VLADIMIRO GIACCHÈ: GOVERNO CONTE E SOVRANITÀ COSTITUZIONALE

VLADIMIRO GIACCHÈ: GOVERNO CONTE E SOVRANITÀ COSTITUZIONALE

giacchè

 

 

 

Intervista a Vladimiro GIACCHÈ, economista marxista, di Francesco Valerio Della Croce per la FGCI

 

1) E’ stato evidenziato che il voto del 4 marzo ha aperto una fase nuova nella vita del Paese: le forze su cui si è retta la cosiddetta “democrazia dell’alternanza” nel bipolarismo – ma in realtà speculari nell’applicazione servile delle politiche economiche UE – sono uscite pesantemente sconfitte, aprendo la strada all’ascesa di Movimento 5 stelle e Lega. Credi che si sia aperta effettivamente una fase nuova di transizione per il nostro Paese?

Mi sembra presto per dirlo. Una cosa però possiamo affermarla con ragionevole certezza. La maggioranza dei votanti ha inteso dare un segnale di cambiamento e di rottura precisamente per quanto riguarda il tema, cruciale, dei rapporti con l’Unione Europea. Che questa volontà, che a me appare chiara, possa poi tradursi davvero in politiche che rappresentino un punto di svolta rispetto “all’applicazione servile delle politiche economiche UE” dei precedenti governi, è un’altra faccenda. Che dipende da molti fattori: la coesione interna del governo e l’effettiva capacità (e volontà) di tenere fede all’obiettivo dichiarato di far sentire la propria voce nel consesso europeo, la pressione ricattatoria che sarà esercitata sul governo affinché venga a più miti consigli (qualche saggio sui mercati l’abbiamo già avuto), infine – la cosa non sembri secondaria – gli orientamenti dell’opposizione in Italia. È evidente infatti che un’opposizione attestata su una linea di ottuso lealismo europeo, in continuità con le politiche rinunciatarie degli ultimi anni, non soltanto si suiciderebbe, ma indebolirebbe le chance del nostro Paese di vedere riconosciute le sue ragioni, e in ultima analisi diminuirebbe le possibilità di un esito non traumatico della crisi dell’Unione. Perché qui c’è un punto cruciale che non va dimenticato: il progetto europeo si trova in una crisi molto grave, che si deve in parte a “difetti” della sua stessa costruzione istituzionale (i Trattati, almeno dall’Atto unico europeo del 1986 in poi), in parte alla gestione criminosa della crisi economica. La crisi europea può essere solo aggravata da atteggiamenti, in particolare da parte dei governi tedesco e francese, che puntino a continuare a sfruttare le rendite di posizione costruite a danno dell’Italia e di altri paesi, utilizzando rapporti di forza favorevoli (e interlocutori accomodanti).

Qui mi sembra che nulla si possa sperare dall’opposizione del Pd, indistinguibile – su questo come su altri temi – da quella di Forza Italia.

E’ quindi della massima importanza che le forze che si collocano a sinistra di quel partito riescano a profilare una posizione che critichi ciò che è giusto criticare nelle azioni del governo, ma ponendosi da un punto di vista diverso: quello della difesa dei diritti del lavoro, e quindi della sovranità costituzionale.

Ritengo che essere giunti alle elezioni senza avere una posizione corretta e chiara su questo punto, senza aver compreso – cioè – che la difesa della sovranità costituzionale è l’unica trincea che consente di difendere i diritti del lavoro nell’attuale fase della “guerra di posizione”, sia uno dei fondamentali motivi del disastro elettorale della sinistra in tutte le sue declinazioni.

Ho recensito l’ottimo libro di Domenico Moro (La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra) pochi giorni prima delle elezioni. Concludevo la mia recensione sostenendo che una ripresa della sinistra dopo le elezioni avrebbe dovuto passare per una riflessione sui problemi trattati in quel libro. Continuo a pensarla così.

2) Lo scontro che si è generato negli ultimi giorni prima della gestazione del nuovo governo tra le prerogative delle istituzioni nazionali ed i voleri di quelle comunitarie ha probabilmente reso palese l’immanenza del conflitto tra vincolo interno costituzionale e vincolo esterno UE, di cui ti sei occupato intensamente negli anni passati: in che modo la nascita del nuovo governo interviene nel processo di integrazione europea e nei suoi sviluppi recenti (costituzione Fondo Monetario UE, Ministro delle finanze UE, ecc.)?

Questa anomalia politica potrà portare l’Italia a divenire “l’anello debole” del processo di integrazione europea o prevarrà una normalizzazione come avvenuto con la Syriza greca (anche alla luce dei primi obiettivi indicati dal governo in materia economica e sociale)?

