manifestazione insegnanti

di Alvaro BELARDINELLI

Erano migliaia la mattina del 17 marzo, a Roma e in varie città d’Italia.

Nella Capitale hanno sfilato dal Ministero della (ex Pubblica) Istruzione fino al Pantheon (perché l’accesso a Piazza di Montecitorio era stato proibito).

Lo sciopero della Scuola era stato proclamato dai Sindacati di base (in primis Unicobas Scuola e Cobas) sin dal 14 gennaio: ossia subito dopo il varo, da parte del Governo Gentiloni, delle otto deleghe previste dalla Legge 107/2015 (quella della sedicente “buona scuola” dell’ineffabile Renzi).

Deleghe, ovvero decreti attuativi che vanno ben oltre quella già devastante legge, conferendo al Governo la potestà di destrutturare quel poco che resta della Scuola della Repubblica disegnata dalla Costituzione antifascista.

Questi decreti (delega n. 378 in particolare) aumenteranno il numero degli studenti nelle classi con studenti disabili (mentre attualmente, in presenza di un alunno disabile, gli alunni non possono esser più di venti in base alla Legge 517/1978).

Verrà ulteriormente ridotto il già esiguo numero degli insegnanti di sostegno, trasformando magicamente gli insegnanti curricolari in Docenti di sostegno mediante estemporanei corsi di “aggiornamento”, per poi affidare progressivamente il sostegno a tutti gli insegnanti, anche a quelli non preparati all’uopo.

Si apre così la via alla violazione sistematica dei diritti degli alunni disabili, e si pongono le basi per il ritorno alle classi differenziali.

La delega n. 379 parifica l’istruzione professionale alla formazione professionale extrascolastica amministrata dagli Enti Locali, e mira a trasformare l’insegnamento in addestramento a compiti minimali ed esecutivi.

La cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” diventa di importanza fondamentale in tutta la Scuola Superiore, portando gli studenti fuori dalle aule per quattrocento ore (duecento nei Licei) e facendoli lavorare gratis et amore mediante “contratti d’opera” offerti dalle imprese tramite loro “esperti”.

Gli studenti saranno valutati in base ad un “bilancio delle competenze” ed alla “cultura del lavoro” maturata in questa “scuola-bottega” (sic!).

Così, mentre mezzo secolo fa si stabilì che l’operaio poteva uscire dal posto di lavoro per passare centocinquanta ore a scuola, ora si norma che lo studente deve uscire da scuola per passare quattrocento ore in azienda. Gratis! Altrimenti non potrà sostenere l’esame di Stato!

Dulcis in fundo, per poter sostenere l’esame di Stato (ex esame di maturità), la delega 384 rende obbligatorio lo svolgimento degli indovinelli dell’Invalsi (il “Ministero della Verità” incaricato di “certificare” la validità del percorso scolastico): i risultati dei quiz saranno scritti nel curriculum dello studente e consultabili dal datore di lavoro.

Sorvoliamo sugli aspetti sindacali, che oltraggiano ulteriormente la figura, già vilipesa, dei docenti italiani (i più sottopagati del mondo occidentale ed i laureati peggio pagati d’Italia, i quali con la Legge 107 avevano già perso persino la titolarità del posto di lavoro).

Tralasciamo il fatto che d’ora in poi ai futuri insegnanti non verranno riconosciuti né il servizio già prestato né le abilitazioni già conseguite; che dovranno seguire un percorso ad ostacoli della durata di quasi dieci anni (compreso un biennio di “apprendistato” a quattrocento euro mensili!) prima di diventare Docenti; che tutto ciò danneggerà la qualità della Scuola italiana tutta, perché a scegliere di fare l’insegnante saranno soltanto i figli dei ricchi (che non hanno bisogno di uno stipendio), o gli immigrati laureati in cerca di un reddito qualsiasi, o gli autolesionisti patologici.

Omettiamo di ragionare sul grave danno che tutto ciò produrrà sugli studenti.

Trascuriamo tutto ciò, visto che nemmeno la grande Cgil lo ha ritenuto tanto grave da scendere in piazza con i Sindacati di base, malgrado questi la avessero più volte invitata a farlo (anzi, la Flc-Cgil ha preferito aderire allo “sciopero globale delle donne” dell’8 marzo, pur di boicottare quello del 17 contro le deleghe sulla Scuola!).

Pur tralasciando tutto questo, ciò che deve davvero preoccupare i cittadini è il prevalere dell’ideologia neoliberistica su ogni aspetto della vita della Scuola, in una destrutturazione inesorabile di tutto quell’impianto culturale che ha reso grande l’istruzione italiana fino a pochi anni or sono.

Tutti i Governi ci dicono che la Scuola italiana non ci rende competitivi sul mercato internazionale: ma allora dovrebbero spiegare come mai i laureati italiani, che in Italia si ritrovano sottoccupati o disoccupati, siano richiestissimi nelle migliori università europee e nordamericane.

In un momento in cui occorrerebbe potenziare il sistema pubblico dell’istruzione, questo viene invece sistematicamente demolito da almeno un quarto di secolo, con provvedimenti che vanno pervicacemente proprio in direzione di questo smantellamento.

Ma gli Italiani lo hanno capito? Della Scuola italiana cale qualcosa a qualcuno? Qualcuno è interessato a comprendere quali interessi spingano i ceti dirigenti d’Italia e d’Europa ad annientare ogni possibilità di mobilità sociale e di sviluppo democratico ed economico del nostro Paese?

Ai posteri l’ardua sentenza. Ammesso che sappiano ancora leggere, scrivere e far di conto.

(fonte: http://www.periodicoliberopensiero.it/news/news_20170322-decreti-attuativi.htm)