68-protesta

 

di Maria CAFFARRA TORTORELLI

 

Da qualche giorno tirava una strana aria all’Università, un andirivieni, capannelli di gente, un parlottare fitto.
Quella mattina dovevo prenotare un esame del secondo anno e mi trovavo nel corridoio della segreteria, dietro un alto finestrone, in attesa del mio turno.
Ignoravamo quella che sarebbe stata la portata di quei momenti.
Il ’68 è iniziato così.

La vetrata nella parte superiore era quasi opaca per la polvere ma in basso si riuscivano a scorgere con sufficiente chiarezza tutti i dettagli del palazzo di fronte. Sul cornicione numerosi uccelli svolazzavano di qua e di là.
Un piccione aveva appena pulito col becco il suo bel piumaggio iridescente ed ora stava compiendo numerosi giri di corteggiamento attorno ad una femmina.
Questa, dal testino più dolce e corpo snello, fingendo indifferenza si spostava continuamente ma appena l’altro si distraeva cercava di interessarlo tubando.

Mentre così attenta ammiravo quello spettacolo, fui colpita da un vociare nel cortile sottostante.
Un folto gruppo di studenti parlava piuttosto animatamente. Presa dalla curiosità scesi e mi feci largo per capire cosa stesse accadendo.

Si discuteva di occupazione. A Nantes in Francia c’erano state già le prime agitazioni.
A Parigi la Sorbonne era stata occupata. Anche in altre città italiane stavano scoppiando le prime proteste universitarie.
Tutto mi sembrava così strano ed eccitante. Ero abituata a non protestare, ad accettare.

Provenivo da una scuola dogmatica ed autoritaria. Professori burberi che non conoscevano il significato della parola dialogo…Ma forse tutte le scuole, all’epoca, erano così.
Sotto certi aspetti mi sentivo fuori luogo là ma volevo capire, interessarmi a quel nuovo fenomeno che avrebbe cambiato le mie certezze.

Nella mia vita scolastica c’erano stati pochi scioperi, ai quali non avevo aderito perché proclamati da universitari fascisti che cercavano di coinvolgere i liceali ma che non avevano mai convinto me, figlia di un vecchio socialista.
E così la sera restai là, all’interno dell’Orientale con gli altri, a vedere, a scoprire, momenti straordinari di vita comune.
Iniziarono serate inconsuete e diverse.

Riunioni politiche tra il fumo di sigaretta, il suono di chitarre, l’odore del ciclostile.
Si fumavano le Nazionali Blu senza filtro perché ricordavano le più nobili “Gouloises” francesi e per nobilitarle scherzando si erano soprannominate “EN bleu”.
Si passava la sera a scrivere e disegnare “tatzebao” da affiggere ai muri con i compagni .

Eravamo così presi da quelle novità che dimenticavamo persino di mangiare.
Pensavamo di cambiare il mondo. Per ognuno di noi, iniziava un periodo di trasformazione e consapevolezza trasportato da quel vento nuovo.

Prendeva il via una vera e propria rivoluzione politica, ideologica e sociale che avrebbe modificato profondamente la vita dei giovani.
Il ’68.

Studiavo Letteratura Francese e imparavo così anche a conoscere François Villon il poeta che scriveva contro il potere e intanto cantavo “Bocca di rosa”e “Via del Campo” mentre arrivavano notizie della Guerra in Vietnam.

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