«O Capitano, mio Capitano!» Chi conosce questo verso? Nessuno. Non lo sapete? È una poesia di Walt Whitman, che parla di Abramo Lincoln. Ecco, in questa classe potete chiamarmi professor Keating o se siete un po’ più audaci: “O Capitano, mio Capitano”.

Certamente lo avete riconosciuto, è il discorso di presentazione alla classe del mitico professor Keating, interpretato dal grande Robin Williams, nel film “L’attimo fuggente”. In questa memorabile sceneggiatura cinematografica, che tutti abbiamo adorato, si staglia come un gigante sul grande schermo la figura di un bravissimo insegnante; non un banale trasmettitore di principi della conoscenza, ligio alle regole e conformato ai programmi e ai libri di testo, ma un vero e proprio maestro di vita, grande ispiratore delle coscienze in erba. Poetico, appassionato, avventuriero e anticonformista, Keating è il prototipo dell’insegnante che tutti avremmo voluto, ma che pochi hanno avuto la fortuna d’incontrare, in una storia che buca lo schermo per entrare direttamente nel cuore del pubblico, trasformandosi, come disse all’epoca del debutto nelle sale il critico cinematografico Stefano Reggiani, in “un canto sulla speranza e il diritto di credere”.

Qual è la funzione dell’insegnante? Quale la sua relazione con lo studente? Ha mai avuto un autentico rapporto con gli studenti?

Queste sono le domande poste da Jiddu Krishnamurti, nel libro “Liberarsi dai condizionamenti”, maestro indiano trasferitosi in California in gioventù, che si è dato l’obiettivo di travasare in Oriente il senso critico occidentale, riversando, viceversa, in Occidente un’esigenza spirituale ormai smarrita e non più soddisfatta dalle religioni tradizionali, anche attraverso l’apertura di scuole alternative fondate sui suoi insegnamenti.

“La tua relazione con lo studente era basata sull’idea di cosa era giusto per lui, e lui doveva arrivare a essere questo o quello. Tu eri il maestro e lui l’alunno; tu agivi sopra di lui, lo influenzavi secondo i tuoi particolari condizionamenti, consciamente o inconsciamente, lo modellavi a tua immagine e somiglianza. Ma se tu smettessi di agire su di lui, allora egli acquisterebbe valore per se stesso: questo significa che saresti tu a doverlo comprendere, invece di pretendere che sia lui a comprendere te e i tuoi ideali, comunque fasulli. Allora ti confronterai finalmente con ciò che è e non con ciò che dovrebbe essere. E quando un insegnante non sarà più assillato dai sistemi e dal metodo, la sua unica preoccupazione sarà quella di “aiutare” lo studente a comprendere le influenze condizionanti intorno e dentro di lui, in modo che possa affrontare con intelligenza, senza paura, il complesso processo del vivere.”

Spiace dirlo, ma tra le varie criticità della scuola, i docenti sono oggi il maggiore problema: non basta la preparazione, serve una formazione adeguata e una predisposizione all’insegnamento che abbia come tensione della propria vita la cura delle coscienze, in particolare per chi lavora con gli studenti in età adolescenziale, quella fase della vita in cui “L’ospite inquietante” è sempre pronto a fare capolino. A maggior ragione oggi giorno, quando la crescita dell’incertezza sull’avvenire della società non può che favorire i disagi degli adolescenti, come, purtroppo, sempre più spesso segnalano i problemi con le droghe, la criminalità e i tentativi di suicidio tra i giovani.

Dice il filosofo Umberto Galimberti nel libro “L’ospite inquietante”:

“La scuola ha a che fare con quella fase precaria dell’esistenza che è l’adolescenza, dove l’identità appena abbozzata non si gioca come nell’adulto tra ciò che si è e la paura di perdere ciò che si è, ma nel divario ben più drammatico tra il non sapere chi si è e la paura di non riuscire a essere ciò che si sogna. Laddove il sapere diventa lo scopo e il profitto il metro per misurarlo, qualunque siano le condizioni d’esistenza in cui una vita è riuscita a esprimersi, la scuola fallisce, perché livella, quando non mortifica, soggettività nascenti in nome di un presunto sapere oggettivo che serve a dare identità più ai professori che agli studenti in affannosa ricerca.”

Sappiamo bene quanto sia importante e complicato questo passaggio della vita, se non altro perché ci siamo passati tutti, ciò nonostante la disattenzione di tutte le istituzioni per questa fase della crescita è uno dei problemi più grandi della nostra società: se la pianta cresce storta, la responsabilità non è della pianta ma di chi non se ne è presa cura. Gli adolescenti sono faticosi da gestire e da motivare, non sappiamo da che parte prenderli, così finiamo per rinunciare in partenza, nel migliore dei casi li soffochiamo imponendo loro la nostra volontà nel tentativo di conformarli, senza mai aiutarli veramente a seguire un percorso che li porti a trovare una propria strada nel mondo.

Come si aiutano i ragazzi a trovare la propria strada?

Insegnando loro ad avere fiducia in se stessi, come fa il professor Keating nella scena dell’Attimo Fuggente in cui raduna i ragazzi a marciare come soldatini nel cortile della scuola, per poi invitarli a trovare un proprio stile personale nel camminare.

