Musei italiani

di Corrado LAMPE

Stiamo guardando la punta del dito che la indica, invece di guardare la luna. La situazione in generale dei beni culturali in Italia è disastrosa, ma si discute solo dei nuovi direttori di una manciata di istituti.
21 agosto 2015

Non ho seguito con attenzione la polemica nata dopo la nomina di alcuni “stranieri” a direttori di importanti e straordinari musei italiani; vorrei prima scrivere quello che penso io, e poi mi leggerò le opinioni di Daverio, Sgarbi e chi altro ancora…

In linea di principio non sono in nessun modo contrario al fatto che un non italiano -inteso come cittadino italiano per nascita e cultura – possa andare a dirigere un nostro museo. Non è neanche la prima volta, basti pensare, per il settecento, a Johann Joachim Winckelmann, il quale fu nominato prefetto delle antichità di Roma, oppure Jakob Philipp Hackert che fu pittore di corte del re Ferdinando IV di Napoli e partecipò al primo allestimento del Museo di Capodimonte.

Altri stranieri, e non solo tedeschi, furono chiamati a guidare la un tempo prestigiosissima Accademia di San Luca, e cito giusto a memoria Anton Raphael Mengs, Bertel Thorvaldsen e Charles Le Brun.

In tempi più vicini a noi resta indimenticabile il rumeno, naturalizzato italiano, Dinu Adameșteanu, che fu funzionario statale, il quale alla guida delle Soprintendenze di Basilicata e Puglia, difese il patrimonio archeologico da ogni attacco e creò una qualificata rete di musei, di rango nazionale.

Adameșteanu rappresenta una punta di eccellenza assai rara, ma non si deve credere che basti essere stranieri per fare meglio di qualsiasi italiano. Potrei citare diversi casi, nei quali supertitolati stranieri, chiamati con l’idea che fossero capaci di fare miracoli, hanno fatto cilecca e causato danni al nostro patrimonio culturale. Ma qui stendiamo un pietoso velo.

Chiarito il primo punto, cioè che mi stanno bene degli stranieri a dirigere i nostri migliori musei, dico subito, con eguale chiarezza, che ritengo l’operazione appena fatta una inutile spacconata che non porterà nulla, anzi, rischia di peggiorare ulteriormente la situazione già spaventosa del patrimonio storico, archeologico ed artistico nazionale.

L’ho già sentito dire e concordo pienamente, che si tratta solamente di fumo agli occhi, una trovata pubblicitaria senza che vi sia più un prodotto vero da pubblicizzare.

Mi chiedo con una certa angoscia cosa succederà ancora.

Quello che non si dice è che nel corso degli ultimi 30-40 anni il declino della tutela del patrimonio culturale è stato crescente, spaventoso, barbarico.

Il saccheggio della Biblioteca dei Girolamini a Napoli è solamente la punta di un iceberg. Nel più totale silenzio di giornali e televisione si è messa in atto una devastazione mai vista che sarebbe assai lunga da descrivere minuziosamente.

Dario Franceschini, che fa il Ministro dei Beni Culturali (dire che sia ministro mi pare esagerato) probabilmente non ha idea di come stiano le cose.

Leggendo le sue note biografiche si capisce che durante la sua vita non ha mai avuto contatti con le problematiche legate alla tutela e soprattutto alla gestione del nostro immenso patrimonio culturale, a parte magari la sua partecipazione a qualche comitato o commissione parlamentare.

Anzi, fonti ben informate, sostengono che a lui di beni culturali non importa un piffero. Sta lì a fare qualcosa per mettersi in bella vista, facendosi probabilmente mal consigliare da qualcuno che il patrimonio culturale lo odia.

Il disastro nel settore dei beni culturali non è cosa nuova nel nostro paese. Accenno giusto per gli addetti ai lavori alla polemica ottocentesca sull’editto Pacca oppure la prima legge del 1908. Con il periodo del regime fascista, che solo a parole e per evidenti scopi politico propagandistici si dichiarava protettore dei beni culturali, ci sono rimaste almeno le leggi 1088 e 1089 del 1939, volute da Giuseppe Bottai, che riuscirono a limitare in buona misura i danni.

Con la seconda guerra mondiale il nostro patrimonio attraversa il suo periodo più nero, con il saccheggio, la dispersione, la distruzione ed il danneggiamento di archivi, biblioteche, musei, zone archeologiche ed edifici storici.

Per arginare il disastro, con la legge del 26 aprile 1964, n. 310 fu istituita la Commissione d’indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, presieduta da Francesco Franceschini, non solo casualmente omonimo del nostro facente funzione ministro, ma di pasta completamente diversa. I tre volumi degli atti sono ancora oggi di grande interesse, soprattutto per tante soluzioni proposte, delle quali però non si tenne troppo conto in seguito.

Fu comunque importante, soprattutto per l’impulso che seppe dare all’interesse generale per i beni culturali, tanto che nel 1974 si arrivò alla nascita del Ministero per i Beni Culturali per iniziativa, così si racconta, di Giovanni Spadolini. Sembrava che i tempi bui per archeologia, storia ed arte fossero finiti, ma col senno di poi si può dire che non fu proprio così.

