, il solo fiume Po (per esempio) ha una portata media superiore di ben 8 volte, senza contare gli oltre 7000 km. quadrati di bacini lacustri, gli invasi e i laghi artificiali fino ad arrivare a tutti i corsi di acqua esistenti e ai ghiacciai alpini.

Il disegno dei governi in Italia, perfettamente in linea al modus operandi dei poteri neoliberisti, è come al solito quello di massimizzare i profitti ingenerando precarietà, incertezze e insicurezze profonde e quindi paure nella popolazione per arrivare a costringerla ad accettare come “normale” qualunque abuso e ricatto perciò anche prendere come normale dover pagare per un diritto fondamentale, inalienabile come l’acqua che dovrebbe essere GRATUITA per tutta la popolazione italiana.

A questo RICATTO non si sottraggono nel profitto tipico del sistema neoliberista, nemmeno i Comuni guidati da coloro che in Parlamento dovrebbero rappresentare l’opposizione.
Ad esempio a Pomezia, dove il sindaco del Movimento 5 stelle ha fatto installare in qualche piazza della città i distributori di acqua depurata che altro non è che l’acqua dell’acquedotto pometino e ci si ritrova al punto che non esiste più una fontanella pubblica GRATUITA. Infatti, l’acqua di questi distributori il sindaco la fa pagare 5 centesimi al litro più il costo di altri 5 euro per una scheda e sta a significare che si fanno affari d’oro sull’acqua, BENE COMUNE.
Ma questo sarebbe il nuovo, naturalmente.

Per ultimo, a questo discorso va aggiunto che l’interesse economico in Italia è anche quello di produrre ogni anno qualcosa come circa 7 miliardi di bottiglie di acqua mentre le società pagano cifre irrisorie per le concessioni e dove c’è tutto l’interesse delle società del packaging sche scaricano sulle spalle dell’ambiente e degli italiani, tutte le problematiche legate allo smaltimento dei rifiuti.

La posizione del MovES va in senso contrario allo status quo imposto, ribadendo il concetto che l’acqua è un bene comune, sociale, fondamentale, inalienabile e necessario per la vita stessa.
Respingiamo perciò il concetto di sfruttamento e controllo dell’acqua.
Respingiamo che si faccia profitto da un bene di primissima necessità quale è l’acqua per ogni essere vivente.

L’acqua è un diritto inalienabile ma che lo Stato sta cedendo ad aziende che via via si espandono nel controllo e quindi presto potranno imporre qualunque costo che ognuno di noi accetterà se vuole sopravvivere.

Un diritto che va garantito sempre e comunque a fronte di uno Stato che oltre a sapere di neoliberismo oggi sa anche di regime totalitario.

FERMATE IL GASDOTTO TRANS-ADRIATICO! UNA LETTERA APERTA

FERMATE IL GASDOTTO TRANS-ADRIATICO! UNA LETTERA APERTA

Pubblichiamo e diffondiamo questo testo prelevato dal sito “www.https: 350.org/no-tap.letter.it” – affinchè TUTTI si attivino per raccogliere le firme ma anche e soprattutto per far comprendere a quante più persone possibili le ragioni per le quali il Gasdotto Trans-Adriatico denominato TAP non s’ha da fare!
Il Coordinamento Nazionale del Movimento Essere Sinistra – MovES

Il Gasdotto Trans-Adriatico fa parte del “Corridoio Meridionale del Gas” — una catena di enormi gasdotti di cui è stata proposta la costruzione, che trasporterebbero ogni anno miliardi di metri cubi di gas dall’Azerbaigian all’Europa.

Ora che Trump sta ritirando gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, è di fondamentale importanza che sia l’Europa a dare prova di autentica leadership climatica. Inoltre questo gasdotto distruggerebbe gli obiettivi climatici dell’Europa, sottraendo miliardi di euro in finanziamenti alle energie rinnovabili e incrementando la dipendenza da combustibili fossili nei confronti dell’Azerbaigian – un regime repressivo. Per non parlare degli impatti distruttivi e profondamente ingiusti sulle comunità che si trovano lungo il suo tracciato.

