PASOLINI SAPEVA VERAMENTE TROPPO

PASOLINI SAPEVA VERAMENTE TROPPO

 

di Giovanni GIOVANNETTI

Dario Bellezza, Graziano Verzotto, Antonio Pinna sono persone che nulla hanno mai avuto in comune: il poeta Bellezza è morto di Aids nel 1996; del democristiano Verzotto ricorderemo i temerari rapporti d’alto lignaggio mafioso con Michele Sindona e il boss Giuseppe Di Cristina (col primo condivise i “fondi neri” dell’Ente minerario siciliano; dell’altro fu “compare” e testimone di nozze). Quanto a Pinna, era un abilissimo driver romano al servizio negli anni Settanta del Clan dei marsigliesi.

Non si possono dunque immaginare figure tanto diverse nel sostenere la stessa cosa: il recupero di uno scottante dossier arrivato a Pier Paolo Pasolini su un autorevolissimo politico democristiano che starebbe a motivo della morte dello scrittore.

Questo “potente politico”, stando a Bellezza «era un amico dei neofascisti e della polizia, controllava i servizi segreti e sulle sue mani c’era la Gladio»; ben di peggio, stando a Verzotto, quel «dossier andava assolutamente recuperato, eliminando chi lo avesse letto».

Lo scandalo petroli

1974-75: Pasolini scrive sferzanti articoli sul “Corriere della Sera” e ha sul tavolo Petrolio, l’incompiuto romanzo uscito solo nel 1992. Chissà se sapeva del contrabbando di petrolio, delle evasioni fiscali e delle corruttele per circa 2 mila miliardi di lire (il cosiddetto fascicolo “M.Fo.Bi.Ali”) che, nel 1974-75, hanno come protagonisti il faccendiere democristiano Mario Foligni e il comandante della Guardia di finanza generale Raffaele Giudice (tessera P2 n. 1634, raccomandato ad Andreotti da Gelli e dai presuli presunti massoni monsignor Fiorenzo Angelini e cardinale Ugo Poletti). Viene tutto messo a tacere, dirà l’allora capo del controspionaggio italiano Gian Adelio Maletti (tessera P2 n. 1610), «per evitare un terremoto istituzionale». Copia di questo dossier segreto sarà ritrovata tra le carte di Mino Pecorelli nella redazione di “Op” dopo l’uccisione del giornalista.

Il piduista Pecorelli (tessera n. 1750) non è l’unico a lasciarci le penne. Il colonnello Salvatore Florio, che aveva rifiutato l’adesione alla P2 (tra gli affiliati alla loggia massonica segreta figureranno 39 alti ufficiali della Guardia di finanza), dovrà lasciare l’Ufficio “I” (Informazioni, il servizio segreto delle Fiamme Gialle), sostituito dal collega colonnello Giuseppe Sessa, poi coinvolto nello scandalo petrolifero. Florio si era reso conto dell’entità dello scandalo: «qui scoppia una bomba», dice alla moglie Myriam Cappuccio; «Le dirò presto tutto quello che sono venuto a sapere su di lei» dice al corrotto generale Giudice. Morrà nel luglio 1978 in un dubbio incidente stradale; contemporaneamente, dalla sua cassaforte spariscono alcuni documenti “riservatissimi”. Troppo zelante questo colonnello, che nel 1964 aveva persino fatto arrestare Luciano Liggio. Nel 1974, dal suo ufficio erano uscite le prime tre note informative su Licio Gelli e sull’allora segretissima P2.

Lo scandalo Italcasse

«Presidente Andreotti a lei questi assegni chi glieli ha dati?» titola il settimanale “Op” il 14 ottobre 1977. Pecorelli possedeva copia degli illeciti assegni per 300 milioni di lire ad Andreotti e girati ad “anonimi personaggi”, che l’onorevole avrebbe ricevuto dalla Sir del petroliere Nino Rovelli (indebitato con Italcasse per 218 miliardi di lire), dai fratelli Gaetano, Francesco e Camillo Caltagirone (dovevano a Italcasse 209 miliardi) e dalla società Nuova Flaminia di Domenico “Memmo” Balducci, legato alla banda della Magliana e al capobastone Pippo Calò. Sono tutti elemosinieri di Andreotti. È la partita di giro dello scandalo dei finanziamenti e contributi a fondo agevolato a partiti di governo e, non da meno, ad imprenditori amici; agevolato dal pizzo per taluni.