Io credo che la formazione del nuovo governo italiano sia stato un evento dirompente quanto inatteso. E a ragione, visto che il nostro era sino a qualche anno fa il paese più “europeista” – il che poi in pratica purtroppo ha significato: il paese i cui rappresentanti hanno sacrificato gli interessi rappresentati, e in particolare quelli dei lavoratori e degli strati sociali più colpiti dalla crisi nel nostro paese, sull’altare dell’integrazione europea (considerata – soltanto da noi – come buona e progressiva a prescindere dai suoi concreti contenuti).

E’ chiaro che ora si è aperta una partita durissima, e che la posta in gioco è precisamente la “normalizzazione greca” del nuovo governo.

Anche per questo è importante che la sinistra di opposizione, quale che sia il giudizio che ritiene di dare dell’operato governativo, profili in modo molto netto la propria posizione su questo punto. Rifiutando ogni compromesso con i poteri dominanti in Europa e ovviamente, ancora prima, evitando di illudersi che questi poteri possano rappresentare un alleato fosse anche solo “tattico” dell’opposizione al governo attuale.

3) ll governo 5 Stelle-Lega nasce su una consenso interclassista, registrando nettamente il sostegno anche di una parte della borghesia nazionale. La stessa priorità data alla riduzione delle tasse sulle imprese rappresenta un timbro pesante posto dalle classi dominanti del Paese sulla politica fiscale del nuovo governo, in piena continuità col passato recente. Già dai primi giorni d’insediamento si sono registrate ambiguità e conflitti su questioni significative come la politiche estera, il rapporto del Paese con l’imperialismo americano, politiche sociali, politiche del lavoro, solo per citare alcuni esempi.

Ad oggi, l’approccio governativo verso questi grandi temi sta riscontrando una sostanziale continuità con il passato. Nella stessa aggressività usata in materie come l’immigrazione verso il nostro Paese, è possibile notare l’assoluto silenzio nei confronti delle responsabilità dell’Occidente nel passato e, conseguentemente, l’assenza di interventi in discontinuità con le politiche imperiali e di saccheggio. Come ritieni che i comunisti e le organizzazioni comuniste debbano porsi di fronte a queste contraddizioni ed, in generale, a questa fase politica?

Premetto che non ho alcun titolo per dare indicazioni a nessuno, e in particolare a nessuna organizzazione politica, meno che mai nella fase attuale. È una premessa doverosa da parte di chi, come il sottoscritto, non fa parte di alcuna organizzazione e non ritiene di essere dotato di ricette magiche per suggerire “linee” a chicchessia. Credo più in generale che ci si debba guardare dall’attribuire un ruolo di indirizzo attribuito a “intellettuali di area” che spesso finiscono per essere portatori soltanto delle proprie personalissime riflessioni.

Detto questo, sui temi che mi hai proposto penso questo.

Dal punto di vista sociale credo che il massimo radicamento questo governo lo abbia tra i disoccupati, la classe operaia e la piccola borghesia. Mi sembra per contro che la grande borghesia non si sia ancora abituata a quanto avvenuto il 4 marzo e a quello che ne è seguito.

Dal punto di vista sia del programma di governo che della sua composizione, mi sembra evidente che esistano linee diverse, a volte confliggenti tra loro. Solo il tempo potrà dirci quali interessi/linee prevarranno.

Quale atteggiamento tenere? Nel merito, mi aiuto con un esempio. Personalmente non sono un fautore della flat tax. Mi sembra che essa sia più un tributo alla piccola borghesia che al grande capitale o agli evasori (che come noto la flat tax se la procurano da soli in altri modi). Credo che da sinistra abbia senso opporsi a questa proposta in nome di provvedimenti alternativi (investimenti in infrastrutture fisiche e della conoscenza che finanzino un piano del lavoro, ad esempio). Ma credo anche che si debba assolutamente evitare di farlo in nome dei “conti in ordine” e dell’obbedienza al fiscal compact o alle “regole di Maastricht”. Questo significa che bisogna avere una propria agenda.

Quanto al resto, francamente per ora non vedo tutta questa continuità in politica estera. E precisamente per il motivo che ricordavi anche tu: le ambiguità e le diverse opinioni che sussistono tra i due partiti di governo su aspetti anche molto significativi. Io però preferisco le “ambiguità” alle posizioni di inequivocabile e assoluta sudditanza a cui ci avevano abituato i governi precedenti. Vedo ora qualcosa di diverso: un tentativo di smarcarsi da alcuni degli errori più gravi commessi in passato, in particolare per quanto riguarda la politica nei confronti della Russia. E’ ovviamente possibile che prevalgano i richiami all’ordine in sede UE e Nato. Ma lo scenario più probabile a mio avviso non è questo, bensì lo smarcamento su alcuni temi e la continuità su altri, magari attraverso una “politica dei due forni” che proverà a giocare gli uni contro gli altri alleati europei e statunitensi.