Ma senza il sostegno e gli investimenti europei, il progetto di questo gasdotto non può proseguire

 

Firma la lettera aperta cliccando qui!

indirizzata alla Commissione Europea e alle banche pubbliche europee (la BEI e la BERS):

“Noi sottoscritti chiediamo l’immediata sospensione di tutti i lavori relativi al TAP e al Corridoio sud del gas. Sollecitiamo la Commissione Europea a riconsiderare il proprio supporto al gasdotto, e facciamo appello alla BEI e alla BERS affinché non investano fondi pubblici in questo progetto superfluo, ingiusto e finanziariamente imprudente.”

 

PER APPROFONDIRE:

Perché l’Europa deve chiudere il rubinetto del TAP

All’attenzione di Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione Europea e Commissario europeo per l’unione energetica. Werner Hoyer, Presidente della Banca europea per gli investimenti, e Suma Chakrabarti, Presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

Facciamo appello alla Commissione Europea affinché’ ritiri il proprio supporto al Trans Adriatic Pipeline (TAP), il mega-gasdotto che si estenderà per 878 km, e alle banche pubbliche europee affinché si rifiutino di finanziare il progetto.

Il TAP e’ la parte occidentale del prospettato sistema di gasdotti conosciuto come il Corridoio sud del gas. Secondo i piani, la rete di gasdotti sarebbe operativa dal 2020 e trasporterebbe 10 miliardi m³ di gas dall’Azerbaigian all’Europa, e 6 miliardi m³ di gas in Turchia all’anno. Questo gasdotto manderebbe a monte gli obiettivi climatici dell’Europa, aumenterebbe la nostra dipendenza energetica da regimi politici autoritari1, sottraendo miliardi in finanziamenti pubblici a soluzioni più democratiche basate su fonti rinnovabili, oltre ad avere un impatto intollerabile sulle comunità attraversate dal progetto.

Basta considerare il suo impatto sul clima  perché sia chiaro che il TAP non può’ andare avanti. Il progetto del gasdotto è’ stato delineato prima che fosse firmato l’accordo di Parigi. Invece di ridurre le emissioni al più presto, come previsto dall’accordo, il TAP rischia di imprigionare  l’Europa in un sistema energetico basato sui combustibili fossili per i prossimi decenni. Considerato che l’uso dei combustibili fossili attuale già supera2 il limite di consumo di carbonio fissato per evitare cambiamenti climatici irreversibili, non c’è alcuna ragione di costruire nuove infrastrutture per il trasporto e l’utilizzo di combustibili fossili, specialmente della portata del Corridoio sud del gas.

La stessa Commissione Europea ha ammesso3 che non e’ stata condotta nessuna valutazione dell’impatto climatico del gasdotto, dunque l’unica soluzione ragionevole sarebbe congelare immediatamente il supporto della Commissione Europea al Trans Adriatic Pipeline (TAP) e alle altre sezioni del Corridoio sud del gas. È ora che i funzionari pubblici onorino le loro promesse sul clima tramite iniziative giuste e appropriate in linea con l’accordo di Parigi.

Questo gasdotto non può essere costruito senza il supporto finanziario pubblico, per cui ci appelliamo anche alle banche finanziate con il denaro dei cittadini europei che stanno considerando di investire nel progetto – la Banca europea per gli investimenti (BEI) e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) – affinché non prendano parte a questo progetto. E’ chiaro che questo gasdotto  non serve per far fronte ai nostri bisogni  energetici, come emerge da un’analisi della stessa Commissione Europea che prevede un generale declino della domanda di gas nella regione4. Investire nel Corridoio sud del gas non solo va contro l’interesse pubblico, ma rischia di rivelarsi presto un inutile spreco di denaro in una risorsa inutilizzata che sarà solo fonte di debiti.

La BEI e la BERS sono inoltre partner ufficiali della ‘’Extractive Industries Transparency Initiative’’ (Iniziativa di trasparenza dell’Industria Estrattiva), fondata per promuovere trasparenza e buona governance nell’industria del petrolio, del gas e del carbone. A Marzo l’Azerbaigian ha abbandonato questa iniziativa di trasparenza dopo esserne stato sospeso a causa delle preoccupazioni in merito alle libertà garantite alla società civile e al rispetto dei diritti umani nel paese – un ulteriore motivo per cui finanziare questo progetto sarebbe inappropriato per la BEI e la BERS.

