PONTIDA, BEL SUOL D’AMORE. LEGHISTA

PONTIDA, BEL SUOL D’AMORE. LEGHISTA

 

di Antonio CAPUANO

A Pontida il sindaco leghista, Luigi Carozzi, quello dei parcheggi rosa solo per alcune donne, ci riprova e applica sconti sulla TARI per le famiglie, escludendo però esplicitamente dal provvedimento le famiglie legalmente costituitesi previe unioni civili, le coppie gay e quelle senza figli.

La Lega Nord è un soggetto politico intriso di discriminazione, violenza, razzismo e fascismo, ed è assolutamente inaccettabile che non si intervenga in tal senso per porre un freno ad una realtà parlamentare giuridicamente costituita.

Nel caso specifico polemizzare è fortunatamente pleonastico, dato che un provvedimento amministrativo del genere è talmente intriso di illegittimità, da sciogliersi come neve al sole e cadere in nullità al primo ricorso al Tar presentato in merito.

Quindi di questa storia restano solo bassezza morale, inciviltà e l’inadeguatezza politica di un funzionario pubblico e un ente locale talmente ignoranti, da sbattere pubblicamente la testa contro i rudimenti del Diritto in generale e del Diritto Amministrativo in particolare.

Il vero problema risiede nel delicato equilibrio tra segni, simboli, significati e significanti perché a forza di veicolare un dato messaggio e creare certi stereotipi demonizzando cose o persone, poi la massa finisce per crederci e ciò che diviene opinione comune, può diffondersi e degenerare rendendo l’ingiustizia legge e il razzismo etnico, di genere e di ogni tipo, una prassi sociale e una consuetudine legale, con tutti i pericoli che ne conseguirebbero in ottica sociale e politica.

Aggiungerei un ulteriore consiglio in chiusura, dato che in fondo sono un buono, piuttosto di perdere tempo con provvedimenti ridicoli e palesemente illegittimi la cui pericolosità sfuggire dalle mani degli ideatori stessi, con imprevedibili e drammatiche conseguenze, la Lega Nord dovrebbe preoccuparsi dei 49 milioni di euro di fondi pubblici che ha rubato agli italiani e per i quali i suoi maggiori esponenti sono stati rinviati a giudizio.

Fare propaganda è facile, mentre dare il buon esempio facendo davvero politica è sempre difficile, soprattutto se si vive la politica stessa come uno strumento di potere e non perciò che essa è davvero, ossia una vocazione attraverso cui servire al meglio i cittadini onorando il loro mandato elettorale.

WALTER ROSSI UCCISO DAI FASCISTI E DALLO STATO

WALTER ROSSI UCCISO DAI FASCISTI E DALLO STATO

 

di Massimiliano DE ANGELIS

Il 29 settembre 1977 a Roma venne ferita a colpi di arma da fuoco una ragazza di 19 anni, Elena Pacinelli, che si trovava in compagnia di aderenti al Movimento Studentesco.

In seguito a tale fatto, fu organizzato per il giorno successivo dal movimento stesso un volantinaggio di protesta nel quartiere capitolino, storicamente fascista, della Balduina, fino ad arrivare all’altezza di una sezione del Movimento Sociale Italiano in Via delle Medaglie D’Oro.

Dalla sede dell’MSI uscirono alcuni suoi militanti che iniziarono una sassaiola contro gli studenti, i quali ripiegarono di qualche centinaio di metri nei pressi di una pompa di benzina; i fascisti, nascosti dietro un autoblindo della polizia e da essi protetti percorsero la via verso i ragazzi di sinistra finché li raggiunsero e spararono loro alcuni colpi di pistola.

Uno di quei colpì alla nuca Walter Rossi, militante di Lotta Continua, il quale morì prima dell’arrivo in ospedale e un altro ferì in modo lieve il benzinaio.

Nei giorni successivi ci furono in tutta Italia manifestazioni di solidarietà e protesta.
Nessun provvedimento venne preso a carico dei poliziotti presenti sul luogo: dieci di essi erano a bordo del furgone blindato, tre in una volante e due in borghese; su di essi gravarono comunque le accuse di complicità con gli aggressori.

