di Maria MORIGI

Tramite notificazione, avente forza di atto ufficiale, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato all’UNESCO la sua uscita da membro dell’organizzazione.

Per il Dipartimento di Stato statunitense è: “Fondamentale riformare l’organizzazione. Gli Usa manterranno lo status di osservatori, fornendo un contributo di visione, prospettiva ed esperienza.

Ma il vero motivo è che l’organizzazione è ritenuta di “inclinazioni anti-israeliane”.
Il divorzio era nell’aria dal 2011, anno in cui l’UNESCO annunciò l’ingresso della Palestina come 195° Stato membro, suscitando le ire di Israele e degli Stati Uniti, che da quel momento interruppero l’erogazione di fondi a favore dell’Organizzazione. Come noto, Washington si è sempre opposta a qualunque riconoscimento della Palestina come Stato, prima di un patto di pace in Medio Oriente.

La rottura definitiva con USA e Israele è avvenuta al recente Congresso di Cracovia durante il quale l’Unesco aveva dichiarato che Israele è una “potenza occupante”. Inoltre una risoluzione dello scorso luglio, relativa ai Beni Culturali riconosciuti, ha negato l’esclusiva sovranità di Israele su Gerusalemme Vecchia e Gerusalemme Est.

Sempre a Cracovia era stato riconosciuto quale “Patrimonio dell’umanità” il sito della tomba dei Patriarchi a Hebron, definito tuttavia “sito palestinese”. In precedenza era stato negato, con solide argomentazioni archeologiche, il legame culturale tra Israele e il Muro del Pianto.

Conoscendo per diretta esperienza l’ideologizzazione degli archeologi israeliani – anche i più seri sono tenuti a seguire il copione dettato dalla una “politica culturale”, che piega la ricerca scientifica e archeologica all’esigenza di affermare a tutti i costi l’ identità ebraica – non mi rammarico di questa decisione.

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