L'istruzione non è una merce

di Pietro MASSARI

Esausto per aver discusso una tesi nove mesi dopo averla portata a termine e pronto a compilare le carte infernali con le quali mi affido, di nuovo, alla macchina della burocrazia per passare dall’altra parte della cattedra.

En passant, riflettevo sul fatto che, se ho vinto un dottorato (in un’ottima università privata) questo è avvenuto – oltre che per una dose a dir poco faraonica di culo – grazie a tutto quello che ho imparato in quasi quindici anni di scuola pubblica.

La scuola pubblica grazie alla quale, nei decenni, in questo paese, nipoti e figli di chi aveva a malapena la licenza elementare si sono diplomati e laureati; la scuola pubblica grazie alla quale si è passati dai campi e dalle catene di montaggio agli uffici, alle scrivanie, ai laboratori, alle corsie di ospedale, alle edizioni critiche e ai manoscritti.

La scuola pubblica che nessun governo ha avuto a cuore e che degenera e degenererà sempre più nell’indifferenza di tutti.

Non pretendo che questo sia il primo pensiero di ognuno e io ne parlo perché fa parte, è pur vero, del mio orizzonte primario.

E non ho nulla contro il lavoro non qualificato, che però non può essere la scelta obbligata data dal censo, e che nessuno dei nostri nonni avrebbe voluto per noi, soprattutto.

Ma la scuola pubblica, come la sanità pubblica, fa parte di quello che è stato conquistato faticosamente e che non si può permettere ci venga tolto.

Quello che va difeso con fermezza e, se necessario, con la forza.

Forse è anche nostalgia per quegli anni, ma fa sorridere vedere come in tutt’altro clima il medesimo tema fosse oggetto della satira nazionale, proprio sulle reti di quel mostro trifauce che tutti attaccavano (e che mi guardo bene dal difendere), ma il cui governo è un’unghia paragonato agli ultimi.