Già autore di scottanti inchieste sui rapporti tra Andreotti, petrolieri e Servizi, nonché sulle oscure trame di una loggia massonica in Vaticano, e delle manovre intorno al rapimento di Aldo Moro – Pecorelli verrà assassinato a Roma il 20 marzo 1979, in circostanze giudiziariamente non del tutto chiarite.

Il 6 aprile 1992 Tommaso Buscetta riferisce ai magistrati di Palermo che, secondo il boss Gaetano Badalamenti, il giornalista sarebbe stato ucciso «nell’interesse di Andreotti». Nel 1994 Antonio Mancini (un componente “pentito” della banda della Magliana) indicherà nell’andreottiano Claudio Vitalone il mandante dell’omicidio Pecorelli; a suo dire commissionato al neofascista e killer della banda Massimo Carminati (lo stesso di “Mafia capitale”) assieme al mafioso Michelangelo La Barbera detto “Angelino il Biondo”.

Nella Domanda di autorizzazione a procedere contro l’esponente democristiano (8 giugno 1993), mutuando la testimonianza di Buscetta i magistrati romani scrivono: «Sembra che Pecorelli stesse appurando cose “politiche” collegate al sequestro Moro. Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero trapelare questi segreti, che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli e Dalla Chiesa sono infatti “cose che si intrecciano tra loro”».

Processato a Perugia quale mandante dell’omicidio Pecorelli, nel 1999 Andreotti viene prosciolto, così come l’ex ministro del Commercio con l’estero Claudio Vitalone, Badalamenti, Calò, i presunti killer Carminati e Michelangelo La Barbera. Il 17 novembre 2002 la Corte di appello ribalterà la sentenza di primo grado, così che Badalamenti e Andreotti sono condannati a 24 anni di carcere come mandanti. Il 30 ottobre 2003 la sentenza d’appello viene infine annullata senza rinvio dalla Corte di cassazione, annullamento che rende definitiva l’assoluzione di primo grado.

Dalla Chiesa e forse Pecorelli erano a conoscenza della versione integrale del memoriale Moro. Entrambi vengono assassinati perché a conoscenza, scrive Sergio Flamigni, «di un particolare “segreto di Stato”: un meccanismo di potere occulto che dai vertici istituzionali attraverso la P2 e i servizi segreti, coinvolge settori della criminalità organizzata e gruppi eversivi di estrema destra: un complesso e segreto dispositivo criminale attivato per le “operazioni sporche” in nome della “ragion di Stato”».

Per altre vie, delle molteplici articolazioni di questo livello occulto del potere o contropotere sottratto a ogni controllo democratico era venuto a conoscenza lo stesso Pasolini che, lo si è già ricordato, dirà all’amico-poeta Dario Bellezza d’aver ricevuto un dossier compromettente su un notabile DC.

Rispondendo ad Andreotti che, sul “Corriere della Sera”, era intervenuto in polemica con L’articolo delle lucciole, Pasolini seccamente rileva che l’eterno e inossidabile «Andreotti ha omesso nel suo articolo di parlare della “strategia della tensione” e delle stragi», fingendo così «di non saper nulla sull’unica continuità di tale potere, cioè sulla serie di stragi. Ciò è scandaloso. E io sono scandalizzato». E ancora: «fin che i potenti democristiani taceranno su ciò che invece, in tale cambiamento, costituisce la continuità cioè la criminalità di Stato, non solo un dialogo con loro è impossibile, ma è inammissibile il loro permanere alla guida del Paese».(Gli inossidabili Nixon italiani, 18 febbraio 1975).

