genocidio-Ruanda

 

di Mariasofia Toraldo

1994, genocidio in Ruanda: più di 500mila morti tra Aprile e Luglio, nel disastroso conflitto tra hutu e tutsi, i due gruppi etnici che costituiscono la quasi totalità della popolazione del Ruanda, rispettivamente circa l’85% e il 14%.
Dopo più di vent’anni è agghiacciante leggere che il genocidio sia stato programmato nei mesi precedenti, a tavolino.

UN FILM DEL TERRORE CHE E’ STATA REALTA’ VOLUTA E PIANIFICATA

“Per l’umanità è stato un film del terrore che ancora oggi spaventa a guardarlo” (Sancara-Blog sull’Africa,13 gennaio 2011).

Ma, pur essendo ormai tutti a conoscenza dei motivi nascosti dietro queste lotte solo apparentemente tribali, da allora fino ad oggi, le decisioni sulle conseguenze di quanto accaduto nello Stato africano dopo il genocidio non sembrano garantire legittimità e giustizia.

Il presupposto fondamentale di quest’ultima dovrebbe necessariamente consistere nella sua amministrazione da parte di un organo imparziale. Nel caso del Ruanda, così come in altri, si rischia invece un difetto di legittimità, in quanto si privilegia in sede già procedurale una delle parti del conflitto oggetto di indagine, cioè l’attuale governo di Kigali, a predominanza tutsi.

L’INERZIA DELLA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE

“E’ triste e fortemente deleterio assistere al protrarsi dell’inerzia della giustizia internazionale, che è al corrente di questa situazione ma non sembra per nulla preoccuparsi di perseguire e giudicare i capi del Fronte Patriottico Ruandese oggi al potere. I dirigenti del FPR hanno ormai creato un vero e proprio regime di apartheid, destinato a mettere in opera, secondo la legge della giungla, un dettagliato piano di sterminio di ogni persona da essi ritenuta nemica, cioè di ogni scomodo testimone dei loro crimini. Tutto il potere è oggi nelle mani degli estremisti tutsi … La giustizia conosciuta dai ruandesi negli ultimi cinque anni è una giustizia vendicativa da parte del FPR nei confronti di quelli che esso ritiene suoi nemici”” (Alype Nkunfiyaremye, Giudice, ex Presidente del Consiglio di Stato ruandese durante il regime tutsi di Paul Kagame, morto esule in Belgio il 26 novembre 1999).

Per provare a comprendere la situazione, bisogna prima di tutto considerare che, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati più volte istituiti tribunali speciali a Norimberga, a Tokyo, in Jugoslavia.

Il Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda (ICTR), il cui primo processo si è tenuto nel gennaio 1997, fu istituito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’8 novembre 1994. Il Tribunale ha il mandato di perseguire i responsabili del genocidio e delle altre gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, commesse in Rwanda tra gennaio e dicembre 1994. Esso è stato prorogato dal Consiglio di Sicurezza fino al dicembre 2012.

Uno dei problemi sorti a proposito di questa istituzione è: qual è il grado di legittimità dei tribunali penali ad hoc? E c’è un altro elemento che rende la situazione ancora più complicata: l’ art. 41 della Carta delle Nazioni Unite (Capitolo VII), può riguardare i conflitti interni ad uno Stato, come nel caso della guerra fra Hutu e Tutsi del 1994?

La risposta suggerita dal Professor Moffa è negativa. Egli scrive: “se la lettera in sé dell’art. 41 non risponde al quesito, il capitolo VII si riferisce nel suo complesso, con sufficiente chiarezza, ai conflitti fra Stati: inizia con la necessità di accertamento da parte del Consiglio di Sicurezza “di una minaccia alla pace, di una violazione alla pace, o di un atto di aggressione” (art. 39); difende più avanti, all’articolo 51 “il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite”, cioè di nuovo uno Stato 13; e fa riferimento, all’art. 40, alle “parti interessate” del conflitto, locuzione reiterata in tutta la Carta e dunque interpretabile solo alla luce dell’excursus normativo complessivo della Carta stessa, e dei suoi principi generali.”