Tutti i testimoni presenti asserirono che non venne fatto niente per fermare i neofascisti e che, viceversa, le forze dell’ordine per diversi minuti impedirono i soccorsi a Walter Rossi sia colpendo chi cercava di avvicinare il giovane agonizzante sia evitando di chiamare un’ambulanza.

Diciassette persone vennero arrestate da li a poco, tra questi Flavia Perina, futura deputata di AN, Insabato che nel 2000 compì un attentato contro la sede del quotidiano comunista Il Manifesto e Bragaglia il quale risultò positivo al test del guanto di paraffina ma che venne in seguito prosciolto.

Dopo un lungo processo i diciassette verranno via via prosciolti dalle accuse iniziali di omicidio, tentato omicidio, adunata sediziosa, porto abusivo d’arma da fuoco calibro e la pistola con la quale fu ucciso Walter Rossi non fu mai trovata e ricostituzione del partito nazionale fascista; per alcuni di essi resterà solo l’accusa di rissa aggravata e senza alcun testimone.

Nel 1982 alcuni pentiti indicarono Alibrandi e Fioravanti come assassini confermando così le tesi dei giovani di sinistra. Fioravanti, arrestato successivamente con l’accusa di appartenenza ai NAR ammise che lui e Alibrandi erano armati, attribuendo ad Alibrandi l’uccisione di Rossi in quanto la sua arma si sarebbe inceppata; le sue affermazioni furono poi confutate dalle testimonianze rese dai compagni di Walter Rossi, i quali sostennero che tale colpo fu invece esploso da Fioravanti.

A seguito della morte di Alibrandi, avvenuta in uno scontro a fuoco con la polizia, il procedimento penale fu archiviato; Fioravanti venne condannato ad una pena di nove mesi e 200.000 lire di ammenda solo per i reati concernenti il possesso di arma da fuoco.

La vicenda giudiziaria si è definitivamente chiusa nel 2001 beffardamente con l’incriminazione di tre compagni di Walter per falsa testimonianza ed il non luogo a procedere, per non aver commesso il fatto, nei confronti di Fioravanti, che ora vive libero, sotto altro nome, protetto dallo stato.

Questi sopra (ricostruzione storica in parte dalla rete), furono i fatti accaduti in quei maledetti giorni dove ancora una volta lo Stato e le Istituzioni protessero i loro “servitori fedeli” lasciandoli impuniti e privilegiandoli ribaltando la verità.

Un altro pezzo oscuro della pseudo-democrazia italiana; democrazia incompiuta e oggi involuta con l’aggiunta di nuovi metodi non convenzionali che attaccano la nostra Costituzione e con lo stravolgimento delle leggi a tutela dei lavoratori, pensionati, studenti e cittadini con la colpevole e partecipata complicità di governi, magistratura, borghesia imprenditoriale, finanziaria e organizzazioni massoniche sempre presenti nella vita della nostra Res-publica.

Quale sarò il prossimo passo oltre ai trattati CETA e UE?
Quale brandello di democrazia ci rimarrà?

LESBICA, SPOSATA CON UNA STRANIERA E NAZISTA

LESBICA, SPOSATA CON UNA STRANIERA E NAZISTA

 

di Ivana FABRIS

 

Cosa dovrebbe mai delineare il fatto che, ioDonna il periodico del Corriere della Sera, abbia titolato il suo articolo “Lesbica e sposata con una straniera“, relativamente ad Alice Weidel, la leader dell’AfD, l’estrema destra tedesca?

 
Da quando le tendenze sessuali di una persona ne definiscono la caratura umana o l’identità politica o il ruolo sociale e quant’altro?
 
Perciò, cosa volevano dire il giornalista o il titolista con quel titolo relativo all’articolo dell’inserto del Corriere?
Forse che le lesbiche sono ascrivibili alla categoria della destra estrema?
Non è per nulla chiaro l’intento. O, meglio, lo è ma non è dichiarato al lettore meno politicizzato e meno addentro alla comunicazione del mainstream, alla propaganda occulta del sistema.
 