Il TAP comporterebbe infine un pesante impatto per le molte comunità’ attraversate dal progetto in Albania, Grecia e Italia, tra le altre. A Melendugno, il punto di approdo del gasdotto in Italia, il “Comitato No TAP” è convinto che questo sia un progetto non democratico, imposto dal governo nazionale, e che causerà vasti danni economici ed ambientali irreparabili nell’area. I cittadini temono giustamente l’impatto sul turismo, sulla qualità dell’acqua e sulle fonti di sostentamento legate all’industria agricola degli ulivi. Quando sono cominciati i lavori di sradicamento di centinaia di antichi ulivi per far spazio al gasdotto, un movimento popolare ha visto migliaia di persone organizzarsi in una protesta non violenta per bloccare i lavori, attirando l’attenzione dei media. La sola portata della protesta, insieme alle barricate erette per bloccare l’accesso al cantiere, sono riuscite a causare la sospensione dei lavori. Se i lavori di costruzione continueranno, è probabile che si verifichino di nuovo simili azioni di resistenza da parte delle comunità, poiché la gente difende i propri diritti, le fonti di sostentamento e il paesaggio locale.

Noi sottoscritti chiediamo l’immediata sospensione di tutti i lavori relativi al TAP e al Corridoio sud del gas. Sollecitiamo la Commissione Europea a riconsiderare il proprio supporto al gasdotto, e facciamo appello alla BEI e alla BERS affinché non investano fondi pubblici in questo progetto superfluo, ingiusto e finanziariamente imprudente.

 

Fatti principali

Impatti climatici

Basta considerare il suo impatto sul clima  perché sia chiaro che il TAP non può’ andare avanti. Il progetto del gasdotto è’ stato delineato prima che fosse firmato l’accordo di Parigi. Invece di ridurre le emissioni al più presto, come previsto dall’accordo, il TAP rischia di imprigionare  l’Europa in un sistema energetico basato sui combustibili fossili per i prossimi decenni. Considerato che l’uso dei combustibili fossili attuale già supera2 il limite di consumo di carbonio fissato per evitare cambiamenti climatici irreversibili, non c’è alcuna ragione di costruire nuove infrastrutture per il trasporto e l’utilizzo di combustibili fossili, specialmente della portata del Corridoio sud del gas.

La stessa Commissione Europea ha ammesso che non è stata condotta nessuna valutazione dell’impatto climatico del gasdotto, dunque l’unica soluzione ragionevole sarebbe congelare immediatamente il supporto della Commissione Europea al Trans Adriatic Pipeline (TAP) e alle altre sezioni del Corridoio sud del gas. È ora che i funzionari pubblici onorino le loro promesse sul clima tramite iniziative giuste e appropriate in linea con l’accordo di Parigi.

Impatti locali

Il TAP comporterebbe infine un pesante impatto per le molte comunità attraversate dal progetto in Albania, Grecia e Italia, tra le altre. A Melendugno, il punto di approdo del gasdotto in Italia, il “Comitato No TAP” è convinto che questo sia un progetto non democratico, imposto dal governo nazionale, e che causerà vasti danni economici ed ambientali irreparabili nell’area. I cittadini temono giustamente l’impatto sul turismo, sulla qualità dell’acqua e sulle fonti di sostentamento legate all’industria agricola degli ulivi.

Quando sono cominciati i lavori di sradicamento di centinaia di antichi ulivi per far spazio al gasdotto, un movimento popolare ha visto migliaia di persone organizzarsi in una protesta non violenta per bloccare i lavori, attirando l’attenzione dei media. La sola portata della protesta, insieme alle barricate erette per bloccare l’accesso al cantiere, sono riuscite a causare la sospensione dei lavori. Se i lavori di costruzione continueranno, è probabile che si verifichino di nuovo simili azioni di resistenza da parte delle comunità, poiché la gente difende i propri diritti, le fonti di sostentamento e il paesaggio locale.

