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di Ivana FABRIS

In questa giornata vorrei fermarmi a riflettere su come ci focalizziamo sempre e solo sulla violenza fisica, contro le donne, ma in realtà è della violenza che si annida nelle pieghe del perbenismo, del conformismo, del moralismo di un certo pensiero borghese che ci dovremmo occupare e preoccupare maggiormente.

Perchè spesso il sessismo e la discriminazione, ma anche le patologie peggiori, nascono e si nutrono avidamente proprio da questi modelli sociali.

In generale ognuno pensa di volere che le donne italiane e non, si emancipino definitivamente e vedano riconosciuti i loro diritti che, ci tengo a ribadirlo, non sono di genere, ma sono UMANI.
Ma nei fatti, poi, non è così.

Praticamente tutti cadiamo in piccole o grandi trappole comunicative, in modelli preconfezionati dalla cultura patriarcale che ancora ammorba la nostra società e che, come un veleno, si insinua nelle nostre vene sin da piccoli anche a causa di un’educazione in cui l’idea della donna è ancora legata a doppio filo ad un’icona cattolico-moralista che la vede comunque in una posizione di subalternità rispetto all’uomo.

Proviamo solo a pensare che nell’immaginario collettivo, per esempio, una donna che nella sua vita sceglie di non diventare madre o di sposarsi (sì, anche quello, specialmente nella provincia italiana che costituisce una larga fetta del tessuto sociale del paese) viene vista come qualcuna che ha negato se stessa, una donna incompleta, una che ha “ripiegato” e che usa l’alibi della scelta consapevole, secondo la vulgata, e che alla fine viene considerata, a tutt’oggi, come una donna che ha una “marcia in meno” rispetto a tante altre che invece hanno scelto di avere figli.

Oppure soffermiamoci sull’insulto: verso le donne, anche da parte di altre donne, la prima parola che viene pronunciata spesso è “puttana”.
Inezia? No, semmai indicatore di come venga percepita la donna: corpo sessuato, moralmente esposto a continuo giudizio e a prescindere dal motivo per cui viene giudicata.

Ma più banalmente, vorrei dire a tutti che sarebbe ora di SMETTERE di usare la parola femminicidio.
Non esiste niente di più sessista di questo termine: quando si uccide una donna, è una persona alla quale si toglie la vita o solo all’appartenente ad una specie a sè stante dal genere umano?

Viviamo un ghetto comunicativo creato ad arte che mira a strutturare ghetti che difficilmente poi si scardinano e che a loro volta generano altri ghetti.

Che dire, poi, del fatto che il primo pensiero su una donna è legato alla sua avvenenza? Se non ci si crede, basterebbe parlare un po’ con quelle donne fuori dai canoni estetici prestabiliti dalla società, per capire quanto debbano faticare per guadagnarsi stima e rispetto in ogni ambito in cui si relazionino.

Ma pure le famiglie non scherzano. La bellezza è uno dei primi obiettivi cui tendono i nuclei famigliari verso una ragazza. Residua, quindi, un retropensiero più o meno inconscio, che senza bellezza non ci sarà incontro, quindi non ci sarà unione o matrimonio, quindi niente maternità, propaggine di una cultura ottocentesca mai morta che vedeva le figlie femmine come un capitale a perdere, atto solo alla riproduzione e da questo si può chiaramente intuire quale sia la concezione della famiglia italiana media sulle donne.

E delle pressioni che a causa di questo vengono esercitate? E l’autostima che non viene mai rafforzata adeguatamente in una ragazza, per non parlare poi di quando si traduce in disistima?
Indubbiamente rafforzare la personalità di una donna, significa che sarà poi più difficile piegarla ai dettami della società e del marito o della famiglia.

Ma è comunque vero che anche i ragazzi lo sentono come problema, quello della bellezza fisica, ma la società tende ad essere più benevola e tollerante verso un ragazzo meno belloccio rispetto a come si relaziona con una ragazza.

Non parliamo poi di quale sia il pensiero comune sulla libertà sessuale di una donna. E’ generalizzato che, se una donna ha una vita sessualmente e consapevolmente attiva, se ha molte relazioni nel corso della sua esistenza, c’è sempre anche se in minima parte, anche se non lo si dice a voce alta, una certa riprovazione.

Un uomo è un uomo, ha diritto di scegliere quante più partners perchè fa esperienza, una donna che si comporta allo stesso modo, “la dà all’ingrosso” quando il giudizio è, come dire, gentile.

La cosa sconcertante è che questo pensiero appartiene anche alle nuove generazioni, indistintamente, ragazze o ragazzi che siano.