Risulta per caso a qualcuno che nel momento in cui una etero si presta alla politica e diventa un personaggio pubblico, qualche giornale abbia mai titolato “ETERO e sposata con uno straniero“?
 
Ora, A PRESCINDERE dalla contraddittorietà del personaggio che penso sia chiaro non sto difendendo in quanto tale data la distanza siderale che mi separa da lei, è opportuno rilevare che tra i titolisti e i giornalisti di testate cotte, mangiate e digerite da una massa di persone, sia in atto una precisa volontà che di certo non è espressione di un certo (falso) puritanesimo, ma della veicolazione di un particolare messaggio su larga scala.
 
Il taglio della comunicazione effettuata in questi termini è francamente di bassa lega (ogni riferimento al partito dei razzismi di vario genere, è tutt’altro che casuale) e non mira di sicuro all’identità sessuale della Weidel.
 
L’operazione è un bel po’ più sporca.
Da un lato etichetta tutta una parte della società tedesca e non, dall’altro afferma una SUPREMAZIA degli etero che è tale per il solo fatto che fa RILEVARE che questa donna sia lesbica.
 
Invece di titolare “Alice Weidel, leader antisistema allevata da Goldman Sachs” che avrebbe avuto BEN ALTRO impatto e significato, ioDonna si rivolge alla contraddizione di una lesbica che difende la famiglia tradizionale allegando tutti gli eccetera che la riguardano ma IN TAL SENSO e non per il reale pericolo sociale e politico che rappresenta.
 
Certo, si dirà che quel periodico ne fa un fatto di costume più che politico ma è ancora una volta una menzogna.

Se parli di un leader politico e fai un titolo partendo dalla parola LESBICA, compi nè più nè meno che un indirizzamento dell’opinione pubblica verso lo screditamento e la discriminazione su base SESSUALE, tipico della cultura patriarcale, cui fa tanto comodo usare questi modelli comunicativi per manipolare l’opinione pubblica e mantenere intatto il suo dominio.

 
Senza parlare di come opera subdolamente nel far percepire come un pericolo tale fascia di persone poichè, nel pensiero comune, ragionare per sillogismi non è affatto raro: la Weidel è una lesbica, è una lesbica nazista, le lesbiche sono naziste.
 
Perchè se una lesbica è questo, di fatto lo sono tutte o tutti e, pertanto, nel pensiero comune diventa vero che sono loro la minaccia alla famiglia tradizionale cattolica – che invece non è per nulla capace di mostruosità e aberrazioni (!) – per cui come tali è legittimo negare i loro diritti umani e sociali, NON solo civili.
 
Indubbio, un problema marginale rispetto alla disoccupazione, ma fino ad un certo punto.
Oggi sono le lesbiche e gli omosessuali, l’altroieri sono stati i comunisti (vedasi le proposte di alcuni comuni italiani in quest’ultima settimana e di alcune forze politiche di rendere il comunismo fuorilegge, privandolo quindi di cittadinanza e di diritto all’esistenza), un mese fa i profughi e chissà, magari domani la scuola, i malati, i pensionati.
Di sicuro anche QUALUNQUE altra donna (bruna, bionda, con una squadra di calcio di figli o una novella Erode Antipa, separata o bigama, magra o curvy, ogni ragione sarà buona per la discriminante necessaria) che si schieri politicamente contro il sistema e ottenga consensi.
 
Insomma, nel gioco del “Cecco mi tocca, toccami Cecco” delle campagne mediatiche del potere, non resta che constatare il sotto a chi tocca quando il sistema teme di essere toccato nel vivo.
RAGAZZI PENSANTI? LA NUOVA SCUOLA VUOLE POLLI DA BATTERIA

RAGAZZI PENSANTI? LA NUOVA SCUOLA VUOLE POLLI DA BATTERIA

 

di Dimitri OSTRORSKIJ

Qualche tempo fa mi è capitato di frequentare un corso sui nuovi metodi didattici per i ragazzi nella scuola dalle elementari alle superiori. Ho potuto così familiarizzare con i nuovi indirizzi pedagogici che parlano di una scuola tutta diversa da quella a cui siamo stati abituati.

