di Marcella RAIOLA

Che posti come Lloret de mar siano mostruosi templi eretti al conformismo consumistico compulsivo e convulsivo mascherato da trasgressione, “zone franche dell’eccesso” predisposte come trappole dal sistema capitalistico per disarticolare le forme politiche in cui potrebbe esprimersi il disagio dei giovani, è una cosa evidente.

Di questi tempi, è da registrarsi come conquista importante dell’intelletto e come prova di residua vitalità dello spirito critico collettivo il fatto che si arrivi a creare un rapporto di causa ed effetto tra le esigenze di neutralizzazione della reattività politica e culturale dei giovani e l’esistenza di posti devoluti al loro abbrutimento. Però dobbiamo arrivare alla stessa profondità analitica anche quando passiamo dai luoghi a quelli che li frequentano.

Sì, è vero quel che abbiamo detto e quel che Aldo Masullo ha egregiamente ribadito, cioè che la gioventù è afasica, che perciò predilige posti in cui non sia possibile parlare, in cui il buttafuori è il dio che stabilisce chi accede al presunto piacere e chi no, in cui c’è promiscuità ma non rispetto dell’alterità, in cui ci si stordisce con l’iterazione robotica e meccanizzante di un ritmo forsennato; però non abbiamo detto a sufficienza che questo ottundimento procede dal modello pedagogico che abbiamo adottato e perfino istituzionalizzato, che prevede individualismo spinto fino al mors tua vita mea, competizione, accettazione di ogni gerarchia possibile come un dato “naturale”, accaparramento di risorse, qualunquismo, trasformismo interessato, doppia morale e utilitarismo etico.

Se questo è l’insegnamento, implicito e indiretto o dichiarato e vantato, non ci deve stupire che nessuno sia intervenuto a fermare il massacro di Niccolò.
Non è stata la paura; non è stato il voyerismo crudele e abominevole di una generazione “decerebrata” o “disanimata”: è stata la disabitudine alla solidarietà, la non più esperita né raccomandata partecipazione al dolore e alla gioia altrui, l’incapacità di pensare il NOI in modo non strumentale e la parallela, malsana abitudine a pensare a quel che accade a ciascuno come a qualcosa di “meritato”, o come al prodotto di una serie di circostanze immodificabili da parte di chiunque.
La solidarietà si insegna. La ribellione alla prepotenza si insegna.

La preziosità della vita umana si insegna. L’immedesimazione nella sorte altrui si insegna. La prevalenza e l’anteriorità del bene collettivo rispetto al tornaconto personale si insegnano. La sensibilità e l’indignazione si insegnano: non sono istinti. Non ci sono attitudini, sentimenti o inclinazioni morali “naturali”.

L’umanità si insegna.
Ci vuole tempo. Ci vogliono esempi. Ci vuole retorica.
Ci vuole corrispondenza tra quel che si insegna e quel che si pratica.
Ci vuole amore, profuso senza risparmio da parte di chi insegna e profuso liberamente da parte di chi lo riceve e impari a sentirlo come un potenziamento del suo essere in senso assoluto, cioè sciolto da ogni calcolo.

Meravigliarsi del fatto che nessuno sia intervenuto, considerato il milieu “educativo” di gran parte dei nostri giovani e delle nostre giovani, è un po’ come meravigliarsi che Tarzan non sappia usare le posate.