Ci sarebbe poi da scrivere lungamente su come a tutt’oggi i rapporti uomo-donna siano determinati da equilibri instabili che ancora attingono ad una cultura che vede la supremazia maschile voler avere la meglio. E quando ciò accade, al di là delle soggettive convinzioni sull’essere a favore della parità, è di esercizio di potere che si parla, non certo di rapporti paritari.
Oggi molti uomini cercano una donna forte e consapevole ma poi pretendono che si uniformi e adegui al rispetto della figura maschile in quanto tale nel senso più ancestrale del termine.

Che per certi versi potrebbe anche starci, come concetto, ma quantomeno dovrebbe essere binario, ossia dovrebbe prevedere anche l’accettare che la propria compagna abbia i suoi meccanismi ancestrali che non sono solo regolati dalla biochimica del corpo ma anche da strutture mentali differenti senza per questo servirsene per continuare a denigrarla o per sminuirla.

Il senso è che ci vogliono forti ma poi molti temono che la nostra forza sia una sorta di dominio. Che spaventa, perchè evoca quello materno.

E adesso sarei pure curiosa di vedere le facce di molti tra quelli che stanno leggendo queste parole: il conflitto madre-figlio, il “male” assoluto.
In realtà un po’ esagero, ma nemmeno più di tanto perchè il condizionamento esiste ed è ancora preponderante anche nella sua ricaduta sul rapporto di coppia.

Non si contano i conflitti più o meno acclarati che una coppia vive a causa di questo perchè purtroppo non si contano le madri che esercitano un potere esclusivo sui figli maschi, madri che sono soffocanti la personalità di un uomo, che ne detengono un controllo feroce anche nell’età adulta, che non li svezzano mai, mantenendo vivo e pulsante un cordone ombelicale che diviene fortemente limitativo e persino castrante, che vede figure materne ergersi ad icone del martirio dal vago sapore mariano, pur di piegare la volontà dei figli maschi assoggettandoli ad un senso di colpa millenario.

Ed è così che una madre diviene conflitto ed è così che un figlio, il più delle volte inconsciamente, vedrà in ogni donna una potenziale rappresentante di quel modello di madre-matrigna.

Ed è così che una donna forte che un uomo si sceglie per compagna, diviene un potenziale nemico. Talvolta fino a slatentizzare vere e proprie patologie che radicano nel dominio e che, allo stesso tempo, attingono dal dominio e fino alle estreme conseguenze.

L’altra faccia della medaglia, invece, è quella di chi per almeno un trentennio ha creduto che emanciparsi significasse, come donne, di farsi trattare al pari di come vengono trattano gli uomini. E, negli ambienti di lavoro, questo meccanismo ha rivelato tutti gli aspetti perversi dei modelli che ci hanno propinato.

Io, invece, rivendico la mia specificità di donna ed esigo di avere il diritto di affermare di esserlo esprimendo la mia autenticità e la mia libertà di essere ciò che sono, nel mio femminile e nel mio maschile, ma altrettanto esigo il diritto ad essere riconosciuta e protetta, nel mio desiderio di maternità.

Perchè dico questo? Perchè gli ultimi 30 anni hanno dimostrato che siamo diventate uomini rimanendo donne, ma giusto per un bisogno imposto da una società predatrice di diritti in cambio di omologazione.
E ci siamo trovate così, senza nemmeno rendercene conto, a fare bambini che poi non possiamo crescere e ci convinciamo che sia giusto così, a danno dei bambini stessi e a danno del nostro bisogno di esprimere il nostro materno.

Ma la cosa paradossale, è la guerra che ci fanno le donne stesse, quelle che hanno assunto con orgoglio e in tutto e per tutto, il ruolo maschile all’interno della società, e che quando affermi di voler crescere tuo figlio almeno fino all’anno e mezzo, ti tacciano di essere “mammona”.

Povere, mi fanno quasi compassione, per come hanno perso la loro identità pur di sanare le loro frustrazioni e appagare le loro ambizioni o per un insano senso di rivalsa, perchè in realtà non sanno che è l’esatto contrario, ovvero che se è ad avere un figlio indipendente affettivamente e non, che si tende, allora gli si dovrà dare il tempo di maturare quel distacco necessario e che questo richiede tempi specifici di maturazione nella crescita emozionale di OGNI bambino.

E siamo state, così, sfruttate due volte: come esseri umani e come donne che non hanno MAI potuto esercitare il diritto di scegliere di essere se stesse.
E siamo state costrette, così, a piazzare i nostri figli di qui e di là nelle varie strutture che la società ancora ci fornisce, parcheggiandoli come pacchi postali pur di far fronte alle necessità lavorative, sentendoci in colpa verso i figli, in colpa verso una società estremamente esigente ma anche giudicante e frustrate nel non poter vivere serenamente la maternità.

