Un operaio soccorre uno dei feriti dell'attentato a piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974.

di Giuseppe CASADIO

E’ bello sapere la verità, si dice.

Per fare cosa? Per cambiare scelte? Per conoscere i meccanismi che hanno coinvolto le nostre vite in un patto tra economia industriale e potere che oggi ci lascia tutti senza alternative e futuro?
Per sapere come si è svolta la guerra fredda tra fascisti e operai nel dopoguerra?
E dopo averlo saputo, cosa faremo?

Diventeremo migliori, più consapevoli e attenti?
Domande.

Ecco il ricordo della strage di Piazza della Loggia a Brescia, il prof. Giuseppe Casadio, insegnante e sindacalista al tempo della strage, e membro del CNEL. Dal suo discorso di commemorazione all’Università di Bologna nel 2012, gentilmente inviatoci da sua moglie, Milena Garoia, che ringraziamo.
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Io, per ragioni fortuite, stavo entrando nella piazza, di fianco al Comune, proprio nel momento in cui la bomba esplodeva.
Ma non intendo raccontare quello che si vide in quella piazza, perché questo ciascuno lo può immaginare.

Chi è meno giovane, anche fra i presenti, di certo avrà visto tante documentazioni – televisive, cinematografiche-, avrà letto tante cose utili a capire la violenza che lì si manifestò.

Non è di questo che voglio parlare: invito ciascuno di voi a immaginare.

Lo scenario che fa da fondale anche ad un arco di anni: avanzamento di conquiste sociali, di conquiste civili, sostenute da una parte dal movimento studentesco (il ’68) e dall’altra dal movimento operaio in grande crescita.

A questo movimento si opponevano forze molto potenti, di carattere politico prima di tutto. Tentativi di arrestare quella evoluzione, di farla regredire.

E questa volontà politica (eminentemente politica, di destra, nel senso proprio del termine) era sostenuta, animata da cellule eversive vere e proprie (gruppi neofascisti che venivano foraggiati, incoraggiati, protetti) o, in altre fasi, da interventi diretti di strutture dello Stato.

Lo scenario era questo, e dentro questa lotta feroce (che si sviluppò per alcuni anni) furono messi in campo anche atti di questa barbarie, secondo quella che è stata definita anche ora da De Lutiis “la strategia della tensione”.

La logica era: intimorire, spaventare la cittadinanza aiuta a conservare, provoca un riflesso d’ordine. Dentro quello scenario presero attivamente partito corpi dello Stato in varia forma e di vario tipo: Servizi Segreti, formazioni delle Forze Armate, logge massoniche annidate nel sistema istituzionale, ma anche nella Magistratura. E furono spesso coinvolti anche altri potentati, settori del potere economico, del mondo imprenditoriale.

Di quell’intreccio magmatico e violento Brescia fu un epicentro, non solo per l’immensità del fatto, ma anche per come, nella società bresciana di quegli anni, si manifestavano le questioni generali di contesto che abbiamo richiamato. La scelta di Brescia non fu casuale.

Ho appena detto: anche l’economia… la situazione socio-economica c’entra.

Brescia era una città piccola, ma fra le più industrializzate, fra quelle che si erano industrializzate nella fase del boom economico, immediatamente dopo Milano. E le condizioni sociali in cui questo sviluppo avvenne negli anni ’60 erano davvero piene di contraddizioni.

Schematicamente solo qualche situazione emblematica. Io ero allora un giovane insegnante precario, immigrato a Brescia; nel ’72 (se ben ricordo) coi miei ragazzi a scuola studiammo un “libro bianco” dell’INAIL provinciale (per chi non lo sa, l’INAIL è l’Istituto Nazionale di Assicurazione per gli Infortuni e le Malattie sul Lavoro) sull’andamento degli infortuni sul lavoro in provincia nel 1971.

Risultava che, su circa 200 mila addetti all’industria manifatturiera (siderurgica in particolare), erano stati registrati ufficialmente 50.000 infortuni sul lavoro, in un anno! Infortuni di diversa gravità, ovviamente, ma si pensi comunque alla enormità del dato, e al suo significato.

Girando la provincia di Brescia, in quegli anni, trovavi piccole fonderie perfino nell’ultimo paese in fondo all’ultima valle laterale della Valcamonica.

Dove spesso si lavorava in condizioni indescrivibili di disagio. Perché? Perché l’industria, era comunque simbolo di sviluppo, di modernità, anche se questo avveniva a costi sociali altissimi. Ciò nel momento in cui invece cresceva nel Paese (e quindi anche in quella realtà) una domanda di giustizia, di progresso, di evoluzione, di passi avanti. Per cui i contrasti erano davvero violenti nella vita reale della società.

E’ importante ricordare che quel 28 maggio, giorno della strage, era giornata di sciopero generale, ma solo a Brescia.

Era uno sciopero provinciale proclamato dai sindacati, con l’adesione e il consenso di tutti i partiti democratici e del Comune, della Provincia, delle Istituzioni tutte. (Comitato Unitario Antifascista si chiamava allora).

