Bambino italiano

di Giuseppe FIRINU
Venni via dalla Sardegna all’età di sei anni, e confesso che il non essere nato a Roma, diversamente dalla gran parte dei miei amici, o dei miei compagni si scuola, per molti anni mi fu fatto pesare, vuoi per il mio accento, vuoi per il solo fatto che il mio essere sardo non era certo un mistero.

Questo nonostante molti di loro, per la verità, non fossero figli di romani, ma il semplice fatto di essere nati a Roma stabiliva quel discrimine, magari taciuto, ma pur sempre esistente.

E quella differenza contava, alla fine, perché significava in un certo senso che tu eri una sorta di immigrato, e loro no.

Certo, parlavo italiano, ero stato a scuola ad Acilia, un sobborgo di Roma, e poi, dalla terza classe delle allora Elementari, fino alla laurea, sempre a Roma. Vestivo come gli altri, mangiavo come tutti, e condividevamo gli stessi giochi, eppure, avevo sempre l’impressione che il non essere nato a Roma costituisse comunque quel gap che non avrei mai potuto colmare, quand’anche l’avessi desiderato, salvo rinascere a Roma.

Ovviamente non me ne sono mai fatto una malattia, e sono per contro sempre andato fiero di essere nato in Sardegna.

Racconto questo per far comprendere forse meglio cosa possa significare nascere in un determinato luogo e trasferirsi in un altro, pur nell’ambito della stessa Italia, ma avere uno status leggermente diverso.

Il mio migliore amico è un etiope, nato e vissuto ad Addis Abeba, ma figlio di un italiano e di una donna locale.

Al sopraggiungere della maggiore età dovette operare una scelta: o rimanere, e fare il servizio militare lì, ovvero venire in Italia, e diventare a pieno titolo italiano in virtù del servizio militare prestato qui.

Scelse l’Italia, per ragioni economiche.

Insegno ad extracomunitari da moltissimi anni, e molti di loro, pur essendo nati in Italia, non sono cittadini italiani, nonostante i loro genitori abbiano scelto di stabilirsi nella nostra Terra definitivamente, di comprarsi casa qui, di pagare le tasse, di far studiare e crescere i loro figli sempre qui.

Alcuni di loro non parlano neanche più la lingua dei padri, e spesso avverto un senso di vergogna in loro, come se volessero nascondere le loro origini.

Sbagliano, lo so, ma li capisco, perché so cosa significa sentirsi meno legittimati a far parte del gruppo, non avere tutte le carte perfettamente in regola.

Sbagliano, certo, ma, mi chiedo, come ci si può sentire italiani fino in fondo, quando la tua Terra, la Terra dove sei nato e cresciuto, dove hai studiato, giocato, parlato, la Terra in cui sei vissuto, e che tu senti tua, non ti considera cittadino italiano?

Questi ragazzi, a diciassette anni, sono meno italiani di un pupo appena nato, solo perché quel pupo è figlio di italiani.

E mi domando: non è forse più italiano di noi chi ha scelto di stabilirsi qui?

Che civiltà è mai questa, che nel 2017 fatica a riconoscere un diritto fondamentale, un diritto acquisito per natura?

E che Nazione è mai questa, un tempo culla di civiltà, e ora incapace di comprendere che i tempi sono cambiati, e che tutto il mondo è destinato ad essere multiculturale, e multietnico, come è sempre stato, del resto.

I confini li abbiamo inventati noi, per tenere fuori chi è diverso da noi, chi parla un’altra lingua, o crede in un dio con un nome diverso, o ha un colore di pelle diverso.

Che Nazione piccola siamo ormai diventati, divisi persino tra Nord e Sud, tra liguri, sardi, veneti, siciliani…come se non fossimo tutti uguali?

E che partiti sono mai quelli che fanno di queste divisioni la loro bandiera, sventolata persino con orgoglio?

Quando saremo, mi chiedo, finalmente maturi, e impareremo a non vedere più alcuna differenza tra noi e il prossimo?