Quando un retaggio impedisce di fare rete

di Antonio CAPUANO

Con la crisi dirompente che dilaga da anni, l’indice di povertà che cresce a dismisura e le nuove problematiche che si presentano ogni giorno, il tema welfare che da anni viene colpevolmente trascurato.

Deve assolutamente tornare a essere centrale all’interno dell’agenda politica del governo di un Paese, soprattutto se di Sinistra.

Questo settore attualmente versa innegabilmente in uno stato di abbandono e inefficienza, ma se si vuole effettivamente uscirne, bisogna cercare di risalire all’origine del problema.

Capisco che parlare di massimi sistemi e accezioni teoriche, possa apparire come una mancanza di concretezza in un ambito così “vivo” come il sociale, ma la visione d’insieme è un requisito vitale per poter arrivare ad una giusta conclusione in merito.

Recentemente, mi sono personalmente imbattuto in tante bellissime testimonianze di progetti concreti che funzionano sui territori e consentono di tappare varie falle e buchi del sistema statale.

Paradossalmente, però, è proprio questa concezione emergenziale e di “tappabuchi”, a togliere risorse economiche ed umane nonché potenziale a tutte queste iniziative e a questo settore.

Il problema di fondo risiede nel confondere l’economia sociale con l’assistenzialismo, retaggio culturale purtroppo assolutamente tipico dell’Italia.

Se si parte infatti da un assunto tale per cui si istituzionalizza l’emergenza e quindi il terzo settore altro non deve fare se non “metterci una pezza”, con un’azione contingente e del tutto priva di progettualità a medio/lungo termine, ci si infila in un circolo vizioso nel quale risorse economiche e umane si esauriscono.

I problemi, allora, restano in tutta la loro forza e capacità estensiva e distruttiva.

Appare dunque chiaro come la tanto agognata rate, non solo esista già, ma come in linea con la grande umanità e intraprendenza del popolo italiano funzioni nei singoli progetti davvero alla grande.

Quello che in realtà manca è il collante, che può essere solo PUBBLICO, che consenta di riconoscere, tenere insieme ed istituzionalizzare sul piano normativo il rapporto tra lo Stato e i soggetti del terzo settore.

Trovare soluzioni in questo caso non è facile ovviamente, ma mi sembrerebbe utile partire da due basi:

  • Superare certi stereotipi e cominciare sul piano politico e normativo un opera di regolamentazione e legittimazione di questo settore.
  • Cominciare a ragionare in termini non più emergenziali o contingenti ma bensì prospettici, rendendoci conto che nel PIL e nello sviluppo di uno Stato, il Welfare non è appunto solo un “peso” o “assistenza” ma rappresenta anzi un lungimirante investimento sul tenore di vita e la salute presente e futura della comunità (emblematico è in tal senso l’esempio dei terremoti, costerebbe molto meno e renderebbe molto di più infatti avviare un preventivo piano d’azione infrastrutturale e invece inspiegabilmente si preferisce aspettare l’emergenza e spendere il doppio per risolverla, il tutto ben sapendo che quella spesa a differenza di quella preventiva, non porta con sé un’eredità futura divenendo “fine a se stessa”).

Evidentemente, termini come “no profit”, “terzo settore” e soprattutto “assistenzialismo” traggono in inganno e affossano lo straordinario potenziale dello stesso, sotto il peso di un lessico e di un retaggio economico/culturale figlio del neoliberismo, che da sempre confonde volutamente il concetto di assistenza con quelli di dignità, benessere e sviluppo.

Dobbiamo abbattere il retaggio per costruire la rete: bisogna farlo bene e farlo presto.

Anche perché è fondamentale ricordarsi sempre che in fondo la vita è tutto un gioco d’equilibrio e se sotto non c’è una rete efficiente, organizzata e solida, prima o poi l’equilibrista purtroppo muore…