di Claudia PEPE

Irene ha 32 anni ed è una maestra precaria. Si è abituata che per lei il futuro è solo il domani. Non tutti lo sanno, ma quando la precarietà diventa la tua vita, non puoi permetterti di programmare, sognare, pensare ad un futuro.

Sai che ogni giorno devi organizzarti e ogni mattina non hai tempo per pensare alla vita. Ti appendi al cellulare che squilla tra una chiamata e l’altra.

La vita di Irene, la mattina scorre tra i gruppi di WhatsApp per riuscire a prendere una supplenza o favorire le colleghe a fare lo stesso. Combatte ogni giorno con i pugni chiusi, e sa, che quando l’alba le verrà incontro, comincia per lei la salita.
La sua vita può attendere, i suoi sogni possono attendere.

Lei sa, che se è fortunata, ogni mattina dovrà imparare alla svelta i nomi di quei bambini che vedrà solo per un giorno, che dovrà ogni giorno dare a quei ragazzi il meglio che si spettano.
Ha imparato a riporre i suoi desideri in un cassetto ben nascosto nella sua stanza. Tante volte ha paura ad aprirlo, ha paura di trovarli i suoi disegni sfumati, consumati dal tempo che incessantemente scandiscono i giorni e le notti passati a rincorrere il suo futuro.

Irene è una mia amica, è una perla nel mio cuore, è una parte di me. Lei non lo sa, ma quando la guardo in quei suoi occhi pieni di forza e di rabbia, ritrovo il mio cuore. Ritrovo la mia anima, ritrovo la mia vera essenza, la mia pelle.

Perché quando si nasce precari, lo si è per tutta la vita. Anche quando fai una firma su un contratto, quell’odore del randagio, non ti abbandona più. Irene vorrebbe avere una casa in affitto per stare con il suo amore, vorrebbe una casa per appendere i fantasmi di un passato, vorrebbe una casa sua per cantare a squarciagola la sua libertà. Ma non può.

Lei vive alla giornata, come una pedina in una scacchiera che in ogni caso le fa sempre scacco matto. La sua generazione non può più sognare, ma non solo loro. Tutti gli insegnanti, nonostante gli editti della “Buona Scuola”, sono diventati sempre più temporanei. E lei con i suoi occhi neri, lo sa.

Per questo è diventata una RSU eletta nelle liste dell’Unione Sindacale di Base.
Per questo ha “assediato” il Campidoglio, con tenacia e resistenza, fino a notte fonda. Quella notte di gennaio non era sola: c’erano lavoratrici e lavoratori, cittadini romani, utenti dei servizi pubblici, mamme con bimbi in carrozzina e tantissime insegnanti di scuola ed educatrici dei nidi comunali, tra cui molte altre precarie.

Irene la mia cara Irene, lotta come continuo a farlo io.
Ma con una differenza: a lei spetta un futuro, a lei le si deve consentire di essere donna, a lei il mondo deve riconoscenza.

L’altro giorno siamo uscite per sentirci vicine, per parlare di noi senza paura di aver vergogna di celebrare una vita vissuta boccheggiando un anelito di pace, di serenità, di limpidezza. Mi ha detto che per riuscire a racimolare un salario degno di tal nome e, tra una supplenza e l’altra, si barcamena facendo la promoter, la baby-sitter e qualche altro lavoretto qua e là.

Irene quest’estate ha dovuto “far provviste”. Si, perché a luglio per lei la paga si interrompe, la successiva è prevista per novembre e le “provviste” le servono a superare l’estate.

Non voglio dirle che io ho fatto questa vita da 20 anni con due figli da curare, e prima di entrare in casa per non far vedere la mia tristezza, mi asciugavo gli occhi e cantavo. La mia desolazione e la mia malinconia era solo mia, non doveva appartenere a nessun’altro.

Essere precari non lo si può spiegare, non si possono spiegare le notti che passi aspettando un altro giorno senza sole e senza colori.

No, non glielo dirò mai. Lei non deve sapere, lei deve credere che qualcosa cambierà, lei deve sperare che non sarà più assunta dalle 10 alle 16,30. Irene ha 32 anni è giovane, ma con una tristezza che non può rappresentarla.

Irene sono io, Irene siamo noi, Irene è il mondo. Irene ha 32 anni, ed è una maestra precaria. Ma lei soprattutto è una persona, una donna, un’insegnante e una donna che ha il diritto ai sogni, alle emozioni e alla fantasia. Perché lei è il nostro mondo.