di Maria G. DI RIENZO

“La domanda di stabilità appare chiara nel riferimento alla famiglia, come principale istituto di tutela. La famiglia. Assai più del sindacato e delle associazioni di categoria. Ma anche dello Stato e degli enti locali. La famiglia. (…) la famiglia. Polo di solidarietà intergenerazionale. Che tiene uniti genitori, figli. E nonni.” No, non è un’analisi dei legami di mafia.

E’ un esempio della prosa rapsodica – continui stop and go arbitrari in lingua italiana ma che forse costituirebbero un buon tessuto per un brano jazz – di Ilvo Diamanti tratto da un suo pezzo del 1° maggio del 2016.

In esso commenta l’ennesimo sondaggio che dà tre quarti degli italiani scettici sulle magnifiche sorti dell’Italia in ripresa, nonostante le “indicazioni fornite dalle statistiche dell’Istat e rilanciate dal premier Renzi”: “Oltre 7 persone su 10 pensano che non sia vero. Che l’occupazione non sia ripartita. Solo l’8%, invece, ritiene che il Jobs Act abbia funzionato.”

Perché. Lo. Pensano? Sono forse. Stronzissimi antirenziani. Oppure. Li paga. Il NWO? Non so che effetto facciano a voi queste frasi asmatiche, ma a me duole il diaframma. Ordunque: potrebbe essere che non lo pensino perché non hanno visto alcuna ricaduta positiva del “Jobs Act” nelle loro esistenze?

Lo stesso giorno in cui Diamanti scrive, il capo dello Stato italiano Mattarella dice pubblicamente che nel nostro Paese “l’occupazione dei giovani è più bassa della media europea”, che la “generazione più istruita di tutte quelle precedenti (…) è posta al margine proprio dalla società e dal mercato che pretendono più conoscenze e più saperi” e parla delle difficoltà di chi vive da precario ecc.

In piazza per la Festa dei Lavoratori, sempre il 1° maggio, Susanna Camusso (CGIL) dice dei “tagli e dei disinvestimenti” rispetto al lavoro in Italia, parla della governativa “richiesta di superare i contratti nazionali” e dell’ “idea di peggiorare sempre la condizione pensionistica”, e anche lei menziona il fatto che “un giovane su tre non trova prospettiva di lavoro in Italia, al netto di quelli che hanno già fatto le valigie e sono andati all’estero”, dichiarando infine che la disoccupazione è “la vera emergenza del Paese e tuttavia il tema è continuamente svalorizzato: basta pensare ai dati della precarietà, ai numeri insopportabili sui voucher e anche agli infortuni e alle morti che sono tornate a crescere”.

Sembra infatti che per il momento gli unici lavori aumentati grazie al genio di Renzi siano quelli definiti “informali” e cioè il precariato e il lavoro in nero. E’ difficile progettare e proiettarsi nel futuro quando non si sa se domani si ricadrà nella disoccupazione; è difficile restare in Italia se si ha la possibilità di andarsene e di trovare un impiego decente e stabile all’estero, e se in Italia si resta è quindi ovviamente difficile staccarsi dalla famiglia di origine e condurre una vita indipendente: senza soldi, diceva la mia nonna materna, non si cantano messe.

L’incertezza agita la nostra società, chiosa (a singhiozzo) Diamanti: “Due italiani su tre ritengono inutile, oggi, affrontare progetti impegnativi, perché il futuro è troppo incerto e rischioso. Così, meglio concentrarsi sul presente. Cercando stabilità. Radicamento. (…) Così i dati di questo sondaggio trovano un senso, comunque, una convergenza. Intorno all’incertezza generata dall’eclissi, se non dalla scomparsa, del futuro.”, ma i giovani “Sono globalizzati, di fatto. Mentre i genitori e la famiglia, garantiscono loro un riferimento sicuro. Un posto dove tornare. Per poi partire di nuovo.

Anche per questo, i giovani hanno meno paura della disoccupazione e della precarietà, rispetto alle generazioni più anziane. Anche se ne sono particolarmente colpiti. E appaiono meno preoccupati dei tempi dell’età pensionabile, che si allungano. I giovani. Non hanno “nostalgia” del futuro. Perché il futuro è davanti a loro. Mentre gli adulti e gli anziani il futuro ce l’hanno alle spalle.” Fine dell’articolo – rullo di tamburi – voce cavernosa che sale dagli inferi: 

Hai più di trent’anni (adulti e anziani)? Il tuo tempo è scaduto!!!

Dopo aver preso un paio di boccate dalla bombola di ossigeno – Come cazzo. Si fa. A scrivere. In questo. Modo. Persino le virgole. Sono buttate. A caso. – ho toccato ferro, fatto le corna e cercato quadrifogli… Il futuro è eclissato o non c’è, ma comunque io ce l’avrei alle spalle?

Beh, le generali aspettative di vita nel mio Paese e per il mio genere mi danno altri venticinque anni abbondanti: tempo sufficiente a scrivere qualche altro libro, allevare qualche altro gatto, imparare qualche altra lingua, conoscere qualche altra amica, fare un altro po’ di femminismo.

Se Diamanti pensa che starò seduta sulla soglia di casa a sospirare attendendo il Tristo Mietitore si sbaglia.

Infine: santo cielo, è logico che a essere più preoccupati siano la mamma e il nonno a cui questi giovani devono far continuo riferimento anche se non vogliono, anche se preferirebbero costruirsi una propria vita e non pesare sui familiari. Mamma e nonno guardano indietro e pensano: Alla sua età io ero indipendente e avevo formato una famiglia mia; poi guardano avanti, non vedono prospettive per le creature che hanno allevato e pensano: Cosa farà lei/lui quando noi non ci saremo più? 

Altro che nostalgia, mister, questa è l’angoscia per cui dobbiamo ringraziare la correttezza e la giustizia e l’avvedutezza con cui si governa il nostro Paese.

P.S. Sembra di essere tornati al 1977 – “God save the Queen”, Sex Pistols.

Ripetete con me: No future, no future, / No future for you / No future, no future, / No future for me…

 

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2016/05/02/no-future/