Una scuola nuova, insomma, in cui tutto ciò che si è sempre fatto fino ad oggi sembra non trovare più posto.
Il lessico talvolta è difficile, strappato com’è alla psicologia e alla pedagogia. Eppure una cosa sono sicura di averla capita bene: l’insegnante deve progressivamente abbassare la voce, farsi da parte, appiattarsi contro a un muro fino quasi a scomparire.

Il sapere ora è COSTRUITO tra gli studenti che autonomamente riflettono tra loro per approdare poi a contenuti di qualità che non gli arrivano dall’alto, ma che creano ed elaborano loro stessi. Va buttata via dunque la lezione frontale, in quanto noiosa e cattedratica.

Bisogna stimolare gli studenti, che non sono più quelli di una volta, immersi in un mondo che cambia velocemente.
Bisogna perciò attivarli all’inizio di ogni lezione attraverso giochi di gruppo.

Faccio un esempio pratico, affinché meglio si comprenda cosa si intende. Ora di Antologia, vogliamo leggere un brano di Moby Dick (di cui lo studente medio delle medie non sa assolutamente nulla; vi sembrerà strano, ma tant’è!).

Qualsiasi prof incomincerebbe con il far leggere a turno il brano, per poi riflettere su di esso. No! Apprendo che non vi è nulla di più sbagliato perché così si annoiano: la lettura è infatti scientificamente (proprio così dicevano) noiosa.

Cosa devo fare allora? Dividerli a gruppi e fare in modo che ciascuno in ciascun gruppo, ancora prima di leggere la storia, si faccia delle domande su quella storia: ad. es., chi è il protagonista?
Cosa fa? Dove si è svolta la vicenda? Ognuno passa il foglio al compagno in gruppo. Poi leggono autonomamente la storia e a quel punto tentano di rispondere alle domande. Alla fine dell’ora il prof. tira le somme.

Ecco: mi sorge spontaneo chiedermi se chi elabora questi metodi didattici abbia mai davvero insegnato anche solo un’ora in vita sua. Già per spostare i banchi ci vuole un quarto d’ora; i ragazzi non sanno farsi domande su un testo che non conoscono e che ovviamente non stimola per nulla la loro curiosità.

Fanno subito casino appena sono divisi in gruppi, e il docente non può essere sicuro che ognuno faccia ciò che gli è richiesto e invece non parli degli affari suoi. Non è poi possibile all’insegnante, dato che leggono nella mente, correggere la lettura, dare indicazioni sulla punteggiatura o l’intonazione.

Vengo a sapere che non solo è auspicabile fare così per antologia e materie umanistiche, ma anche in matematica e grammatica, materie per le quali io trovo personalmente impossibile applicare un simile sistema.

A che pro tutto ciò? Per eliminare la noia e la distrazione perché leggere insieme è noioso, come è noioso ascoltare il professore. Inoltre non bisogna più neppure dare i voti come si è sempre fatto, perché lo studente potrebbe equivocare il valore di un tre: potrebbe capire che è una valutazione della sua persona e non della prova.

Quindi è opportuno spiegare ai ragazzi quale è la griglia di valutazione e fare in modo che siano i ragazzi stessi ad autovalutarsi sulla base della prova svolta. Perché? Per eliminare l’ansia da prestazione.

Vengo a sapere inoltre che far studiare a memoria regole, poesie, declinazioni, definizioni è inutile perché (testualmente!) “nella vita cosa mi importa sapere se UN è articolo determinativo o indeterminativo? Mi basta saperlo usare!”. Non si dovrebbero neppure fare molti esercizi perché sono noiosi e perché promuovono l’automatismo e non la comprensione effettiva.

Capite che, con un tale sistema, le materie classiche, ma anche la storia, non potranno più essere insegnate: non posso infatti costruire il greco o le guerre persiane, devo solo studiarle con pazienza e con impegno. Poi possiamo certamente metterci d’accordo su un sistema per accattivare lo studente, per far nascere in lui la curiosità (abbiamo mille modi, adesso c’è anche il computer e il proiettore in classe), ma dobbiamo per forza concordare sul fatto che queste materie vanno studiate con precisione e memoria.

