Putin e TRump

L’indignazione rimane come al solito superficiale se non diventa prima analisi e poi critica dei meccanismi anche economici dei conflitti.

 

di Francesco MAZZUCOTELLI – Esperto di studi internazionali e politica mediorientale

Mi scuso in anticipo se quello che sto per dire potrà urtare la sensibilità di qualcuno.

Le immagini di Idlib mi hanno turbato, come penso abbiano turbato qualsiasi essere umano con un minimo di decenza. Eppure mi chiedo: le persone che in questi giorni hanno parlato di “fine dell’umanità” dove hanno vissuto finora? È stata forse più umana la carneficina occorsa per responsabilità di molte parti, e non di solo di una, da ormai cinque anni?

È atroce morire a causa delle armi chimiche (comunque siano andate le cose a Idlib), ma è forse più umano, più delicato morire sotto un bombardamento convenzionale o il tiro dei cecchini?

È davvero possibile accettare frasi come quelle che mi è toccato leggere oggi, secondo cui le vittime dei bombardamenti convenzionali sono solo “effetti collaterali” e quindi, par di capire, contano meno dei morti in condizioni atroci?

Siamo davvero così assuefatti, così mitridatizzati da scandalizzarci della guerra solo se ogni tanto avvengono episodi particolarmente efferati?

Le gare del dolore (chi è più vittima?) mi hanno sempre disgustato, ma penso alle centinaia di persone atrocemente massacrate in queste ore nella regione congolese del Kasaï; una regione di cui ignoreremo persino l’esistenza, i traffici e i signori della guerra fino a che non vedremo file di cadaverini allineati in uno scatto d’effetto.

Le immagini sono terribili, la prima risposta è emotiva, ciascuna persona ha il suo modo di declinare e di esprimere queste emozioni.

Poi però deve subentrare il momento dell’analisi e del discernimento etico e politico.

Altrimenti, come spesso accade, l’indignazione è solo dichiarativa e dura lo spazio di una giornata.

Il tempo che basta per mettere la scritta “Save Syria” sulla propria immagine di profilo prima di tornare a parlare degli aperitivi al Salone del mobile.

Le reti della pace e i gruppi per il disarmo spiegano meglio di come potrei fare io chi ci guadagna dal gigantesco affare della guerra. Non sarebbe il caso di indignarsi su questo punto con assidua costanza?

Cosa si intende quando si dice che “bisogna fare qualcosa”?
Un conto è dire che bisogna intervenire sui governi per limitare i traffici di armi e le transazioni finanziarie che foraggiano l’economia di guerra di tutte le fazioni coinvolte.

Tutt’altra cosa è fare il tifo per un’operazione militare, magari a guida americana. Sento gente difendere oggi la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein nel 2003, anche sapendo cosa è successo dopo.

Qual è il prezzo di starsene inerti, con le mani in mano, mentre accadono atrocità di vario genere?

Ha moralmente, politicamente, umanamente senso che alcuni bambini muoiano in un bombardamento convenzionale (su Damasco, su Baghdad, su Belgrado) per evitare che altri bambini muoiano (a Idlib, a Halabja)?

Sono domande da rimanerci svegli la notte.

Vedo invece gente sicurissima delle proprie convinzioni, che usa Facebook per spandere le proprie sicurezze, senza nemmeno rendersi conto di essere il più delle volte manipolata dalle varie bande in circolazione.

Che dire? Tenetevi le vostre certezze (del cazzo), io mi tengo i miei interrogativi.