Più in generale, penso che su tutti i temi chiave (politiche economiche dell’eurozona, euro, politica internazionale, immigrazione, unione bancaria ecc.) a sinistra bisognerebbe per prima cosa chiarirsi le idee e assumere posizioni sensate. E su quelle, poi, sviluppare un’autonoma iniziativa.

Purtroppo invece la sensazione che giunge all’esterno è oggi quella di una babele di voci da cui si distinguono al massimo degli slogan autoconsolatori ma privi di qualsiasi effetto politico.

Tutto questo dovrà cambiare, e in fretta. Pena la fine della sinistra politica in questo Paese. Il messaggio che viene dalle amministrative del 24 giugno mi sembra chiaro.

 

 

fonte dell’intervista a Vladimiro Giacchè: MARX XXI

MORTI DI LAVORO, MINIERA DELLA FEROCIA CAPITALISTICA

MORTI DI LAVORO, MINIERA DELLA FEROCIA CAPITALISTICA

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di Franco CAMERINI – MovES

“Le mani, la fronte,
Hanno il sudore di chi muore;
Negli occhi, nel cuore
C’è un vuoto grande più del mare;
Ritorna alla mente
Il viso caro di chi spera
Questa sera come tante
In un ritorno.”

In queste parole di una vecchia canzone dei New Trolls, “Miniera”, si racchiudevano rabbia, denuncia e malgrado tutto la speranza.

Era cronaca quotidiana quella dei crolli in miniera, e ci vollero decenni di lotte, scioperi, discussioni, per ridisegnare un mondo del lavoro che anteponesse al profitto regole sulla sicurezza.

Furono conquiste importanti che, nel tempo, parevano destinate a perfezionarsi. Pareva che la Società avesse messo a fuoco ben distinti diritti che appaiono ovvi ed elementari.

Ma il terzo millennio, quello che si auspicava sarebbe stato testimone di meraviglie tecnologiche, di lavori sempre meno invasivi per l’essere umano, il futuro che sognavamo nei film, ha virato bruscamente ed invertito la rotta.

E invece di un nuovo futuro…
L’incapacità cronica delle nuove generazioni imprenditoriali, la loro avidità e anche lo scarso senso civico, l’assenza dell’etica dei rapporti umani (che in alcuni dei loro padri era senz’altro più palpabile, vedi imprenditori come Olivetti), ma soprattutto, senza volerli giustificare, la grande pressione che il sistema globale pone sui governi, i quali anziché smarcarsi in ottica socialista dalla globalizzazione capitalista, aggiungono oneri che inevitabilmente passano di livello in livello fino a schiacciare gli ultimi, i soliti noti, proprio attraverso le mani di questa iniqua classe imprenditoriale.

E invece di progresso…
Una politica globale che persegue avidamente profitti per mantenere tramite guerre le proprie posizioni imperialiste che in pace non sarebbero tollerate.
La conseguente retrocessione delle forze lavoro ad un ruolo gregario, da spremere e sostituire una volta esaurito, con l’annichilimento totale dei diritti acquisiti e nuove regole imposte che tolgono ogni garanzia al lavoratore, costretto ad un costante ricatto per la conservazione del posto stesso HANNO RIAPERTO GLI STESSI SCENARI DI MORTE che credevamo sepolti per sempre in una miniera come tante altre di un tempo andato.

Uomini e donne costretti ad affrontare la morte per uno straccio di stipendio.

E tutto passa come il vento.
Le notizie vengono smorzate, ce le forniscono al massimo per un giorno, poi si passa ad altro, anche perché se durassero di più si accavallerebbero con altri morti e sarebbe una catena infinita.

Soprattutto sarebbe più difficile chiamarla incidente, le si dovrebbe dare il nome che merita: STRAGE.
GERMANIA: IL LUPO PERDE IL PELO, MA NON IL VIZIO

GERMANIA: IL LUPO PERDE IL PELO, MA NON IL VIZIO

germania

 

 

di Franco CAMERINI – Movimento Essere Sinistra [MovES]

 

Questa che chiamano Unione altro non è che il solito, vecchio sogno della Germania di imporre la sua suprema razza, la sua cultura, la sua arrogante potenza sul Continente.