Si tende a far passare l’idea che il professore non ha nessuna competenza in più rispetto allo studente, ma è solo un semplice coordinatore didattico. Così si perde quella valenza che per noi ha avuto il docente, il quale spesso era ammirato fino ad essere un modello.

La lezione frontale va eliminata e dunque non siamo più esercitati ad ascoltare gli altri, ma siamo tutti protagonisti.

Mi chiedo: ma quando questi ragazzi usciranno nel mondo reale, dove ci vuole fatica, abnegazione, impegno? Quando dovranno confrontarsi con le asperità dell’esistenza, con una buona dose di noia che noi tutti proviamo, di frustrazione, di infelicità?

Quando dovranno, volenti o nolenti, stare alle regole dell’esistenza, che cosa accadrà? Saranno abbastanza forti per far fronte? La vita è tutta una competizione: sapranno, così poco avvezzi al mettersi in gioco, capire che la vita non sta demolendo la loro persona ma solo un aspetto, di volta in volta uno diverso?

Credo che sia necessario che la scuola si aggiorni e vada al passo con i tempi, trovi nuove vie per accattivare i ragazzi; ma, con questo sistema, dove andremo a finire?

E lo spirito critico? Per criticare, ci vogliono dogmi.

Senza certezze siamo delle amebe che né criticano, né condividono: sopravvivono!

Mi accorgo che è in atto un processo volto a demolire più di 2500 anni di paideia* occidentale: la memoria di Platone, la competizione sana dei greci, lo studio accurato delle lingue e delle risposte della filosofia, la conoscenza della storia.

Ecco: io ho un grandissimo timore quando apprendo di questi nuovi indirizzi. Sarà complottista, ma temo che non sia altro che la ricetta migliore per crescere i sudditi di domani…il cellulare della Fedeli entra nello stesso disegno!

 

*paideia: formazione e cura dei fanciulli e diventava sinonimo di cultura e di educazione mediante l’istruzione

PASOLINI SAPEVA VERAMENTE TROPPO

PASOLINI SAPEVA VERAMENTE TROPPO

 

di Giovanni GIOVANNETTI

Dario Bellezza, Graziano Verzotto, Antonio Pinna sono persone che nulla hanno mai avuto in comune: il poeta Bellezza è morto di Aids nel 1996; del democristiano Verzotto ricorderemo i temerari rapporti d’alto lignaggio mafioso con Michele Sindona e il boss Giuseppe Di Cristina (col primo condivise i “fondi neri” dell’Ente minerario siciliano; dell’altro fu “compare” e testimone di nozze). Quanto a Pinna, era un abilissimo driver romano al servizio negli anni Settanta del Clan dei marsigliesi.

Non si possono dunque immaginare figure tanto diverse nel sostenere la stessa cosa: il recupero di uno scottante dossier arrivato a Pier Paolo Pasolini su un autorevolissimo politico democristiano che starebbe a motivo della morte dello scrittore.

Questo “potente politico”, stando a Bellezza «era un amico dei neofascisti e della polizia, controllava i servizi segreti e sulle sue mani c’era la Gladio»; ben di peggio, stando a Verzotto, quel «dossier andava assolutamente recuperato, eliminando chi lo avesse letto».

Lo scandalo petroli

1974-75: Pasolini scrive sferzanti articoli sul “Corriere della Sera” e ha sul tavolo Petrolio, l’incompiuto romanzo uscito solo nel 1992. Chissà se sapeva del contrabbando di petrolio, delle evasioni fiscali e delle corruttele per circa 2 mila miliardi di lire (il cosiddetto fascicolo “M.Fo.Bi.Ali”) che, nel 1974-75, hanno come protagonisti il faccendiere democristiano Mario Foligni e il comandante della Guardia di finanza generale Raffaele Giudice (tessera P2 n. 1634, raccomandato ad Andreotti da Gelli e dai presuli presunti massoni monsignor Fiorenzo Angelini e cardinale Ugo Poletti). Viene tutto messo a tacere, dirà l’allora capo del controspionaggio italiano Gian Adelio Maletti (tessera P2 n. 1610), «per evitare un terremoto istituzionale». Copia di questo dossier segreto sarà ritrovata tra le carte di Mino Pecorelli nella redazione di “Op” dopo l’uccisione del giornalista.

