Stele ai partigiani

di Francesco MAZZUCOTELLI

Siamo al totale stravolgimento di senso. 

Risuona la “Canzone del Piave” (che non c’entra nulla con la seconda guerra mondiale) mentre i sostenitori del PD sventolano bandiere europee, evidentemente dimenticando la frase “non passa lo straniero” riferita agli austriaci.

L’impresentabile Matteo Salvini cita la stessa frase e la stessa canzone per mettere immondamente sullo stesso piano i rifugiati e i migranti che hanno attraversato il Mediterraneo con le truppe naziste responsabili di orribili massacri e rastrellamenti.

I sostenitori del PD in tenuta “tutti BLUE” (un’idea ridicola partorita dalla mente di qualche pubblicitario ignorante) sventolano cartelli con un’orrenda canzone da discoteca degli anni Novanta e con menzione della “patriota europea” Coco Chanel (donna di note tendenze filonaziste e antisemite).

In chiusura di serata, tocca anche sentire Giorgia Meloni che surclassa Norma Rangeri, la quale bellamente dice che i poveri non hanno strumenti per capire e quindi sbagliano a votare.

In passato mi è capitato di sentirmi dare del fascista per aver portato la bandiera italiana alle manifestazioni del 25 aprile.

Ho sempre risposto istintivamente con un rotondo vaffanculo.

Per me la bandiera italiana non è né un simbolo etnico né un simbolo governativo, bensì un simbolo repubblicano, e io credo che la celebrazione del 25 aprile sia un rito repubblicano che commemora un ben preciso evento storico (non una generica idea di libertà) e allo stesso tempo è aperto a tutti coloro che si riconoscono nel percorso e negli ideali della resistenza antifascista e della costituzione repubblicana.

L’unità antifascista e il fronte repubblicano non sono una minestrina che annulla le diversità e le differenze.

La democrazia non è la negazione del conflitto politico e sociale, ma la scelta di esprimerlo e affrontarlo dentro un perimetro di campo con regole di gioco condivise.

Il 25 aprile appartiene a tutte e tutti coloro che si riconoscono nella lotta di liberazione e nella costituzione repubblicana (ed è per questo che in passato ho portato la bandiera repubblicana) e ha, o meglio dovrebbe avere, posto per tutte e tutti. 

Io, come più volte ha spiegato il presidente dell’ANPI Carlo Smuraglia, credo che non si possa a fare meno degli ebrei italiani combattenti contro il nazismo; e che poi possa esserci posto per i palestinesi, per i curdi e i sahrawi, per i kashmiri e i rohingya, per le popolazioni autoctone delle Americhe e dell’Africa e in generale per tutti i popoli e le comunità che lottano per la propria autodeterminazione e dignità.

Si può e si deve festeggiare la liberazione d’Italia senza far finta di dimenticare le altre liberazioni e resistenze, pur sapendo la complessità di conflitti passati e presenti che non possono essere ridotti in superficiali banalizzazioni e becera propaganda.

La celebrazione del 25 aprile rimane viva non solo perché viene trasmessa la memoria degli eventi storici, ma anche quando si capisce che quei valori e quelle lotte continuano a essere rilevanti anche oggi, in Italia e nel resto del mondo.

Una cosa che mi angustia e mi dispiace è la pressoché totale assenza di immigrati ai cortei del 25 aprile, non solo di quelli arrivati da poco, ma anche di coloro che abitano qui da molti anni e dei loro figli.

I nuovi italiani in Lombardia sono il 10% della popolazione, e la loro assenza è una nostra sconfitta civica e politica.

Ho trovato indegne le parole di Matteo Orfini, di Ruth Perteghello e di tutti coloro che ripetono a pappagallo la propaganda del governo Netanyahu. Molto bene hanno risposto Gad Lerner e Moni Ovadia: le nostre identità e le nostre storie non devono diventare appartenenze tribali. 

Sempre stando ancorati nel reale, le nostre radici non sono zavorre, ma ciò che ci nutre, ci protegge e ci permette di protenderci nel futuro e fiorire.

I fiori possono essere recisi o stroncati anzitempo, ma nessuno può fermare la primavera.