Intere comunità in Grecia e in Albania stanno già subendo l’impatto negativo della costruzione del gasdotto. In Grecia, i subappaltatori del gasdotto sono stati accusati di avere effettuato l’accesso ad aree municipali o private per installare segmenti del gasdotto senza aver ottenuto alcuna autorizzazione o aver dato alcun preavviso. In Albania, famiglie che si sono sostentate sull’agricoltura per intere generazioni stanno perdendo la propria terra e venendo compensate con cifre irrisorie.

 

Un investimento superfluo e rischioso

Questo gasdotto non può essere costruito senza il supporto finanziario pubblico, per cui ci appelliamo anche alle banche finanziate con il denaro dei cittadini europei che stanno considerando di investire nel progetto – la Banca europea per gli investimenti (BEI) e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) – affinché non prendano parte a questo progetto. E’ chiaro che questo gasdotto  non serve per far fronte ai nostri bisogni  energetici, come emerge da un’analisi della stessa Commissione Europea che prevede un generale declino della domanda di gas nella regione4. Investire nel Corridoio sud del gas non solo va contro l’interesse pubblico, ma rischia di rivelarsi presto un inutile spreco di denaro in una risorsa inutilizzata che sarà solo fonte di debiti.

 

Dipendenza energetica dall’Azerbaigian

La BEI e la BERS sono inoltre partner ufficiali della ‘’Extractive Industries Transparency Initiative’’ (Iniziativa di trasparenza dell’Industria Estrattiva), fondata per promuovere trasparenza e buona governance nell’industria del petrolio, del gas e del carbone. A Marzo l’Azerbaigian ha abbandonato questa iniziativa di trasparenza dopo esserne stato sospeso a causa delle preoccupazioni in merito alle libertà garantite alla società civile e al rispetto dei diritti umani nel paese – un ulteriore motivo per cui finanziare questo progetto sarebbe inappropriato per la BEI e la BERS.

 

Resistenza comunitaria in Salento

I paesi di Melendugno e San Foca in Salento, il “tacco” meridionale d’Italia, sono in prima linea nella battaglia per fermare il Gasdotto Trans-Adriatico (TAP).

Questa primavera, a Meledugno, centinaia di persone hanno manifestato pacificamente per impedire che boschi interi di antichi ulivi venissero sradicati per far posto al gasdotto. Gli alberi hanno centinaia (c’è chi dice migliaia) di anni e sono le fondamenta della cultura e dell’economia locale. Quando il governo nazionale ha schierato centinaia di poliziotti per costringere la folla a retrocedere, la gente ha costruito sbarramenti stradali nel corso della notte. Questi sbarramenti hanno bloccato la rimozione degli ulivi fino alle due del mattino, quando macchinari pesanti e un’ imponente scorta di polizia sono state impiegate per disfare i blocchi.

Ci sono state adunanze a cadenza regolare anche nel vicino paese marittimo di San Foca, dove la gente è preoccupata che la costruzione inquini le acque pure e azzurre del loro mare, e danneggi il passaggio e l’industria del turismo.

E’ previsto che la costruzione del gasdotto riprenda il prossimo autunno. Le comunità locali si sentono tradite dal proprio governo, che sta imponendo questo progetto contro la loro volontà, e stanno continuando ad organizzarsi.

Il loro messaggio è:

“No alla TAP, né qui né altrove”.

Photos by Alessandra Tommasi
 

Puoi seguire il comitato locale NoTAP su facebook e twitter, e usare l’hashtag #NoTAP

 

SCUOLE SICURE? SOLO INUTILI MENZOGNE

SCUOLE SICURE? SOLO INUTILI MENZOGNE


di Comitato Nazionale Scuole Sicure

È settembre, e a settembre si saluta l’estate, tornano gli acquazzoni e si riaprono le scuole.
Gli studenti italiani continueranno ad abitare scuole, sempre le stesse, come se questo territorio a forma di stivale non fosse altamente sismico.
Torneranno a scuola.