Sto dicendo che c’è bisogno di un insegnamento che fornisca ai giovani una coscienza critica e un po’ di sano anticonformismo per aiutarli a salvarsi dall’omologazione cui sembra volerli piegare a tutti i costi il sistema.

Nell’avvincente saggio “Che cosa significa insegnare?”, lettura vivamente consigliata, in particolare a tutti gli insegnanti, Eleonora de Concillis, filosofa, scrittrice e lei stessa insegnante nei licei, come riportato nel retro copertina, tratteggia una spietata genealogia della professione docente, e rilanciando a un livello filosoficamente radicale la questione del potere-sapere esercitato dagli insegnanti, propone d’innescare nuovi processi di soggettivazione che sostituiscano all’obbedienza e al conformismo il conflitto e l’ironia: si può insegnare a non obbedire.

Secondo Eleonora de Concillis, la cultura di sinistra insediatasi negli anni settanta nei punti nevralgici del sistema scolastico e universitario, si è mostrata incapace di coniugare qualità e quantità, fallendo culturalmente l’obiettivo marxiano dell’emancipazione dell’uomo.

Dopo il ’68, le classi popolari, prima estromesse dalla produzione di cultura e dal gusto borghese, vengono ‘omologate’ nel sistema scolastico-universitario grazie all’acculturazione, cioè all’acquisizione superficiale e conformista della pseudo-cultura. Ma dopo avere ‘democraticamente’ allargato l’accesso al sapere, l’acculturazione ha lentamente sedato la protesta politica, e innescato la mediocrizzazione del sistema formativo. L’istruzione di massa fabbrica intelligenze idonee al capitalismo globale, ma produce anche nuove forme di debolezza e povertà psichica.

“La scuola di Stato è pensata per il gregge; vi pascola l’insegnante mediocre, il funzionario scrupoloso, lo storicista stipendiato che intorpidisce le menti dei suoi alunni. In questo crescente deserto di arida e ottusa scientificità, moltissimi insegnanti non raggiungono la vera cultura, ma si atteggiano a tecnici che avviano verso la cultura: la pedagogia è diventata la tecnica della pseudo-cultura.”

Per superare il problema della scarsa qualità degli istituti educativi, che oggi mette in pericolo la democrazia tramite l’omologazione della società, Eleonora de Concillis introduce nel suo libro il sostantivo greco parresia, termine che significa “libertà di parola” intesa come franchezza nell’esprimersi, per un valore politico dell’insegnamento:

 

“Il parresiasta è colui che non dimostra, ma dice coraggiosamente la verità senza ornamenti, dissimulazioni o riserve — senza maschere o nascondimenti. Il parresiasta ‘non è il professore che insegna’ inteso come pastore di un gregge che pensa di trasmettere un insieme di nozioni e concetti, come verità indiscutibili cui egli si sottomette trasformando l’insegnamento in tecnica di assoggettamento a contenuti imposti da un’autorità. La verità della parresia è una forma soggettiva di comunicazione, uno stile non retorico che ha l’obiettivo di sfidare l’interlocutore, mirando a far divenire l’allievo sovrano autonomo della propria persona, governatore della propria soggettività, affinché si formi la ragione degli allievi che permetterà loro di non obbedire al forte che commette ingiustizia, di non farsi persuadere, di non essere docilmente governati: insegnare a ragionare deve potere significare insegnare a non obbedire facendo emergere il carattere arbitrario dell’autorità, e così delegittimarne la violenza simbolica. L’insegnate può compiere questo sabotaggio attraverso una spietata ridicolizzazione del sistema docimologico dominante, svelando ai propri studenti il carattere meramente quantitativo del sistema dei crediti, l’assurdità nascosta nella logica nozionistico-temporale del debito formativo e la teatralità politicamente fossile dell’esame di Stato — i ragazzi smetterebbero forse di vivere la docimologia come natura, comprendendone l’artificialità. Il docente parresiasta deve sapere usare in modo sovversivo i programmi ministeriali, senza cadere in una lotta isterica all’istituzione. In altre parole, perché non trasformare la crisi mortale del sistema educativo in occasione parresiastica, rovesciando la vecchia alienazione e l’attuale debolezza della ‘classe’ docente in azione politica? Perché non fabbricare lentamente una cultura capace di criticare la pseudo-cultura pastorale del consumo, un altro tipo d’intelligenza capace di comprenderne la stupidità? E soprattutto, come fare questo ’68 alla rovescia?
Serve una consapevolezza di tipo nietzscheano: non si può dare a tutti la cultura, nel senso che non tutti possono o vogliono compiere nel tempo lo ‘sforzo’ necessario per divenire culturalmente autonomi e capaci di critica — molti vogliono e possono acquisire solo l’acculturazione. Ma come fornire un’acculturazione che non sia conforme ad alcun potere che se ne potrebbe servire? Si può iniziare con il riconoscere senza ipocrisie che l’insegnamento, come la cultura, non è per tutti.”

Chi, se non gli insegnanti, potrebbe rivoluzionare l’insegnamento? E se non ora, quando?

fonte: https://malamormiononmuore.eu/che-cosa-significa-insegnare-1ab6d5d30507