Paolo Mieli

di Turi COMITO

L’esimio Professor Dottor Direttor Eccellenz Paolo il Calvo (Mieli per i tanti amici potenti che ha) istruisce, col solito fare da grande esperto della banalità, il giovine Di Battista, focoso pentastellino con vocazione maggioritaria.

Lo fa come sempre: ovvero tenendo un uovo in bocca in maniera che le parole che fuoriescono abbiano un suono arrotondato, corposo, armonioso, tale e quale il gorgoglìo di un placido canale fognario, insomma.

Si parlava di banche, tra l’altro, nella premiata trasmissione di La 7 “8 e ½”, talk show gestito come una bottega di barbiere degli anni ’50 in Sicilia con guitti di vario genere diretti dalla parruccaia dottoressissima Lilli Gruber.

C’è il giovin focoso Di Battista che si sbraccia dicendo che le banche in crisi devono essere nazionalizzate e si deve fare una legge alla Steagal-Glass (che non cita per non spaventare i suoi elettori) per separare quelle d’investimento da quelle commerciali. Di Battista, al solito, è paonazzo mentre discorre e pare che stia proponendo chissà quali misure staliniste quando si tratta invece dell’abc di un sano interventismo di Stato in quella trappola micidiale chiamata “mercato”.

A queste parole, Sua Eccellenza il vate delle idiozie spacciate per perle di saggezza, redarguisce, tra il piccato e il paternalista, il Di Battista dicendogli che “no, non si può fare la nazionalizzazione perché non lo fa nessuno e perché altrimenti i manager si deresponsabilizzano e combinano disastri che poi tocca allo Stato risolvere coi soldi dei contribuenti”.

Sfugge, evidentemente, a questo disinformatissimo padre della corretta informazione, che i salvataggi delle ultime ore sono fatti a cura dello Stato, con soldi dello Stato ma a vantaggio di soggetti privati con la scusa di salvare obbligazionisti e correntisti.

E deve essere sfuggito, all’attentissimo uomo con l’uovo in bocca che le nazionalizzazioni (o qualcosa di praticamente identico) di banche sono state fatte e strafatte in questi anni in Europa.

In ispecie da quei due paesi considerati custodi del libero liberismo che sono la Gran Bretagna e la Germania.

Il perché sfuggano a Paolo il Calvo così mastodontiche verità è presto detto.

Ha a che vedere col suo furore da convertito.

Paolo il Calvo infatti è uno di quei tanti che in gioventù aveva la bandiera della verità rivoluzionaria in mano. Era un potere-operaista, un lotta-continuista che scriveva articoli di fuoco contro il “Sistema” e firmava appelli all’insurrezione. Un vero sovversivo, insomma, con il sacro fuoco dentro che ardeva per smantellare il capitalismo.

Poi, come tanti altri appartenenti a questo filone di rivoluzionari da operetta (incluso l’attuale presidente del Consiglio, tale dorminpiedi Gentiloni), fu colpito dalla crisi della fede nella rivoluzione e abbagliato e soggiogato dalla fede che diceva di combattere: quella nel libero liberismo cui aderì, e aderisce, con l’identico entusiasmo che aveva profuso nella prosopopea rivoluzionaria giovanile.

E, come quando giovane distribuiva istruzioni al popolo su come distruggere il “Sistema”, oggi da vecchio dispensa, con lo stesso entusiasmo temperato dal già detto gorgoglìo tipico della placida condotta fognaria, consigli ai giovani su come mantenerlo il “Sistema”.

Anzi rafforzarlo, estenderlo e metterlo al riparo da qualunque critica.

I convertiti sono così: fanatici, accecati. Sempre.

Che non vedono mai le loro immondizie e sempre quelle degli altri e che, soprattutto, considerano fanatico chiunque non la pensi come loro.

Non prendendo neppure per sbaglio in considerazione che il valore delle cose che ripetono, proprio perché fanatici passati impuniti e impenitenti da un fanatismo all’altro, è oggettivamente pari a quello del materiale che scorre nelle condotte fognarie.