Le istituzioni, come hanno sempre fatto, continueranno a far finta che gli edifici di loro proprietà, in cui ospitano il nostro futuro, siano sicure.
I genitori molti, continueranno a preferire parole di rassicurazione invece che chiedere ed esigere valutazioni tecniche e scuole sicure per i propri figli.
Le dirigenze scolastiche, convinte di non opporsi al potere della politica, continueranno a ripetere come un mantra che le loro scuole sono sicure.
Gli insegnanti, seppur preoccupati, preferiranno tacere.

La nostra battaglia, quindi, non può che continuare.
Continuerà fino a che a livello nazionale non si prenda davvero in considerazione una scuola in cui si vive e in cui si impara.
Continuerà fino a che lo stato, non prenda in carico la vicenda, fino a che lo stato, seriamente, non inizi una vera politica atta a stravolgere la situazione precaria e pericolosa degli edifici scolastici.
Le piccole battaglie, combattute localmente e vinte, non possono bastare.
Non si può aspettare un sindaco o un presidente di provincia illuminato per star sicuri.
Non deve essere il caso a stabilire ciò che si deve perentoriamente fare in tutta Italia.
Questa la nostra lotta.
Questa la finalità.
Siamo stufi di parole vuote e di frasi retoriche.
Non si salvano vite con le parole o con le preghiere.
Dopo la tragedia di San Giuliano del 2002 tutto sarebbe dovuto cambiare.
Ma agli italiani e all’Italia bastano le parole.
Tipo queste:

Prendiamo l’impegno che nessuno verrà lasciato da solo, nessuna famiglia, nessun comune, nessuna frazione. E mettiamoci al lavoro” (Renzi dopo il 24/8/2016)

Sarà subito dopo necessario un rapido sforzo corale per garantire la ricostruzione dei centri distrutti, la ripresa delle attività produttive e il recupero della normalità di vita” (Mattarella dopo il 24/08/2016)

La burocrazia uccide più del terremoto“, “Qui la gente è stata uccisa nelle fragili case e da chi le ha impedito di riappropriarsi della vita col lavoro“, “Governanti burocrati: si è assassini anche facendo marcire i progetti” (Belice 14/15 gennaio 1968)

Ad oggi, complessivamente, per una ricostruzione non del tutto completata, sono stati spesi ai valori attuali oltre 6 miliardi di euro.
Solo il 50 per cento dei fondi è andato dove doveva andare, il resto è stato dissipato. Il dopoterremoto è stata una cuccagna sulla quale hanno mangiato tutti: il 20 per cento del denaro è finito in tasca ai politici, un altro 20 per cento è andato ai tecnici della ricostruzione. Camorra, imprese del Nord e imprenditori locali si sono mangiati il resto.” (Rocco Caporale) (Irpinia 1980)

Il procuratore Magrone nella sua requisitoria nell’aula del processo di primo grado sottolineò che la vicenda della scuola di San Giuliano rappresenta l’Italia peggiore, «quella delle violazioni, del sistematico calpestamento delle leggi e delle normative». «Se è vero – disse – che il sisma del 31 ottobre 2002 fu l’evento scatenante della tragedia, è anche vero che, se le norme fossero state rispettate quando si decise di sopraelevare l’istituto scolastico, quella scossa da sola non sarebbe bastata a far crollare l’edificio, e prova ne sia che nel resto del paese ci furono crolli e danni anche gravi a case e palazzine, ma nessun edificio implose come la scuola, fino a polverizzarsi». Mancanza dei calcoli necessari, mancanza dei collaudi, mancato rispetto delle norme e mancato adeguamento alla riclassificazione sismica del 1998: queste, secondo l’accusa, furono le vere cause della morte dei bambini e della loro maestra. (San Giuliano di Puglia 2002)

Queste solo alcune delle dichiarazioni e delle parole usate senza alcun criterio.
Questi i fatti che descrivono l’incapacità italiana alla prevenzione.
La scuola ricomincia.
E no, davvero, noi non vi lasceremo in pace.
CNSS

ISCHIA, ITALIA: LA PAROLA STATO SCRITTA CON LA SABBIA

ISCHIA, ITALIA: LA PAROLA STATO SCRITTA CON LA SABBIA


di Ivana FABRIS

Una scossa davvero minima, nel panorama dei terremoti che hanno fatto maggiori danni in questo paese, quella di ieri notte ad Ischia, eppure è bastata per causare morte e distruzione.