Confondendo o fingendo di confondere lo sviluppo col progresso, Andreotti replicherà di nuovo ricordando sua «madre con le mani spaccate dalla fatica del bucato», dicendosi lieto «di vivere in un tempo che almeno in questo è molto migliorato»; e infine, sì, «la “strategia della tensione” è più grave ancora dell’ondata di delinquenza comune» (Le lucciole e i potenti, 18 febbraio 1975).

L’allusivo onorevole può ben dirlo: secondo Maletti, nel 1969 in molti sapevano della imminente esplosione «a scopo intimidatorio» della bomba di Piazza Fontana a Milano. Il gioco, dirà lo spione, non avrebbe dovuto superare certi limiti, ma sfuggì di mano un po’ a tutti. Quanto al golpe Borghese, come si legge in documenti recentemente desecretati, l’avallo di Nixon al Piano fu subordinato al coinvolgimento di Andreotti, il “garante politico” da porre a capo del nuovo governo golpista.

Trame bianche e trame nere… finanza massonica vaticana e P2… petrolio e tangenti… morti sospette e carte sottratte… Così come Mino Pecorelli e Salvatore Florio, anche Pasolini «in termini romaneschi “se l’andava cercando”»: lo dice un incontenibile Andreotti, facendola per una volta fuori dal vaso. Non pago, lo ripeterà beffardo di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore liquidato dal bancarottiere malavitoso Michele Sindona, altro mafioso assai vicino al “divino Giulio”.

Dell’impunito esponente democristiano, Pasolini ha tracciato questo profilo in Petrolio: alla festa della Repubblica, «c’era anche un uomo politico – era ministro da dieci anni e poi lo sarebbe stato per altri quindici – seduto su una poltroncina rossa, con un viso tondo di gatto ritratto tra le spalle, come non avesse collo o fosse un po’ rachitico: la fronte grossa di intellettuale era in contrasto col suo sorriso furbo, che aveva qualcosa di indecente: voleva cioè manifestare, con furberia e degradazione, la coscienza della sua furberia e degradazione».

Al dunque, cosa poteva aver ricevuto Pier Paolo Pasolini di tanto pericoloso? Qualunque cosa fossero, quei documenti così «compromettenti su un notabile Dc» non sono più tra le sue carte.

 

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fonte: Globalist

PERCHÈ SBATTERE LO STUPRO IN PRIMA PAGINA

PERCHÈ SBATTERE LO STUPRO IN PRIMA PAGINA

 

di Massimiliano DE ANGELIS

Sbattere lo stupro in prima pagina, farlo diventare volutamente un tassello delle tante paure che formano un mosaico, meglio se commesso dallo “straniero” per renderlo più utile all’opera.

Un mosaico che una volta completo servirà allo scopo: quello di arrivare insieme a tanti altri di essi ad ingenerare nella popolazione quel senso di precarietà, di incertezze e di timori al fine di barattare le paure con una presunta sicurezza imposta da una entità tramite, in questo caso, la formazione di una opinione pubblica all’uopo.

In questo è necessario l’apporto di un pensiero che sia anche xenofobo e comunque limitato, superficiale, colpevolmente complice, salvo poi nascondere o minimizzare – perché di “sistema” – reati quali la pedofilia quando toccano il Vaticano in alcuni suoi componenti o politici (caso Ruby), prostituzione, prostituzione minorile e turismo sessuale (e noi italiani abbiamo un record tristemente notorio al riguardo) e che sono gli aspetti più estremi.

Oppure registrare e archiviare velocemente, a volte quasi in sordina, fatti di cronaca anch’essi estremi come il femminicidio e le violenze sulle donne che scaturiscono dalle paure di alcuni uomini che le combattono con differenti modi e mezzi perchè temono la loro forza e la loro indipendenza, non rivestendole della dovuta importanza e gravità quando i fatti non concorrono a creare un mostro comodo al sistema.

