Vednita Carter

di Rete Femminista contro il sistema prostituente

Le attiviste contro la tratta a fini sessuali.

Molte attiviste contro la tratta a fini sessuali e contro i sistemi prostituenti ampiamente intesi sono sopravvissute, ovvero donne spesso straniere che, a seguito di esperienze di inaudita violenza protrattasi per anni, hanno deciso di scrollarsi di dosso lo status di vittime deboli e impotenti – status assegnato strumentalmente dai media – per imporsi quali soggetti autodeterminati e consapevoli, capaci di agire sui sistemi neoliberisti e neocolonialisti, classisti e razzisti.

Oggi lo sfruttamento sessuale colpisce in primis le straniere: nei grandi bordelli tedeschi si trovano, ad esempio, quasi solo giovani ragazze dell’est europeo, mentre sulle strade di molti paesi italiani quasi solo nigeriane, non dovrebbe quindi stupire la loro presa di posizione. Non a caso sopravvissute come Vednita Carter affermano che il fenomeno prostituente è un problema eminentemente razziale. Oltre che di classe, aggiungiamo noi con Rachel Moran.

Tra le più colpite dal sistema prostituente vi sono anche donne con un percorso transessuale, non è quindi un caso che, in Italia come altrove, molte di queste donne siano impegnate a fianco delle femministe abolizioniste.

L’abolizionismo si propone, in primis, di abolire i gap socio-economici che di fatto impediscono la libertà di scelta.

Se le opzioni a disposizione sono prostituirmi per mancanza di alternative o per condizionamenti psicologici (spesso sono i parenti stessi ad avviare alla prostituzione), va da sé che il concetto di autodeterminazione, propugnato fino allo sfinimento dalla cosiddetta corrente “sex positive”, è meramente strumentale, una pagliacciata.

Attraverso questa corrente, la prestazione sessuale viene equiparata alla raccolta dei pomodori e sbattuta nella cornice della classica ottica al ribasso, finendo per negare pure la specificità e gravità della violenza sessuale.

Una logica spaventosa

Abbiamo, pertanto, uno slittamento logico che procede così:

1) autodeterminazione mistificata: con la risignificazione culturale patriarcale e neoliberista, lo slogan “il corpo è mio e me lo gestisco io” diventa “il corpo è mio, me lo mercifico io e il mio sfruttatore me lo scelgo io” (il mio Dennis Hof o Juergen Rudloff me lo scelgo io);

2) equiparazione della prestazione sessuale ad altra prestazione d’opera, al ribasso: se permettiamo un tipo di sfruttamento, “per coerenza” non dobbiamo eliminarli tutti, ma permetterli tutti!

3) la specificità della prestazione sessuale a pagamento viene ignorata, come fosse equiparabile allo svolgimento di un lavoro produttivo o di un servizio per mezzo del proprio corpo, e come se non comportasse la messa a disposizione del proprio corpo per essere utilizzato direttamente dal corpo di qualcun altro. Utilizzazione storicamente richiesta alle donne, tanto per non dimenticarcene. Ma delle mistificazioni dell’industria del sesso – sorrette da media compiacenti che spingono per i modelli “all you can fuck” – parleremo in un dettaglio a parte.

Contro le attiviste sopravvissute che prendono pubbliche posizioni si scatenano gogne mediatiche, che mirano a presentarle come persone incapaci di intendere e di volere; ne vengono sottolineati i problemi di carattere grammaticale, che sfociano in un vero e proprio razzismo linguistico – dimenticando che il nostro paese non si distingue particolarmente per il sostegno alle attività di integrazione, ai percorsi di studio e di formazione professionale – e in un feroce classismo.

Si portano avanti attacchi ad hominem: “pazze”, “disadattate”, “schizofreniche”.

Si fanno illazioni su presunti interessi: se femminist* neoliberist* italian* doc scrivono libri fantasiosi che inneggiano alla depenalizzazione del reato di induzione e sfruttamento è cosa bella, buona e senza alcun interesse, ma se una sopravvissuta scrive un libro sui sistemi di sfruttamento che ha, ahimè, ben conosciuto “lo fa solo per”.

In sostanza si cerca di silenziare le sopravvissute facendole passare come al servizio di qualche oscuro potere antipappon* o di silenziare chi dà loro voce con l’accusa trita e ritrita di bigottismo: “voi considerate la fica sacra, per noi la fica è come un piede, la fica la diamo come vogliamo…”.

Si sono dimenticat** che la rivoluzione femminista è qualcosa di diverso.

Si sono dimenticat** che la libertà sessuale non è stata una conquista del “sex positive”, ma dei movimenti degli anni 60 e 70, oggi utilmente risignificati in “libertà” di auto mercificarsi e auto-oggettificarsi.

Esiste, si, un movimento antipappon*, un movimento contro la depenalizzazione del reato di induzione e sfruttamento, ma non è oscuro e le sopravvissute, avendol* conosciut* di persona, non hanno bisogno di aiuto per parlarne. La corrente del “sex positive” cade così nella peggiore retorica paternalistica e nel peggior “victim blaming” in circolazione.

La mistificazione, storica e attuale, passa così sui social di bacheca in bacheca sfruttando l’alto grado di analfabetismo funzionale per i propri fini e rinverdendo, semmai ce ne fosse bisogno, il deprecabile cyberbullismo contro le donne.

 

fonte: https://retefemministacontroilsistemaprostituente.wordpress.com/2017/04/26/denigrare-le-sopravvissute-meglio-se-straniere/