Le ragioni ormai le conosciamo tutti e come un vecchio refrain, siamo già pronti a dire “…tutto normale, non c’è da stupirsi, si sapeva…”.

Sappiamo tutto. Accettiamo tutto. E subiamo tutto.
QUESTO IL PROBLEMA.

Case costruite dal malaffare, dalla criminalità organizzata che ha il controllo sul territorio.
Case costruite con materiali scadenti e inadeguati, con l’abusivismo edilizio che si reggono sul profitto che dà loro la sabbia con cui si edificano abitazioni buone solo a raccoglier voti e a far attecchire, radicare ed espandere il potere criminale.

Lo accettiamo perchè sappiamo che è il solo modo per avere una casa e averla a prezzi abbordabili.
Lo accettiamo come accettiamo che si costruisca in sfregio all’ambiente e alla vita umana.

Lo accettiamo sperando nella buona sorte, affidando le nostre esistenze ad un fatalismo non più tollerabile perchè la sorte non è buona, perchè il suolo dove si costruisce ha caratteristiche che non perdonano.

LO ACCETTIAMO PERCHÈ LO STATO NON C’È e particolarmente nel Meridione d’Italia, proprio in quanto sacca di sfruttamento massivo di risorse umane ed economiche, da secoli NON C’È MAI STATO.

Ma in questo meraviglioso quanto assurdo paese, si parla di TAV, di TAP, di grandi opere che NON SERVONO A NESSUNO, mentre tutto cade a pezzi, mentre le scuole dove vanno i nostri figli e i nostri nipoti sono TUTTE fuori norma e TUTTE pericolose tanto che l’emergenza è così dilagante che è diventata normalità.

Si parla di ponte sullo Stretto mentre le case sono costruite per cadere, per creare danni alla salute dell’ambiente e umana, per crollare al primo lieve scossone della terra.

Si parla – e ci fanno parlare – del NULLA mentre i governi che si succedono continuano ad impedire la messa in sicurezza dei fabbricati e del territorio solo per rispondere a voleri di chi se ne infischia bellamente delle vite umane. Per onorare servilmente un potere quale è il neoliberalismo che miete continue vittime in ogni modo e che necessita solo di far scomparire il benessere per tutti per poter dominare il tutto.

Questo è un paese che potrebbe rinascere e aspirare a raggiungere i suoi più straordinari splendori, che per farlo potrebbe dare lavoro a centinaia di migliaia di persone, è un paese che potrebbe riprendere a generare benessere e bellezza per tutti.

Non lo si fa.
NON LO SI VUOLE FARE.
L’Italia deve impoverire sempre di più, deve crollare sotto al peso della predazione supportata dal luogo comune che serve ad alimentare la campagna di discredito necessaria a far accettare all’opinione pubblica mondiale, che se accade il peggio è solo colpa di ogni singolo popolo.

Non lo si vuole fare perchè il pregiudizio contro l’Italia e gli italiani è lo strumento propagandistico che serve al sistema di potere che ci sta annientando, per far sì che tutto degeneri col consenso dell’opinione pubblica mondiale.

Nell’era della globalizzazione economica e della comunicazione globalizzata, NULLA di quanto riguarda i vari paesi del mondo, è disgiunto.
Eppure tutti continuano a credere che ciò che colpisce l’Italia non abbia a che fare con quello che annienta i popoli africani, mediorientali o i popoli dell’America Latina. Eppure non è così.

Ma il pregiudizio e il luogo comune, alimentati dal sistema, continuano a scavare un solco che ci separa gli uni dagli altri.

Divide et impera continua a funzionare, continua ad ottenere quanto vuole chi ci domina.

Cerchiamo di esserne coscienti e ad essere coscienti anche del valore del nostro paese e di noi stessi come popolo.
Cerchiamo noi per primi di non essere strumenti contro il nostro stesso interesse.
Cerchiamo di essere consapevoli e di amare il nostro paese, di difenderlo da continue aggressioni.

Solo così sconfiggeremo chi ci vuole solo sudditi e, in nome del massimo profitto, servi da sfruttare anche fino alla morte.