Nel caso del Ruanda si è trattato quindi di una guerra civile, tra maggioranza Hutu e minoranza Tutsi, e non di un attacco esterno.

Come spiegare allora l’intervento di altri Stati, come ad esempio quello dell’Uganda in difesa dei Tutsi?

IL MALE DELL’AFRICA: LA COLONIZZAZIONE

Analizzando le radici del conflitto, la risposta può essere individuata, almeno in un primo momento, nella colonizzazione. Parliamo di un continente, l’Africa, il cui destino è stato scritto in gran parte dall’Occidente, dato che i confini attuali sono l’eredità della spartizione delle ex-colonie europee e americane.

Dunque sono confini geografici che non rispecchiano quelli culturali ed etnici, dando spesso luogo, a gravi conflitti, quindi guerre civili.

Questi eventi confermano che dopo la guerra fredda non c’è stata una reale democratizzazione delle isituzioni internazionali, neanche all’interno dell’ONU, in quanto molte di esse sono state, e sono ancora oggi, monopolizzate dall’Occidente e principalmente dagli Stati Uniti. È questa una possibile spiegazione del fatto che l’ONU non solo non è intervenuta a difesa del governo legittimo Habyarimana, ma ha alla fine sostenuto una sola delle parti in causa, espressione per giunta di una minoranza della popolazione.

Sappiamo che il ‘900 è stato, tra le tante cose, anche il secolo dei genocidi. Ma finché non saranno date e attuate soluzioni eque per regolare quanto accaduto, assisteremo ancora a spargimenti di sangue, e alle relative conseguenze (emigrazione, accoglienza, campi profughi, esodo in massa, rifugiati, rimpatrio, estensione del conflitto). Infatti “nessuna punizione possiede sufficiente potere deterrente per evitare che si compiano crimini. Al contrario, una volta che un crimine specifico appare per la prima volta, la sua ripetizione è più probabile della sua prima apparizione” (Hannah Arendt, 1963).

Per questo motivo, come scrive Aristarco Scannabue sulla rivista italiana di geopolitica, Limes, la comprensione di eventi come il genocidio ruandese del 1994 è l’unico possibile antidoto al riapparire di tale male. Dopodichè non è possibile non assumersi le proprie responsabilità. E l’Occidente ne ha fin troppe: la distorsione dei fatti riportata dai nostri media; il malfunzionamento delle istituzioni internazionali; il commercio delle armi; le istituzioni come la Banca Mondiale, le Nazioni Unite e gli Stati (Francia, Belgio) che lasciano i fondi destinati ai paesi più poveri, nelle mani dei loro politici corrotti. Basti pensare al fatto che il regime ruandese, protetto da un illimitato sostegno straniero, soprattutto francese, saccheggiava fondi per milioni di dollari: il gruppo dei ladri è noto come la “Casa” (“Akazu” in lingua kinyarwanda) e faceva capo alla moglie del presidente Habyarimana, la signora Agathe Kanziga, evacuata dai francesi a Parigi 48 ore dopo l’inizio del genocidio e tuttora residente indisturbata in Francia.

L’Europa è oggi chiamata a difendersi da mostri che essa stessa ha creato.

La ragion di Stato è ancora oggi la legge che domina le questioni internazionali e la seconda guerra mondiale, terminata ufficialmente nel 1945, continua in Africa sotto gli occhi, più o meno attenti, di tutti.

E tutto ciò accade in uno scenario in cui l’Occidente non ha problemi ad indossare la toga del giudice, ma ignora probabilmente di essere il principale carnefice e colpevole di quanto accade nel resto del mondo.

Anche nel buio di queste vicende, non possiamo però non scorgere un barlume di speranza che affiora proprio dalle parole di una scrittrice sopravvissuta al genocidio ruandese.

In occasione della Giornata della Memoria dedicata al genocidio rwandese, Yolande Mukagasana ha affermato: “proviamo a vivere insieme e a riconciliarci malgrado il fardello troppo pesante, perché non ci sarà umanità senza perdono, non ci sarà perdono senza giustizia e non ci sarà giustizia senza umanità” (Roma, 9 aprile 2011).

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