Partono dall’interno delle nostre mura domestiche (i panni sporchi vanno lavati in casa) trovando poi riscontro e terreno fertile in una società maschilista, aggressiva e arrogante, volta all’annientamento, al non rispetto, alla cultura del nemico, alla mercificazione dei corpi (non solo mediante la pubblicità) togliendo dignità all’essere, e il più delle volte la donna non riesce a sottrarsi essendone vittima più o meno inconsapevole.

Lo stupro sbattuto in prima pagina serve allo scopo, data la sua gravità, e quindi sono più evidenti gli effetti che sortisce nel volerli vedere risolti ai fini della sicurezza senza analizzarne però mai, sia la causa dalla quale scaturisce e sia le concause per le quali viene favorita nel manifestarsi.

Lo stupro è una malattia sociale ma anche mentale sia come forma di dominio sia come forma di depravazione e come tale deve essere considerata e trattata, ma qualcosa non quadra: sbattere lo stupro in prima pagina e mai le concause, il continuo sottrarre risorse da parte del governo e delle istituzioni per effetto domino alla salute dell’individuo negandogli il diritto all’accesso anche in chiave preventiva è volto al perseguimento di questo obiettivo ed è lo stesso modus operandi utilizzato in tutti i settori del sociale che concorrono allo stato di fatto.

Il tutto viene intenzionalmente ignorato, i mass media asserviti lo devono ignorare, l’opinione pubblica non deve rendersi conto che anche lo stupro viene usato, violentando due volte la donna, per alimentare paure e fra sì che si punti ad uno stato repressivo ma che non sa fare prevenzione, anzi, non vuole farme.

Il maschilismo invece è storico ed ha una sua origine storica che coincide con la scoperta della pratica dell’agricoltura facendo essa da spartiacque nel passaggio dalla società matriarcale a quella patriarcale e rafforzato poi dalle posizioni ideologiche delle religioni monoteiste: per questo il maschilismo è sempre attuale ma fa meno paura dello stupro proprio perché strutturato e portato alla normalizzazione all’interno della società.

Di certo non è meno grave, anzi, visto che millenarmente ha mietuto molte più vittime e ne miete ancora.

Bisogna rifondare la società ripartendo dalle famiglie, dalla scuola, dal lavoro, dalla società intera ma vivere una condizione politica che sottrae volutamente le risorse all’educare e dove possibile, rieducare al rispetto e al riconoscimento dei diritti delle donne – che logica vorrebbe invece essere destinate in quanto naturali ad un adeguato sviluppo sociale a 360 gradi – impedisce di prendere la via di questo processo di presa di coscienza.

Il pesce puzza dalla testa e si continuerà a fare i conti invece con donne stuprate, donne ammazzate, donne abusate, si continuerà a sbattere lo stupro in prima pagina utilizzandolo come notizia del giorno per orientare la massa e al tempo stesso per nascondere impunemente i reati del sistema.
GAZA E L’ULTIMA LUCE CHE RESTA

GAZA E L’ULTIMA LUCE CHE RESTA

 

di Tarek SERVENTI BEN AYED

 

“All’ora di andare a letto, ho paura di spegnere la luce. Non sono un pauroso, ma mi preoccupo che la lampadina che pende dal soffitto, sia l’ultima luce che resta a illuminare la mia vita.”

Subito dopo aver scritto queste parole, Moath Alhaj, un giovane artista di un campo di rifugiati a Gaza, è morto nel sonno.
Dopo che era sparito per due giorni, gli amici hanno buttato giù la porta della sua casa e lo hanno trovato raggomitolato nella sua coperta in quel letto dove aveva vissuto da solo per 11 anni.

Moath viveva nel Campo di rifugiati di Nuseirat, uno de campi più affollati di Gaza, il cui nome è associato alla guerra a una leggendaria resistenza.

Fin da quando era piccolo, Moath aveva imparato a vivere in un mondo tutto suo. Il mondo esterno glie sembrava imprevedibile, incomprensibile e crudele.