Il piduista Pecorelli (tessera n. 1750) non è l’unico a lasciarci le penne. Il colonnello Salvatore Florio, che aveva rifiutato l’adesione alla P2 (tra gli affiliati alla loggia massonica segreta figureranno 39 alti ufficiali della Guardia di finanza), dovrà lasciare l’Ufficio “I” (Informazioni, il servizio segreto delle Fiamme Gialle), sostituito dal collega colonnello Giuseppe Sessa, poi coinvolto nello scandalo petrolifero. Florio si era reso conto dell’entità dello scandalo: «qui scoppia una bomba», dice alla moglie Myriam Cappuccio; «Le dirò presto tutto quello che sono venuto a sapere su di lei» dice al corrotto generale Giudice. Morrà nel luglio 1978 in un dubbio incidente stradale; contemporaneamente, dalla sua cassaforte spariscono alcuni documenti “riservatissimi”. Troppo zelante questo colonnello, che nel 1964 aveva persino fatto arrestare Luciano Liggio. Nel 1974, dal suo ufficio erano uscite le prime tre note informative su Licio Gelli e sull’allora segretissima P2.

Lo scandalo Italcasse

«Presidente Andreotti a lei questi assegni chi glieli ha dati?» titola il settimanale “Op” il 14 ottobre 1977. Pecorelli possedeva copia degli illeciti assegni per 300 milioni di lire ad Andreotti e girati ad “anonimi personaggi”, che l’onorevole avrebbe ricevuto dalla Sir del petroliere Nino Rovelli (indebitato con Italcasse per 218 miliardi di lire), dai fratelli Gaetano, Francesco e Camillo Caltagirone (dovevano a Italcasse 209 miliardi) e dalla società Nuova Flaminia di Domenico “Memmo” Balducci, legato alla banda della Magliana e al capobastone Pippo Calò. Sono tutti elemosinieri di Andreotti. È la partita di giro dello scandalo dei finanziamenti e contributi a fondo agevolato a partiti di governo e, non da meno, ad imprenditori amici; agevolato dal pizzo per taluni.

Già autore di scottanti inchieste sui rapporti tra Andreotti, petrolieri e Servizi, nonché sulle oscure trame di una loggia massonica in Vaticano, e delle manovre intorno al rapimento di Aldo Moro – Pecorelli verrà assassinato a Roma il 20 marzo 1979, in circostanze giudiziariamente non del tutto chiarite.

Il 6 aprile 1992 Tommaso Buscetta riferisce ai magistrati di Palermo che, secondo il boss Gaetano Badalamenti, il giornalista sarebbe stato ucciso «nell’interesse di Andreotti». Nel 1994 Antonio Mancini (un componente “pentito” della banda della Magliana) indicherà nell’andreottiano Claudio Vitalone il mandante dell’omicidio Pecorelli; a suo dire commissionato al neofascista e killer della banda Massimo Carminati (lo stesso di “Mafia capitale”) assieme al mafioso Michelangelo La Barbera detto “Angelino il Biondo”.

Nella Domanda di autorizzazione a procedere contro l’esponente democristiano (8 giugno 1993), mutuando la testimonianza di Buscetta i magistrati romani scrivono: «Sembra che Pecorelli stesse appurando cose “politiche” collegate al sequestro Moro. Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero trapelare questi segreti, che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli e Dalla Chiesa sono infatti “cose che si intrecciano tra loro”».

Processato a Perugia quale mandante dell’omicidio Pecorelli, nel 1999 Andreotti viene prosciolto, così come l’ex ministro del Commercio con l’estero Claudio Vitalone, Badalamenti, Calò, i presunti killer Carminati e Michelangelo La Barbera. Il 17 novembre 2002 la Corte di appello ribalterà la sentenza di primo grado, così che Badalamenti e Andreotti sono condannati a 24 anni di carcere come mandanti. Il 30 ottobre 2003 la sentenza d’appello viene infine annullata senza rinvio dalla Corte di cassazione, annullamento che rende definitiva l’assoluzione di primo grado.