Non passarono neanche 10 anni, ed il frequentatore di discoteche Gianni De Michelis, fido accolito di quel galantuomo di Craxi (il padre putativo di Berlusconi) si inventò e promulgò nel corso di un convegno indetto dal PCI di buona memoria la dottrina dei “giacimenti culturali”, dichiarando i beni culturali “il nostro petrolio”. Una posizione assurda ed aberrante che ha dato il via allo smantellamento definitivo della cultura italiana.

De Michelis

L’unicità del patrimonio culturale italiano è data dal fatto che esiste da sempre un intreccio ed un legame profondo tra storia, arte e cultura ed il territorio, comprese le comunità che ci vivono. La storia è talmente lunga, che anche i musei e le raccolte artistiche hanno radici lontane e profonde. Quando in Italia già esistevano musei pubblici, nel resto d’Europa si cominciavano a collezionare, in mancanza d’altro, conchiglie, animali imbalsamati, feti orridi sotto spirito ed altro ciarpame assortito.

La cultura in Italia, per certi aspetti, non era appannaggio unico dei regnanti o degli aristocratici, ma anche un gran numero di carrettieri, contadini e popolani sapevano a memoria la Divina Commedia o la Gerusalemme liberata, e chi non la sapeva, se l’ascoltava con attenzione e riverenza, convinto che si trattava di storie che lo riguardavano direttamente, personalmente.

Ferdinand Gregorovius un giorno a Trastevere, nella ressa della Festa de’ Noantri rimase scioccato quando, dopo aver inavvertitamente pestato un piede ad un popolano si sentì minacciare con la frase:”Bada straniero, che nelle mie vene scorre sangue troiano!”

Nei paesi di origine dei nuovi direttori di alcuni dei nostri musei (perché poi solo alcuni? e tutti gli altri?) l’intreccio tra museo, opere d’arte, cultura in genere se c’è, non è certo dello spessore e della portata che a noi pare ovvia. Per non parlare degli Stati Uniti!

Non ricordo esattamente dove, ma vidi in un museo una piccola raccoltina di bassorilievi egiziani ed altri reperti archeologici (manco a farlo apposta di provenienza poco chiara, ma comunque italiana) esposti lungo un corridoio, per poi passare in grandi sale nelle quali dietro elefantiache vetrine stavano accatastate valigie, bauli, sedie, canestre, scatole, bambole, vasi, brocche, càntari, lampade a petrolio ed ogni altro bene che i primi immigrati dall’Europa si erano portati appresso.

Se il direttore del museo si vendesse un bassorilievo egiziano, gli chiederebbero quanto ci ha ricavato, ma se vendesse anche solo un pitale in ferro smaltato: apriti cielo! Orrore e raccapriccio!

Comunque sia, il problema non sono i direttori dei musei che vengono dall’estero.

Li dovremo giudicare alla prova dei fatti. Il vero problema sono i musei e le condizioni critiche in cui si trovano dopo decenni di assurdità, malversazione, rapina, saccheggio, distruzione e dispersione.

Tutta la baracca dei beni culturali è stata sfasciata, e, come si dice a Roma, neanche se scende Cristo in persona ci si riesce a mettere una toppa.

L”idea dei “giacimenti culturali” ha avuto conseguenze di lunga portata e pezzo dopo pezzo, anno per anno l’intero sistema è stato svuotato ed annichilito.

Dai tempi di Craxi non è stato più fatto un concorso regolare per assumere il personale, dai custodi ai funzionari dirigenti.

Per la struttura del Ministero, dalle Direzioni Generali fino alle Soprintendenze, il personale è stato mano a mano reclutato nei modi più disparati, fino al trionfo delle cooperative per coprire a malapena le falle del sistema, cooperative usate da gestori privati esterni che hanno in mano e controllano i servizi di musei, biblioteche, scavi archeologici, archivi e monumenti.

Queste società invece di apportare, naturalmente tolgono. Non danno alcun servizio culturale o scientifico, ma producono gadgets. I direttori dei musei oramai, prima di decidere di fare qualche iniziativa, mostra o altro nel proprio istituto, devono chiedere lumi non al Soprintendente, ma all’amministratore delegato di turno di questi servizi, servizi che hanno quasi sempre bellissime sedi, dove mancano solamente le poltrone in pelle umana.

Invece di servizi che dovrebbero fornire producono invece feste, cene, pranzi, sfilate di moda, eventi mondani ed altre cazzate di pessimo gusto che non portano niente ai musei, se non danni d’immagine ed anche materiali. A proposito! Franceschini, il sedicente ministro, pare abbia detto che i direttori stranieri dovranno aumentare i visitatori ed accorciare le file alle casse. Ma come potranno farlo?

Qualcuno dovrebbe dire a Franceschini che le biglietterie sono strettamente in mano alle società “di servizi”, che le gestiscono con personale avventizio supersfuttato e che hanno come unico obbiettivo il proprio profitto.

Mi chiedo in che lingua i direttori stranieri parleranno con quella gente; il loro italiano accademico, tutto precisino, non basterà di certo.