di Bruno DELL’ORTO

Siamo in tre, comodamente seduti al tavolo di un ristorante situato all’aperto, in prossimità della stazione Termini a Roma. L’aria settembrina dei colli stempera ulteriormente un caldo di per sé già sopportabilissimo, rendendo l’atmosfera davvero gradevole.

La compagnia è piacevole, il cibo ottimo e la conversazione scivola rapida, senza intoppi.
Presi dai discorsi, dal nostro reciproco dire ed ascoltare, allontaniamo tutto ciò che ci circonda relegandolo a sfondo, lasciando che assuma contorni sempre più sfumati.

Un richiamo improvviso, un suono leggero e sordo prodotto da una nocca che colpisce adagio il legno attraverso la tovaglia, ci riporta quello sfondo in primo piano: davanti a noi un uomo di mezza età, di aspetto mediorientale, decorosamente abbigliato, che ci chiede aiuto portandosi la mano alla bocca, mimando il gesto di mangiare.

Ha una grande tristezza negli occhi, quest’uomo, si muove lentamente, perfino la posizione delle spalle trasmette una sensazione di grande rassegnazione e dolore.

Immediatamente avvertiamo un leggero senso di colpa, sempre presente a ben guardare, ma accompagnato pure dalla soluzione più facile ed immediata per allontanarlo almeno in parte: una veloce esplorazione del contenuto delle tasche e qualche moneta cambia di mano.

Si riprende velocemente il filo dei discorsi, di nuovo calati in quel cerchio di attenzione quasi palpabile, come generato da un compasso immaginario che potrebbe essere stato puntato tra la bottiglia e la saliera.

Non dura molto però: l’uomo ripassa, si arresta di nuovo, tra le mani regge una vaschetta di alluminio, di quelle impiegate dalle rosticcerie per porzionare le vivande, contenente del cibo caldo.
Con un sorriso triste ci dice: “Grazie” e senz’altro aggiungere se ne va.

Rimaniamo di nuovo soli, seduti davanti ai nostri piatti di porcellana, coi nostri tovaglioli di cotone in grembo.
Il clima è sempre piacevole e la compagnia anche.
Solo il cibo, ora, ha un sapore diverso…

 

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