 

Ci hanno provato con le armi e gli è andata male, una volta, due volte, così hanno affinato le strategie.
Ora sono buoni, lavorano sodo, evitano di parlare di guerre, di conquiste, quello lo lasciano fare a noi, agli altri.

L’Europa che viene rappresentata dalla UE, è oggi uno scenario nel quale loro tedeschi del Bundestag creano ed impongono le regole per gli altri Paesi e solo loro vogliono e possono determinarne le sorti (Grecia docet).

Per portare a termine il nebuloso e macabro piano servono due cose (ricorsi storici):
una spalla forte e servile (la Francia di Macron si presta bene a svolgere il ruolo che fu dell’Italia fascista),
e l’autorità necessaria per intromettersi ed interagire nella Sovranità dei singoli Stati, per rendere innocue le Costituzioni degli stessi.

Il nostro referendum che ha di fatto sancito la disfatta del renzismo è stato il primo e importante tentativo per aggredire la Costituzione e limitarci ancora di più.
Fosse andato a buon fine, oggi come allora saremmo noi i fieri compari dell’armata di conquista tedesca.

La propaganda feroce che scatenano sui media crea un pensiero unico, che vede nel Dio mercato l’unica ragione di sopravvivenza della Società Civile moderna. Chi parla di Sovranità dello Stato è di destra e populista, e “populista” viene diffuso a reti unificate come una brutta parola.

 

Ma la Sovranità di un popolo è sacrosanta.
Ed è sancita dalla Costituzione addirittura all’art.1, quella Costituzione che JP Morgan ha definito troppo socialista e che impedisce la predazione definitiva del nostro Paese da parte delle oligarchie finanziarie globaliste.

Quella Costituzione che abbiamo difeso votando NO! al referendum del 4 dicembre e che difenderemo ancora.
Germania, sei all’ascolto di queste parole?

 

Ora è il momento di rimettersi a ragionare, di guardare al di là degli slogan e della propaganda, perché l’emergenza non è Salvini in sè e per sè, non sono i Rom, o gli immigrati pur essendo un problema nella non gestione e nel non governo da parte delle Istituzioni: queste sono solo armi di distrazione di massa, sono scaramucce usate ad arte per fomentare la guerra tra poveri che servono a distogliere l’attenzione da ciò che qualcuno decide per determinare il nostro futuro.

Sveglia, signori, il Quarto Reich è alle porte!

DOPO LA SINISTRA, IL SOCIALISMO

DOPO LA SINISTRA, IL SOCIALISMO

socialismo

 

 

di Mimmo PORCARO

 

La sinistra affonda. Maddài…?!
Non si può passare impunemente dalla tutela del lavoro alla tutela del capitale senza pagare dazio. O meglio, lo si può fare finché il capitale svolazza allegro nei cieli della finanza, arricchisce la classe colta senza immiserire troppo gli altri, e tutti delizia con lo scintillio delle merci: tutti, a parte i poveracci smembrati, nel frattempo, da qualche bomba intelligente.

 

Quando però le cose cambiano, quando la miseria è troppa, quando la violenza seminata per il mondo ti ritorna in casa, quando si svela il trucco della libera economia (che sta in piedi grazie alle banche centrali ossia grazie alla tanto deprecata politica), quando accade tutto questo o si sa rappresentare (e con durezza) il lavoro, o lo fa la destra. Che c’è di strano?

 

La sinistra italiana scompare non perché ha tradito i propri valori, ma perché li ha realizzati.
La sinistra in quanto tale, ossia in quanto è libera dal “peso ideologico” del comunismo e del socialismo, è soltanto progressismo, free trade, diritti umani, antistatalismo ed elogio di ogni innovazione purché sia tale.

Ma poiché il progresso è progresso capitalistico, la sinistra si identifica non con l’eguaglianza ma proprio col dinamismo del capitale che tutto dissolve, a partire dai diritti sociali costati anni di dure battaglie.
L’unico progresso che conta, quello nella qualità dei rapporti sociali, alla sinistra non interessa: sa troppo di comunismo.
Ricordate Veltroni? “Noi siamo contro la povertà, non contro la ricchezza”: pensiamo quindi alla libera espansione del capitale, e un po’ di bene ne verrà per tutti, dopo! Ma dopo l’espansione finisce, e qualcuno presenta il conto. Molto salato.