Dalla Chiesa e forse Pecorelli erano a conoscenza della versione integrale del memoriale Moro. Entrambi vengono assassinati perché a conoscenza, scrive Sergio Flamigni, «di un particolare “segreto di Stato”: un meccanismo di potere occulto che dai vertici istituzionali attraverso la P2 e i servizi segreti, coinvolge settori della criminalità organizzata e gruppi eversivi di estrema destra: un complesso e segreto dispositivo criminale attivato per le “operazioni sporche” in nome della “ragion di Stato”».

Per altre vie, delle molteplici articolazioni di questo livello occulto del potere o contropotere sottratto a ogni controllo democratico era venuto a conoscenza lo stesso Pasolini che, lo si è già ricordato, dirà all’amico-poeta Dario Bellezza d’aver ricevuto un dossier compromettente su un notabile DC.

Rispondendo ad Andreotti che, sul “Corriere della Sera”, era intervenuto in polemica con L’articolo delle lucciole, Pasolini seccamente rileva che l’eterno e inossidabile «Andreotti ha omesso nel suo articolo di parlare della “strategia della tensione” e delle stragi», fingendo così «di non saper nulla sull’unica continuità di tale potere, cioè sulla serie di stragi. Ciò è scandaloso. E io sono scandalizzato». E ancora: «fin che i potenti democristiani taceranno su ciò che invece, in tale cambiamento, costituisce la continuità cioè la criminalità di Stato, non solo un dialogo con loro è impossibile, ma è inammissibile il loro permanere alla guida del Paese».(Gli inossidabili Nixon italiani, 18 febbraio 1975).

Confondendo o fingendo di confondere lo sviluppo col progresso, Andreotti replicherà di nuovo ricordando sua «madre con le mani spaccate dalla fatica del bucato», dicendosi lieto «di vivere in un tempo che almeno in questo è molto migliorato»; e infine, sì, «la “strategia della tensione” è più grave ancora dell’ondata di delinquenza comune» (Le lucciole e i potenti, 18 febbraio 1975).

L’allusivo onorevole può ben dirlo: secondo Maletti, nel 1969 in molti sapevano della imminente esplosione «a scopo intimidatorio» della bomba di Piazza Fontana a Milano. Il gioco, dirà lo spione, non avrebbe dovuto superare certi limiti, ma sfuggì di mano un po’ a tutti. Quanto al golpe Borghese, come si legge in documenti recentemente desecretati, l’avallo di Nixon al Piano fu subordinato al coinvolgimento di Andreotti, il “garante politico” da porre a capo del nuovo governo golpista.

Trame bianche e trame nere… finanza massonica vaticana e P2… petrolio e tangenti… morti sospette e carte sottratte… Così come Mino Pecorelli e Salvatore Florio, anche Pasolini «in termini romaneschi “se l’andava cercando”»: lo dice un incontenibile Andreotti, facendola per una volta fuori dal vaso. Non pago, lo ripeterà beffardo di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore liquidato dal bancarottiere malavitoso Michele Sindona, altro mafioso assai vicino al “divino Giulio”.

Dell’impunito esponente democristiano, Pasolini ha tracciato questo profilo in Petrolio: alla festa della Repubblica, «c’era anche un uomo politico – era ministro da dieci anni e poi lo sarebbe stato per altri quindici – seduto su una poltroncina rossa, con un viso tondo di gatto ritratto tra le spalle, come non avesse collo o fosse un po’ rachitico: la fronte grossa di intellettuale era in contrasto col suo sorriso furbo, che aveva qualcosa di indecente: voleva cioè manifestare, con furberia e degradazione, la coscienza della sua furberia e degradazione».

Al dunque, cosa poteva aver ricevuto Pier Paolo Pasolini di tanto pericoloso? Qualunque cosa fossero, quei documenti così «compromettenti su un notabile Dc» non sono più tra le sue carte.

 

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fonte: Globalist

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