Ma perché fu proclamato quello sciopero? Perché da mesi quelle cellule eversive neofasciste di cui abbiamo parlato erano all’opera: tutti i giorni c’era qualche provocazione.

Se uno studente faceva volantinaggio davanti alla sua scuola, arrivava un gruppetto di questi giovanotti neofascisti e ne nasceva un pestaggio; se una fabbrica delle tante era in sciopero per una vertenza aziendale e i lavoratori presidiavano i cancelli, regolarmente avveniva la provocazione, la rissa. Succedeva da mesi!

E questi gruppi organizzati di provocatori erano conosciuti nella città. Si sapevano nomi e cognomi, si sapeva il bar che frequentavano quotidianamente.

Ecco, la strategia della tensione che si incarnava dentro una società reale.

Una società immersa in una fase di sviluppo molto intensa, attraversata da contrasti sociali molto forti. In quelle contraddizioni si insediavano i nuclei operativi della strategia eversiva. Lì trovavano terreno.

Ho detto poco fa di complicità e collusioni anche da parte del potere economico e di taluni ambienti imprenditoriali: ebbene, si sapeva che alcuni di quei militanti di gruppi neofascisti che, a viso scoperto, andavano a fare le provocazioni quotidiane, erano a libro paga in alcune delle fabbriche di proprietà di Lucchini, padrone di gran parte delle industrie siderurgiche della zona di Brescia e, successivamente, anche presidente nazionale di Confindustria, per alcuni anni.

Altro aspetto da considerare: si era svolto da qualche settimana il referendum sul divorzio, che in Italia (i più giovani non l’hanno vissuto) segnò, dal punto di vista della cultura civile, un passaggio fondamentale!

A coloro di noi (capitò anche a me) che di sera partecipavano a qualche iniziativa di campagna elettorale, veniva data indicazione di non uscire soli in città, a piedi. Perché si rischiava di essere seguiti e pestati!

Qualche giorno prima (io abitavo nel centro storico) fummo svegliati a metà della notte da un’esplosione … Si seppe la mattina dopo che ad uno di quei ragazzotti appartenenti ai gruppi neofascisti esplose tra i piedi una bomba che stava trasportando, chissà dove, sulla pedaliera della sua Lambretta: gli esplose fra i piedi. E morì.

Questo il contesto! Ed è facilmente comprensibile come in esso trovassero spazio forze eversive di ogni tipo, ma del quale anche le tensioni sociali erano parte. In questo intreccio di questioni si trova risposta alla domanda “perché a Brescia?”.

I gruppi operativi erano quelli che abbiamo descritto: piccole formazioni neofasciste, che potevano godere di protezioni, sostegni, coperture, anche a livello micro, nel territorio.

Lo si è visto anche nel travagliato e irrisolto sviluppo delle indagini giudiziarie successive.

Non credo che questa ricostruzione sia più di tanto viziata dalla mia personale specifica condizione: quella di un giovane insegnante immigrato a Brescia da pochissimi anni -e quindi in qualche misura “esterno” a quella realtà-, che oltre a svolgere la sua professione si dedicava con passione all’impegno sindacale nel Sindacato Scuola della CGIL, peraltro fondato da pochissimi anni.

Da ultimo una considerazione sul sindacato e sul ruolo che svolse in occasione della strage e degli eventi successivi.
Degli otto morti ben cinque erano insegnanti e tutti componenti il Comitato Direttivo Provinciale del Sindacato Scuola; due erano, come me, membri della Segreteria Provinciale.

Due giorni prima della strage alcuni di noi -me compreso- risalirono in auto da Roma a Brescia, essendo appena terminato il Congresso Nazionale del Sindacato Scuola. Parlammo a lungo fra di noi della manifestazione che si sarebbe svolta due giorni dopo, augurandoci che tutto si potesse svolgere con serenità e senza incidenti; poiché noi stessi eravamo consapevoli del clima di tensione che incombeva.

Nella condizione di emergenza assoluta che seguì l’attentato, e nei giorni immediatamente successivi, le Confederazioni Sindacali assunsero su di sé la responsabilità di essere presidio unico del mantenimento della legalità democratica in città, concordandolo con le autorità.
Fino al giorno dei funerali che fu, ve lo assicuro, un giorno di terrore, oltre che di immenso dolore; terrore per quanto avrebbe potuto succedere in quel contesto di tensioni davvero terribili.

Il sindacato, i suoi dirigenti, i suoi militanti organizzarono e vigilarono su ogni azione che si svolgesse in città, fin anche sul controllo del traffico.

Quelle vicende, ed il contesto in cui erano maturate mettevano in discussione la credibilità e l’autorevolezza di ogni istituzione e di ogni autorità costituita; solo il sindacato riuscì a garantire la legalità e la fedeltà alla Costituzione come unica alternativa al terrore.

Queste erano destra e sinistra. Quarantatre anni fa.
Parole e situazioni dimenticate.

Ma non da tutti.