Quando sua madre morì, Moath aveva soltanto 1 anno. Suo padre morì dopo pochi mesi di cancro, visse sempre da solo.
A tenergli compagnia c’erano i suoi amici del quartiere, ma principalmente erano le sue espressioni artistiche modeste e tuttavia profonde.

Sorridi, possa la guerra provare vergogna
era una delle sue vignette dove una ragazzina con un vestito a fiori volta le spalle ad un soldato che le punta un fucile alla schiena.

I personaggi dell’arte di Moath avevano sempre gli occhi chiusi, come se si rifiutassero di vedere il mondo intorno a loro e insistessero a immaginare un mondo migliore dentro i loro stessi pensieri.

In quella stessa settimana, noi Palestinesi abbiamo commemorato il terzo anniversario della fine della devastante guerra israeliana contro la Striscia. La guerra ha ucciso oltre 2.200 palestinesi, la guerra ha lasciato Gaza in rovine, dato che oltre 1.700 case sono state completamente distrutte e altre strutture, compresi ospedali, scuole e fabbriche son state bombardate e gravemente danneggiate.

La guerra ha distrutto completamente qualsiasi parvenza di economia che la Striscia aveva avuto. Oggi, l’80% di tutti i Palestinesi di Gaza vive al di sotto della linea di povertà, e la maggioranza di questi dipendono dagli aiuti umanitari.

Esiste un’intera generazione di Palestinesi a Gaza che sono cresciuti senza sapere niente altro se non guerra e assedio e che non hanno mai visto il mondo che c’è oltre i confini infausti di Gaza.

Molti di loro, come Moath, moriranno senza Libertà, senza vedere oltre il muro di cemento e odio che gli israeliani hanno costruito.

Andrò oggi, sulla tomba di Moath a piangere un amico.
Uno dei tanti che ho perso…ed ho solo vent’anni.

 

 

(immagine da Tarek Serventi Ben Ayed)

LA VERGOGNA DELL’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO

LA VERGOGNA DELL’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO

 

di Maria MORIGI

Blocco Studentesco: “Flop dell’alternanza scuola-lavoro”
“Affissi davanti agli istituti striscioni contro il ministro Fedeli: “Un anno di alternanza da buttare: Ministro Fedeli quando inizi a lavorare?“
Le critiche: “Studenti sfruttati o che svolgono mansioni non inerenti al percorso di studi scelto, studenti e imprese ancora troppo distanti”

“Stando a quanto dichiarato dallo stesso ministro in carica, l’alternanza viene spesso confusa con l’apprendistato – continua la nota – con l’inevitabile conseguenza che gli obiettivi didattici non corrispondono più a quelli lavorativi. Ad oggi l’innovazione tanto sbandierata non trova un riscontro nella realtà, con studenti e imprese ancora troppo distanti”.

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Ultimo episodio in cui si protesta contro l’alternanza scuola-lavoro (che in pratica è servita solo agli imprenditori per aver mano d’opera a costo zero e senza diritti).
Una vergogna.

Con la Legge 107/2015 questo nuovo approccio alla didattica, rivolto a tutti gli studenti del secondo biennio e dell’ultimo anno, prevede obbligatoriamente un percorso di orientamento utile ai ragazzi nella scelta che dovranno fare una volta terminato il percorso di studio. Il periodo di alternanza scuola-lavoro si articola in 400 ore per gli istituti tecnici e 200 ore per i licei.
L’alternanza si realizza con attività dentro la scuola o fuori dalla scuola.

I percorsi formativi di alternanza scuola lavoro sono resi possibili dalle istituzioni scolastiche, sulla base di apposite convezioni stipulate con imprese, camere di commercio, industria, artigianato, commercio, agricoltura, terzo settore che sono disposti a ospitare lo studente per il periodo dell’apprendimento.

Affinché si realizzi una convenzione, l’istituzione scolastica si impegna a fare un’attenta e accurata valutazione del territorio in cui va ad inserirsi.