Altrove magari non sarà proprio così, e da qualche parte “sinistra” non farà rima con vergogna: ma in Italia chiunque oggi parli di ricostruzione della sinistra o è un fesso o è un pericoloso reazionario.
Dopo la sinistra non ci può essere “più mercato”, “più liberismo”, “più Europa”. Ci può essere solo la destra o un socialismo che parta dalla ripresa della sovranità nazionale e quindi della politica. Meglio il secondo.

 

Chi in questi decenni si è sentito di sinistra soprattutto perché voleva tutelare il lavoro, i servizi sociali, lo stato democratico e con esso la possibilità di scegliere collettivamente il proprio destino, ha solo una scelta: ripensare e riproporre il socialismo.

 

L’Italia ha bisogno dell’intervento dello stato, e questo non ha niente a che fare col ciclico ritorno del “partito della spesa” (Craxi, Berlusconi ed oggi Conte), ma con l’azione pianificata di un’impresa pubblica trasparente. Nel mondo, la crisi e la guerra svelano nuovamente i limiti storici di un sistema, e chiedono risposte radicali che per ora vengono da destra: scontro fra stati, statalismo privatistico, autoritarismo. Noi dobbiamo riproporre invece l’equilibrio mondiale, il controllo politico dell’economia ed il controllo popolare della politica.

Bisogna tornare al “fatidico ’89”: allora, invece di cercare un’alternativa rossa al socialismo reale, si è sposata la causa opposta.
Non ci si è limitati alla presa d’atto d’una sconfitta ed alla dura critica delle impostazioni di un tempo: si è preferito passare armi e bagagli nelle fila di quello che solo ieri era un nemico.

 

Del resto, una generazione di funzionari cresciuta nell’idea che il potere dei lavoratori si identifica con la presenza del “loro” partito nelle istituzioni, non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di governare.

 

Invece di perdere onorevolmente insieme alla propria causa ed alla propria classe, ha quindi finto, o svelato, d’aver fatto sempre parte dello schieramento opposto, e di essere trai vincitori. Ed ora ha avuto la sua nemesi, generando figli mostruosi che l’hanno azzannata, guidando poi tutti ad una sconfitta senza appello: e non è finita qui.
Bisogna tornare al “fatidico ’89”, per fare la scelta contraria.

PER IL CAMBIAMENTO SERVE IL CONFLITTO DI CLASSE

PER IL CAMBIAMENTO SERVE IL CONFLITTO DI CLASSE

conflitto-cambiamento

 

di Fiorenzo MEIOLI

La storia del nostro paese, dall’Unità a oggi, ci mostra come tutte le fasi storiche di crisi e rottura siano state gestite, per usare un concetto fecondo di Gramsci, mediante “rivoluzioni passive”: un miscuglio di trasformismo politico che ha consentito alle classi dominanti di restare egemoni e di non modificare i rapporti di forza tra le classi sociali.

Solo il PCI, tra le forze politiche, si era posto l’obiettivo di un progetto egualitario, di modificare i rapporti di forza tra i gruppi sociali.

Sepolto il PCI, la sinistra, passo dopo passo, ha maturato l’idea di una giustizia sociale dipendente dagli sforzi individuali, ha dimostrato indifferenza verso gli aspetti strutturali delle diseguaglianze, ha ignorato gli effetti deleteri del neoliberismo.

Quindi, è venuta meno la sua ragione sociale: la difesa del mondo del lavoro, la difesa dei più deboli e poveri, fino a subire l’egemonia culturale del neoliberismo dove gli interessi dei cittadini sono subordinati a quelli degli azionisti, dove le lobby economico-finanziarie contano più della collettività e dei governi, dove l’interesse privato viene anteposto a quello pubblico.

In nome della governabilità, della mera riduzione del danno, larga parte della sinistra ha limitato il suo orizzonte concettuale, dimenticando il conflitto.

Come scriveva Machiavelli, il conflitto è sempre la dimensione originaria della politica. E’ grazie al conflitto che si è realizzata la modernità e la democrazia.

Dimenticando tutto ciò, ha anche ignorato quel blocco sociale che da sempre era stato il suo maggior punto di riferimento: il mondo del lavoro, degli svantaggiati, dei pensionati a basso reddito, degli artigiani e di tutti coloro che il lavoro non riescono più a trovarlo.

Ci sarà un motivo se blocchi sociali caratterizzati da lavoratori, precari, disoccupati, non incontrano più la sinistra e si consegnano alla destra o alla sterile protesta.

Allora, secondo me, dobbiamo rimetterci in gioco seriamente e riallacciarci a quel tessuto sociale confuso e smarrito.
E’ inutile aspettare perché non ci sarà nessun Mosè che ci condurrà, attraverso il deserto, alla Terra Promessa.

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