Ci parlino pure del lavoro, le tante che hanno stuoli di tate, baby-sitter, colf e varie altre figure sostitutive, ma la realtà dei fatti è che non è negando se stesse che ci si afferma. E va detto pure che, mediamente, le donne non hanno la possibilità economica di farsi coadiuvare nel proprio vissuto quotidiano e che la sola risultante, alla fine, è quella di vivere una condizione di sfruttamento che non ha eguali e una negazione continua di sè in nome di un’emancipazione fittizia, oserei dire manipolatoria, per come ci è stata concessa e venduta dal sistema.

La cosa tragica, in tutto questo, è che non siamo minimamente consapevoli dei perchè.

Poche donne, purtroppo, si rendono conto che ogni manifestazione della violenza quotidiana che una donna subisce, mira alla destrutturazione della forza della donna stessa.

Lo diciamo tutte perchè tutte siamo sicure che la forza, la resistenza, la capacità di sopportazione della fatica e del dolore, in una donna sono elevatissime.
Altrettanto sappiamo tutte che è una donna quella che in generale riesce a far fronte a casa, lavoro, figli, famiglia originaria e non.

Sappiamo tutte che la vera forza, il vero traino sociale è proprio la donna.
Ma non siamo abbastanza consapevoli che solo piegandoci diventiamo “governabili” per la società. Una società che il sistema erige a sua immagine e somiglianza, in cui, quindi, lo sfruttamento e l’annichilimento di una forza potenzialmente pericolosa per il sistema di potere, è il suo fine primo.

Una società, dunque, in cui la cultura patriarcale è uno dei meccanismi più distruttivi che appartengono ad un’economia come la nostra, ossia il capitalismo.

Non va mai mai mai dimenticato, inoltre, che la prima forma comunitaria con cui veniamo a contatto, è proprio la famiglia e che questa, da sempre, è funzionale al sistema nel generare individui conformi al tipo di società che il potere si prefigge di ottenere.
Dunque è lecito dire che se lo sfruttamento e l’annichilimento di un uomo è importante, quello di una donna è essenziale.
Ed è proprio la famiglia a creare i presupposti giusti per l’ottenimento di un certo modello sociale, specie nei confronti delle donne.
Si comincia quindi dal particolare per passare all’universale.

Infatti, una figlia che non si ribella è manipolabile per i bisogni genitoriali, di qualsiasi natura siano, e sarà più “mansueta” per il marito, più abituata a rassegnarsi che “tanto gli uomini sono così” – altra forma di sessismo feroce e di manipolazione che mortifica anche gli uomini – quindi più gestibile una volta inserita nel sistema e basta provare a pensare in ambito lavorativo, ad un soggetto remissivo, per capire quali saranno gli effetti.

Una figlia che ha poca autostima, difficilmente sarà assertiva e quindi non eserciterà facilmente il suo diritto ad autodeterminarsi, con tutto ciò che comporta. E nell’ambito della società e delle istituzioni o verso l’autorità costituita, altrettanto difficilmente sarà ribelle e oppositiva a ciò che vuole negare il suo diritto all’affermazione di sè.

Una figlia che ha bisogno della conferma sociale, è una persona che si piegherà più facilmente ai voleri della propria famiglia, a quella del compagno/marito ma anche della società, quindi anche del datore di lavoro che la sfrutta o la mobbizza.

Una figlia che non ha raggiunto la sua libertà sessuale è una figlia che non avrà mai il pieno possesso del suo corpo e quindi del suo piacere, che non sarà consapevole fino in fondo del suo essere persona, padrona della sua esistenza, che non sarà mai libera fino in fondo di essere se stessa e libera di ribellarsi e di esercitare una scelta consapevole.

Non sarà quindi, nemmeno mai una madre libera che cresce figli a loro volta liberi.

Riflettiamo, dunque, ogni qualvolta affermiamo un pensiero verso una donna se quel pensiero è realmente scevro da condizionamenti e pregiudizi che alimentano il modello patriarcale.

Perchè spesso il grande male si annida nelle piccole e apparentemente insignificanti cose che compongono il nostro quotidiano, quelle che sovente, noi società,  non consideriamo come violenze perchè guardiamo alla violenza come a qualcosa di eclatante senza considerare, invece, che chi ci domina ha bisogno di nutrirsi soprattutto della nostra inconsapevole violenza, rendendoci, così, drammaticamente e inconsapevolmente complici.

 

(immagine dal web)