Come approfittare della globalizzazione culturale ed evitare di essere autorazzisti e di sparare stupidaggini sull’Italia.

di Turi COMITO

Peggio della globalizzazione culturale c’è solo il provincialismo globalizzato. 

La globalizzazione culturale è l’irresistibile espansione di canoni culturali anglosassoni considerati automaticamente moderni e civilizzatori il cui effetto è l’omologazione culturale di tutto il pianeta. 

Lo si vede ovunque – dal polo nord al polo sud, da Hokkaido a Gibilterra – e in qualunque ambito: nell’abbigliamento globale (jeans e cappellini da baseball per tutti a tutte le età), nella musica (se non canti in inglese sei uno sfigato), nel cibo (Macdonalds), nella pubblicità (ormai gli slogan sono tutti in inglese), nel cinema (fateci caso, tanto per fare un esempio: grazie ai film americani conosciamo più la geografia statunitense e i nomi dei 50 stati dell’unione che quelli delle regioni d’Italia).

Per tacere dell’opprimente anglo-italiano del parlare comune, di quello economico, di quello informatico, di quello eurocratico.

E questo senza volere scomodare i precetti dogmatici dell’economia liberista ormai imperanti ovunque.

A fronte di questo blob dilagante e omologante – che teoricamente dovrebbe/potrebbe dare vita ad un “uomo nuovo” senza frontiere e di larghe vedute grazie a lingua e usi e costumi importati dai paesi più “avanzati” – resiste però, imperterrito, il provincialismo globale.

Quest’ultimo altro non è che l’elevazione del proprio piccolo, piccolissimo, punto di vista a generalissimo sistema di interpretazione dell’universo.
Non fa eccezione nessuno, ad occhio e croce, sul pianeta. E così i francesi continuano a credersi il sale della terra. Gli inglesi i padroni del mondo per interposta persona (i cugini americani). Gli americani i civilizzatori esportatori di democrazia. I tedeschi gli unici che sanno fare di conto.

Naturalmente, non sfuggono al provincialismo globale gli italiani. Che, essendo bipolari, passano dal considerarsi quelli che hanno inventato tutto (diritto, arti, gastronomia di qualità, ecc.) e quindi i migliori del mondo al considerarsi il rifiuto indifferenziato del pianeta, la feccia, il posto dove tutto fa schifo e va malissimo.

Una delle innumerevoli prove di cotanto provincialismo ci è dato in queste ore dal discorrere sul crollo del viadotto di Fossano. 

Sui media e sui social media è tutto un fiorire di frasi fatte del tipo “solo in Italia queste cose” con tutte le varianti possibili e immaginabili tarate sul versante “facciamo schifo”.

Eppure basterebbe poco per rendersi conto di quanto si è provinciali nell’affrontare queste cose.

Basterebbe servirsi del minimo sindacale di globalizzazione culturale tanto amata dai provinciali globali. Cioè del traduttore di Google e di Wikipedia.

Provate: scrivete nella paginetta di Google “bridge collapsed” e vi si schiuderanno davanti le immensità della conoscenza.

Il primo risultato che vi apparirà è il rinvio alla pagina di Wikipedia “List of bridge failures“.

Vedrete, per esempio, che dal 2000 ad oggi i ponti/viadotti crollati sono 91 e si sono verificati praticamente tutto il globo (con una certa prevalenza negli Stati Uniti) per le cause più oscene o più sconsiderate.

In Portogallo per esempio un ponte è crollato perché per anni dragavano sabbia da sotto i piloni.

In Giappone ne è crollato un altro semplicemente perché era andato in sovraccarico.

Provate questo semplice sistema ogni volta che state per scrivere un post sulla corruzione, o su qualunque altra stronzata vi sembri caratterizzare l’Italia. 

Vedrete, vi si schiuderanno orizzonti nuovi e, se non siete completamente col cervello in pappa, rinuncerete a scrivere dabbenaggini.
Siete in piena globalizzazione culturale. Questa ha anche qualche aspetto positivo.
Approfittatene.