Dopo questa fase di studio, le scuole individuano le realtà produttive con le quali poter avviare collaborazioni concrete: queste assumeranno sia la forma di accordi ad ampio raggio, a valenza pluriennale, sia di convenzioni operative per la concreta realizzazione dei percorsi.

Buone le intenzioni e poi ti ritrovi studenti che lavorano come baristi ai grill sull’autostrada o come camerieri non pagati da Eataly…

 

 

(foto di Palermo Today)

SCUOLA, LONTANA DA 13 ANNI MA…

SCUOLA, LONTANA DA 13 ANNI MA…

di Maria CAFFARRA TORTORELLI

Sono lontana da tredici anni dalla scuola.
Ricordo ancora con tanta nostalgia quei visi di giovani e le emozioni che mi regalavano.
Mi pare che negli ultimi tempi molte cose siano, ormai, cambiate e peggiorate.
Sembra che la collettività riconosca e apprezzi sempre meno il ruolo della cultura.

Deduco questo soprattutto quando sento di genitori che si pongono quasi in conflitto con i docenti, atteggiamento che toglie autorevolezza agli occhi degli studenti.
Con la “Buona Scuola”, che sembrava essere una priorità dell’agenda politica del Governo, questa condizione di perdita di qualità, si sta aggravando sempre più..
Le proposte di riforma, mancando di seri progetti pedagogici per la elaborazione di una scuola del futuro, rendono piu fragile l’impalcatura scolastica.

Non voglio entrare nel meccanismo complicato e confuso delle assunzioni, desidero, invece,
sottolineare alcuni aspetti che mi hanno colpito.

Regalare notevole potere decisionale ai dirigenti scolastici, espone la scuola al forte pericolo di autoritarismo e al clientelismo, anche con i premi ai docenti, valutati nella diverse discipline, non si sa con quale criterio e da chi, forse, da un essere onnisciente.

L’alternanza scuola-lavoro pone enormi problemi di applicazione in quanto le scuole hanno difficoltà a trovare enti e imprese disponibili ad accogliere studenti.
C’è il pericolo che le imprese che li ospitano possano far diventare la scuola un centro di pubblicità per ditte private, perdendo, essa, il ruolo di istituzione pubblica.
Sotto il profilo didattico, tale alternanza, si rivela un vero disastro soprattutto nei licei, perchè toglie ore di studio e accresce il lavoro nero e non retribuito, ai danni degli studenti indirizzati in mansioni che non riguardano affatto il loro percorso scolastico.

– Altra vergogna sono le scuole paritarie che ottengono ingiusti finanziamenti mentre la scuola pubblica si affossa sempre più, nel degrado dell’edilizia scolastica con soffitti che crollano o che non vengono bonificati per la presenza di amianto nelle vecchie costruzioni prefabbricate.

Temo anche il risultato della sperimentazione di 4 anni di studio anzichè di 5 che porterà, a classi che già alternano scuola e lavoro, un maggior impoverimento del sapere fino al peggioramento di uno sviluppo logico e critico del pensiero.

– Ultima novità è l’uso dello smartphone.
Questo strumento potrebbe apparire positivo in una scuola che non vuole restare indietro rispetto ai cambiamenti sociali, ma senza una seria programmazione che faccia prendere coscienza di come servirsene, non per gioco, ma per fini didattici, a ragazzi che lo conoscono meglio degli adulti, potrebbe diventare dispersivo e molto pericoloso.
Lo smartphone non è controllabile come lo era il computer in laboratorio ove il docente, con un sistema operativo particolare dalla sua consolle principale, poteva tenere sotto controllo le postazioni degli studenti e il loro lavoro in rete.
Mi chiedo, il momento di ricerca, riflessione critica, lo potrà dare lo smartphone o basterà solo un copia e incolla, di ciò che si dovrebbe studiare, come spesso si fa su Facebook?

 

 

(vignetta di Bertolotti e De Pirro per Prugna)

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